Lunedì, 18 Giugno 2018

E' tempo di quattordicesime e tra la seconda metà di giugno e la prima di luglio saranno quasi 7,5 milioni gli italiani che riceveranno la mensilità in più. Secondo le elaborazioni dell’Ufficio Economico Confesercenti sulla base dei dati Istat e un survey Swg, l'importo medio sarà di 1.250 euro per i dipendenti e di 480 euro per i pensionati, per un totale di circa 6,8 miliardi di euro.

Si tratta, segnalano gli analisti di Confesercenti, di "un'iniezione di liquidità consistente, di cui però meno della metà -il 47%- pari a 3,2 miliardi andrà in consumi". Buona parte dello stipendio aggiuntivo - il 29%, o 2 miliardi di euro - verrà infatti usata per le spese fisse e per saldare conti in sospeso e debiti con il fisco, tra cui le ultime rate della rottamazione delle cartelle esattoriali.

Ma, rileva l'analisi, cresce decisamente anche la quota di risparmiatori, che quest’anno accantoneranno quasi 1,6 miliardi (il 23%), quasi 600 milioni in più dello scorso anno. Lo studio di Confesercenti rileva che la quota di quattordicesima destinata ai consumi sarà utilizzata soprattutto per le vacanze, su cui confluiranno circa 1,6 miliardi di euro, mentre 1,2 miliardi andranno via per regali e altre spese straordinarie, come il rinnovo degli elettrodomestici. Circa 500 milioni, invece, saranno usati negli ormai imminenti saldi estivi.

Tra le spese obbligate, invece, la voce più consistente è costituita dai conti in sospeso: debiti, bollette scadute e pagamenti in ritardo cui gli italiani destineranno circa 800 milioni di euro. Pesante, quest'anno, anche l’incidenza del fisco, che assorbirà circa 400 milioni di euro. Altri 400 milioni andranno ai mutui, mentre 300 milioni di euro circa saranno impiegati per spese legate alla salute. Per quanto riguarda il risparmio, 1,4 miliardi di euro diventeranno liquidità di riserva, mentre 200 milioni saranno immobilizzati in qualche forma di investimento

"Tra indebitati e formiche, purtroppo, anche quest’estate gli italiani saranno poco cicale" commenta Confesercenti segnalando che "come sempre, incidono i debiti pregressi, in particolare con il fisco, quest’anno più rampante che mai vista anche per via della coincidenza dell’arrivo delle quattordicesime con la fase finale della rottamazione delle cartelle esattoriali, la cui ultima rata è prevista per il 31 luglio".

"È la dimostrazione che la definizione agevolata, per quanto utile, è stata troppo onerosa: sarebbe stato opportuno -segnala Confesercenti- prevedere un maggior numero di rate ed importi minimi più bassi. Ma anche la crescita del risparmio non va sottovalutata: i lavoratori mettono i soldi ‘sotto il materasso’ quando il clima di fiducia si deteriora". "È dunque necessario dare un segnale forte per restituire certezze a cittadini e imprese, che ancora risentono degli effetti dell’instabilità seguita allo stallo politico di quest’anno" sollecita infine Confesercenti.

Prestiti, sempre più prestiti, anche per andare in vacanze. Già l'anno scorso ben 24 mila italiani hanno chiesto un prestito medio di 4.180 euro per potersi fare le vacanze. Indebitandosi complessivamente per ben 100 milioni di euro. La ricerca ha evidenziato che, dal 2016 al 2017, è diminuita di 2 anni e mezzo l'età media di chi si è rivolto a una finanziaria per le ferie, passando da 40 anni e 1 mese a 37 anni e 6 mesi. Una riduzione su cui ha avuto un ruolo determinante l'aumento della percentuale di richieste presentate dagli under 30, più che raddoppiata nel corso di un anno; se nel 2016 solo il 15,4% delle domande di prestito personale per cui si esplicitava la finalità “viaggi e vacanze” facevano capo a un giovane con meno di 30 anni, nel 2017 la percentuale è salita al 32,8%. «Per chiedere ed ottenere un prestito da una società del credito è fondamentale poter contare su una posizione lavorativa stabile o, in alternativa, su un garante», spiega Andrea Bordigone, Responsabile BU prestiti di Facile.it. «L'aumento delle richieste di prestito provenienti dagli under 30 va quindi letto positivamente e contestualizzato all'interno di un generale miglioramento delle condizioni lavorative dei giovani, di un atteggiamento più fiducioso verso il futuro, nonché di una maggiore consapevolezza finanziaria.». «Oggi chiedere un prestito da 4.000 euro da restituire in 3 anni» - continua Bordigone - «significa ottenere una rata mensile di circa 115 euro, spesa sostenibile anche per un giovane».

