Sabato, 20 Luglio 2019

OLTREPÒ PAVESE - OTTAVIA GIORGI DI VISTARINO E LO STRAPPO NEL CONSORZIO: «NON PIÙ CHIACCHIERE, MA VINO»

Nuovo scossone in seno al Consorzio Tutela Vini dell’Oltrepò Pavese. Ancora una volta si registrano defezioni importanti all’interno del sodalizio: questa volta ad andarsene sono Giorgi di Vistarino, Perego&Perego, Prime Alture e Travaglino. Non proprio gli ultimi arrivati. Le più recenti manovre (e il riavvicinamento con il Distretto dopo il clamoroso strappo del 2012), evidentemente, non convincono molti produttori. E non sono ancora sufficienti i numerosi, disperati tentativi attuati dalla politica regionale e nazionale per ricucire divergenze ormai sempre più radicate. A questo punto: victoria pax, non pactione parienda est. Abbiamo incontrato Ottavia Giorgi di Vistarino per farci spiegare direttamente dalla protagonista di questo ultimo strappo le ragioni e le nuove voci che circolano intorno ai modelli alternativi (o interni al Consorzio esistente) che potrebbero venirsi a creare.

La sua azienda ha subito di recente innovazioni importanti che potrebbero essere prese a modello da altri attori che si confrontano sullo stesso palcoscenico. Innovazioni che, peraltro, sono alla base del suo appello per il cambiamento: ‘’Non ho più tempo per aspettare’’.

Ci descriva questo momento.

«Faccio una premessa. Questo problema dei consorzi esiste in tutta Italia, perché più o meno dappertutto ci sono realtà economiche molto diverse che devono convivere. L’errore di base è che ognuna di queste realtà pensa di avere obiettivi differenti; di conseguenza li porta avanti e nessuno è mai contento. Bisognerebbe trovare punti comuni per far sì che i viticoltori, gli imbottigliatori, i piccoli produttori, insomma tutto il comparto trovi un percorso da condividere.»

Come?

«Quello che a un certo punto ho provato a fare è stato richiamare l’attenzione di tutte le istituzioni sul fatto che alla base di tutto mancasse un progetto. Ritenevo che la volontà politica per l’erga omnes fosse diventata primaria rispetto alla necessità di un progetto, totalmente mancante. Noi abbiamo un fine: aumentare il valore delle nostre proprietà. Ritengo oggi che chi possiede la terra dovrebbe avere una voce maggiore rispetto ad altri per quanto riguarda il come valorizzare il territorio. Nessuno più del viticoltore ha immobilizzato un valore importante. Ma magari ci sono delle parti che non hanno esattamente questo medesimo interesse, e quindi è molto difficile andare d’accordo.» Cosa non condivide del lavoro del Consorzio? «Non condivido la promozione che adotta per il territorio. Non è che io voglia criticare il lavoro degli altri, ma tutto questo non è adatto alla mia realtà. Non valorizza il mio prodotto finale.»

Perché abbandonare proprio adesso la compagine?

«Perché prima ho fatto dei tentativi, ho cercato un dialogo con le parti, capire se c’era qualche spiraglio. Ho dato delle chance di cambiamento, quindi ho scelto di rimanere all’interno del sistema. Una volta esauriti i progetti che avevamo in corso, e non essendo cambiato nulla, ci siamo fatti da parte. Quando c’è stata la prima uscita di massa non ho aderito perché, prima di credere nel Distretto, volevo vedere come si sarebbe mosso.»

C’è un nodo fondamentale nel disegno che proponete, quello della governance e della figura di amministratore delegato. Come dovrebbe essere declinato?

«Io credo che in questo territorio ci sia troppa gente che si crede professionista in qualche cosa in cui non lo è. Credo che queste persone dovrebbero fare un passo indietro e lasciare le redini a un professionista vero. Credo si debba approntare un progetto di massima, da esporre a candidati potenziali; e se si trova il professionista giusto, disposto a lavorarci sopra, bisogna poi lasciarlo lavorare.»

Panont era un professionista.

«Sì, però non ha potuto fare quello che avrebbe dovuto. Era in buona fede, aveva iniziato molto bene... ma non gli è stato consentito di lavorare.»

L’ultima uscita dal Consorzio ha coinvolto altri tre produttori. Possiamo parlare di una nuova “corrente” che magari coinvolge anche altri soggetti?

«Diciamo che dobbiamo partire dal concetto che la maggioranza era già fuori. Quando è nato il Distretto tante aziende erano uscite dal Consorzio, poi c’è stata la nuova uscita, un anno fa, che ha coinvolto anche Torrevilla. Quanti hanno preso questo decisione sono assolutamente persone che non ne possono più, che non vedono speranza nella governance che viene proposta. Non abbiamo persone credibili, non abbiamo soggetti credibili. E ci sono persone che occupano la stessa sedia da 30 anni: se avessero potuto apportare qualcosa di buono, le cose sarebbero già cambiate.

