Venerdì, 24 Novembre 2017

Buone notizie per chi ha dimenticato di pagare il bollo auto. La prescrizione scatta dopo 3 anni , a decorrere dal primo gennaio dell’anno successivo a quello previsto per il pagamento, e non dopo 10 anni come prevedeva il vecchio orientamento della giurisprudenza. E' quanto chiarito dall’ordinanza n. 20425, depositata il 25 agosto scorso, dalla VI Sezione civile della Corte di Cassazione. E' dunque da considerarsi illegittima la cartella di pagamento che arrivi una volta trascorsi i 3 anni. Perché però entri in gioco la prescrizione, il contribuente deve impugnarla davanti alla giustizia tributaria entro i termini previsti.

Presto potremmo dire addio alle cartelle per i piccoli debiti. E' iniziato infatti in Commissione alla Camera l'esame della proposta di legge n. 4042, relatore Carlo Sibilia (M5S), destinata a modificare il d.P.R. n. 602/1973 in materia di riscossione mediante ruolo e la legge 24 dicembre 2012, n. 228, in materia di sospensione della riscossione delle somme iscritte a ruolo, "nonché altre disposizioni di interpretazione autentica concernenti i termini per la notificazione degli atti e per la prescrizione dei crediti". Obiettivo dell'iniziativa legislativa è quello di introdurre misure volte a garantire maggiori tutele per i contribuenti nella fase della riscossione. In particolare, secondo quanto illustrato da Sibilia, si eleva l'importo minimo iscrivibile a ruolo dal limite di 20mila lire a un limite costituito dal triplo del contributo unificato di iscrizione a ruolo, dovuto nel processo civile, nel processo amministrativo e nel processo tributario, per come determinato dall'articolo 13, comma 1, lettera a), del testo unico in materia di spese di giustizia (di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002). Attualmente, ha ricordato il deputato M5S, il contributo unificato indicato nella citata lettera a) equivale a 43 euro: pertanto secondo le previsioni della proposta in esame l'importo minimo iscrivibile a ruolo monterebbe a 129 euro. Inoltre, si integra la disciplina sul contenuto necessario del ruolo prevedendo che debbano essere indicati: il codice fiscale del contribuente; la specie del ruolo; la data in cui il ruolo diviene esecutivo; il riferimento all'eventuale precedente atto di accertamento o altro atto presupposto; la motivazione, anche sintetica, della pretesa; per i ruoli straordinari viene stabilito che la motivazione deve indicare i presupposti di fatto e di diritto che giustificano il fondato pericolo per la riscossione. Il ruolo deve contenere altresì l'indicazione analitica degli interessi maturati sino alla data di formazione del ruolo e di quelli successivi, in qualunque modo definiti, e i rispettivi criteri di calcolo, nonché la specifica delle sanzioni applicate. In difetto delle indicazioni sopraddette si stabilisce che non può farsi luogo all'iscrizione. Si modifica poi la disciplina relativa alla rateazione del pagamento. In proposito, viene anzitutto chiarito che la presentazione della richiesta di rateazione non costituisce in nessun caso riconoscimento del debito. Inoltre, si modifica la disciplina in caso di decadenza per il mancato pagamento, nel corso del periodo di rateazione, di cinque rate anche non consecutive. In tal caso la disciplina vigente prevede che il carico può essere nuovamente rateizzato se, all'atto della presentazione della richiesta, le rate scadute alla stessa data sono integralmente saldate: il nuovo piano di dilazione può essere ripartito nel numero massimo di rate non ancora scadute alla medesima data. Le modifiche recate dalla proposta di legge a tale ultima normativa prevedono la possibilità di accedere a un nuovo piano di rateazione con il pagamento di solo un terzo delle rate scadute. Inoltre si prevede che il nuovo piano possa avere il numero massimo di rate consentito originariamente. La proposta di legge prevede anche che la misura degli interessi per ritardata iscrizione a ruolo non possa essere superiore al tasso di interesse legale annuo come determinato con decreto del ministro dell'Economia e delle finanze (in luogo del vigente tasso del 4 per cento).

