Venerdì, 24 Novembre 2017

"L'Italia, negli ultimi anni, ha fatto notevoli passi in avanti nel miglioramento della qualità dell'istruzione", ma forti sono le differenze nelle performance degli studenti all'interno del Paese, "con le regioni del Sud che restano molto indietro rispetto alle altre", tanto che "il divario della performance in 'Pisa'(gli standard internazionali di valutazione) tra gli studenti della provincia autonoma di Bolzano e quelli della Campania equivale a più di un anno scolastico". Così l'Ocse nel rapporto sulla 'Strategia per le competenze'.

Pochi laureati, poco preparati e 'bistrattati' - "Solo il 20% degli italiani tra i 25 e i 34 anni è laureato rispetto alla media Ocse del 30%", afferma ancora il Rapporto.  Inoltre "gli italiani laureati hanno, in media, un più basso tasso di competenze" in lettura e matematica (26esimo posto su 29 paesi Ocse). Non solo, quelli che ci sono non vengono utilizzati al meglio, risultando un po' 'bistrattati'. L'Italia è "l'unico Paese del G7" in cui la quota di lavoratori laureati in posti con mansioni di routine è più alta di quella che fa capo ad attività non di routine. In inglese il fenomeno è noto come 'skills mismatch', in italiano si potrebbe tradurre con 'dialogo tra sordi', dove i due potenziali interlocutori sono il lavoratore e il posto di lavoro. Insomma le competenze non risultano in linea con la mansione. Cosa da noi "molto diffusa", spiega l'Ocse in un dossier specifico sulla materia.

Salari legati ad età e non competenze - "Il livello dei salari in Italia è spesso correlato all'età e all'esperienza del lavoratore piuttosto che alla performance individuale, caratteristica che disincentiva nei dipendenti un uso intensivo delle competenze sul posto di lavoro". "Attualmente l'Italia è intrappolata in un 'low-skills equilibrium', un basso livello di competenze generalizzato: una situazione in cui la scarsa offerta di competenze è accompagnata da una debole domanda da parte delle imprese". Insomma da una parte la forza lavoro non si presenta sul mercato preparata, attrezzata a svolgere le diverse mansioni possibili, dall'altra le aziende non pretendono. Un circolo vizioso che rischia di non portare lontano.

Ad agosto 2017 le vendite al dettaglio vedono un nuovo calo dopo quello di luglio. L'Istat registra una riduzione dello 0,3% in valore e dello 0,4% in volume rispetto al mese precedente e una flessione, anche rispetto ad agosto 2016, dello 0,5% in valore e dell'1% in volume. Aumenta il divario dei piccoli negozi (-2,4% su base annua) con la grande distribuzione (+1,4%) e i discount alimentari (+1,9%). Su base mensile calano i prodotti sia alimentari (-0,4% in valore e volume) sia non alimentari (-0,4% in valore e -0,5% in volume). Su base annua, mentre per i prodotti alimentari l'Istat rileva una crescita dello 0,8% in valore e una variazione nulla in volume, le vendite di prodotti non alimentari diminuiscono dell'1,5% in valore e dell'1,8% in volume.

La tassa nascosta, quella più insidiosa, ti attende al varco al supermercato. Lo ha annunciato il quotidiano economico Italia Oggi specificando che “l’ultima diavoleria è stata inserita di soppiatto nel decreto Mezzogiorno”. Dal 1° gennaio del prossimo anno – prosegue il quotidiano – “bisognerà pagare anche i sacchetti trasparenti e ultraleggeri dove si infilano frutta e verdure per poi pesarli, ritirare lo scontrino, appiccicarlo sul sacchetto e recarsi alla cassa. Non si può ovviamente utilizzare lo stesso sacchetto per più prodotti poiché ognuno ha un prezzo diverso. Perciò se la spesa riguarda mele, carote, pomodori, insalata e pesche occorreranno cinque sacchetti e il consumatore pagherà cinque volte. L’ipotesi è di dieci cent a sacchetto, quindi si farà presto a lasciare alla cassa qualche euro al giorno in più rispetto a oggi. Il ricavato è incassato dal supermercato (o dal negozio) ma poi finisce in parte allo Stato sotto forma di Iva e di imposta sul reddito. Insomma, pagheremo qualche cent in più frutta e verdura e il ministro delle Finanze ringrazia. Un esempio di come si può aumentare il gettito in modo circospetto, senza quasi farlo sapere”. Sarà vietato distribuire gratuitamente i sacchetti il cui prezzo di vendita dovrà risultare dallo scontrino.

