Martedì, 26 Maggio 2020

OLTREPÒ PAVESE - «VOGHERA? ECCELLENZE COME ADOLOSCERE LE METTEREI NEL BIGLIETTO DA VISITA...»

Michele “Miky” Orione, la “penna romantica del volley” che qualcuno ha definito il “Gianni Brera della pallavolo” si racconta ai nostri lettori in questa intervista. Da semplice appassionato, Orione è diventato progressivamente un riferimento per moltissimi protagonisti del volley, grazie in particolare alle sue collaborazioni con la rivista “Pallavoliamo.it” e agli articoli pubblicati su “Volley People”, il blog da lui fondato. Nel 2016 ha pubblicato il suo primo romanzo sul volley: “Ho imparato a sognare”.

Come è entrato in contatto con questo sport? Un passato da giocatore?

«Assolutamente no... per fortuna di chi guarda la pallavolo! Anzi, devo dire che fino ai primi anni Duemila la pallavolo non rientrava fra i miei principali interessi. Poi nel 2003, per un puro caso(lo sarà stato davvero?), mi trovavo in piscina a Rivanazzano quando arrivò una comitiva di dodici “valchirie” accompagnate da un uomo che poi ho riconosciuto essere il dottor Gianluigi Poma. Fui colpito dalla bellezza e bravura di queste ragazze (un po’ meno da quella di Poma… ah ah ah), che si trovavano lì per la preparazione atletica. Mi avvicinai, incuriosito. Non sapevo quasi nulla di pallavolo: una delle ragazze mi chiese quale ruolo preferissi, risposi “stopper”, ruolo che nel volley non esiste. Comunque, quella fu soprattutto l’occasione per conoscere Gianluigi Poma.»

Un mentore?

«Sì, gli devo molto. A dare veramente il via al mio contatto con il mondo della pallavolo fu una richiesta che gli feci: dal momento che mi piaceva molto la maglia della loro squadra, che all’epoca si chiamava Nadirex Villanterio (in seguito divenuta Riso Scotti Pavia, squadra giunta fino in serie A1), gliene chiesi una in regalo. Poma me la promise: “Vieni a Villanterio e ti darò la maglia”.»

Come andò?

«Cercai Villanterio sulla cartina e andai, ma ad oggi non ho ancora avuto quella maglia... In compenso ho trovato, su quella strada, la passione per la pallavolo. L’amore di una vita, la compagna di tante serate, di avventure, di viaggi. Momenti indimenticabili e migliaia di chilometri in Italia e in Europa.»

A proposito di chilometri: lei è spesso a Conegliano, in Veneto…

«Sì. Sono innamoratissimo. Della squadra ovviamente! Della società e del pubblico. Battute a parte, ho molti amici che pur a 370 chilometri di distanza mi fanno sentire come a casa. E poi la squadra è, quest’anno più di altri, la più bella e forte al mondo.»

Tornando più vicino, può la pallavolo essere un potenziale inespresso nel nostro territorio?

«Penso ancora a Poma, che è un grande amico; una persona con cui ho vissuto grandi emozioni. Una di queste è stata in occasione di uno degli ultimi “Memorial” dedicati al padre, quando portammo al Palaravizza di Pavia oltre duemila persone per assistere ad un incontro amichevole. Il territorio ha voglia di volley; manca però l’apporto che tutti dovrebbero dare ad un progetto di sviluppo. Si tende troppo spesso a considerare lo sport come qualcosa di superfluo, di non importante, quando invece esso è un bisogno primario dell’essere umano. Sia per gli aspetti legati alla salute, sia per la socializzazione.»

Cosa potrebbe fare una città come Voghera per migliorare il suo percorso in questa direzione?

«Credo che l’impegno e la passione in città per certi versi ci siano, anche se purtroppo, tante volte, gli sforzi sembrano non essere ripagati. Penso che gestire un’attività in città di provincia o in piccoli comuni sia veramente un’impresa titanica; quindi tutta la mia stima va ai dirigenti locali, più ancora che a quelli riconosciuti a livello nazionale. Qui si fanno magari anche i conti con i 15 euro di costo per la maglietta.»

Cosa manca allora?

«A Voghera, per me, manca la consapevolezza delle proprie eccellenze e delle proprie potenzialità. Tutti siamo convinti di vivere in una città morta, e per certi versi lo è. Ma in realtà ci sono delle eccellenze, solo che sono nascoste. Persone che si alzano presto la mattina per portare avanti una, una passione, uno sport. Penso in particolare ad un centro come Adolescere, poi ce ne sono anche altri.»

Forse quello che cita è l’esempio più in vista...

«Sarà forse più in vista di altri, ma di certo non lo è abbastanza. Se io fossi un amministratore, eccellenze come Adoloscere, l’istituto Gallini, la mostarda, le metterei nel biglietto da visita. Una Voghera “Città del Gallini”, “Città della Pallavolo Adolescere”, solo per fare qualche esempio. Non siamo bravi a valorizzare le eccellenze che abbiamo, ma siamo bravissimi a raccontare le cose negative. Questo non vuol dire che le cose che non funzionano non debbano essere raccontate, ma nemmeno che diventino l’unica ossessione città.»