 

"Nei prossimi 4 anni abbiamo quasi 500 mila persone che nel sistema pubblico andranno in pensione.
Questa è un'occasione straordinaria" per far entrare i "giovani". Così il sottosegretario alla Pubblica amministrazione, Angelo Rughetti, nel suo intervento alla festa dell'Unità. "Una grande scommessa - spiega - che va fatta in questo momento" e "la legge di stabilità prossima può essere" uno strumento, "non solo dal punto di vista delle risorse, ma da quello metodologico". Per Rughetti occorre fare "un'analisi dei fabbisogni", "vedere quali sono i profili professionali che servono".
"Se siamo bravi a programmare", il varco che si apre con le uscite per pensionamento consente "di portare nel sistema pubblico nuova linfa, abbassare l'età media, aprendo ai giovani e ai talenti", sottolinea ancora Rughetti.

Tornano ad assumere le piccole imprese. Si tratta di quelle che sono sopravvissute alla crisi, che hanno ridotto il personale negli scorsi anni e che ora credono nella ripresa. Emergono segnali positivi da un'indagine dell'Adnkronos su un campione di oltre mille imprese sotto i 50 addetti, interpellate su tutto il territorio attraverso diverse associazioni d'impresa: una su tre (il 37%) pensa di poter aumentare il numero dei propri dipendenti nell'arco dei prossimi 12 mesi.

Il lento miglioramento nelle condizioni del mercato del lavoro alimentato dalle micro e piccole imprese si evidenzia anche sul fronte dei licenziamenti. Eloquente è infatti il dato che riguarda le scelte compiute negli ultimi dodici mesi: scende al 10% il numero di imprese che è stata costretta a ridurre il personale.

Sono dati che vanno letti in un contesto di ripresa dell'attività. In Italia stanno nascendo più imprese, con un trend che si consolida di mese in mese, e ne stanno fallendo di meno, rispetto agli scorsi anni. Nei primi sei mesi del 2017, secondo dati Infocamere elaborati dall'Adnkronos, sono nate 209 mila imprese (28mila a giugno, 35mila a maggio, 30 mila ad aprile, 42 mila a marzo, 39 mila a febbraio, 35 mila a gennaio) e la proiezione per l'intero anno, ipotizzando costante il risultato del primo semestre anche nel secondo, arriva a 418 mila nuove imprese. Un dato incoraggiante, se confrontato con le 363 mila del 2016 e le 372 mila del 2015.

Stesso trend per quanto riguarda le procedure concorsuali aperte. Sono 5850 nei primi sei mesi del 2017 (1000 a giugno, 1050 a maggio, 950 ad aprile, 1100 a marzo, 950 a febbraio, 800 a gennaio). E anche in questo caso la proiezione per l'anno intero, tenendo sempre costante il risultato del primo semestre anche nel secondo, indica un risultato migliore rispetto a quello dei due anni precedenti: calano a 11.700, rispetto alle 13 mila del 2016 e alle 14 mila del 2015.

Intanto, sempre meno imprese stanno portando i libri in tribunale. Tra aprile e giugno 2017, infatti, secondo i dati ufficiali Unioncamere-Infocamere, sono fallite 3.008 imprese, contro le 3.537 del corrispondente periodo del 2016. In termini percentuali, la frenata è stata del 15% e segna una conferma del risultato dello scorso anno, quando si era già registrata una flessione del 3% rispetto al 2015.

La sanità italiana ha accumulato un debito con i propri fornitori di 22,9 miliardi di euro. Lo rileva la Cgia di Mestre analizzando la 'Relazione sulla gestione delle Regioni' della Corte dei Conti, relativa al 2015, ultima rilevazione disponibile.

DEBITI - La sanità regionale più indebitata è quella del Lazio, con 3,8 miliardi di euro: a seguire la Campania con 3 miliardi di euro, la Lombardia con 2,3 miliardi, la Sicilia e il Piemonte entrambe con 1,8 miliardi di euro ancora da onorare. Se, invece, rapportiamo il debito alla popolazione residente, il primato spetta al Molise, con 1.735 euro pro capite. Seguono il Lazio con 644 euro per abitante, la Calabria con 562 euro pro capite e la Campania con 518 euro per ogni residente. Va comunque segnalato che dal 2011 il debito complessivo è in costante calo ed è sceso di 15 miliardi di euro (-39,7 per cento). A livello regionale le contrazioni più importanti si sono verificate nelle Marche (-69,5 per cento), in Campania (-55,4 per cento) e in Veneto (-51 per cento). Solo nel Molise e in Umbria la situazione è peggiorata: nel primo caso la crescita è stata del 39,7 per cento, mentre nel secondo caso del 57,7 per cento.