Nel periodo gennaio-agosto 2017 le entrate tributarie erariali, accertate in base al criterio della competenza giuridica, ammontano a 287,045 miliardi di euro, in aumento dell'1,4% (+3.968 milioni di euro) rispetto allo stesso periodo del 2016. Lo rende noto il ministero dell'Economia in un comunicato.

Ad agosto risultano completati i versamenti delle imposte in autoliquidazione che presentano un andamento in linea con il gettito atteso. In particolare si segnala che l'Ires registra una crescita di 670 milioni di euro, recuperando in parte il calo verificatasi nei mesi di giugno e luglio a causa del differimento delle scadenze di versamento.

Neutralizzando gli effetti sul gettito del pagamento del canone Tv attraverso la bolletta elettrica (i cui primi versamenti si sono avuti a partire dal mese di agosto 2016 mentre nel 2017 i versamenti erano affluiti all'erario da gennaio), la crescita delle entrate tributarie nel periodo considerato risulta pari a +1%.

PRIMI OTTO MESI - Nei primi otto mesi dell'anno le imposte dirette registrano un gettito complessivamente pari a 155.470 milioni di euro, con un aumento di 552 milioni di euro (+0,4%) rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Le entrate Irpef ammontano a 120.093 milioni di euro, in crescita di 1.809 milioni di euro (+1,5%) per effetto principalmente dell'andamento positivo delle ritenute da lavoro dipendente e da pensione che mostrano un aumento di 1.578 milioni di euro (+1,6%) in linea con la crescita tendenziale dell'occupazione.

IRPEF - Il risultato riflette anche gli effetti di alcune misure introdotte dalla Legge di bilancio per il 2017 e, in particolare, dell'aumento delle detrazioni per i pensionati di età inferiore a 75 anni, equiparate a quelle previste per i pensionati di età pari o superiore ai 75 anni e delle revisioni al regime della tassazione dei premi di produttività. Si tratta di interventi di alleggerimento del carico tributario che riducono il gettito Irpef.

IRES - Gli introiti dell'Ires registrano una diminuzione di 389 mln (-2,3%) rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Il minor gettito è imputabile essenzialmente alla riduzione, a partire dall'anno di imposta 2017, dell'aliquota dal 27,5% al 24%, prevista dalla legge di stabilità per il 2016, che ha determinato un significativo alleggerimento del carico fiscale per le imprese, e ad altri provvedimenti come la maggiorazione degli ammortamenti e la più vantaggiosa deducibilità della svalutazione e delle perdite sui crediti delle banche e delle imprese di assicurazione.

VOLUNTARY DISCLOSURE - All'andamento delle imposte dirette di gennaio-agosto 2017 ha contribuito anche il gettito derivante dalla collaborazione volontaria (cosiddetta 'voluntary disclosure'), introdotta per favorire la regolarizzazione di capitali finora non dichiarati al fisco, che ha fatto registrare versamenti per 457 milioni di euro.

IVA - Il gettito delle imposte indirette ammonta a 131.575 milioni di euro, in aumento del 2,7% (+3.416 milioni) rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Le entrate dell'Iva sono pari a 79.430 milioni di euro (+3,2%). Le entrate dell'accisa sui prodotti energetici, loro derivati e prodotti analoghi (oli minerali) mostrano un incremento di 258 milioni (+1,6%) rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso; il gettito dell'accisa sul gas naturale per combustione (gas metano) ha generato entrate per 2.284 milioni .

GIOCHI - Il gettito relativo ai giochi, pari a 9.327 milioni di euro, presenta, nel complesso, una variazione negativa di 101 milioni rispetto allo stesso periodo del 2016.

Due italiani su cinque nel 2016 non riuscivano a risparmiare, costretti tra vincoli di bilancio familiare troppo stringato e una buona dose di debiti. Il restante 60% invece ha potuto risparmiare in maniera regolare.
    Questo quanto emerge dall'ultimo rapporto Consob sulle scelte di investimento delle famiglie italiane.
    Nel 2016, in linea con gli andamenti dell'area euro, è proseguita la crescita del reddito disponibile delle famiglie italiane, la cui ricchezza netta è rimasta invece sostanzialmente stabile attorno ai livelli pre-crisi. Il tasso di risparmio domestico è lievemente aumentato, anche se continua a rimanere inferiore ai valori di lungo periodo e alla media dell'Eurozona. Significativamente più contenuti di quelli europei rimangono gli indicatori di indebitamento delle famiglie, mentre i loro prestiti hanno raggiunto il livello più alto dell'ultimo triennio, sebbene soprattutto in Italia la domanda mostri un andamento discontinuo.

