Giovedì, 20 Giugno 2019

LE BUSTE BIODEGRADABILI RITARDANO LA CRESCITA DELLE PIANTE

Biodegradabili, ma non innocue per l'ambiente, tanto da causare anomalie e ritardi nella crescita delle piante, intaccando soprattutto le radici. E' quanto emerge da uno studio sulle buste compostabili condotto da un team di biologi e chimici dell'Università di Pisa, pubblicato su 'Ecological Indicators'. La ricerca ha esaminato l'impatto sulla germinazione delle piante delle tradizionali shopper non-biodegradabili realizzate con polietilene ad alta densità (Hdpe) e di quelle di nuova generazione, biodegradabili e compostabili, realizzate con una miscela di polimeri a base di amido. Esaminando gli effetti fitotossici del lisciviato, la soluzione acquosa che si forma in seguito all'esposizione delle buste agli agenti atmosferici e alle precipitazioni, è emerso che entrambe le tipologie rilasciano in acqua sostanze chimiche fitotossiche che interferiscono nella germinazione dei semi.

"Nella maggior parte degli studi condotti finora sull'impatto della plastica sull'ambiente, gli effetti delle macro-plastiche sulle piante superiori sono stati ignorati - spiega Claudio Lardicci, docente all'Ateneo pisano -. La nostra ricerca ha invece dimostrato che la dispersione delle buste, sia non-biodegradabili che compostabili, nell'ambiente può rappresentare una seria minaccia, dato che anche una semplice pioggia può causare la dispersione di sostanze fitotossiche nel terreno. Da qui l'importanza di informare adeguatamente sulla necessità di smaltire correttamente questi materiali, considerato anche che la produzione di buste compostabili è destinata a crescere in futuro e di conseguenza anche il rischio abbandonarle nell'ambiente". Il gruppo di lavoro che ha realizzato lo studio è composto da sei fra docenti, ricercatori e studenti dell'Università di Pisa. 

Tra questi Lardicci e la dottoressa Elena Balestri del dipartimento di biologia si occupano di conservazione, gestione e recupero degli ecosistemi costieri: nel corso delle loro ricerche hanno rilevato la presenza di buste negli ambienti naturali, specialmente spiagge e fondali marini, dalla quale hanno preso spunto per approfondire la questione, vista la mancanza di studi scientifici sugli effetti delle macroplastiche sulle piante. Fanno inoltre parte del team anche la professoressa Anna Raspolli Galletti e la dottoressa Sara Fulignati del dipartimento di chimica e industriale, impegnate in progetti di ricerca sulla 'green chemistry' e sui temi della ecosostenibilà. Lo studio è stato inoltre parte del progetto di ricerca di dottorato in biologia della dottoressa Virginia Menicagli e della tesi di laurea in biologia marina della dottoressa Viviana Ligorini.

Novamont, nessuna prova che le buste bio facciano male alle piante. La ricerca dell'Università di Pisa che sostiene che le buste della spesa compostabili fanno male alle piante, rallentandone la crescita, "sono esperimenti una tantum, di cui non è stata determinata la sensibilità, la riproducibilità, l'affidabilità, e soprattutto non è dato il quadro di riferimento, necessario per interpretare i risultati". Lo scrive in un comunicato Novamont, il principale produttore italiano di bioplastiche. Il mater-bi della Novamont (derivato dal mais) è il materiale con il quale vengono confezionati buona parte dei sacchetti bio della spesa dei supermarket italiani. "L'università di Pisa - scrive l'azienda - continua ad inventarsi nuove metodologie per determinare l'effetto negativo dei sacchi compostabili nel caso in cui, invece di essere inviati a compostaggio, come succede normalmente, finiscano in mare. La conclusione è che i sacchi compostabili, se dispersi in mare, causano effetti tossici su semi di crescione. Peccato che le metodologie adottate per arrivare a queste conclusioni non sono validate". Per Novamont "manca all'appello una informazione indispensabile per valutare il dato: qual è l'effetto delle sostanze di riferimento? Non lo sappiamo, perché non sono state usate sostanze di riferimento. E' come la lancetta di un apparecchio di misurazione senza la scala, un tachimetro senza numeri. Inoltre, è 'normale' che 8 sacchi si ritrovino tutti insieme in un litro d'acqua, oppure questa dose, usata dai ricercatori di Pisa, è irrealistica, un po' come cercare di dimostrare che l'aspirina uccide somministrando ad un paziente 100 compresse tutte insieme?". "I risultati, pubblicizzati ai quattro venti, diventano fuorvianti - conclude l'azienda -, anche perché si incide su delle attività commerciali senza la sicurezza di avere a che fare con risultati riproducibili e sensati".

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