Domenica, 20 Ottobre 2019

OLTREPÒ PAVESE – VARZI – BRALLO DI PREGOLA - EX RISTORATORE TORNA A CORRERE IN MOTO A 66 ANNI

40 anni sono un arco di tempo parecchio lungo. Giorgio Agnelli, classe 1953, li ha trascorsi per intero lontano dalla sua più grande passione, le gare di enduro. Nel frattempo è stato proprietario di un ristorante a Brallo di Pregola, si è sposato e ha avuto figli, l’ultimo dei quali condivide l’amore per le moto con il padre. Giorgio, oggi sessantaseienne, ha deciso di ricominciare a correre in barba ad ogni perplessità riguardo la sua età e si è iscritto al Moto Club Varzi, città in cui attualmente risiede. L’essenza delle competizioni è rimasta la stessa, ma nel corso del tempo sono subentrate delle differenze nel mondo del motociclismo: Giorgio è pronto a raccontarcele.

Cosa spinge un uomo di 66 anni, dopo 40 anni che non corre più a rifare la tessera di pilota agonistico Enduro?

«L’ho fatto perché, avendo sempre corso, mi porto dentro questa passione fortissima da molto tempo; inoltre, stando con i giovani, vedendoli sempre correre, l’entusiasmo per la competizione non manca di certo. A un certo punto, poi, ti ritrovi ad avere una compagnia che ti coinvolge e ti incoraggia a rimetterti di nuovo in pista».

Lei ha smesso di correre a livello agonistico quando e perché?

«Ho smesso di partecipare alle gare nel 1980, oltretutto nel periodo in cui ero più allenato. Ho dovuto fermarmi a causa del lavoro e per dedicarmi alla mia famiglia. Ti sposi, lavori anche di domenica, hai un ristorante… Io e mia moglie, tra l’altro, abbiamo avuto un figlio molto presto. Mi ricordo che una mattina, poco prima di una gara, dissi rivolgendomi alla moto: “No, io e te dobbiamo smettere”; e la abbandonai lì, pensando tanto ormai non corro più».

In questi 40 anni di astinenza, quante volte gli è tornata la nostalgia delle corse?

«La voglia di tornare in pista si è fatta sentire dopo 4-5 anni. Prima ero motivato dalla ferma decisione che avevo preso di interrompere il mio percorso da motociclista. Dopo qualche tempo, però, la tentazione è forte, soprattutto con l’ultimo dei miei figli, che ha la mia stessa passione. Ha iniziato con le moto piccole nei campetti e da lì è stato tutto un crescendo».

Suo figlio, nel 2014, ha vinto la Sei Giorni di enduro – l’Olimpiade della moto. Immagino sia stata una grande soddisfazione per lei.

«è stata una cosa talmente emozionante da non riuscire a crederci. Entrambi i miei figli erano via di casa, uno in gara e l’altro ad assisterlo. Ovviamente tutti partecipano per vincere, ma quando tutti i giorni, per telefono, ti senti dire che tuo figlio sta rimontando e alla fine che è in testa, per un padre è una gioia immensa».

è stata più forte l’emozione di una vittoria sua o di suo figlio?

«Decisamente quella di mio figlio; l’ho avvertita molto di più: è come se io gli avessi trasmesso la mia passione e la mia voglia di gareggiare, e questo lo avesse condotto alla vittoria».

Lei a che età ha iniziato a correre e a quale livello?

«Ho iniziato appena terminata la leva militare, cioè a 23 anni. Si cominciava con le selettive regionali;  superate quelle, i primi tre classificati  potevano partecipare alle finali del campionato italiano. Ho dovuto fare molti sacrifici dato che in quell’anno avevo già aperto il ristorante, ma anch’io sono riuscito a qualificarmi per partecipare il campionato con la mia squadra. Nella prima “tre date”, però, su 180 finalisti, solo una trentina si è qualificata. Noi ci eravamo anche piazzati bene, ma a causa del numero insufficiente di partecipanti è stato tutto annullato. Questo episodio è stato un altro dei motivi che mi hanno indotto a smettere di gareggiare: le competizioni si svolgevano d’estate, nei periodi di maggiore affluenza del ristorante e lontano da casa... non volevo trascurare troppo i miei impegni per eventi che rischiavano di essere annullati. Dopodiché ho corso ancora in qualche gara minore, ma ho abbandonato man mano. Tuttavia conservo ancora la mia vecchia moto».

Lei è tornato a correre nel Motoclub Varzi. è stato uno dei fondatori?

«No, non sono uno dei fondatori ma mi sono iscritto subito, nel primo anno di attività, quando io abitavo ancora al Brallo».

Qual è una grande differenza, secondo lei, tra l’enduro dei suoi tempi e quello odierno?