Un esempio di quelle cose negative alle quali si è dato tantissimo risalto è la “Voghera capitale della ludopatia”.

«La ludopatia è una piaga, ma la soluzione deve essere legata ad un’alternativa. Sono convinto che se ci fosse lo spazio dove seguire una squadra, dove appassionarsi allo sport, almeno uno su mille si salverebbe dal rischio di cadere in strade sbagliate. Così, invece, siamo in un circolo vizioso. Un paio di anni fa, durante un seminario con il grande Julio Velasco a San Patrignano, mi spiegavano che i casi di ludopatia nel loro centro sono aumentati del 300% in pochi anni.

Stiamo parlando di un’emergenza nazionale: questo non rende meno drammatico il problema di Voghera, ma in tutti i casi, nazionale e locale, bisogna lavorare per creare delle alternative. Passiamo dal gioco non sano al gioco sano per la mente, il corpo e lo spirito. Citando esempi che non ho vissuto direttamente, ci sono squadre che, pur militando in campionati amatoriali, sono riuscite a tirare fuori tanti giovani da situazioni di degrado.»

Non ci ha ancora raccontato cosa ha fatto, dopo gli esordi, in questo settore.

«A livello nazionale, per 15 anni ho collaborato con testate giornalistiche riconosciute. Una è stata “Pallavoliamo.it”: partita da Ceranova, è diventata in breve una rivista on line a livello nazionale. Lì, in un editoriale, ho scritto una delle mie frasi più belle “Questa rivista ha un editore estremamente esigente: la nostra passione”. Poi ho collaborato con vari periodici, fino all’apertura, due anni fa, di un mio blog, chiamato “Volleypeople.it”, che, a detta di qualcuno, sta avendo un successo clamoroso sia di pubblico, sia di follower.»

Chi sono le persone che la seguono? Perché?

«Mi seguono, inaspettatamente, in molti appassionati, tifosi e addetti ai lavori. Probabilmente perché nei miei pezzi non parlo di schemi o di tecnica: ci sono già esperti che si occupano di questo. Cerco invece di raccontare la parte umana e le emozioni dello sport. Senza dubbio quando entro in un palazzetto e qualcuno mi accoglie dicendomi: “Tu sei Michele Orione, quello di Volley People? Complimenti”... Beh, quello è il migliore dei like.»

Qual è la sua esperienza sul territorio?

«Sul territorio sono stato invitato – grazie all’amico Franchini – a Rivanazzano, dove per un circa anno ho seguito le ragazze della squadra femminile.»

Con quale ruolo?

«Rispetto i ruoli, ma non amo le etichette. Ho cercato di collaborare, di scambiare opinioni e confrontarmi. Negli anni ho allenato l’occhio a cercare di percepire i tratti umani, le reazioni, la smorfia, il sorriso... il non battersi un “cinque” fra compagni. Diverse volte azzecco l’osservazione; in questi casi un consiglio, una parola in merito, senza peccare di presunzione, può essere utile. A Rivanazzano ho fatto anche la bellissima esperienza di pubblicare un calendario con Federica Scarioni, famosa altresì per aver precluso i tempi ed essere stata la prima fotografa del calcio femminile in Italia.»

Parliamo anche della sua attività lavorativa?

«Lavoro presso il circuito Tazio Nuvolari, dove mi occupo dell’organizzazione e della gestione degli eventi che l’autodromo propone. Abbiamo un calendario intenso di iniziative, ma anche attività parallele che cerchiamo di portare avanti grazie all’impegno del patron Giorgio Traversa. Colgo l’occasione per ringraziarlo di avermi concesso permessi, talvolta anche last minute, per assecondare la mia passione pallavolistica.»

Un altro potenziale inespresso del territorio?

«Per quanto un’attività possa essere bella, se proposta in un deserto rimane solo “una bella attività” senza futuro. Se invece il territorio ci crede, anche a livello economico, questo circuito può essere l’occasione per creare indotto, per far crescere la ricettività. Devo dire che alcuni amministratori locali hanno colto questa opportunità e collaborano con noi per creare una rete. A loro va il mio grazie.»

La sua è una presenza costante sui “social” che trattano di politica locale. Una battuta sulle prossime elezioni vogheresi? Il terreno sembra ancora molto frammentato...

«La frammentazione da un lato può essere una cosa positiva, perché può portare più idee nella discussione relativa alla città. Dall’altro lato, tanti sono convinti, usando una metafora sportiva, che vinte le elezioni si alzi il trofeo al cielo. In realtà quel trofeo, che si chiama “città”, esige passione, ma anche pragmatismo: è necessario che a governare sia una squadra unita. La città ha bisogno di essere governata, e non è facile quando ci sono tante opinioni diverse. Oggi come oggi sono necessarie risposte immediate.»

di Pier Luigi Feltri

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