Venerdì, 03 Luglio 2020
 

OLTREPÒ PAVESE – LUNGAVILLA - «DA QUASI VENT’ANNI RACCOGLIAMO FONDI PER L’OSPEDALE DI BUKAVU»

Bukavu è una città di 870.000 anime della Repubblica Democratica del Congo, dal 1908 al 1960 colonia belga, Stato conosciuto fino al 1997 con il nome di Zaire. È situata nell’estremo est, nella zona più critica della nazione, al confine con Ruanda e Uganda. Nell 1994, in seguito al genocidio del Ruanda, ex membri del governo si sono rifugiati nei campi profughi situati nel circondario della città portando negli anni alla nascita di disordini e insurrezioni. La regione subisce fortemente dell’influenza degli stati confinanti, essendo un crocevia di truppe e milizie armate mercenarie al soldo di imprenditori locali (interessati alle miniere del centro) e a governi che ne rivendicano la sovranità, sottoponendo la città a saccheggi e violenze. Una situazione critica, che si riflette sull’intera città, estremamente popolosa, con una densità di 13.500 abitanti\Km². Oltre all’instabilità politica e militare, Bukavu (come la stragrande maggioranza dell’Africa centrale) è colpita da una grave crisi sanitaria e alimentare, soprattutto per quanto riguarda i bambini spesso denutriti e malnutriti. Per questo la zona necessita di strutture e centri nutrizionali destinati alla parziale risoluzione del problema, che è ulteriormente aggravato dal fatto che la sanità congolese è totalmente a pagamento: se i genitori del dimesso non riescono a pagare la degenza, il bambino e la madre sono costretti a rimanere all’interno dell’ospedale, senza posti letto e senza alcun sostentamento, fino al saldo della fattura. Una situazione drammatica che spesso si verifica. Per questo motivo nel 2002 nasce a Lungavilla la Onlus (oggi ODV) “SOS Ospedale di Bukavu” della quale, dal 2013, Elena Simoni è la presidente.

Quando si è costituita la vostra associazione? Cosa vi ha spinto in questa iniziativa?

«Nel 2002 Don Alfredo Ferrari, un sacerdote della Diocesi di Tortona, originario di Oliva Gessi, che ha trascorso più di trent’anni della sua vita come missionario nella Repubblica Democratica del Congo, durante un suo rientro in Italia ha lanciato un appello di aiuto, denunciando le gravi condizioni legate alla denutrizione e alla malnutrizione dei bambini nella città di Bukavu, dove lui era missionario. Questo appello è stato subito accolto da alcuni cittadini di Lungavilla, i quali si sono impegnati per raccogliere i fondi e riuscire a costruire un centro nutrizionale all’interno dell’ospedale diocesano. Il centro venne completato in poco tempo in un edificio totalmente dedicato, con circa quaranta posti letto destinati ai bambini».

Quanti associati avete sul territorio?

«Siamo circa un’ottantina di soci. L’associazione è nata a Lungavilla, dove abbiamo ancora la sede sociale e alcuni associati, ma con il tempo si è fatta conoscere su tutto il territorio pavese».

Qual è la mission principale?

«Lo scopo per cui era stata costituita l’associazione venne da subito raggiunto, nel 2004: spinti dall’onda emotiva e dalla voglia di aiutare il prossimo, gli associati decisero di proseguire con il nuovo obbiettivo di sostenere in modo costante e aiutare economicamente il centro nutrizionale nel suo funzionamento».

Voi che spese sostenete?

«La nostra associazione sostiene il costo della degenza del bambino in ospedale. Va precisato che nella Repubblica Democratica del Congo la sanità è a pagamento: una volta che il paziente viene dimesso dall’ospedale riceve una fattura, relative alle cure mediche sostenute e ai giorni di degenza. È quindi chiaro che le famiglie dei bambini che arrivano in ospedale completamente denutriti non sono in grado di sostenere economicamente il ricovero. I nostri fondi servono anche per coprire le spese delle madri che rimangono con i figli in degenza: infatti, accanto al centro nutrizionale, è presente un centro sociale destinato a loro, in cui aiutano le suore a cucinare».

Come funziona il centro nutrizionale?