Lo chiamano 'effetto Amazon'. Per ora in Italia non si è visto, ma siamo ancora indietro rispetto ad altri mercati più maturi come quello americano. Con l'e-commerce pigliatutto rischia di sparire chi non cambia. "Da un lato vediamo come negli Stati Uniti e nel Regno Unito alcune catene sono andate in crisi, si parla anche di una chiusura di migliaia di punti vendita pari a circa a 8mila e cinquecento entro la fine di quest'anno. Chi non cambia, è destinato a fallire" dice Valentina Pontiggia, direttore dell'Osservatorio eCommerce B2c Netcomm Politecnico di Milano. Di certo, si sa che il punto vendita degli anni Novanta, del Duemila, non resterà più lo stesso. "Gli store del futuro offriranno anche dei servizi di e-commerce come per esempio il servizio 'click and collect', acquistare on line e ritirare comodamente in negozio, oppure il reso di un prodotto, acquistato sul web in negozio". In Italia siamo ancora indietro. "Mentre in America e nel Regno Unito abbiamo un tasso di penetrazione del 15-20%, da noi il peso dell'e-commerce sui consumi si attesta sul 5,5%. Siamo, quindi, molto più indietro, per questo non abbiamo avuto per ora un effetto diretto, ma c'è forte fermento anche da tutta la grande distribuzione organizzata".

Se dal colosso del commercio elettronico preferiscono non parlare di scenari futuri, molti supermercati si stanno organizzando per rispondere alla concorrenza. Da Carrefour a Esselunga il carrello si riempie anche sul web. La Coop permette di ordinare la spesa online e di ritirarla, già da due ore dopo, nel punto di ritiro più vicino e all'orario più comodo. "Siamo appena partiti, da quest'anno con il servizio CoopDrive a Beinasco nel torinese e per ora siamo attorno all'11% delle vendite rispetto a un punto vendita tradizionale - spiega Cristian Laurenza, responsabile di Area della Nova Coop -, è un mercato che ancora deve 'esplodere'". Si vende soprattutto scatolame, ma anche pasta, salumi e formaggi confezionati. "E' una clientela "più giovane" rispetto a quella dei nostri supermercati, tra i 30 e i 50 anni - dice Laurenza -, con un tasso di scolarizzazione elevato. Per la maggior parte sono laureati". C'è solo questo punto ritiro di Beinasco sotto la Mole, "ma nel 2018 ne aprirà uno in centro a Torino". In Lombardia ce n'è uno a Milano, Bergamo, a Cassano d'Adda e Roncadelle. In Liguria a Genova, mentre in Piemonte a quello di Beinasco nel torinese e in Toscana a Viareggio in provincia di Lucca e Rosignano Solvay nel livornese.

Per ora è attivo, invece, solo su Bologna e Roma, ma punta ad allargarsi a tutta Italia, il servizio di spesa online EasyCoop. L'assortimento vanta oltre 11mila prodotti tra cui anche frutta, verdura, carne, pesce, salumi e latticini. "I clienti possono fare la spesa online e riceverla direttamente sul pianerottolo di casa" spiegano dalla Coop, magari salvandosi più liste da riutilizzare ogni volta. "Mezz'ora prima vengono avvisati via sms dell'orario preciso di consegna, con nome e foto dell'addetto che si troveranno davanti con le buste".

Diverso e unico in Italia è il sistema dei supermercati Unes/U2 che usano la vetrina della piattaforma Amazon. "Noi abbiamo fatto una scelta precisa - dice Gian Maria Gentile, responsabile digital Unes/U2 -, abbiamo una partnership con Amazon Italia, che per la spesa on line ha due mondi: Amazon.it, dove il grocery è esclusivamente secco e scatolame, e noi facciamo da fornitori per quello che riguarda i nostri prodotti a marchio 'il Viaggiator Goloso'. L'altro canale di vendita è Amazon Prime Now, che fa la consegna gratuita in 2 ore a Milano e hinterland per ora, a chi è abbonato Prime. Su questa piattaforma sono attivi tre operatori: Amazon retail, il nostro negozio U2 Supermercato e NaturaSì".

Come funziona? "Il cliente può ordinare tramite App o via sito scegliendo l'orario di consegna in finestre da due ore, quindi molto veloce - dice Gentile -, ma può anche ricevere la spesa, entro un'ora, pagando 6,90 euro". Potrà, inoltre, seguire il percorso del trasportatore sulla mappa della città in modo da sapere in tempo reale, dove si trova la propria spesa. "La partnership ci ha permesso di entrare in un mercato nuovo per U2 Supermercato - aggiunge - in tempi ridotti, accedendo alla conoscenza dei comportamenti d'acquisto dei nuovi consumatori in termini di abitudini di consumo".

