Domenica, 24 Marzo 2019

COME (NON) È CAMBIATO L’OLTREPÒ DAL 1901 AL 2019

Continua il nostro viaggio a ritroso tra le cantine sociali dell’Oltrepò, siamo a Montù Beccaria, primavera 1901. Il poco più che trentenne On. Luigi Montemartini iniziò una lunga campagna di promozione strutturata in riunioni, assemblee e contatti diretti, al fine di dar vita ad una cantina sociale a stampo cooperativistico. L’onorevole capì da subito che i per piccoli agricoltori era essenziale riunirsi in un unico gruppo per poter ottenere la giusta remunerazione delle uve ed evitare esorbitanti costi per la trasformazione dei vini, andando inoltre ad eliminare le tanto onerose mediazioni.

L’8 giugno 1902, su iniziativa di 58 agricoltori che seguirono l’idea di Montemartini, venne costituita quella che si può definire la prima vera cantina sociale cooperativa d’Oltrepò, la Cantina Sociale di Montù Beccaria.

L’idea piacque agli agricoltori oltrepadani (sì, agli agricoltori oltrepadani è piaciuto qualcosa, qualcuno potrebbe insinuare…) tant’è che negli anni successivi il progetto di Montemartini vide la luce anche in altri centri vitivinicoli della zona. Nello stesso anno venne fondata la sfortunata Cattolica di Broni a cui seguirono nel 1905 quelle di Santa Maria della Versa e Scorzoletta;  nel 1906 quella di San Damiano a Colle, Canneto Pavese e Rovescala; nel 1907 quelle di  Retorbido, Montescano, Torrazza Coste e Casteggio. Questo “sovraffollamento” portò le cooperative a competere tra di loro, portando all’abbassamento dei prezzi di mercato dei vini, situazione che non fu certamente preventivata da Montemartini agli albori del suo progetto.

L’onorevole trovò ben presto la soluzione proponendo alle varie cantine di unirsi in una federazione, con lo scopo di incentrare sotto un unico ente la pubblicità e la vendita dei vini prodotti dalle singole cantine sociali, omologando i prezzi di mercato. Questo avrebbe sollevato le cantine, e i loro soci, dal pesante compito di dover proporre e vendere singolarmente i loro prodotti.

Infatti la produzione dell’intera federazione sarebbe stata commercializzata promuovendo un unico marchio.

Il 16 febbraio 1909 i rappresentanti delle cantine di Montù, San Damiano, Montescano, Santa Maria, Torrazza Coste, Canneto e Retorbido costituirono la “Federazione Cantine Sociali Oltrepò Pavese”. Sempre nello stesso anno, iniziò anche  la costruzione dell’enopolio federale in prossimità della Stazione di Stradella, per facilitare la spedizione dei prodotti. Si costituì anche il primo consiglio d’amministrazione, composto in modo proporzionale dai rappresentanti delle cantine aderenti. Ovviamente come presidente venne eletto Montemartini e Luigi Baraldi (già direttore delle cantine di Montù, Montescano e San Damiano) ne assunse la direzione. Gli spacci delle singole cantine vennero rilevati dalla federazione. Per rappresentare i prodotti confederati venne creato un marchio apposito a forma di ottagono, il quale conteneva un fascio di viti colme d’uva, accompagnato dal motto “Viribus Unitis” (“con le forze unite”). A soli tre anni dalla fondazione, l’ente fu soggetto alle prime defezioni, e le cooperative confederate passarono presto da sette a quattro.

La prima ad abbandonare fu quella di Scorzoletta a causa del suo fallimento nel 1910, seguita dalla Cantina Municipale di Canneto, nel 1912, per la medesima causa. Sempre nello stesso anno anche Torrazza Coste uscì dall’ente. A differenza di Scorzoletta e Canneto la decisione di Torrazza Coste venne deliberata dall’assemblea della cantina stessa. Il Presidente Orlandi venne a conoscenza di un grave fatto in violazione allo statuto dell’ente: all’insaputa di alcuni confederati, la direzione di Stradella avrebbe acquistato vino “estero” a basso costo da tagliare con quello della federazione, con la scusante di ottenere prezzi più competitivi sul mercato. Nonostante le voci non abbiano mai avuto fondamento, alla luce di questi presunti fatti la cantina di Torrazza Coste formalizzò una prima richiesta di messa in liquidazione, che poi si trasformò con la decisione della cantina di abbandonare l’ente.

Nel corso degli anni ‘10 la federazione fu una vera e propria macchina da guerra sul mercato nazionale. Montemartini programmò una forte campagna pubblicitaria su diverse testate dell’epoca, soprattutto su quelle di stampo socialista come “La Plebe” e “Avanti!”. Per dimostrare al pubblico la vastità del progetto la direzione in certi casi mentì spudoratamente, come accadde su un numero de “La Plebe” del 1910: in un’inserzione si dichiaravano «quasi diecimila produttori piccoli proprietari riuniti» quando poi, agli albori, l’ente passava malapena i mille associati.

