Mercoledì, 01 Aprile 2020

OLTREPÒ PAVESE – VOGHERA - «NOI SINTI, CITTADINI VOGHERESI DIMENTICATI DA TUTTI»

Il campo “nomadi” di Campoferro, tecnicamente area attrezzata, è una delle più grandi contraddizioni nella storia recente della città di Voghera. Inaugurato nel 2006 per dare una collocazione ai Sinti che occupavano il cortile dell’ex caserma, doveva essere un segno di integrazione e civiltà, ma si è trasformato negli anni in una sorta di ghetto. Avulso dal contesto cittadino, collocato in un’area delimitata dalla ferrovia da una parte e la tangenziale dall’altra, nascosto alla vista delle auto in transito da un distributore, assomiglia molto a una di quelle escrescenze sulla pelle di cui un po’ ci si vergogna e che si cerca di mascherare in qualche goffo modo e porta già con sè una contraddizione in termini: inutile parlare di “nomadi”, perché chi ci vive lo fa da ormai 13 anni e più stanziale di così si muore. L’altra contraddizione è che quando si pensa ai nomadi (in vogherese i “singar”) il luogo comune è che si tratti di stranieri che si muovono di qua e di là dentro a delle roulotte. Quelli di Campoferro sono italianissimi, vogheresi residenti a tutti gli effetti. Secondo il censimento incoraggiato da Salvini lo scorso luglio, sono 99 gli abitanti di quell’area, metà dei quali minorenni. 22 nuclei famigliari che si dividono le 9 piazzole a disposizione. Per capire le condizioni in cui vivono bisogna farsi un giro da quelle parti.

A confermare la sensazione che “se anche non li si trova è lo stesso (o magari meglio)” c’è la strada: per arrivarci bisogna entrare nell’area di un distributore e tenere la sinistra, per poi proseguire anche se si crede di essersi persi. L’accoglienza è buona, i bambini e i cani portano allegria. «Un po’ tutti si sono dimenticati di noi qui» dicono gli adulti. Una volta a fare da “ponte” tra loro e la città era l’Opera Nomadi, che oggi non c’è più. Vicino gli è rimasta Marcella Barbieri dell’associazione “Insieme”, che ha raccolto il testimone un po’ in solitaria.

L’area è buia. «C’è un solo lampione che funziona, gli altri sono tutti rotti. Abbiamo più volte chiesto al Comune di intervenire, ma ancora niente» spiegano i residenti. La mancanza di luce non è neppure il problema più grave. «Abbiamo solo due bagni a disposizione, ce li dobbiamo dividere tra tutti. Ce n’era un terzo che da quando si è guastato non è mai stato ripristinato» ci raccontano. «Inoltre i servizi non sono riscaldati, per fare la doccia in inverno mettiamo delle stufette elettriche». In estate invece l’asfalto del cortile non lascia scampo: «Si muore dal caldo, gli alberi sono pochi e troppo bassi per fare ombra». In realtà, quasi non si vedono, tranne uno i cui rami pendono pericolosamente sopra una delle abitazioni e una nevicata abbondante potrebbe causarne la caduta e provocare danni.

Il collegamento con la città è assicurato, per i ragazzi che vanno a scuola, da un servizio autobus apposito e, questo sì, efficiente. Dalle elementari alle superiori, la scolarizzazione è per tutti. C’è chi va alla Plana, chi al Santa Chiara, chi frequenta la scuola alberghiera. Qualcuno che ha già finito di studiare ha trovato lavoro nei bar del centro. Per loro l’integrazione non è mai stato un problema. Chi è nato e cresciuto a Voghera non ha avuto problemi, assicurano, a farsi amicizie e a inserirsi nel tessuto sociale come chiunque altro vogherese… “di città”. C’è chi sogna di diventare estetista e chi pratica la boxe con ottimi risultati. Il problema riguarda gli adulti ed è per tutti lo stesso: la mancanza di lavoro. C’è chi come Denus è iscritto all’ufficio di collocamento e a tutte le agenzie interinali possibili da anni e periodicamente va a cercare un impiego senza risultati. «Per tre anni avevo lavorato per Asm come operatore ecologico, con una cooperativa di Lungavilla che però poi ha perso l’appalto e io di conseguenza il lavoro».

Daniela invece ha fatto la colf, in regola, per tre anni. Poi la famiglia si è trasferita e da allora anche per lei il buio. Senza un lavoro stabile e uno stipendio fisso non si può avere una casa “vera”, nemmeno un alloggio comunale. Rosina anni fa ce l’aveva fatta, poi è rimasta vedova e da sola non ha potuto far altro che tornare al campo insieme alla famiglia. Quando si parla di povertà spesso non si ha idea di quanto misuri: a Campoferro c’è chi si ritrova a dover gestire 50 euro al mese.

Il Comune non vi aiuta? «Ci sono i contributi economici che elargiscono alle famiglie in difficoltà e quelli per i bambini, da cui però vengono detratti i costi forfettari fissi per luce e gas. Non basta certo per costruirsi una vita diversa».

Come fate a vivere allora? «Ci arrangiamo. Qualcuno riesce a recuperare del ferro e a venderlo, qualche spicciolo salta fuori così o con altri lavoretti occasionali». Quando non si hanno alternative, si impara l’arte di arrangiarsi.

In ogni modo. Nella politica non credono più. «Non voteremo più» dice qualcuno, «tanto vengono a prometterci cose, ma poi non vedi più nessuno».

Eppure, a scapito dell’accoglienza a dir poco tiepida che la città gli ha riservato i Sinti di Campoferro rivendicano con un certo orgoglio la loro vogheresità.

Viene fuori quando gli si chiede perché non considerano l’idea di andarsene: «Noi siamo vogheresi, vogliamo restare qui. I nostri figli vanno a scuola, hanno la loro vita in questa città». La speranza che le cose possano cambiare per loro è proprio rappresentata dai bambini. Ci vorranno magari un paio di generazioni, ma è possibile che la loro integrazione diventi effettiva e che, trovando lavori regolari e più o meno stabili, possano cambiare le carte in tavola. Ad oggi permane la sensazione che i Sinti vogheresi siano considerati cittadini di serie B.

L’area attrezzata che li ospita, motivo di vanto per i politici che la realizzarono, oggi somiglia più una donna anziana a cui è sceso il trucco e che mostra impietosamente le rughe.

«Ci dicevano che questa area è un modello da imitare, ci mettevano in mostra ai vari politici di turno che venivano a vederla» raccontano i Sinti. «Adesso invece non si vede più nessuno. Ma che modello è? Qui non adesso ci considerano più». D’altra parte, se la ricerca del lavoro è impresa ardua oggigiorno non solo per un sinto, aggiustare i lampioni, ripristinare il terzo bagno e restituire un po’ di dignità all’area attrezzata “orgoglio” della città e ai suoi residenti lasciati a se stessi, apparirebbero concessioni alla decenza più che all’opportunità.

   di Christian Draghi

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