Martedì, 12 Dicembre 2017

"OLTREPÒ SENZA 'PADRINI' POLITICI, PER QUESTO IL PROGETTO STAFFORA NON SI FA"

Preoccupano le condizioni del greto del Torrente Staffora che, dalla sua sorgente tra le montagne dell’Alto Oltrepò e la sua foce a Cervesina, versa in condizioni di pressoché totale abbandono. Erbacce alte quanto una persona e una vegetazione talmente folta che distinguere le sponde dall’alveo in alcuni tratti è praticamente impossibile. Quel corso d’acqua che oggi è un rigagnolo in caso di abbondanti precipitazioni potrebbe creare facilmente una situazione di emergenza.

Nei giorni scorsi Comune di Voghera, Aipo e Ufficio Territoriale Regionale (ex Ster) hanno compiuto un sopralluogo tra le sponde nel territorio vogherese del torrente, in zona Oriolo, in vista di imminenti opere di manutenzione delle sponde e di un maxi studio delle criticità dell’intero bacino idrografico commissionato dalla Comunità Montana e finanziato da Regione Lombardia allo studio Dizeta Ingegneria di Milano. Si parla di opere urgenti di decespugliamento e difesa delle sponde.

Qualcosa si muove, ma la sensazione è che non sia sufficiente. "Più che a soluzioni definitive si proceda con dei ‘rattoppi’, che avranno effetto per un periodo limitato”. Così la vede l’architetto Adriano Rosolen, autore di un progetto per la costruzione di bacini di accumulo idrico lungo il corso dello Staffora che giace nei cassetti della Regione Lombardia da anni e che potrebbe cambiare per sempre il volto del torrente e anche il suo "senso" nell’economia della Valle. Un progetto non certo nuovo dato che la prima stesura risale addirittura al 1984. Nel 1990 la prima presentazione, poi ripresa nel 2010 con il sostegno della Comunità Montana e dell’allora presidente Bruno Tagliani. L’iter si era arenato negli uffici dello Ster di Regione Lombardia, l’ente allora competente alla gestione del bacino idrico dello Staffora e da allora non se ne è più parlato. Eppure, dopo un’estate di siccità, il tema del destino del torrente torna prepotentemente attuale. "L’acqua per questo secolo sarà il must come il petrolio lo era stato nel secolo scorso" spiega Rosolen. "Sarebbe necessario iniziare a considerare attentamente degli investimenti lungimiranti che riguardino questa risorsa".

Architetto, come giudica la situazione attuale dello Staffora?

"La situazione mi pare piuttosto critica. Non facendo niente per molto tempo lungo l’alveo si sono accumulate notevoli quantità di ghiaia, trasportata dall’acqua negli anni, tanto che in alcuni punti è addirittura più alta delle strade vicine”.

In caso di piogge consistenti c’è un rischio di esondazione?

"Se ci fosse una piena come quella del '73-'74 diciamo che il rischio è elevatissimo, e si tratterebbe di un disastro annunciato. Ma non è che occorra andare neppure così a ritroso nel tempo per capire cosa potrebbe succedere, basta pensare a quanto successo a Salice Terme alcuni anni fa, con il ponte che venne seriamente danneggiato da una piena che tra l’altro non era neppure così rilevante dal punto di vista idrico. Non si tratta di menar gramo, ma di considerare che questi eventi sono ciclici e si ripetono, è un fenomeno naturale, come dovrebbe esserlo il calcolo del rischio idraulico, ma il torrente Staffora viene lasciato così, abbandonato a se stesso".

Il progetto sui bacini di accumulo che avevate elaborato cosa prevedeva esattamente?

"La realizzazione di 24 bacini, in pratica delle mini dighe pneumatiche poste in sequenza lungo il corso del torrente, che si aprono e chiudono in base alla necessità di acqua che c’è a Valle".

Permetterebbero ad esempio di evitare esondazioni?

"Sì, a meno che non si tratti di eventi catastrofici chiaramente. Attraverso la regimentazione del deflusso dell’acqua si potrebbero controllare le piene riversando gradualmente a Valle l’acqua, che rallenta la propria corsa in seguito a una caduta".

Potrebbe essere anche un antidoto alla siccità estiva?

"Tenendo conto che si possono arrivare ad accumulare 8 milioni di metri cubi d’acqua direi proprio di sì. Ad esempio ci sarebbe la possibilità per gli agricoltori di poter irrigare in maniera gratuita, senza dover ricorrere all’energia elettrica perché questi bacini avrebbero dei canali laterali a caduta, che consentirebbero di irrigare per gravità e riaccumulare poi l’acqua nel bacino successivo".

Quali altri vantaggi potrebbero esserci?

"Ad esempio quelli legati all’aspetto turistico, perché cambierebbe in modo fondamentale anche la fruizione del torrente. Un conto è averlo allo stato brado così com’è oggi, un altro è avere un corso d’acqua regolamentato, con una profondità ben definita, che potrebbe ad esempio permettere delle discese in canoa. In Francia, dove questo tipo di opere è consuetudine, c’è un turismo, proveniente soprattutto dalla Germania legato a questa attività e non solo in grandi fiumi. Cito l’esempio dell’Ardèche, un corso d’acqua che ha caratteristiche molto simili allo Staffora, scarsa portata d’estate e incremento nei periodo autunnali, ma che è stato gestito in modo totalmente diverso con ricadute positive per il territorio".

Chi critica questo progetto sostiene che si tratti di un’opera invasiva e che la portata d’acqua dello Staffora non sia sufficiente a riempire questi bacini…

"Non si tratta di critiche basate su presupposti scientifici ma ideologici. Innanzitutto, giusto per capirsi, basterebbe anche una sola piccola piena a garantire l’apporto d’acqua necessario. E comunque è proprio perché c’è poca acqua che servono dei bacini. Poi è chiaro che se non piovesse per un anno andrebbe in secca anche un grande fiume. Per il resto si tratta di obiezioni che non comprendo. Capisco che si voglia rispettare l’aspetto naturale di zone non antropizzate come potrebbe essere la foresta Amazzonica. Ma lo Staffora è antropizzato da duemila anni e in questo stato a chi giova?".

Il costo per la realizzazione di una simile opera però è stato stimato in 90milioni di euro. Non è una cifra impensabile per questo territorio?

"è una cifra importante ma non impossibile da reperire: bisogna tenere conto che non sono soldi da tirare fuori a fondo perduto. Si dovrebbero coinvolgere aziende private, i materiali di scavo potrebbero essere commercializzati, con 8 milioni di metri cubi di acqua accumulati si potrebbe produrre energia elettrica, senza contare l’indotto legato come detto al turismo che si potrebbe sviluppare intorno ad uno Staffora vivo e fruibile. Lo scopo di un progetto di così ampio respiro sarebbe quello di dare anche una ricaduta economica a livello locale, e i modi per abbattere i costi ci sarebbero. Certo ci vuole la volontà politica".

Perché crede che non ci sia?

"L’Oltrepò da molto tempo non ha più ‘padrini’ politici ed è un territorio abbandonato e ignorato dalla politica nazionale. Senza parlare del Trentino, che è una ragione a statuto speciale, e senza fare molta strada, a Sondrio si trovano esempi più virtuosi di utilizzo delle risorse naturali. Nella stessa Paullo, a due passi da Milano, esiste un progetto che è assolutamente analogo a quello che vorremmo vedere realizzato qui. Serve la volontà e una politica locale forte, che qui non c’è".

Leggi Il Periodico News - NOVEMBRE 2017

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