Lunedì, 06 Aprile 2020

OLTREPÒ PAVESE - 6 GIORNI ENDURO: «SUGGERIREI DI LASCIAR PERDERE I PREGIUDIZI, IL CHE NON SIGNIFICA AVERE LA LICENZA DI FARE QUELLO CHE SI VUOLE»

Quest’anno, tra agosto e settembre, l’Oltrepò ospiterà il più grande evento di enduro internazionale, la Sei Giorni. In un clima di pareri contrastanti su i problemi che questa Sei Giorni potrebbe generare, ma anche sui benefici a livello turistico che ne dovrebbero conseguire, ascoltiamo il parere di un esperto in quanto motociclista e imprenditore: Fabio Fasola, classe 1961, campione vogherese di enduro e insegnante di questa disciplina, ha alle spalle ben 13 edizioni di questa competizione.

Quando ha iniziato a correre nell’Enduro?

«Voghera è sempre stata famosa per la regolarità: il moto club Voghera è stato uno dei primi ad avere un tesseramento con la federazione motociclistica; per cui sono entrato in questo mondo anche grazie agli amici che ne facevano parte, tra cui i fratelli Spalla e Spairani. A sei anno ho avuto la fortuna di ricevere in regalo una moto e a 14 anni ho iniziato a fare le prime gare, sotto falso nome per una questione di età. Fino ai 16 anni ho avuto diversi nomi: Marco Chiapparoli, Pierantonio Rebasti, Claudio Montagna… questi sono stati i miei pseudonimi fin quando non ho potuto prendere la licenza e sono diventato “il vero Fabio Fasola”. Con già due anni di esperienza alle spalle in cui ho avuto l’occasione di confrontarmi con i “grandi”, ho iniziato ad ottenere risultati molto presto. Tant’è vero che a 18 anni vinsi il primo campionato italiano Cadetti e poi proseguii l’attività fino ad oggi».

Che cosa la motiva ancora oggi, a 58 anni, ad affrontare le dune del deserto, come ha fatto quest’anno nella Parigi Dakar?

«La follia. Ho già partecipato alla Parigi Dakar nel 1998, ‘99 e 2000 vincendo anche diverse tappe. Partecipare a questa competizione a 58 anni è pura follia e a volte mi sono fatto anch’io mi sono chiesto “ma chi me lo fa fare?”. C’è da dire che grazie alle competizioni e all’insegnamento – dato che con la scuola riesco ad istruire tutti gli appassionati che vogliono avvicinarsi a questo mondo – non ho mai abbandonato l’ambiente».

Quest’anno ci sarà la Sei Giorni. A quante Olimpiadi di enduro ha partecipato e in quanti continenti?

«Se contiamo anche questa edizione, a cui spero di poter accedere, ho partecipato a 14 Sei Giorni. La prima, per me, è stata quella del 1979, a Brioude, in Francia. Ho visitato diversi continenti ma considero l’Oltrepò la patria dell’enduro. Una volta lo era Bergamo; adesso questa città ma soprattutto l’Oltrepò hanno tutto ciò che possa esserci di più desiderabile per un endurista».

Cosa ne pensa delle polemiche mosse nei confronti di questo evento? è uscito anche il suo nome, poiché lei è stato uno dei primi ad aver portato in Oltrepò  gli stranieri all’enduro.

«Nel 1988 ho avuto l’idea di aprire questa scuola di fuoristrada al passo del Brallo, poiché lo ritengo un luogo eccezionale per praticare questo sport. è come per un tennista giocare a Wimbledon o per un golfista giocare in Scozia. Quello che mi è sempre stato contestato è che “porto gli stranieri”. Mi sembra lampante che lo sport non preveda discriminazioni di alcun tipo, tantomeno di nazionalità, non mi sento un illegale, mi sento uno che pratica e insegna un disciplina stupenda, che può togliere i ragazzini dalla strada. Le accuse di illegalità sono infondate, sono generate dall’ignoranza nel riconoscimento di ciò che è lecito o meno. L’80% dei cartelli che si trovano in giro è abusivo, quindi è facile che io passi inconsapevolmente in una strada vietata e di conseguenza che io venga additato come un delinquente».

Un esempio pratico di cartello abusivo?