Un miliardo, tanto vale la vendita diretta delle oltre 4 mila specialità agricole negli spacci aziendali, mercatini rionali, locali e cittadini in Italia. A tracciare l'andamento dei mercati contadini è la Cia Agricoltori Italiani, in occasione dell'assemblea dell'associazione "La Spesa in Campagna", che ha riconfermato alla presidenza Matteo Antonelli.

Secondo l'Ufficio Studi Cia, sono più di 10 mila gli agricoltori, 5 mila aderenti a 'La Spesa in Campagna', che in tutta Italia vendono direttamente i propri prodotti. Un successo che risponde ad un aumento del 10% della domanda da parte delle famiglie, con un italiano su quattro che ogni anno acquista almeno 1 volta dal produttore.

I lavori, ai quali ha partecipato il sottosegretario alle Politiche agricole, Franco Manzato, hanno messo a fuoco l'importanza del mercato contadino, ribadendo il ruolo della filiera corta e cortissima, dal campo al mercato, nella promozione della biodiversità agroalimentare italiana, custodita dalle aziende agricole, espressione di singolarità culturali e paesaggistiche, oltre che sociali e economiche.

"In quattro anni abbiamo costruito un percorso importante", commenta Antonelli, 33 anni, di Ortonovo (La Spezia), dove conduce un'azienda che produce olio e vino con agriturismo e fattoria didattica. "Rappresentiamo tutte le regioni italiane e, alla luce delle tante iniziative realizzate, abbiamo la consapevolezza che occorre ragionare sempre più sull'evoluzione dei diversi target dei consumatori e sulla varietà di realtà aziendali che noi stessi rappresentiamo come agricoltori".

Lavoravano per 3 euro all'ora nelle campagne di Marsala e di Mazara del Vallo, ricevevano pane duro a pranzo e a cena, venivano sfruttati anche per 12 ore al giorno. E' quanto sono stati costretti a subire diversi lavoratori immigrati, clandestini e regolari, reclutati da due agricoltori di Marsala (Trapani), padre e figlio, rispettivamente di 68 e 35 anni, arrestati oggi dalla Polizia di Trapani.

I due sono finiti ai domiciliari su ordine del GIP di Marsala con l'accusa di sfruttamento della manodopera aggravato e in concorso. Il Giudice ha disposto anche il sequestro preventivo di due vigneti e di un vasto oliveto, di proprietà degli arrestati, dove venivano fatti lavorare gli immigrati.

Le indagini della Squadra Mobile, coordinate dalla Procura della Repubblica di Marsala, sono durate sei mesi e hanno accertato che i due "caporali" sfruttavano gli immigrati facendoli lavorare non solo nelle loro aziende, ma anche mettendoli a disposizione di altri agricoltori di Mazara del Vallo e di Marsala. Quasi ogni mattina andavano a prelevarli con le loro macchine e li portavano nei campi per fare la vendemmia, la raccolta delle olive, della frutta e della verdura.