Si sta delineando, quindi, un panorama chiaro dei consumatori del futuro e delle loro preferenze. "C'è forte richiesta di prodotti appartenenti al mondo del Free From (quelli senza lattosio, senza glutine, etc.), ma anche del mondo vegano e vegetariano - spiega Gentile -. Ci siamo resi conto che alcune categorie, ormai, si vendono principalmente online come i pannolini per i bimbi". Scopriamo, poi, che è un falso mito quello della frutta e verdura che si preferisce scegliere di persona. "Il reparto ortofrutta ha una penetrazione del tutto simile a quella nei punti vendita tradizionali - rivela Gentile -. Diciamo che, più in generale, il consumatore online premia il prodotto di qualità per cui è disposto a spendere anche qualcosa in più". E la sfida si giocherà, proprio, su questo. "Nel futuro sarà ancor di più il prodotto" a fare la differenza, conclude il responsabile digital Unes/U2, "perché, prima o poi, tutti avranno un servizio di home delivery ossia di consegna a domicilio" e "avranno superato tutte quelle difficoltà, legate all'evoluzione multicanale".

La terra, i suoi prodotti ed i manufatti simbolo della dieta Mediterranea ai giovani piacciono sempre di più. Lo ha accertato una ricerca Unioncamere -InfoCamere presentata nell'ambito del Villaggio Coldiretti, l'iniziativa in corso a Milano. Secondo l'analisi, a fine giugno 2017 sono poco meno di 57mila le imprese agricole e dell' industria alimentare guidate da under 35, il 6,8% in più del 2016. La loro diffusione è tanto più significativa considerando l'andamento complessivo del settore che continua a perdere qualche tassello: 812.834 imprese agroalimentari totali registrate alla fine di giugno scorso, 2.481 in meno rispetto a giugno 2016).Grazie a questo loro "ritorno alla terra", l'impresa giovanile agroalimentare aumenta la sua incidenza sul totale, arrivando a rappresentare il 7% del sistema produttivo.
    Il Mezzogiorno, con la Sicilia al primo posto, è l'area del Paese in cui i giovani imprenditori fanno sentire di più la propria presenza: più di 30mila quelli registrati a fine giugno scorso, l'8,1% del totale delle imprese del settore. A contendersi le prime 10 posizioni della classifica delle province sono 8 realtà meridionali e due piemontesi. Sul podio, Bari, Salerno e Foggia, seguite da Nuoro. Al quinto posto Cuneo, che batte di un soffio Catania. Quindi, Cosenza, Sassari, Torino e Potenza. Sul fronte opposto della classifica per numero di imprese under 35, Trieste, Gorizia, Prato, Rimini, Monza e Brianza, Lodi e Verbano Cusio Ossola, tutte realtà in cui queste attività non raggiungono il centinaio.
    Nuoro, Crotone, Massa Carrara, seguite da Belluno, Verbano Cusio Ossola e Sondrio sono invece le province in cui le imprese under 35 "pesano" di più sul totale delle attività del settore.
    A Nuoro i giovani rappresentano addirittura il 16,5% degli imprenditori agroalimentari della provincia, a Crotone il 12,9%, a Massa Carrara il 12,7%. Poco rappresentata la componente giovanile nel settore agroalimentare, invece, a Rimini, Ravenna e Ferrara, dove le imprese giovanili non raggiungono il 3% del totale dell'impresa agroalimentare locale

Ammonta a quasi 87 miliardi di euro l'anno il totale dell'evasione fiscale in Italia. Nel periodo 2010-2015 l'ammontare complessivo di gettito sottratto alle casse dello Stato si è attestato rispettivamente a 83 miliardi, 90,2 miliardi, 86,9 miliardi, 87,5 miliardi, 89 miliardi e 85,2 miliardi. Questi i dati principali di un rapporto del Centro studi di Unimpresa che ha analizzato la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza approvato il 23 settembre dal consiglio dei ministri.

Secondo l'analisi dell'associazione, la media dell'evasione fiscale è attestata, nei sei anni che vanno dal 2010 al 2015, a 86,9 miliardi. Il picco massimo è stato raggiunto nel 2011 con 90,2 miliardi, il minor livello nel 2010 con 83,04 miliardi. Irpef e Iva risultano tra le imposte più evase: la tassa sui redditi registra mancati versamenti medi per 30,7 miliardi, mentre per quanto riguarda il balzello sui consumi sfuggono all'amministrazione finanziaria 35,5 miliardi.

