Sabato, 15 Dicembre 2018
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BRONI – CASTEGGIO – TERRE D’OLTREPÒ : «GIORGI CI HA NASCOSTO UNA REALTÀ CHE ADESSO SI STA PALESANDO»

In un Oltrepò che spesso dice, ma non vuole dire, in un Oltrepò che spesso vorrebbe dire, ma spesso ha paura di dire, d’esporsi, in un Oltrepò che spesso dice “gandas che un quai duna la zas, parchè mi pos no dil” (bisognerebbe qualcuno lo dicesse perché io non lo posso dire), insomma in un Oltrepò (anche del vino) che spesso con alcune, non molte a dir il vero eccezioni, fatica a dir di quello che pensa, giusto o sbagliato esso sia, perché depositari della verità assoluta non c’è nessuno, l’Architetto Bagnoli, di Broni socio del “Cantinone” ha voluto dire la sua opinione e sottolineare la sua posizione riguardo alla più realtà vinicola dell’Oltrepò Pavese.

Lei, socio di Terre d’Oltrepò, ha mai avuto incarichi operativi all’interno della Cantina?

«No, mai».

Lei si è presentato alle ultime elezioni?

«Sì, per la prima volta».

Ha vinto Giorgi. Lei ritiene l’elezione di Giorgi positiva o negativa per la Cantina?

«Premetto che nella prima elezione del 26/06/16 io avevo appoggiato Giorgi, insieme ad altri. In seguito abbiamo visto che Giorgi, dopo essersi insediato, ha iniziato a prendere delle decisioni opinabili dal nostro punto di vista, come affidare incarichi professionali molto costosi a gente che si è rivelata non essere adeguatamente preparata. Inoltre abbiamo riscontrato che Giorgi iniziava a fare il super uomo, il piccolo dittatore e così ci siamo riuniti e abbiamo costituito un comitato che ha preso il nome di “Gruppo Insieme”. L’intento di questo gruppo non era quello di fare la guerra al presidente, ma bensì di aiutarlo ad amministrare la Cantina in modo collaborativo; il fine era quello di attuare quelle promesse che erano state fatte in assemblea riguardo al rinnovamento, alla partecipazione dei soci e soprattutto al famoso “giro di boa” necessario dopo lo scandalo».

Qual è la più grossa accusa che lei muove nei confronti della gestione attuale della Cantina?

«Non ho dubbi sull’onestà dei consiglieri, ma ne ho tanti sulla loro capacità di gestire la Cantina. L’unica che rivolgo a Giorgi è di non aver mantenuto le promesse fatte, sia nella prima che nell’ultima elezione del 26 ottobre. Ripeto: la partecipazione dei soci nella gestione della Cantina come gruppo consigliare attivo che cerca di risolvere i vari problemi, in quanto quello della remunerazione delle uve non è l’unico. Il Giorgi non ha mantenuto le varie promesse e quindi noi ci siamo ribellati. Altra divergenza con la gestione Giorgi riguarda l’acquisto “La Versa”, noi non eravamo d’accordo, tant’è che quattro o cinque consiglieri hanno votato contro».

Perché eravate contrari all’acquisto di “La Versa”?

«Non siamo dei veggenti, ma abbiamo capito che se fosse arrivato un socio “forestiero” ad esempio Soave, avrebbe creato concorrenza, noi avevamo già la materia prima, l’uva della Valle Versa e con quella potevamo rifare lo spumante. Era il periodo in cui iniziavano a pagare l’uva  che ci avrebbe permesso di accedere a finanziamenti extra e già eravamo in una situazione non florida dopo lo scandalo e le multe che dovevano arrivare e che forse ancora devono arrivare.  Perché allora andarsi a impelagare in un’altra realtà? Noi, che siamo una “formica” rispetto alla Cavit, dobbiamo contribuire con il 70% per rilanciare una società fallita e per farlo ci vogliono dei soldi, per poi vederne i risultati tra dieci anni. Io dico, perché? Abbiamo Broni e anche Casteggio».