Sono state le intercettazioni e le telecamere installate dagli investigatori a inchiodare i due responsabili. Padre e figlio svolgevano rapide 'contrattazioni' con gli immigrati sulla paga oraria, sulle ore di lavoro e sul cibo e decidevano quale lavoratore impiegare: chi "faceva troppe storie" sul compenso o sul cibo veniva subito "scartato". Dalle indagini della Polizia di Stato è emerso che gli arrestati sfruttavano la manodopera almeno da tre anni, facendo fare turni di lavoro massacranti che iniziavano alle 5 del mattino.

Tre euro era la paga oraria massima oltre alla "mangiarìa", cioè il panino che i due "caporali" davano ai lavoratori come pasto della giornata, non sempre previsto se la paga era un pò più alta. Spesso, però, il pane era duro e scarso; per questo motivo, alcuni degli immigrati sfruttati si lamentavano, chiedendo almeno del pane più morbido e più abbondante. I terreni sequestrati dalla Polizia saranno confiscati dallo Stato, perché utilizzati per compiere il reato di sfruttamento della manodopera.

Loro si facevano chiamare "padrone", e agli immigrati ridotti praticamente in schiavitù avevano assegnato i nomi dei giorni della settimana, come il "Venerdì" di "Robinson Crusoe", il romanzo del '700 di Daniel Defoe. Dalle indagini è emerso che i lavoratori si rivolgevano ai due uomini chiamandoli "padrone" e, questi, a loro volta li chiamavano con i nomi della settimana: "giovedì" era il nome assegnato ad uno degli uomini sfruttati. Gli immigrati venivano prelevati da un capannone nelle campagne di Marsala, dove vivevano in pessime condizioni igienico sanitarie, o erano reclutati direttamente nei centri di accoglienza per migranti.

Sciopero dei benzinai contro la fatturazione elettronica. Le organizzazioni di categoria dei gestori degli impianti di rifornimento carburanti -Faib Confesercenti, Fegica Cisl e Figisc/Anisa Confcommercio- hanno proclamato lo sciopero nazionale sia sulla rete ordinaria che su quella autostradale, per il 26 giugno. E' quanto si legge in comunicato congiunto delle tre Federazioni che denunciano l'estrema criticità con cui il settore e i suoi utenti rischiano di dover affrontare i nuovi obblighi relativi alla fatturazione elettronica che, in assenza di provvedimenti normativi, scatteranno dal prossimo 1° luglio.

A meno di tre settimane dalle scadenze poste dalla legge -prosegue la nota- sono tali e tanti i ritardi e le incoerenze sia sulla certezza delle modalità operative che sui supporti tecnologici che l'amministrazione si era impegnata a mettere a disposizione che, senza alcuna enfasi, si può ragionevolmente affermare come la rete distributiva, per larga parte costituita -sarà bene ricordarlo- da "chioschi da marciapiede", sia effettivamente a rischio di blocco e paralisi. 

Una conseguenza inaccettabile per un settore e una intera categoria che pure nei scorsi mesi si era resa ampiamente disponibile, collaborando con l'amministrazione fattivamente per consentire la sperimentazione in anticipo l’introduzione di norme che dal 1° gennaio prossimo interesseranno tutti gli altri indistintamente.

"Pur comprendendo il delicato momento di transizione di Parlamento e governo, le scadenze ravvicinatissime ed il livello di impreparazione del 'sistema' dovrebbero di per sé consigliare un intervento normativo urgente e risolutivo che, oltre al resto, posponga i termini già fissati", prosegue la nota sindacale.

"Al contrario, le ripetute sollecitazioni avanzate anche direttamente verso il ministro Prof. Tria non sono riuscite finora a sortire neanche un segnale di attenzione. Per queste ragioni -conclude la nota sindacale- alla categoria non rimane altro strumento di azione che proclamare lo sciopero nazionale di 24 ore, per martedì 26 giugno".