«Aldilà dei mezzi, che nel corso degli anni sono cambiati tantissimo, l’enduro che correvo io era molto più tosto, difatti lo chiamavano “regolarità”. Percorsi più selettivi, pochissimo asfalto, veramente quasi tutto fuori strada. Adesso le gare si decidono sulle prove speciali e quando si fa un controllo tirato sembra una novità; quando gareggiavo io erano tutti controlli tirati e chi arrivava a zero sul controllo aveva già fatto la speciale».

A livello di ambiente, invece, che differenze percepisce?

«Sono cambiate molte cose. Ai miei tempi ci si sentiva di più come una famiglia, era più facile integrarsi; io corro in un ambito amichevole in cui ci conosciamo all’incirca tutti; ma noto che i giovani si sentono molto più professionisti, si sentono come dei tecnici, sono più riservati; manca un po’ di goliardia, ecco».

A quali gare prenderà parte, lei, quest’anno?

«Io quest’anno mi sono iscritto solo al trofeo KTM, e correrò con una KTM che acquistai parecchi anni fa; è un modello del 2000 che ho fatto risistemare, ma gareggerò con quella».

In quale categoria KTM corre?

«Io faccio parte della categoria Ultra Veteran, cioè dai 50 anni in su; si può scegliere se fare due o tre giri, e abbiamo tutti optato per i due giri perché pur gareggiando con l’animo della competizione: è già di per sé un’enorme soddisfazione il fatto di iniziarla una gara e….. portarla a termine».

Ha mai incontrato sul campo di gara persone più anziane di lei?

«Ce ne saranno di sicuro, ma non ne ho mai incontrate. Conosco persone -  alcune delle quali gareggiavano e gareggeranno insieme a me - che hanno all’incirca la mia età ma, al contrario di me, non hanno mai, mai smesso di correre: infatti vanno ancora molto bene».

Che clima si respira in un Moto club con molti iscritti come quello di Varzi? Vi frequentate?

«Al Moto club Varzi mi trovo molto bene. è un ambiente molto rilassante, ci si diverte, si fanno battute, si chiacchiera con tutti. Le occasioni per trascorrere del tempo tra motociclisti non mancano: ogni mercoledì c’è la riunione, ma il momento più bello è il sabato sera prima della gara perché, nonostante lo spirito competitivo non manchi, questo non va ad intaccare le amicizie e le buone cene tutti insieme».

L’Oltrepò è terra di tanti bravi enduristi e le manifestazioni per promuovere questo sport sono numerose. Lei è stato ristoratore, ha lavorato nel turismo: l’enduro può portare visitatori in Oltrepò, secondo lei?

«Assolutamente sì, se ben gestito; e non sono solo gli eventi o le gare ad avere successo, ma anche i semplici allenamenti portano un movimento non indifferente. Inoltre, è un mondo che attrae soprattutto i giovani».

Il suo ristorante al Brallo era meta fissa degli enduristi?

«Sì, soprattutto a mezzogiorno. E proprio perché sapevo che la mia clientela era composta per buona parte da motociclisti, aprivo addirittura il garage per mettere a disposizione attrezzi, compressori, camere d’aria nel caso avessero bucato…».

Nel 2020 si terrà l’Olimpiade della moto. La stragrande maggioranza degli operatori turistici dell’Oltrepò si è schierata a favore, ma ci sono anche alcuni voci contrarie. Cosa può portare questo evento, a livello di turismo, nella nostra zona?

«Di certo porterà un considerevole afflusso di persone, con turisti e motociclisti che vengono anche da lontano essendo un evento di portata internazionale. L’Olimpiade della moto impegna i partecipanti per parecchio tempo, mio figlio, mi ricordo, è stato via venticinque giorni: sono “solo” sei giorni di gara, ma i percorsi devono essere provati molto prima dell’evento stesso, con un grande traffico di team e piloti, e le ricognizioni delle speciali vanno svolte a piedi. Tantissimi stanno prenotando già ora per assicurarsi i posti più vicini ai tracciati».

Ai suoi tempi le ricognizioni pre-gara venivano fatte a piedi o in moto?

«Il percorso si provava tutto in moto, qualche giorno prima. Inoltre venivano effettuati più giri: tra i quattro e i cinque per manifestazione; adesso il numero è stato diminuito a tre e le moto vanno poste in parco chiuso fino alla partenza».

Queste modifiche, secondo lei, sono state effettuate con il presupposto di tutelare di più l’ambiente?

«Immagino di sì, per motivi ambientali e credo anche per evitare il disturbo della quiete pubblica, visti il rumore dei veicoli e il grande viavai di gente».