«In moltissime strade ci sono segnali che citano “divieto di motocross”, ma che cosa vuol dire divieto di motocross? Se la mia moto è in regola con il codice della strada, chi mi vieta di passare in quel posto? Va sicuramente tutto regolarizzato, vanno trasmesse delle informazioni, ma soprattutto non va passato il concetto che il fuoristradista equivale ad illegalità».

Regione Lombardia ha una normativa per quanto riguarda l’enduro. è difficile praticare questo sport secondo le leggi previste?

«Vorrei poter mettere da parte tutti gli articoli di giornale che escono in questo periodo fino alla conclusione dell’evento e vedere quale sarà, dopo, l’opinione della gente, La  Sei Giorni sarà motivo di visibilità per chiunque, poi è normale quando c’è un evento internazionale che molti, soprattutto coloro che cercano visibilità gratuita si sentino autorizzati a dire qualcosa o qualsiasi cosa. Andarsi a sciacquare la bocca è facile. Partiamo dal presupposto che ogni regione d’Italia ha delle problematiche a livello motociclistico, chi più chi meno. La Lombardia è una di quelle regioni in cui la normativa prevede che chi organizza gare per almeno due anni non può ripercorrere il sentiero su cui si è appena gareggiato. Però queste sono regole attuate nel momento stesso in cui si organizzano le gare. C’è un 50% che partecipa alle gare, non vedo perché l’altro 50% non possa usufruire di un tracciato solo perché ci hanno appena gareggiato sopra. L’importante è far capire chiaramente dove è possibile andare e dove no. Se poi qualcuno non ha la targa o non è in regola con il codice della strada questo è un altro discorso, ma spetterà alle autorità competenti segnalare e colpire coloro i quali fanno qualcosa che non va bene –  non facciamo di tutta l’erba un fascio».

In base alla sua esperienza ultradecennale e al suo buonsenso, dove e quando è possibile passare o meno?

«è logico che se io vado in un sentiero dove so che è piovuto da due, tre settimane causo danni decisamente superiori rispetto a quando il terreno è asciutto. Perciò sarebbe opportuno possedere certe nozioni basilari dal momento stesso in cui si entra in possesso di una moto. Ci vogliono intelligenza, educazione e rispetto verso qualsiasi tipo di proprietà. Ci sono posti dove effettivamente è vietato, altri dove non è vietato – qui non vedo perché io non possa passare; sta ai comuni e alle comunità montane procurare un segnaletica che renda chiaro dove un fuoristradista è ben accetto. Sono problemi che ci si tira dietro da tantissimi anni, e si parla si parla si parla, ma si fa sempre ben poco. Perciò vorrei sfruttare questo momento di gloria concesso all’Oltrepò per regolamentare in modo adeguato e concreto l’enduro aperto a tutti».

I favorevoli all’enduro in Oltrepò sono molti, e tra questi ci sono le categorie economiche di albergatori, ristoratori… e chiunque per lavoro è  interessato a questo evento. Lei ad oggi ha partecipato a 13 Sei Giorni ed è anche un imprenditore, quindi può fornirci un punto di vista non solo esclusivamente sportivo. Queste 13 Sei Giorni a cui lei ha partecipato, dal punto di vista imprenditoriale, che benefici hanno portato ai territori dove si sono tenute?

«Una Sei Giorni muove circa 25-30mila persone, che di conseguenza circolano nel territorio e lo “usano” da un punto di vista economico perché mangiano, bevono, vanno nei negozi; grazie al passaparola fanno conoscere l’Oltrepò, le sue prelibatezze e tutto ciò che ha da offrire. Oltrepò che ad oggi non viene valorizzato come merita, quindi questo evento sarebbe un’ottima occasione per farlo. Non bisogna additare la manifestazione come controproducente, perché non lo è. Dove c’è gente c’è benessere, c’è lavoro».

A proposito di afflusso: i partecipanti saranno circa 800, questo numero in quanti meccanici e assistenti si tradurrà?

«Già nella preparazione, che dura circa 15 giorni, si conteranno più di ottomila persone, ancora prima dei meccanici e dei piloti. Per non parlare di chi segue la gara  e a volte prende le ferie per non perdersene nemmeno un giorno. Nella fase finale, secondo me, si potrà arrivare anche a trentamila turisti totali, che si fermano per 4-5 giorni. L’enduro sembra uno sport di livello “medio”, ma non è così, soprattutto quando si va a toccare anche l’utenza delle adventure».

Diventa una cosa importante anche a livello federale, tra tesserati e appassionati. Nelle Sei Giorni precedenti, ha potuto notare un grosso coinvolgimento della politica?