Però i programmi su “La Versa” presentati da Terre d’Oltrepò non parlano di dieci anni per riportare in utile la cantina.

«I consiglieri che hanno dato voto negativo è perché Giorgi non ha presentato un piano industriale, noi volevamo la dimostrazione, lo ribadisco, all’interno di un piano industriale, della rinascita di “La Versa”. Non comperare così alla belle e meglio “La Versa”. La nostra richiesta era: fateci vedere cosa avete intenzione di fare e i costi per realizzare il piano industriale».

Perché secondo lei non vi è stato presentato il piano industriale?

«Perchè se ce lo avesse fatto vedere, i consiglieri  avrebbero detto di no. Giorgi ci ha nascosto una realtà che adesso si sta palesando».

Voi avevate il potere legale per chiederne la visione?

«Non lo so, so che noi in assemblea lo avevamo chiesto e sarebbe stato utile che il piano venisse presentato a tutti i soci. Volevamo una maggior trasparenza che rendesse tutti più partecipi».

Terre d’Oltrepò, tra vicissitudini e problemi, arriva il Nuovo che avanza. In questi ultimi due anni la situazione di Terre d’Oltrepò è migliorata oppure no dopo la vicenda Cagnoni?

«No, non è migliorata. Ritornando al “Gruppo Insieme”, noi ci siamo presentati al presidente tra Natale e i primi di gennaio di due anni fa, volendo dare una mano, perché il suo comportamento stava creando malcontento. Abbiamo fatto due o tre riunioni, volevamo fare delle proposte per aiutarlo non per dichiarargli guerra. Lui ci ha quasi riso in faccia. Allora ci siamo ritirati e abbiamo incominciato a dire come stanno le cose».

E come stanno le cose?

«Siamo venuti a conoscenza di una ristrutturazione a Casteggio ed è su questo che ho fatto scaldare il nostro gruppo: a Casteggio hanno fatto una demolizione di vasche interrate per creare un grande spazio e mettere dei serbatoi, erano vasche vecchie. Io, un geometra e un avvocato ci siamo recati sul cantiere ed abbiamo  riscontrato che tutto ciò che riguardava la progettazione e la direzioni dei lavori, dei cementi armanti e della sicurezza erano ad appannaggio della committenza. Questo l’ho detto in assemblea più volte: “qui si arriva che l’impresa può fare tutto quello che vuole e Terre d’Oltrepò non può fare niente. A mio avviso e per la competenza che ho, si va a raddoppiare l’importo”. Tant’è che la precedente amministrazione aveva fatto fare un progetto con un computo metrico estimativo, in base ai valori di mercato, pari a 550 mila euro. Dalla precedente amministrazione il costo a Giorgi è lievitato, anzi  quasi raddoppiato, si parla infatti di 1 milione».

Per cui per il lavoro è stato speso più del dovuto?

«Circa il doppio, essendo architetto ho la competenza e l’esperienza per dire che quel progetto effettivamente risultava essere eccessivamente costoso».

Qual è stato l’errore fatto?

«Dovrei entrare nello specifico, abbiamo già ampiamente spiegato nelle due relazioni tecniche presentate e in una contro relazione che il lavoro in quel modo era sbagliato. Il dramma è che dopo aver presentato queste relazioni al presidente e a tutti i consiglieri non abbiamo avuto riscontro, è stata una delusione. Ho chiesto in assemblea un confronto all’americana,  Bagnoli contro i tecnici dell’impresa».

 E non è stato fatto?

«No, non è stato fatto».

Con quali motivazioni?

«Bagnoli lasuma perd, ti dis di bal” (Bagnoli, lasciamo perdere, dici delle balle), mi dicevano. Io ho anche presentato al presidente le 26 voci all’interno del progetto che potevano non essere fatte e ciò avrebbe rappresentato un importante risparmio».

In soldoni, non potendo entrare nel tecnico…

«Gliela faccio semplice: se suo figlio le chiede di tirargli il triciclo lei vai a prendere uno spago da pancetta o un cavo di canapa per agganciare un piroscafo? Non parlo io, ma le schede tecniche».