Ritiene quindi che le preoccupazioni manifestate da alcuni nei confronti della sei giorni  nei boschi siano infondate?

«A mio parere lo sono. Noi siamo i primi a volere il rispetto e la tutela della montagna, dal momento che ci abitiamo. Spesso e volentieri capita anche che ci ringrazi chi, ad esempio, va a cavallo, perché può attraversare sentieri che non sarebbero percorribili senza il nostro intervento. Prima di correre in un determinato percorso  che è già esistente, non devastiamo altre piante, lo puliamo quel tanto che basta per poter passare».

Questo è ciò che ci si augura accada sempre tra gli enduristi ma, purtroppo, si sa, le eccezioni ci sono. Il suo ristorante, al Brallo, è stato un punto di raccolta per i motociclisti. Le è mai capitato, in 40 anni di attività, di dover assistere, e magari porre rimedio, a deturpazioni della natura causate dagli enduristi?

«No, mai. Tante volte causa più danni un temporale piuttosto che un motociclista (ride). Logicamente, se si corre quando un sentiero, ad esempio, è bagnato, qualche traccia in più rimane. Ma siamo molto premurosi nei confronti dell’ambiente e ci prendiamo cura dei luoghi in cui transitiamo».

Ci sono mai state polemiche riguardo al fatto che queste gare si tenessero in zone incontaminate come il Brallo, o accuse agli enduristi di aver arrecato danni all’ambiente? Come si sono risolte?

«Purtroppo sì, è sempre esistita questa convinzione che noi devastiamo, roviniamo… è un problema che si è sempre presentato. Abbiamo risolto semplicemente organizzando corse e portandole a termine, poiché sappiamo di non rovinare l’ambiente. In ogni caso, nell’alta Valle Staffora le voci a favore rimangono la maggioranza: spesso ci viene chiesto di organizzare altre gare di enduro».

Ha detto prima che la sua più grande soddisfazione sportiva è stata la vittoria di suo figlio. In gara, è più in apprensione per lei stesso o per suo figlio?

«In questo caso, per me (ride). Prima era come un gioco: non sentivi la pressione addosso se non quella del pensiero di vincere, non ti facevi problemi per nessun tipo di ostacolo; anzi, se lo superavano gli altri, tu potevi farlo anche meglio. Adesso talvolta io mostro un po’ di titubanza verso determinati percorsi, non sono sempre certo di poter oltrepassare un ostacolo, non ho più la prontezza e i riflessi di una volta».

In quali circostanze ha deciso di tornare a prendere la licenza? Qual è stata la reazione di sua moglie e dei suoi figli?

«Era già un po’ che pensavo di ritornare in pista, però avrei dovuto farlo nel Moto club Pavia ma mi sarei sentito un po’ a disagio, siccome gli iscritti sono quasi tutti giovanissimi. Mentre qui, al Moto club Varzi, siamo in quattordici-quindici a correre e ci sentiamo tutti molto uniti. Quando poi ho detto alla mia famiglia che ricominciavo con le gare, mia moglie, fortunatamente ha approvato e assiste a tutte le competizioni, i miei figli al contrario erano piuttosto spaventati, hanno iniziato a darmi titoli (ride). Un gruppo di miei amici di Voghera, tutti gli anni, va correre all’Isola d’Elba: io mi sono aggregato a loro e mi sono rimesso in gioco, dovevo pur riprovare, dopo così tanti anni. E mi sto divertendo molto».

Il Moto club Varzi ha sia un gruppo di anziani che di bambini. Data la sua esperienza, sa dirci se è una cosa tipica, per i moto club italiani, coprire una fascia d’età così ampia?

«In realtà no, in pochi seguono dai ragazzini  fino agli anziani. Ciò che fa il Moto club Varzi è decisamente positivo: avvia da subito i più giovani alle competizioni. Di solito i ragazzini tentano qualche gara “perché lo fanno tutti” e poi smettono. Invece, con un istruttore e un avviamento quasi immediato alle gare, i bambini riescono a capire se quella sia la loro strada. Ed è così che viene a formarsi la “parte anziana” del Moto club: c’è chi non ha mai smesso di correre o chi, come me, che ha dovuto rinunciare alle moto per parecchio tempo, ma entrambe queste categorie sono mosse dalla stessa grinta, coltivata sin da piccoli».

In una competizione, suo figlio si sta giocando il primo posto; in un’altra gara, lei è nella stessa situazione, ma solo uno dei due può vincere. Preferirebbe che fosse lei a vincere o suo figlio?

«è mio figlio e gli voglio bene, ma ho un animo molto competitivo e, se potessi, preferirei vincere io (ride). D’altronde è per arrivare primi che si scende in pista».

 di Cecilia Bardoni

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