PAGAMENTI - L’anno scorso la peggiore pagatrice è stata l’Azienda sanitaria regionale del Molise che ha pagato i propri fornitori con un ritardo medio ponderato di 390 giorni. L’Asp di Catanzaro, invece, ha saldato i propri debiti dopo 182 giorni, mentre l’Asl Napoli 1 Centro ha rinviato il saldo fattura rispetto gli accordi contrattuali di 127 giorni. Le aziende sanitarie più virtuose, invece, sono state l’Usl Umbria 1 e l’Azienda sanitaria universitaria di Trieste. Nel primo caso gli impegni economici assunti sono stati onorati con 24 giorni di anticipo, nel secondo caso di 13. Per quanto concerne i tempi medi di pagamento praticati nel 2016 e riferiti alle sole forniture di dispositivi medici (fonte Assobiomedica), in Molise il saldo della fattura è avvenuto mediamente dopo 621 giorni, in Calabria dopo 443 giorni e in Campania dopo 259 giorni. Se teniamo conto che la legge in vigore stabilisce che i pagamenti delle strutture sanitarie debbano avvenire entro 60 giorni dall’emissione della fattura, nessun valore medio regionale rispetta questo termine.

“Sebbene negli ultimi anni lo stock sia in calo – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – l’ammontare complessivo del debito commerciale del nostro servizio sanitario non è ancora stato ricondotto entro limiti fisiologici. Purtroppo, soprattutto nel Mezzogiorno, le nostre Asl continuano ad essere in affanno con i pagamenti, mettendo così in seria difficoltà moltissime Pmi”. Quali sono le cause che hanno determinato l’accumulazione di un debito così rilevante? "Se è noto che le Asl pagano da sempre con molto ritardo – conclude Zabeo - è altrettanto vero che in molti casi le forniture continuano ad essere acquistate con forti differenze di prezzo tra le varie regioni. Se, come ha avuto modo di denunciare la Fondazione Gimbe2, nella sanità italiana si annidano circa 22,5 miliardi di euro di sprechi, è verosimile ritenere che una parte dei ritardi nei pagamenti sia in qualche modo riconducibile alle distorsioni sopra descritte. In altre parole, non è da escludere che in alcune regioni, in particolar modo del Sud, avvengano degli accordi informali tra le parti per cui le Asl o le case di cura impongono ai propri fornitori pagamenti con ritardi pesantissimi, ma a prezzi superiori rispetto a quelli, ad esempio, praticati nel settore privato".

Il segretario della CGIA, Renato Mason, puntualizza: "Nonostante l’ammontare degli sprechi, sarebbe sbagliato generalizzare. E’ importante sottolineare che la nostra spesa sanitaria pubblica è inferiore di un punto percentuale di Pil rispetto a quella francese e di 0,5 punti rispetto a quella britannica. Inoltre, l’ottima qualità del servizio reso a molti cittadini italiani, soprattutto del nord Italia, non ha eguali nel resto d’Europa".

 Cala la percentuale dei contratti stabili sull'insieme dei rapporti di lavoro attivati: nel secondo trimestre 2017 - secondo quanto emerge dai dati sulle comunicazioni obbligatorie pubblicate dal ministero del Lavoro - i contratti a tempo indeterminato sono stati, comprese le trasformazioni da contratti a termine e da apprendistato - 475.895 con un lieve calo (-0,6%) rispetto allo stesso periodo del 2016. Ma la percentuale sul totale dei rapporti, complice il boom dei contratti a termine che sono cresciuti del 16,9% sullo stesso periodo 2016, è scesa al 15,8%. In pratica meno di un contratto su sei che si firma è a tempo indeterminato. Nel primo trimestre 2017 la percentuale dei contratti stabili era al 19,5% mentre nel secondo trimestre 2016 era al 16%, in linea con gli anni precedenti al 2015 (anno questo che ha risentito dello sgravio contributivo previdenziale totale per le assunzioni a tempo indeterminato).

Nuovo record del debito delle pubblico: a luglio è stato pari a 2.300 miliardi, in aumento di 18,6 miliardi rispetto al mese precedente. Lo comunica la Banca d'Italia spiegando che l'incremento ha riflesso l'aumento delle disponibilità liquide del Tesoro (per 32,9 miliardi, a 85,6; erano pari a 101,0 miliardi a luglio 2016), in parte compensato dall'avanzo di cassa delle Amministrazioni pubbliche (13,3 miliardi). Il debito delle amministrazioni centrali è aumentato di 19 miliardi, in calo di 400 milioni quello delle amministrazioni locali.