Il commercio vogherese non può mai smettere di fare i conti con le croniche difficoltà che derivano dall’operare in una città poco attrattiva, tendenzialmente sonnolenta e sulla quale il Comune avrà, per l’estate in arrivo, ancor meno risorse da investire che in passato. L’assessore al commercio Marina Azzaretti aveva dichiarato in una precedente intervista al nostro giornale che le sarebbe piaciuto investire ben più che 20mila euro sui “Giovedì sotto le stelle” d’estate. Oggi, dopo che la Corte dei conti ha imposto un rientro di quasi 3 milioni di euro al Comune, il destino di questa manifestazione, negli anni scorsi patrocinata in gran parte da palazzo Gounela, passa ufficialmente nelle mani dei commercianti. Giancarlo Maconi, presidente di Acol, annuncia che saranno proprio le associazioni di categoria a sobbarcarsi l’onere dell’organizzazione. «Hanno chiesto la nostra collaborazione e cercheremo di dargliela, coscienti che i soldi sono pochi per loro come per noi. Ci occuperemo della parte burocratica e del coordinamento delle varie iniziative» spiega Maconi. Gli eventi saranno quattro in tutto, uno già fissato dall’Amministrazione con l’esibizione di tre tenori. Tutti gli eventi, in calendario a luglio, saranno incentrati in piazza Duomo. 

Quale sarà il vostro ruolo?

«Cercheremo di creare degli eventi collaterali a quelli organizzati dall’amministrazione ma sempre però restando nella zona della piazza Duomo perché, con le nuove normative antiterrorismo, è diventato molto difficile organizzare altrove dovendosi accollare gli oneri di messa in sicurezza delle aree. La procedura si è fatta molto complessa».

Qual è la difficoltà?

«Secondo la normativa Gabrielli tutti gli eventi che esulano dall’ordinario e possono attirare pubblico vanno gestiti in modo particolare. Questo complica le cose e aumenta esponenzialmente i costi, perché bisogna farsi carico anche degli oneri che questa messa in sicurezza comporta».

Una situazione che per Voghera rischia di trasformarsi in un boomerang, proprio per il fatto che le risorse, sia del pubblico che del privato, latitano. Come è il bilancio del post Sensia per i commercianti?

«Chi ha organizzato degli eventi è soddisfatto, chi invece l’ha vissuta in maniera più passiva non ha fatto granchè. Ma è normale, da sempre l’Ascensione è un evento decentrato rispetto alla zona commerciale e difficilmente finisce per portare indotto. A meno che non ci si affidi a un buono spirito di imprenditoria».

Il Comune alcuni mesi fa ha introdotto alcune misure per incentivare il commercio del centro, come parcheggi gratuiti il sabato pomeriggio o sgravi fiscali per i piccoli negozi. Hanno sortito qualche effetto?

«Si tratta di iniziative apprezzate ma che di certo non possono essere risolutive. Purtroppo Voghera è una città scarsamente attrattiva e i centri commerciali hanno sempre un appeal maggiore sulla clientela. Il problema è economico e di livello nazionale, il Comune non può fare molto».

Crede che il progetto legato al Teatro Sociale possa rappresentare una svolta?

«Non saprei, di sicuro si tratta di un progetto a lungo termine, i cui effetti si vedranno in ogni caso tra molti anni».

La situazione interna all’associazione è tranquilla? Si è parlato di “fuggi fuggi” per via dell’uscita di Tordi e Moroni dal direttivo…

«Chiacchiere. Loro sono usciti per motivi personali, posso garantire che l’amicizia che ci lega è immutata. Anzi, per Fabio Tordi ci sarà ancora più lavoro da gestire… sottobanco!».

Acol è un’associazione che rappresenta moltissimi ambulanti. Com’è lo stato di salute del mercato cittadino?

«Non buono. Il mercato oggi non è più quello non dico di 20, ma neppure di 2-3 anni fa. Il comparto gastronomico si è notevolmente ridotto, probabilmente perché le abitudini della clientela si sono modificate, ma in generale tutti i settori sono in sofferenza, con un visibile e pesante calo dell’affluenza che continua ormai da mesi».

Come mai secondo lei?

