Sabato, 15 Dicembre 2018
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VARZI - «BASTA NEGATIVITÀ, NON TOGLIAMO L’ENTUSIASMO AI GIOVANI»

Ha tappezzato il paese di manifesti con scritto sopra “Io sono per Varzi”. Una campagna di marketing degna di un aspirante sindaco, non fosse che Giorgio Rizzotto è un consulente della moda in pensione con altre ispirazioni che non la carica di primo cittadino. Il suo amore per Varzi è sbocciato negli anni 70, quando in Valle Staffora arrivava di passaggio per godersi il relax come tanti milanesi in fuga. Oggi vive sulle colline appena fuori dal paese e non ci sta a sentir dire che Varzi è chiusa o poco accogliente. Il senso dei suoi manifesti che tanti guardano con curiosità sta tutto lì, nella volontà di risollevare il paese facendo leva innanzitutto sul senso di appartenenza e sull’estetica del borgo rivolgendosi in primis ai giovani. «Quelli di Varzi sono meravigliosi e saranno loro a cambiare le sorti del paese» dice convinto.

Rizzotto, come sono nati quei manifesti?

«L’idea è venuta durante la festa medioevale, seguendo i giovani impegnati in questa bellissima iniziativa. La volontà di realizzarli è venuta per spingere tutti a una presa di coscienza. Varzi si è dimenticata di essere un borgo medioevale straordinario, tra l’altro su tre livelli, il che è rarissimo, e non può che pensare di ripatire da lì».

Slogan a parte, c’è un progetto concreto per portare alla “rinascita del borgo e delle eccellenze varzesi” come ha scritto sui suoi manifesti?

«Ho lavorato nella moda per anni e quindi il mio approccio riguarda bellezza ed estetica, motivo per cui ho pensato alla necessità assoluta di riqualificare il borgo partendo innanzitutto dall’impatto visivo. Bisognerebbe inserire lo stemma delle contrade e  per quello ho già contattato la Medioeval Street Art per prendere le misure. Poi bisogna che il Comune lo sistemi, pulisca e metta in ordine con tanto di cartelli di segnalazione.

C’è anche l’idea di censire e aprire le cantine alla logica di Arte&Mestieri e riscoprire l’artigianalità attraverso agevolazioni fiscali o quant’altro che faciliti il rianimarsi del borgo. L’importante è che i giovani prendano coscienza di questa realtà, per cui ho già preso contatto con il preside dell’istituto comprensivo di Varzi Umberto Dallocchio per creare dei workshop a scuola e coinvolgere gli alunni nell’elaborazione di materiale che poi possa essere esposto o restare permanentemente. Il concetto è ridare valore, in primis per chi ci vive, al borgo stesso».

Lei però non è proprio un “homo novus”. Solo pochissimi anni fa è stato vicepresidente della Pro Loco di Giorgio Pagani. L’occasione di fare qualcosa di concreto non l’ha già avuta?

«Ho creato una sfilata, avevo lanciato “balconi fioriti”, che poi è andata a morire, la festa dei bambini. Quando ne ho avuto la possibilità ho dato del mio, con eventi che avessero a che fare con l’estetica esaltando il paese».

Iniziative che però non hanno avuto seguito, come mai?

«Balconi fioriti ebbe successo, ma fallì perché per l’edizione successiva decisero di mettere una quota d’ingresso per partecipare, il che non aveva senso. Per quanto riguarda la sfilata, la gente che incontravo per strada l’aveva apprezzata tanto che mi chiedeva di ripeterla, ma a quel punto io me ne ero già andato».

Cosa non ha funzionato?

«Non c’era coesione, troppi contrasti tra le persone. Giorgio Pagani era una persona che stimavo perché aveva idee, ma io e lui eravamo come due galli in un pollaio. Una Pro Loco per funzionare deve essere molto unita».

Come mai quando si è formata la nuova Pro Loco la primavera scorsa non si è fatto avanti?

«Perché preferisco restare indipendente, mentre le Pro Loco dipendono troppo dalla politica. Preferisco dare una mano ai giovani di “A Tutta Varzi”, la vera risorsa di questo paese».

A proposito di politica, come vede l’amministrazione attuale? Che idea ha del suo operato?

«Credo che ogni amministrazione potrebbe sempre fare più di quello che fa, ma è un fatto fisiologico, non riguarda solo Varzi».

Molto diplomatico…

«Io voglio fare qualcosa per il bene di Varzi, non serve sparare su questo o quello, ci vuole dialogo».

A proposito di dialogo, a Varzi c’è? O è un paese piuttosto chiuso?

«Questa è la solita storiella che sarebbe anche ora di finire di raccontare. A voler vedere anche il milanese è chiuso, in ogni realtà esistono persone chiuse e altre disponibili, ma Varzi adesso è cambiata, io non vedo tutta questa chiusura mentale, non penso che fare qualcosa qui sia più difficile che in altri paesi».

è curioso però che tanti “ottimisti” a Varzi non siano di origini varzesi… Giorgio Pagani, il conte Enrico Odetti, lei…tutte persone che vengono da fuori, da realtà metropolitane…

«Cosa vuole che le dica, spesso si tende ad avere un rapporto particolare con la propria terra, ma anche in questo caso non la vedo come una cosa straordinaria. Come si dice, anche “tanti milanesi non sono mai entrati in Duomo”. L’importante è smetterla di essere negativi, migliorare il dialogo soprattutto tra le varie associazioni, i commercianti e la popolazione, considerare la critica come un momento di crescita, uno stimolo. Il pericolo più grande è far perdere entusiasmo ai nostri giovani con atteggiamenti sbagliati. Loro sono la vera risorsa e speranza per il paese, bisogna evitare di tarpargli le ali in qualsiasi modo».

 di Christian Draghi

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