C’è stato un momento in cui lei e Giorgi avete collaborato. Un dialogo, uno scambio di idee?

«Dopo la vittoria di Giorgi lui mi ha chiesto aiuto ammettendo di aver sbagliato e di voler davvero mettere in pratica le famose promesse sopracitate. Io gli avevo preparato, nel mese di novembre dieci giorni dopo le elezioni, una lettera in cui chiedevo per far funzionare il consiglio e per portare avanti le promesse fatte, l’istituzione di quattro commissioni: una per la zonazione delle aree vocate nei Comuni, per rendere fattivo il progetto qualità; una commissione per il territorio e ambiente; una per le iniziative promozionali ad esempio mostre, convegni, dibattiti; infine, una per il rapporto con i soci e la revisione dello statuto. Queste commissioni dovevano essere presiedute da un consigliere, aiutato da un secondo consigliere, per dare quella famosa partecipazione ai soci all’interno della  gestione della Cantina. Avevo anche previsto un gruppo giovanile di lavoro, accessibile a chi non avesse superato i 30 anni e la costituzione di un gruppo femminile “Donne del vino a Terre d’Oltrepò” aderenti all’associazione nazionale “Donne del vino”. Tutto questo Giorgi non lo ha portato avanti. Non accuso Giorgi ma l’incapacità e la non volontà di lavorare da parte di alcuni consiglieri. Tenevo molto alla creazione del gruppo femminile, al punto che potrei quasi travestirmi io ed andare a chiedere di formare questo gruppo che avrebbe avuto una notevole risonanza a livello nazionale ed anche europeo. È così che si fa la famosa promozione, è così che si vendono le bottiglie che creano plus valenza. Ho messo la mia professionalità per la Cantina: avevo detto a Giorgi che gratuitamente avrei quantificato il costo per trasformare la sala delle vecchie riunioni, adibendola a spazio per mostre e convegni, che fosse agibile e rispettasse le norme di sicurezza. Il presidente ha preferito non fare niente e la dice lunga sulla sua volontà di rilanciare e promuovere la Cantina. Preferisce  fare le riunioni sotto i torchi, spazio tra l’altro non agibile».

Prima ha parlato di aumentare il volume delle bottiglie vendute per accrescere il plus valore. Si può interpretare come una posizione contraria, la sua, alla vendita in cisterna?

«Dal bilancio risulta che i costi per la trasformazione dell’uva in vino sono il 40, il 45% rispetto alle somme accreditate ai soci. Avendo pigiato 270 mila quintali di uva l’incidenza va a 16 milioni ai soci, 9 milioni ai costi di trasformazione. Teniamo pure il 40 %,  il conto è molto semplice. Se continuiamo a vendere il vino in cisterne, un vino normale, chiamiamolo pure anche Doc ma non parliamo dell’Igt, calcoliamo circa 0.80 al litro, 70 litri per 0.80 fa 56 euro. Rimarchiamo queste cose così da far capire agli agricoltori:  il 40% di 56 è circa 23 euro, che sono le spese di trasformazione. L’uva dovrebbe essere pagata, se continuiamo a vendere il vino in cisterne, a 56 meno 23 cioè a poco più di 30 euro. La paga è di 56 quindi questi 20 euro vengono chiesti in prestito alle banche e allora in questo modo noi iniziamo a percorrere la strada della vecchia “La Versa” che ha accumulato a suo tempo 24 milioni di euro di debiti e poi è fallita».

Come vede il futuro del gruppo Terre d’Oltrepò e La Versa, come partecipata di Terre e Cavit?

«E’ indispensabile  una svolta radicale sull’imbottigliamento, basti pensare che nella nostra zona i bar e i ristoranti non hanno bottiglie La Versa. È un conto matematico. Quest’anno abbiamo pigiato oltre 500 mila quintali di uva,  per 20 euro,  noi dobbiamo avere dalle banche 10 milioni di euro».

di Nilo Combi

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