«La politica è sempre coinvolta nel bene o nel male. In alcune nazioni l’influenza politica era un po’ più forte, in altre un po’ più labile. Mi ricordo ad esempio della Sei Giorni dell’81 all’Isola d’Elba e molti si chiedevano essendo un parco naturale, “come hanno fatto a correre?” Sono riusciti a trovare un compromesso per portare le moto anche lì. Ad oggi è la più ricordata sia dai giovani sia dai veterani perché è un fiore all’occhiello. Il pensiero di una nuova Sei Giorni di tale calibro alletta in fatto di visibilità anche a livello politico, quindi la passerella ci sarà sicuramente».

A livello mediatico nazionale ed internazionale, le varie Sei Giorni hanno nel concreto portato lustro ai luoghi in cui si sono svolte?

«Dipende sempre da chi gestisce questa “giostra”: se viene gestita bene porta una visibilità enorme e in senso positivo; al contrario, se viene gestita in malo modo sin dal principio, porta una visibilità controproducente. Sta al territorio che ospita l’evento creare un indotto mediatico positivo che duri a lungo nel tempo e non per forza legato al motociclimso. è una cosa che ad oggi l’Oltrepò non è ancora riuscito a fare: la Sei Giorni è un evento prestigioso, che sicuramente porterà benefici al territorio».

Se lei dovesse dare un consiglio alle varie istituzioni oltrepadane  che si occupano di turismo, quale sarebbe? Anche alla luce di quanto ha potuto osservare nelle precedenti edizioni.

«Sicuramente suggerirei di lasciare perdere tutti i pregiudizi che possono essere legati al mondo del fuoristrada – il che non significa avere la licenza di fare quello ciò che si vuole, assolutamente. Va costruito un percorso, vanno unite le forze, per far sì che questo non sia un evento controproducente. Il prestigio dell’Oltrepò non dovrà svanire dopo la Sei Giorni: lo scopo ultimo non è creare una concentrazione temporanea di gente, ma un continuo circolo».

Nelle altre Sei Giorni ha potuto constatare, nei territori che le hanno ospitate, il ritorno di piloti, tifosi e turisti?

«Certo, dove sono riusciti a far passare dei bei concetti e a fornire un’accomodation di qualità, l’obiettivo è stato raggiunto. La gente si ricorda della bellezza dei posti – l’Oltrepò non è mai riuscito a farsi apprezzare da più di un punto di vista alla volta».

Ha mai avuto problemi di tipo territoriale, qui in Oltrepò, tra corse e scuola?

«No, non ho mai avuto problemi, tranne il mio “marchio” di essere stato il  “primo a portare gli stranieri”. Continuo a non vedere che male ci sia, il fuoristrada non è precluso a nessuno. Il problema di questo sport è il fatto che venga tradizionalmente legato a qualcosa di casalingo, rurale, autoctono – come se con la moto si marcasse il territorio. Oggi il mondo della bicicletta e della e-bike è in costante espansione, perché noi non possiamo stare al passo?».

Quindi è probabile che lei partecipi alla Sei Giorni: in che modo, con chi e come?

«Sì, mi piacerebbe molto partecipare perché quasi sicuramente questa volta sarà l’ultima e vorrei coronare questo sogno di partecipare a quella  che si svolge nel territorio in cui sono nato. Sono abbastanza indeciso se correrla con una moto attuale oppure vintage – nei prossimi giorni deciderò».

Quali sono le motociclette vintage da corsa e perché alcuni le scelgono?

«Chi corre sulle moto vintage vuole rispolverare gli anni d’oro della regolarità. Il loro è uno spirito conviviale e altruista. L’unica pecca è che talvolta, se penso al vintage, mi sento più vecchio di quello che sono; ma ultimamente sta andando molto di moda e la federazione stessa sta spingendo parecchio perché si organizzino gare riservate a questo tipo di veicoli».

In Oltrepò ci sono appassionati e preparatori di vintage?

«Ho un amico, è un preparatore – Roberto Dagradi, e viene dal mondo della velocità. Oltre ad essere un appassionato è anche un bravissimo restauratore. Realtà di questo tipo si trovano un po’ ovunque. Il nostro territorio è cresciuto anche sotto questo aspetto».

Consiglio dall’alto della sua esperienza che si sentirebbe di dare agli organizzatori di questa ?