«Come detto, le abitudini dei consumatori sono cambiate e lottare contro l’attrattività (leggi comodità) dei centri commerciali è sempre più difficile. Prima il giro al mercato era un’istituzione, oggi manca di attrattività».

Come si potrebbe fare per rilanciarlo?

«L’unico modo per tornare a essere attrattivi è investire sulla qualità. Purtroppo ci sono troppi banchi che invece puntano su quantità e prezzi stracciati, secondo noi in un modo che meriterebbe maggiori controlli da parte delle autorità competenti. Vendere vestiti a 1 euro non solo rappresenta una concorrenza sleale, ma abbassa lo standard qualitativo e fa scadere la nomea della piazza. Non è così che si rende il mercato più attrattivo».

Ci sono altre iniziative concrete a sostegno degli ambulanti che si potrebbero attuare?

«Si è parlato di tante cose negli anni, di uno spostamento del mercato da piazza Duomo, dell’istituzione di un servizio autobus per portare gente, di un mercato domenicale…la realtà è che viviamo una congiuntura economica critica e secondo noi solo offrire qualità può far tornare la gente a comprare in piazza».

 di Christian Draghi

Cambiano le norme che regolano le cosiddette “case famiglia”, le residenze private per la cura degli anziani che negli anni scorsi hanno vissuto un vero e proprio boom in Oltrepò Pavese. Regione Lombardia con una delibera dello scorso gennaio ha voluto mettere ordine in un microsistema che da tempo ormai si muoveva seguendo regole non ben definite e fissare così degli standard per il funzionamento di queste “Mini case di riposo”.  La questione ha portato non pochi grattacapi alle imprese, normalmente di livello famigliare. Molte a rischio chiusura, posti di lavoro in bilico. L’Oltrepò è toccato molto da vicino da questa nuova norma poiché vanta un singolare primato: quello della zona con più alta densità di (ex) case famiglia in tutta la penisola. A presentarci il quadro della situazione è Stefano D’Errico, presidente dell’Aira, l’associazione nazionale residenze per anziani.

D’Errico Può spiegarci cosa cambia a livello legislativo e, di conseguenza, a livello pratico per questi operatori?

«A livello pratico esistevano strutture chiamate “Casa Famiglia” che nel tempo si sono rivelate essere un fenomeno notevole nel panorama Lombardo ed in particolare in provincia di Pavia, le quali non venivano considerate dalla pubblica amministrazione come unità d’offerta sociale, ma soltanto attività meramente commerciali, nonostante la loro chiara connotazione di tipo sociale. Ad oggi con l’introduzione della delibera 7776/2018, Regione Lombardia ha voluto regolamentare e fissare degli standard per il funzionamento di queste “mini case di riposo” e la questione complica le cose per loro». 

Quante sono le case famiglia in Oltrepò?

«Quantificare è difficile, ma l’Oltrepò inteso come distretti Ats è la zona con la più alta densità di ex Case Famiglia della provincia di Pavia, che a sua volta è la provincia con la più alta densità della Lombardia e di conseguenza in assoluto in Italia».

Quante di queste si ritrovano messe fuori norma dalla nuova legge?

«Non esistono cifre precise, dalle informazioni che abbiamo reperito circa un terzo del totale, ma la cosa che più ci preoccupa è che anche quelle che hanno manifestato la volontà di “convertirsi” in Comunità Alloggio Sociale per Anziani, in molti casi, non hanno oggettivamente i requisiti per funzionare. Il territorio risentirebbe in maniera grave di eventuali chiusure: basti pensare che il 100% delle ex Case Famiglia sono a totale finanziamento privato e quindi non intaccano minimamente il welfare sociale Regionale e locale. Questo significa che molte persone anziane che oggi sono assistite in maniera privata dovrebbero per forza rivolgersi a strutture che prevedono finanziamenti pubblici, con un impatto sulla spesa sociale che possiamo solo immaginare».

Cosa devono fare i proprietari delle ex case famiglia per mettersi in regola?