Nel dettaglio, nel 2015 si sono registrati mancati versamenti di Irpef (imposta sul reddito delle persone fisiche) per 31,6 miliardi, di Ires (imposta sul reddito delle società) per 10,2 miliardi, di Iva (imposta sul valore aggiunto) per 34,7 miliardi, di Irap (imposta regionale sulle attività produttive) per 8,1 miliardi, di imposta sulle locazioni per 1,3 miliardi e del canone Rai per 1 miliardo.

"Le tasse vanno pagate e onorate le scadenze col fisco - commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci - è un dovere di tutti i contribuenti sia famiglie sia imprese. Tuttavia, quando si osservano dati sull'evasione fiscale, - osserva - non si possono ignorare alcuni aspetti. Come il fatto che una parte dei soggetti che decide di non versare imposte e tributi nelle casse dello Stato lo fa per necessità, talora per la mancanza assoluta di disponibilità talora per far fronte ad altri pagamenti. Ciò vale per le famiglie e vale soprattutto per le imprese. L'imprenditore che non paga, spesso dirotta il denaro al pagamento degli stipendi o di altri fornitori magari artigiani, piccole aziende o professionisti" conclude Pucci.

La spesa pensionistica continuerà a salire, per i prossimi 20 anni, raggiungendo il picco massimo nel 2040, quando toccherà il 18,4% del pil. In 20 anni, cioè rispetto al 2020, crescerà di 3,1 punti percentuali, che ammontano a oltre 50 miliardi. I dati, contenuti nelle tabelle della nota di aggiornamento al Def mostrano che il capitolo previdenziale prenderà più della metà delle risorse destinate al welfare (che raccoglie la sanità, la scuola, gli ammortizzatori sociali e il long term care).

Le risorse per le pensioni registreranno una crescita ininterrotta, passando dal 15,3% del pil, al 16% cinque anni dopo, al 16,9% nel 2030 e al 17,9% nel 2035, per toccare il picco massimo nel 2040. Nello stesso periodo la spesa complessiva passerà dal 26,9% del pil nel 2020 al 30,7% nel 2040 (+3,8 punti). Seconda voce, per importanza, è quella della sanità che nel 2020 parte dal 6,3% del pil per arrivare al 7,3% nel 2040, crescendo di un punto percentuale.

Per la scuola si stima una riduzione delle risorse, in termini percentuali, passando dal 3,4% del 2020 al 3,1% del 2040. Mentre al capitolo long term care (ltc) è destinato l'1% del pil nel 2020, che sale fino all'1,3% nel 2040. In calo anche gli ammortizzatori sociali, che dallo 0,8% del pil passano allo 0,6%.

Le previsioni proseguono fino al 2070, con aggiornamenti quinquennali, disegnando una traiettoria discendente della spesa pensionistica, che tra circa mezzo secolo dovrebbe arrivare al 13,8% del pil. Proseguirà invece il percorso in salita per la sanità, fino al 2050-2060, quando arriverà al 7,7%, per poi registrare un lieve calo (7,6% del pil nel 2070). La spesa destinata al ltc salirà fino al 2060-2065, arrivando all'1,7%, per poi chiudere il percorso all'1,6%.

Stesso percorso per le risorse destinate alla scuola, che vengono stimate in salita (3,4%) nel 2055-2060, per curvare leggermente al 3,3% nelle due elaborazioni successive. Infine gli ammortizzatori sociali, che restano fermi allo 0,6% del pil fino al 2070. Il totale delle spese per il welfare, nel 2070, scenderà al 26,9% tornando esattamente dove era partito cinquanta anni prima.

Dopo l’aumento di luglio, la stima delle persone in cerca di occupazione ad agosto cala dell’1,4% (-42mila) con un tasso di disoccupazione che scende all’11,2% (-0,2 punti percentuali) mentre quello giovanile cala al 35,1% (-0,2 punti). Lo comunica l'Istat nelle stime provvisorie.

L'istituto segnala come la diminuzione della disoccupazione interessi entrambe le componenti di genere e tutte le classi di età ad eccezione dei 35-49enni.

GLI INATTIVI - Dopo la forte diminuzione del mese scorso, ad agosto la stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni è ancora in lieve calo (-0,1%, pari a -9mila). Si tratta di un calo, aggiunge l'Istat, determinato dalle donne e dai 15-34enni, a fronte di un aumento tra gli uomini e tra gli over 35. Il tasso di inattività è stabile al 34,3%.

GLI OCCUPATI - Nel trimestre giugno-agosto, rispetto ai tre mesi precedenti, alla crescita degli occupati si accompagna sia il calo dei disoccupati (-1,2%, -36mila) sia quello degli inattivi (-0,7%, -94mila).

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