Grazie all’istituzione del Fondo di solidarietà prima casa, chi sta pagando un mutuo destinato all’acquisto dell’abitazione principale, e si trova in difficoltà economiche, può richiedere la sospensione del versamento delle rate. Al momento, e salvo ulteriori proroghe le domande per accedere al beneficio devono essere inoltrate entro il 31 dicembre 2017. Di conseguenza, sarà ancora possibile usufruire dell’agevolazione per tutto il 2018. La sospensione del pagamento delle rate può essere richiesta anche due volte per un massimo di 18 mesi nel caso in cui il titolare del mutuo perda il lavoro o insorgano condizioni di handicap grave o di non autosufficienza. Tali accadimenti devono verificarsi entro i tre anni precedenti la richiesta. Per accedere al Fondo di solidarietà, il reddito Isee dell’intestatario del finanziamento non deve superare i 30mila euro mentre il mutuo non deve essere maggiore di 250mila euro e deve essere in ammortamento da almeno un anno al momento della presentazione della richiesta. La domanda, insieme alla relativa documentazione, va presentata alla banca che ha erogato il mutuo, servendosi dell’apposito modello disponibile sul sito di Consap, la Concessionaria servizi assicurativi pubblici che gestisce il Fondo. Se la domanda viene accolta, la sospensione diventa operativa entro 30 giorni lavorativi da che l’accettazione della richiesta è stata comunicata dalla banca al titolare del mutuo. Non è invece possibile accedere alla sospensione delle rate se è stata avviata da terzi una procedura esecutiva sull’immobile oggetto dell’ipoteca mentre, se una tale azione viene avviata durante il periodo di sospensione, quest’ultima viene revocata. La sospensione non può inoltre essere richiesta se si è in ritardo con il pagamento delle rate per un periodo superiore ai 90 giorni consecutivi. Chi invece ha già beneficiato dell’agevolazione può richiederne una nuova (per un massimo di 12 mesi) dopo almeno due anni dalla precedente.

 