«I proprietari o gestori per regolarizzarsi devono anzi tutto fare una valutazione tecnica dei requisiti richiesti dalla nuova delibera e, se idonei, presentare una “Comunicazione Preventiva di Esercizio” ai sensi del D.D.G. 1254/2010 e per conoscenza alla Ats di Pavia ed iniziare il percorso di regolarizzazione nei tempi previsti. Il 23 aprile scorso , con la delibera 44/2018 , Regione Lombardia ha prorogato di altri 2 mesi i termini per potersi “convertire” in unità d’offerta sociale e di 5 mesi per i requisiti organizzativi richiesti. In ogni caso tutti i gestori possono rivolgersi alla nostra associazione o visitare il portale che abbiamo messo a disposizione per tutti i dettagli tecnici www.comunitaalloggiosocialeanziani.it ».

Quante case famiglia chiuderanno perché impossibilitate ad adeguarsi?

«Il nostro timore è che coloro che non possiedono i requisiti per adeguarsi alla nuova normativa ( circa un terzo delle 140 stimate dagli ultimi censimenti Ats) proseguano nel proprio lavoro in maniera “autonoma” dalla normativa , rischiando così di ricadere nell’oblio normativo, già esistente fino all’uscita di questa delibera. Torneremo comunque a discutere con la Regione per poter salvare il 100% degli Imprenditori che fanno un lavoro eroico e non certo per arricchirsi dato che i margini del business non sono sicuramente interessanti».

Non interessanti, dice? Eppure quello delle case famiglia negli ultimi anni è stato un vero e proprio boom. Come mai se il “business” non rende?

«Bisogna analizzare il territorio per capirlo: la Provincia di Pavia è anziana e i costi immobiliari sono relativamente contenuti, e questo è stato il principale elemento che ha fatto sì che in provincia ci fosse il boom di aperture. Certo non tutti coloro che hanno aperto Case Famiglia si sono distinti per serietà e questo ha portato ad una cattiva pubblicità per tutti gli imprenditori che invece lavorano con il cuore, impegnando ogni ora della propria vita ad accudire i nostri genitori ed i nostri nonni. Se fatto bene, questo lavoro porta certamente grandi soddisfazioni, ma non certo grandi guadagni, per questo consiglio a chiunque abbia progetti del genere di valutare bene ogni sfaccettatura».

Qual è esattamente la differenza tra una casa famiglia e una casa di riposo?

«Esistono diverse tipologie di strutture e, per spiegarlo in maniera semplice , le paragonerei ad una piramide dove alla base ci sono le strutture che offrono servizi non sanitari a bassa intensità assistenziale ed in cima le Rsa, con servizi para-ospedalieri di cura socio sanitaria ad alta intensità assistenziale. Tranne che per le case famiglia, qualsiasi altra categoria deve avere certi requisiti standard e una vigilanza, presumibilmente per questo il legislatore ha voluto includere tutta la piramide sotto il suo “controllo”. A livello economico poi le Case Famiglia o neo Comunità Alloggio Sociale Anziani , non ricevono alcun tipo di contributo o incentivo, anche se stiamo già trattando per includerle nei benefici economici dedicati ad altre tipologie affini».

Quanti lavoratori rischiano il posto?

«Antecedentemente al nostro intervento avvenuto a Marzo 2018 , con la nuova Delibera rischiavano il posto (ottimisticamente) circa 400 lavoratori perché i requisiti richiesti non si configuravano con il tessuto dei lavoratori di queste strutture. Ad oggi invece , grazie ad un intervento congiunto tra la nostra Associazione di categoria e la Segreteria Generale CGIL  i lavoratori che non salveranno il proprio impiego non sono molti , ma comunque ogni posto di lavoro perso per quanto ci riguarda è sempre di troppo».

In che modo siete intervenuti per salvare questi posti di lavoro?