«Consiglio loro di prendersene cura per organizzarla nel modo migliore possibile, di sollevare meno problematiche possibili e cercare di condividere i vari step della Sei Giorni con chi è del luogo e sa come, quando e dove passare. Se si riuscirà a fare un buon lavoro, nondimeno ne gioveranno anche le e-bike, che sono un passaggio intermedio fisiologico tra la bicicletta e la moto. Chi si appassiona alle due ruote, chissà che non possa tornare in sella ad una e-bike. E in questo modo si ribalterebbe la frittata, con persone che chiederebbero la creazione di percorsi ed eventi dedicati».

Momento più alto della sua carriera?

«Forse il primo campionato italiano, che vinsi nell’81, e le tappe che vinsi nella Parigi Dakar. Non c’è un momento specifico che ricordo, ma tanti obiettivi raggiunti sono diventati splendidi ricordi e mi hanno permesso di essere ancora attivo in questo mondo. Potermi confrontare con giovani e meno giovani è sempre una cosa bella – è come se non si ricordassero dell’età che ho, e ne rimangono sorpresi quando glielo dico. Fa parte anche del mondo dell’insegnamento cercare di trasmettere la passione che il fuoristrada può dare».

Riconosce un erede, in Oltrepò, un continuatore di Fabio Fasola in fatto di competitività sportiva?

«L’Oltrepò è una fucina di piloti. So che ci sono i fratelli Buscone che stanno andando molto bene. Poi, si sa, in questo mondo anche la fortuna gioca un ruolo non indifferente; bisogna essere capaci di salire sul treno nel momento stesso in cui passa – ammesso che passi. Però trovo che ci siano dei giovani promettenti. Tanti ragazzi del moto club Valle Staffora e del Moto Club Varzi sono attivi. Ma quello che mi impressiona di più – in positivo – è la quantità di questi moto club; ognuno di essi sforna piloti competenti grazie ai quali l’enduro può mantenersi in continua ascesa».

Nei mesi scorsi abbiamo intervistato uno dei fratelli Buscone che si occupa del moto club Varzi ed ha la passione di insegnare ai bambini. Lei si è mai occupato di questo settore? Come lo vede?

«è dall’88 che insegno e il mio target comprende tutte le età, tutti i livelli e talvolta anche diverse specialità. Con i bambini mi trovo molto bene; sto portando avanti un progetto basato su camp settimanali, in cui il legame unificante è imparare ad andare in moto, ma che sono in aggiunta un ottimo modo per i bambini di imparare l’inglese e per gli stranieri di imparare la lingua italiana – sul fac-simile dei college, per intenderci. Alla fine del percorso il bambino avrà sì imparato ad andare in moto, ma avrà imparato altri sport, avrà imparato la cultura, a relazionarsi con gli altri. Grazie alla mia esperienza di istruttore sono riuscito a consolidare metodi di insegnamento sicuri. Oggi è più difficile far imparare ad una persona ad andare in fuoristrada perché sempre più spesso mancano i presupposti che di solito si acquisiscono in bicicletta. La bicicletta è sempre stata un mezzo di trasporto formativo, poiché, fin da piccoli, si imparava ad esempio a stare in equilibrio; oppure si imparava che sulla sabbia e sulla ghiaia le gomme scivolano. Oggi sempre meno persone vanno in bici, quindi mi trovo a dover colmare direttamente sulla moto queste lacune, che possono essere causa di incidenti».

A tal proposito, parliamo di costi. Un campus settimanale, per dei bambini di 10-12 anni, secondo lei, quanto dovrebbe costare?

«Il prezzo di un camp motociclistico non varia granché da quelli dedicati ad altri sport. La differenza è data dall’acquisto della moto e delle protezioni. Tuttavia, se si ha una visione un po’ più a lungo termine di questo percorso, i costi del mezzo e dell’attrezzatura si ammorbidiscono. Il discorso cambia quando e se il bambino è propenso ad entrare nel mondo agonistico. Bisogna comunque far sì che segua la sua strada senza pressioni».

Ha figli? Stanno seguendo le sue orme?

«Sì, ho un figlio di 11 anni e no, ha un’indole totalmente opposta alla mia, sembra un lord: ama la cultura, gli piace leggere, segue corsi di teatro, di lingue. Sono felice ugualmente perché mi dà delle soddisfazioni incredibili, per cui non ho alcuna pretesa che lui abbia la passione per la moto».

di Silvia Colombini

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