Nuovo appuntamento per chi ha aderito alla definizione agevolata, la cosiddetta rottamazione delle cartelle. La seconda rata con scadenza il 30 settembre cade di sabato e quindi, come previsto dalla legge, i pagamenti possono essere effettuati entro il primo giorno lavorativo successivo, ovvero lunedì 2 ottobre. Una data importante da ricordare perché il mancato o tardivo pagamento fa perdere i benefici della rottamazione e l’Agenzia delle entrate-Riscossione dovrà riprendere le procedure di riscossione. I contribuenti che hanno aderito alla definizione agevolata, si legge in una nota dell'Agenzia delle Entrate - Riscossione, hanno ricevuto i bollettini delle rate scelte con la domanda di adesione. Su ogni bollettino sono indicati: l’importo, il numero della rata, la scadenza del pagamento e il codice Rav. Per la rata in scadenza il 30 settembre, quindi, dovrà essere utilizzato il bollettino che riporta tale data. Sono molte le modalità e i canali di pagamento a disposizione dei contribuenti: sportelli bancari, internet banking, domiciliazione bancaria, sportelli bancomat, uffici postali, tabaccai, sito e sportelli dell'Agenzia delle Entrate - Riscossione. Sportelli bancari: presentando allo sportello il bollettino RAV ricevuto dall’Agente della riscossione, l’operatore procederà con il pagamento. Il contribuente può chiedere l’addebito sul conto corrente, se si è rivolto alla propria filiale, oppure può pagare con carta di credito o prepagata, bancomat e anche in contanti per importi sotto i 3 mila euro, nel rispetto della normativa antiriciclaggio e delle procedure operative della banca. Internet banking: bisogna collegarsi al sito della propria banca e utilizzare il servizio per il pagamento dei RAV. Basta inserire il numero del bollettino RAV e l’importo da pagare. Il numero di RAV è sufficiente per identificare il pagamento e il contribuente a cui è riferito il debito, quindi non è obbligatorio indicare la causale. Domiciliazione bancaria: si possono pagare le rate della definizione agevolata anche con l’addebito diretto sul proprio conto corrente degli importi contenuti nei bollettini Rav. È sufficiente completare il modulo allegato alla comunicazione delle somme dovute, inviata dall’Agente della riscossione, e presentarlo in banca presso la propria filiale. Per aderire al servizio di addebito diretto su conto corrente è necessario che la richiesta di attivazione del mandato, nel rispetto delle procedure e degli adempimenti previsti dal Sistema Interbancario, sia presentata alla banca del titolare del conto almeno 20 giorni prima della scadenza della rata, pertanto per la seconda rata il termine di sottoscrizione e consegna in banca era previsto per il giorno 12 settembre. Sportelli bancomat (Atm): è possibile pagare i bollettini della definizione agevolata direttamente agli sportelli Atm abilitati, utilizzando la propria tessera bancomat e accedendo al servizio per il pagamento dei Rav. Uffici postali: è sufficiente presentare il bollettino Rav ricevuto dall’Agente della riscossione e l’operatore di sportello procederà con il pagamento. Il contribuente può chiedere l’addebito sul proprio conto se è cliente Banco Posta. Può pagare con le carte BancoPosta e anche in contanti per importi sotto i 3 mila euro, nel rispetto della normativa antiriciclaggio. È possibile pagare i bollettini direttamente agli sportelli Atm di Poste Italiane ovvero ai chioschi abilitati utilizzando le carte BancoPosta. Tabaccai convenzionati con Banca 5 SpA, punti vendita Sisal e Lottomatica. Il contribuente deve presentare il bollettino RAV ricevuto dall’Agente della riscossione e il rivenditore provvederà a effettuare il pagamento. Si può pagare in contanti (fino a mille euro), con il bancomat o con la carta di credito (fino a 5 mila euro dai tabaccai e fino a 1.500 euro nei punti Sisal e Lottomatica). Sito Agenzia delle entrate-Riscossione e App Equiclick: il contribuente può pagare il bollettino Rav collegandosi alla sezione pagamenti del sito www.agenziaentrateriscossione.gov.it e inserendo il proprio codice fiscale, il codice Rav riportato nel bollettino e l’importo. Successivamente potrà scegliere tra molteplici operatori (banche, Poste e altri istituti di pagamento) che mettono a disposizione diverse modalità - bonifico, carte di credito, debito, prepagate, bollettino, addebito in conto - sulla piattaforma PagoPA, sistema pubblico che garantisce a privati e aziende di effettuare pagamenti elettronici alla pubblica amministrazione in modo sicuro e affidabile, semplice e in totale trasparenza nei costi di commissione. Sportelli di Agenzia delle entrate-Riscossione: il contribuente non deve necessariamente presentare il bollettino Rav ricevuto dall’Agente della riscossione, ma può richiedere di pagare indicando anche solo il proprio codice fiscale. L’operatore di sportello provvederà ad effettuare il pagamento. Il contribuente può pagare con carte di credito o prepagate, carte bancomat (nelle casse abilitate) e con titoli di credito, quali assegni circolari, assegni postali vidimati, vaglia cambiari emessi dalla Banca d’Italia e assegni di conto corrente bancario e postale, nel limite di 20 mila euro, intestati all’ordine dell’Agenzia delle entrate-Riscossione. Si può pagare anche in contanti per importi sotto i 3 mila euro, nel rispetto della normativa antiriciclaggio

L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, relatore il Commissario Francesco Posteraro, ha deciso di avviare procedimenti sanzionatori nei confronti degli operatori telefonici Tim, Wind Tre, Vodafone e Fastweb per il mancato rispetto delle disposizioni relative alla cadenza delle fatturazioni e dei rinnovi delle offerte di comunicazioni elettroniche. Al fine di garantire massima trasparenza e confrontabilità dei prezzi vigenti, nonché il controllo dei consumi e della spesa garantendo un’unità standard (mese) del periodo di riferimento delle rate sottostanti a contratti in abbonamento per adesione, con la delibera 121/17/CONS l’Autorità aveva infatti stabilito nel marzo scorso che per la telefonia fissa e per le offerte convergenti l’unità temporale per la cadenza delle fatturazioni e del rinnovo delle offerte dovesse avere come base il mese o suoi multipli. Al termine delle verifiche effettuate da Agcom, è risultato che gli operatori menzionati non hanno ottemperato alla delibera dell’Autorità. Agcom sta inoltre valutando l’adozione di ulteriori iniziative, anche per evitare che le condotte dei principali operatori di telecomunicazioni possano causare un effetto di “trascinamento” verso altri settori, caratterizzati dalle stesse modalità di fruizione dei servizi.

 

giift

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