«Le norme introdotte dalla Regione non tenevano conto che il tessuto dei lavoratori attualmente in forza nelle ex Case Famiglia non fosse dotato di certi requisiti richiesti, come corsi di formazione specifici e due anni di esperienza in ambito socio assistenziale con anziani. Quello che abbiamo chiesto e ottenuto, dato che la norma è stata fatta per mettere giustamente in regola le case famiglia, ma non per decimarne i lavoratori, è di prorogare di 5 mesi il termine per adeguarsi, permettendo di frequentare i corsi che si devono frequentare. Per i non qualificati senza esperienza biennale al momento c’è poco da fare: l’unica novità è che il licenziamento slitta a settembre. Nonostante l’Associazione ritenga che la regolamentazione sia la giusta via per il nuovo futuro delle Unità d’Offerta Socio Assistenziali , resta critica sugli aspetti legati ai requisiti richiesti al personale dipendente delle strutture e si auspica il raggiungimento di un ulteriore livello di accordo generale sia con le Istituzioni che con le parti Sociali».

di Christian Draghi

Ci sono le pensioni tra i primi punti dell'agenda di governo giallo-verde. Parlando ieri dal palco della manifestazione del Movimento 5 Stelle a Roma, il neoministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio ha assicurato che, come prevede il contratto di governo 5S-Lega, l'esecutivo andrà avanti con quota 100 per superare la legge Fornero.

Ma in cosa consiste quota 100 e come funziona? Si tratta della possibilità per i lavoratori di andare in pensione quando la somma dell'età anagrafica e degli anni di contributi versati è pari almeno a 100. Possono poi essere previsti dei paletti riguardo all'età minima di uscita e a un minimo di anni di contribuzione.

Nel contratto pentaleghista c'è l'impegno a "provvedere all’abolizione degli squilibri del sistema previdenziale introdotti dalla riforma delle pensioni cd. 'Fornero', stanziando 5 miliardi per agevolare l’uscita dal mercato del lavoro delle categorie ad oggi escluse".

"Daremo fin da subito la possibilità di uscire dal lavoro - si legge nel testo - quando la somma dell’età e degli anni di contributi del lavoratore è almeno pari a 100, con l’obiettivo di consentire il raggiungimento dell’età pensionabile con 41 anni di anzianità contributiva, tenuto altresì conto dei lavoratori impegnati in mansioni usuranti".

Nel contratto si parla anche della necessità di "riordinare il sistema del welfare prevedendo la separazione tra previdenza e assistenza". "Prorogheremo - scrivono 5S e Lega - la misura sperimentale 'opzione donna' che permette alle lavoratrici con 57-58 anni e 35 anni di contributi di andare in quiescenza subito, optando in toto per il regime contributivo".

Sui costi della riforma pensionistica lanciata da 5 Stelle e Lega è intervenuto nelle scorse settimane il presidente dell'Inps Tito Boeri . Permettere di andare in pensione con quota 100 tra età e contributi, come previsto dal contratto di governo, avrebbe un costo, secondo la stima di Boeri, di 15 miliardi per il primo anno e di un massimo di 20 miliardi all'anno per i successivi.