«All’interno della struttura vengono ricoverati i bambini denutriti e malnutriti: i primi, ovviamente sono i casi più gravi, i quali devono essere rinutriti con uno speciale sondino. Con gli anni i posti letto sono aumentati a 50, ma in certi casi di ulteriore crisi si raggiungono anche i 70 bambini ricoverati. All’interno del centro si trovano un nutrizionista, che stila una dieta personale per ogni paziente, dottori e infermieri, dipendenti dell’ospedale diocesano, e suore missionarie. Quando vengono ricoverati, i bambini devono essere totalmente curati, in quanto la malnutrizione e la denutrizione comportano altre gravi patologie, tra le quali problemi renali e linfatici: vengono così sottoposti ad una rieducazione all’alimentazione, nutriti con un latte in polvere particolare prodotto da una ditta francese. Questo deve essere servito ogni quattro ore, perché chi soffre di malnutrizione deve mangiare poco ma spesso, avendo lo stomaco disabituato al cibo. Per ovvi motivi spesso capita che anche la madre del bambino ricoverato si trovi in ospedale con i fratellini, che non possono essere abbandonati: quindi, in molti, casi vengono aiutati anche loro. Fino a qualche anno fa questo latte veniva fornito dall’Unicef ma, da quando è cessata la fornitura, le suore e i nutrizionisti hanno cercato riprodurlo in loco con gli stessi principi nutritivi, in quanto i costi per la spedizione dall’Europa all’Africa sono nettamente superiori rispetto alla produzione sul posto».

Avete un vostro referente in città che si occupa di mantenere i rapporti tra l’associazione e la struttura ospedaliera?

«Le nostre referenti al centro polifunzionale sono le Suore dell’Ordine di Santa Dorotea da Cemmo, un Ordine di suore missionarie bresciano. Nel tempo ovviamente si sono susseguite diverse suore referenti: attualmente l’incarico è ricoperto da Suor Anuarite, originaria di Bukavu, responsabile del centro nutrizionale e dipendente dell’ospedale. Fino a qualche mese fa l’incarico era Suor Helena Albarracin, un’infermiera argentina che, dopo dieci anni, è stata trasferita dal suo ordine in una missione in Camerun. Noi ci occupiamo solamente della raccolta fondi che inviamo trimestralmente, tramite bonifico, alla nostra referente».

Oltre al progetto principale, quello contenuto nello statuto, avete altri progetti secondari?

«Nel corso degli anni abbiamo fatto fronte anche ad altre emergenze che ci sono state segnalate, come per esempio un’epidemia di morbillo scatenatasi qualche anno fa. Spesso le madri malnutrite affrontano il “diabete gravidico”, una patologia che viene trasferita ai figli: noi stiamo portando avanti anche un piccolo “progetto diabete”, inviando annualmente le strisce per la misurazione della glicemia e i glucometri. Dall’anno scorso, grazie al 5x1000 abbiamo attivato il nuovo progetto chiamato “Spazio Kavumu”. Questo villaggio si trova a circa 70 chilometri da Bukavu, e da qui arrivano parecchi bambini al centro nutrizionale. A Kavumu è stato costruito recentemente, non per merito nostro, un centro d’accoglienza con scuola e alcuni alloggi, al quale noi abbiamo contribuito finanziando una mensa occupata quotidianamente tra i 100 e i 120 bambini ai quali viene servito regolarmente un pasto. Questo per noi è un modo per cercare di arginare la malnutrizione in quella zona estremamente povera».

Quali tipi di iniziative svolgete per raccogliere i fondi?

«Per diversi anni l’associazione ha raccolto fondi attraverso numerosi mercatini di beneficenza: per esempio sia a Natale che a Pasqua eravamo presenti alla Clinica Maugeri e l’8 di dicembre alla Clinica Santa Margherita. Inoltre, effettuiamo la vendita di fiori sui sagrati delle chiese in occasione di festività, organizziamo eventi, concerti, lotterie e spettacoli teatrali. Per anni abbiamo svolto anche numerose iniziative nelle scuole, in modo da poterci far conoscere e spiegare i problemi della malnutrizione africana ai giovani».

Per il futuro, quali progetti o iniziative vorrebbe portare avanti per l’associazione?

«Il nostro obbiettivo resta quello di riuscire a proseguire negli anni il nostro scopo sociale, garantendo costantemente fondi per il centro nutrizionale, ed incrementare con il 5x1000 il nuovo progetto a Kavumu».

 di Manuele Riccardi

 
 
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