Le speranze sono poche?

«Se ho fatto l’investimento che ho fatto significa che la speranza ce l’ho. Ma dovremmo chiederci: perché non arrivano mai investitori esterni? Perché la gente non viene qui a credere nel territorio? Facciamoci delle domande. Secondo me c’è anche un grosso problema a livello ministeriale: è più che dimostrato che il sistema attuale non funziona. Ma guardiamo cosa succede nel Prosecco: la stessa cosa. Oggi il Prosecco di qualità non vende.»

Se le cose non dovessero andare per il verso giusto, è possibile che si assista alla nascita di un nuovo soggetto, secondo il cosiddetto “modello Cava” (spumante metodo classico spagnolo, dal cui consorzio è uscito un certo numero di produttori, riunitisi poi intorno al marchio alternativo Corpinnat). In cosa consiste?

«Nel Cava ci sono state alcune aziende che hanno deciso di uscire, e di utilizzare un altro nome. Tutti mi dicono che dovrebbe nascere un’altra realtà da contrapporre al Consorzio... ma io credo che non ci sia una volontà di cambiamento così forte. La mia volontà è quella di partire prima di tutto con idee chiare. Non più chiacchiere, ma vino. In Oltrepò non si parla abbastanza di vino! Partire da un discorso di qualità, parlare di caratteristiche organolettiche, e poi sopra costruire un progetto: fatto di un nome, di chiarezza, di tante cose. Io ho fatto un investimento importante, non ho più tempo per aspettare. Ho bisogno che entro 3/4 mesi partano etichette diverse.»

La vicenda della sua azienda è molto interessante nel contesto oltrepadano. In cosa è cambiata in questi anni di gestione?

«Quello che è successo qui è quello che sarebbe potuto succedere nell’intero Oltrepò. La mia famiglia era specializzata in vino sfuso, pur sempre di qualità; ma ad un certo punto questa qualità non era più riconosciuta. I margini erano diventati ridicoli, anzi: erano sottozero. Si era arrivati al punto in cui il vino aveva un prezzo inferiore a quello dell’uva. Non avevo scelta: o vendevo l’azienda com’era, oppure la valorizzavo e tentavo di farla rialzare.»

In questo percorso c’è stata, purtroppo, la vicenda del sabotaggio che la sua azienda ha subito nel 2016. Un episodio increscioso, condannato unanimemente e che ha avuto risonanza anche sui media nazionali, dopo il quale comunque l’azienda ha saputo rialzarsi. All’epoca, a caldissimo, lei dichiarò: ‘’Da oggi non posso più fidarmi di nessuno in Oltrepò’’. Poi la rinascita. Il contesto territoriale ha avuto un ruolo nella ripartenza dopo questo episodio? Quella frase che le ho riportato poco fa è ancora valida?

«La Regione mi è stata di grande appoggio, finanziando con il PSR il restauro e l’innovazione di questa cantina. Per quanto riguarda il territorio... non sai di chi ti puoi fidare. Quello che è successo a me è stato un brutto colpo per tutto l’Oltrepò, perché si è fatta una brutta figura. Ma che territorio è quello dove succedono queste cose? Passa il concetto che questo sia un posto pericoloso per investire. Ribadisco: perché non viene nessuno a comprare aziende in Oltrepò?»

Ha fatto, giustamente, accenno alla nuova cantina, oggetto di un importante investimento. È già entrata nel pieno regime?

«Abbiamo già fatto la prima vendemmia. Questa cantina ci ha permesso di aumentare il livello qualitativo dei vini, per via del processo di produzione che abbiamo definito, molto laborioso e sicuramente molto costoso dal momento che tutto è manuale. Il grosso investimento che abbiamo fatto ed è stato un atto di coraggio, perché oggi non abbiamo alle spalle un territorio. Però abbiamo tanti colleghi che stanno lavorando bene e sono buone persone. Dietro un buon vino c’è sempre una buona persona. Io aspetto che chi detiene il potere si accorga di dove sta il valore dell’Oltrepò. Ci sono produttori che magari producono soltanto con due ettari di vigneto, ma sono ambasciatori del territorio più di tanti grandi colossi.»

Quali sono stati i modelli per il nuovo modello aziendale? Chi vi ha assistito in questa ristrutturazione?

«Io avevo un mia idea, che si è formata durante le visite effettuate in alcune cantine francesi. L’idea di lavorare solo per gravità e in manuale è mia. Poi tutto questo doveva essere concretizzato in un edificio già esistente. Quindi l’ingegner Bucci, che arrivava da Montalcino e da una lunghissima esperienza con la Banfi, ha disegnato tutto quello che è oggi è il processo di produzione.»

di Pier Luigi Feltri

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