Aumenti in vista per raccomandate, assicurate e pacchi dal 3 luglio prossimo. Il sito di Poste italiane, infatti, informa come a partire da quella data sia previsto l’aumento tariffario di alcuni servizi universali di corrispondenza e pacchi. Le tariffe di Posta 4 (Retail) saranno dunque incrementate in tutti gli scaglioni di peso, ad eccezione di una serie di formati mentre il costo di spedizione di una cartolina o di una lettera fino a 20 grammi varierà da 0,95 euro a 1,10 euro. Variazioni in vista anche per il costo della Postamail Internazionale che aumenterà in tutti gli scaglioni di peso. In particolare, la tariffa per gli invii fino a 20 grammi per la Zona 1 varierà da 1,00 euro a 1,15 euro. Aumenti anche per l’uso di Posta Raccomandata (Retail) che sarà incrementata in tutti gli scaglioni di peso. In particolare, la tariffa per gli invii fino a 20 grammi varierà da 5,00 euro a 5,40 euro. Analogamente saranno incrementate anche le tariffe delle comunicazioni connesse alle notifiche degli atti giudiziari. Tariffe in salita anche per la Posta raccomandata internazionale incrementata in tutti gli scaglioni di peso e per tutte le zone tariffarie di destinazione e per tutti i canali di accettazione (fisici ed online). In particolare, la tariffa per gli invii fino a 20grammi per la Zona 1 varierà da 6,60 euro a 7,10 euro e per la Posta Raccomandata Pro che vede la tariffa per gli invii fino a 20 grammi passare da 3,40 euro a 3,60 euro. Un incremento che sarà applicato, per la componente di recapito, alle tariffe di Posta raccomandata online nazionale. In salita anche le tariffe della Posta Assicurata che per gli invii di valore fino a 50,00 euro e di peso fino a 20 grammi varierà da 5,80 euro a 6,20 euro e della Posta assicurata internazionale che, sempre per invii di valore fino a 50,00 euro e di peso fino a 20 grammi per la Zona 1, varierà da 7,80 euro a 8,30 euro. Per quel che riguarda i pacchi ordinari la struttura degli scaglioni di peso passerà dagli attuali due (0-10 kg; 10-20 Kg) a tre (0-5 kg; 5-10 Kg; 10-20 Kg) con la rimodulazione delle tariffe: 9 euro tra 0 e 5 Kg; 11 euro tra 5-10 Kg ; 15 euro tra i 10-20 Kg. La tariffa del servizio accessorio avviso di ricevimento (singolo) nazionale varierà da 0,95 euro a 1,10 euro mentre la tariffa dell’avviso di ricevimento per l’estero varierà da 1,00 euro a 1,15 euro.

Uscita dall’euro, un confronto che va avanti da tempo e che nasce dallo stato di emergenza in cui si sono trovate le famiglie italiane. Un’emergenza che trova le sue radici dal cambio fatto da Romano Prodi. E adesso il dibattito si è riacceso tra le polemiche. Sono in tanti a invocare un possibile ritorno alla Lira. Attualmente ci troviamo in una fase di estrema debolezza della moneta unica, resa particolarmente evidente dalla progressiva discesa del cambio euro-dollaro, e per questo motivo sono sempre di più coloro che spingono a favore del referendum e dell’uscita dell’Italia dall’Eurozona. Chi è favorevole a un ritorno alla Lira è convinto del fatto che in questo modo l’economia dell’Italia tornerà florida come nei bei tempi andati, con vantaggi specialmente per l’industria e per la produzione manifatturiera. Ma un’uscita dall’Eurozona e un conseguente ritorno alla Lira sarebbero veramente possibili per l’Italia? Non ci sono norme che limitano un Italexit, tuttavia questo processo sarebbe lungo e difficile e solo un governo forte e una classe politica capace sarebbero in grado di affrontarlo. In caso contrario, infatti, le conseguenze

C’è da considerare ad esempio che l’uscita dall’euro farebbe esplodere i tassi di interesse e lo Stato avrebbe problemi a finanziarsi. E in tal caso i conti pubblici potrebbero essere persino più negativi rispetto a quanto lo sono oggi. Non bisogna dimenticare, infatti, che è stato proprio l’ingresso nell’Eurozona a permettere che i tassi di interesse fossero contenuti, così da dare all’Italia la possibilità di potersi finanziare. Abbandonando l’euro, quindi, i tassi tornerebbero a salire con conseguenze estremamente negative per il nostro Paese. C’è un fattore, però, che potrebbero controbilanciare l’incremento dei tassi d’interesse, ovvero l’aumento degli investimenti dall’estero. Tornare alla Lira – ovvero a una moneta ipersvalutata – attrarrà inevitabilmente gli investitori esteri (spinti anche dalla qualità della produzione dell’industria italiana) e in questo modo per l’Italia potrebbe essere più semplice ripagare il debito pubblico.

Leggi Il Periodico News - GIUGNO 2018

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