Sabato, 17 Agosto 2019

OLTREPÒ PAVESE – CERVESINA «IMMIGRATI ABBANDONATI A LORO STESSI, COSÌ SI FAVORISCE LAVORO NERO E CLANDESTINITÀ»

Uno degli effetti del Decreto Salvini sulla sicurezza è stato quello di svuotare (non solo di operatori e immigrati, ma anche di senso) i centri accoglienza sparsi sul nostro territorio. Tagliati i fondi, le cooperative che li gestiscono sono rimaste senza “benzina” e la prima conseguenza è stata il licenziamento di psicologi, medici, mediatori linguistici ed altre figure che ruotavano intorno a queste realtà con lo scopo di favorire l’integrazione.

Chi si rallegra per questa chiusura dei rubinetti ci vede un colpo ben assestato al “business dell’immigrazione”. Per altri invece significa la perdita del lavoro, oppure l’essere abbandonati a se stessi. Oggi i Cas (Centri di assistenza straordinaria) sul territorio oltrepadano sono ridotti ai minimi termini e quelli che non hanno chiuso lavorano tra mille difficoltà, spesso con pochissimi operatori costretti a coprire un territorio reso sempre più vasto dalla necessità di accorparsi, con stipendi da fame che spesso arrivano in ritardo. C’è chi non ce la fa più e deve mollare. Come Marco Sinigaglia, fino a pochi giorni fa operatore presso il Cas di Cervesina.

Perché se ne è andato?

«Ho dato le dimissioni perché ci siamo trovati a lavorare su turni in sole tre persone nella gestione di quattro centri dislocati a parecchi chilometri di distanza. Il lavoro non è stabile, e i continui cambi di cooperative non danno prospettive».

Quando aveva iniziato a lavorare in un Cas?

«Ho cominciato a lavorare per una cooperativa nel luglio del 2017 come operatore notturno. Il mio compito era di sorveglianza e in caso di necessità di assistenza di 21 immigrati nel Cas di Ghiaie di Corana. Dopo un anno subentrò un’altra cooperativa, che ottenne l’appalto per la gestione del centro di Cervesina, con 11 migranti, di Pieve del Cairo (8) e di Canneto pavese, oltre ad altri già dislocati a Parma e nel milanese».

Di cosa si occupava?

«Richieste sanitarie (dall’accompagnamento dal medico di base alla prenotazione di esami alla distribuzione del kit d’igiene), burocratiche (gestione dei documenti, rinnovo del permesso di soggiorno, della carta d’identità, della tessera sanitaria), lavorative (dalla scrittura del Curriculum all’invio alle agenzie) e alimentari (lista della spesa e distribuzione del cibo degli ospiti)».

Cosa è cambiato dopo il decreto Salvini?

«Il decreto sicurezza ha tagliato le ore degli operatori, lasciando i centri scoperti per parecchie ore al giorno. Per le difficoltà economiche che il decreto comporta (da 35 euro al giorno per ospite la Prefettura ne elargisce la metà), la cooperativa lascia per una nuova Onlus, che oltre al licenziamento di psicologi, medici, mediatori linguistici e culturali  prende in gestione un nuovo centro sito a Garlasco».

Per alcuni si è trattato di colpire un business, quello dell’immigrazione. Lei che ne pensa?

«Se c’era un business non era certo a favore degli immigrati o di noi operatori. Dipende dall’intenzione della cooperativa: c’era chi con i 35 euro al giorno per migrante investiva veramente per aiutare la loro integrazione, con corsi e lezioni, mediatori culturali, oppure comprando anche biciclette per aiutarli negli spostamenti. C’era poi chi, come l’ultima cooperativa per cui ho lavorato, mi ha dato l’impressione di interessarsi più al ritorno economico. Non si può fare di tutta l’erba un fascio».

Le cooperative prendevano dalla Prefettura 35 euro al giorno per migrante. Quanti di questi soldi finivano agli immigrati stessi?

«Il pocket money era di 2,50 euro per ogni notte trascorsa in un Cas. Se si dormiva fuori i soldi venivano scalati».

Alcuni rifugiati hanno trovato lavoro?

«Quelli che hanno studiato e imparato bene l’italiano sì. Una minoranza, ma qualcuno ce l’aveva fatta».

Perché parla al passato?

«Gli immigrati dei nostri centri venivano in Italia richiedendo la protezione umanitaria, dovendo poi dimostrare in sede di Commissione esaminatrice (in media dopo un anno e mezzo dal loro ingresso in Italia) di non poter rientrare nel loro paese perché a rischio di vita. Il decreto sicurezza ha tolto la protezione umanitaria restringendo il numero dei casi protetti e quindi ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno è ormai diventato quasi impossibile. Il permesso provvisorio per stare in Italia non coincide con un permesso lavorativo, il che significa che quando il permesso di soggiorno scade l’immigrato non può più lavorare regolarmente, favorendo la criminalità e il lavoro in nero».

Ha incontrato molte di queste persone. Ha capito perché vogliono venire in Italia correndo anche rischi enormi?

«Al momento del loro arrivo compilano un modulo chiamato C3 in cui comunicano le loro ragioni. La maggior parte dichiara di essere in pericolo di vita nel proprio paese natio perché parte di minoranze religiose o etnie discriminate. Ovviamente non possiamo conoscere se si tratta delle vere ragioni o meno. Quello che sappiamo è il lungo e durissimo percorso che affrontano per arrivare qui».

C’è qualche storia che l’ha colpita particolarmente?

«Ogni immigrato ha una storia particolare, quello che li accomuna è però il periodo di prigionia in Libia, una tappa necessaria per l’ingresso in Italia dall’Africa. Negli ormai noti centri di detenzione libica vengono derubati, torturati, uccisi. Spesso partono dall’Africa in tre o quattro parenti e arriva in Italia solo uno di loro dovendo assistere all’uccisione dei suoi famigliari. Le donne vengono stuprate o costrette a prostituirsi. Queste sono le storie più comuni».

Da quale paese fugge la maggior parte di loro?

«Sono per lo più nigeriani. Un paese dove la situazione politica è altamente instabile».

Cosa fanno queste persone nel Cas in cui lavorava lei?

«La mattina fanno le pulizie, mangiano a casa poi vanno a scuola in autobus o in bicicletta. Chi lavora fino a sera è impossibilitato al ritorno coi mezzi pubblici e deve tornare al centro in bicicletta con ogni condizione atmosferica rischiando la vita oppure pernottare fuori dal centro, rinunciando al pocket Money giornaliero di 2.50 che la cooperativa gli dà ogni mese per ogni notte dormita al centro».

Cosa accadrà ora che il ruolo dei Centri Accoglienza è fortemente limitato?

«In questi anni c’è chi ha veramente lavorato per ambientarsi e integrarsi. Chi è sempre andato a scuola ha imparato l’Italiano, ha svolto o svolge lavori, anche volontariato nel paese o nella città di residenza. Invece adesso non si fa reale distinzione tra gli immigrati, viene dato a tutti esito negativo dalla Commissione esaminatrice. Abbandonati a loro stessi, molto probabilmente saranno costretti a fuggire dall’Italia o a diventare clandestini nel nostro paese».

  di Christian Draghi

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