Nel primo decennio d’attività vennero aperte succursali in tutto il nord Italia: cinque punti vendita a Pavia, tre a Milano, due a Piacenza e Bergamo, poi altri ancora a Monza, Genova, Savona, La Spezia, Parma e Crema. Vennero aperti alcuni spacci anche in Svizzera, a Canobbio e Lugano.

Altro punto di forza della federazione fu la rete vendita basata sui primi gruppi d’acquisto, diventando fornitrice di diversi ospedali (S. Matteo di Pavia, Maggiore di Milano e i Civili di Vigevano, Monza e Busto Arsizio), cooperative di consumo, circoli e Case del Popolo.

Sempre in quell’anno vennero prodotti e lavorati 70.000 ettolitri, per poi passare ai 30.000 ettolitri del 1919 e ai 50.000 ettolitri nel 1921. La produzione fu ampia e svariata: bianchi e rossi da pasto, vini fini e spumanti. Particolare attenzione venne data ai vini dolci, come il Moscato e il Sangue di Giuda.

Nel 1922 anche la Cantina Sociale di Santa Maria della Versa abbandonò la Federazione, per motivi politici. In quell’anno il fondatore Cesare Gustavo Faravelli, socialista e amico di Montemartini, dovette cedere la presidenza all’Avv. Luigi Gobbi Belcredi, per volontà del partito fascista. Questo cambio “politico” ai vertici influì anche sulla permanenza della cantina mariese nell’ente, di stampo meramente socialista. Anche Montemartini fu costretto ad abbandonare la sua creazione nel 1926 quando venne mandato al confino politico, in quanto oppositore al fascismo, prima a Roma e successivamente a Palermo. Ritornò in Oltrepò solo nel 1943, per sfuggire ai bombardamenti. La presidenza della Cantina di Montù e dell’ente passarono così all’Avv. Pollini. Sempre in quell’anno le singole assemblee delle cantine confederate votarono l’adozione di un nuovo regolamento per il conferimento delle uve che prevedeva la classificazione in tre categorie: fina, bastarda, nostrana. Al prezzo al quintale della nostrana (3^ categoria) veniva aggiunto un premio di 15 lire se classificata bastarda (2^ categoria) o di 30 lire se classificata fina (1^categoria). Tale classifica doveva essere redatta da un’apposita commissione composta da 15 soci, estranei al consiglio, e presieduta dal direttore Baraldi.

Sempre in quegli anni la Federazione inglobò ad essa la Distilleria Sociale di Stradella (già Distilleria Stradellina e prima ancora Bobbio & Brambilla), la quale era stata già rilevata il 21 dicembre 1922 dalle cantine di Montù e Montescano su singola iniziativa. Tale stabilimento era stato precedentemente modernizzato con un contributo di 50.000 lire proveniente dalla Federazione stessa. Durante il ventennio la Federazione si ritrovò così composta da sole tre cantine sociali, le quali condividevano spesso presidenza e direzione.

Il 1 agosto 1943 i tre consigli d’amministrazione, su spinta dell’Ente Nazionale della Cooperazione, si riunirono di fronte al notaio di Montù Beccaria, Dott. Antonio Gravellone, deliberando con rogito la fusione delle tre cantine sociali, assumendo la denominazione di “Cantine Sociali Riunite di Montescano, Montù Beccaria e San Damiano al Colle Società Cooperativa”. La sede venne stabilita a Stradella, nei locali della ormai ex federazione e venne nominato un nuovo consiglio d’amministrazione unico. La nuova cooperativa vantava più di 2000 soci conferitori.

Già negli anni del secondo dopoguerra le “Riunite” arrivarono a pigiare uve per una quantità variabile tra 50.000 e i 80.000 quintali, sotto la presidenza del Cav. Mario Vercesi. Nel 1948 venne assunto il valente enologo Bruno Brunelli, il quale ne assunse successivamente la direzione fino alla metà degli anni ’60. Durante questo quindicennio i vini delle “Riunite” raggiunsero elevati livelli quantitativi ottenendo medaglie d’oro e riconoscimenti in concorsi nazionali e internazionali, entrando in alcuni casi in competizione con la più blasonata “La Versa”.

Alla fine degli anni ’60 iniziò il lungo e travagliato declino della cooperativa. Il boom economico permise ai singoli agricoltori di poter commercializzare singolarmente il proprio vino, sfruttando il nome che l’Oltrepò Pavese si era duramente costruito anche per merito della vecchia federazione. In questo modo gli associati preferirono pigiare le uve migliori da destinare ai propri vini, finendo con il conferire alla cooperativa solo le uve di seconda scelta. Inevitabilmente questo portò le “Riunite” ad un ridimensionamento quantitativo e qualitativo dei prodotti commercializzati.

Nel 1969 venne assunto l’enologo Alberto Vercesi, che successivamente ne divenne il direttore mantenendo tale carica fino al 1987, anno della sua scomparsa. Nel 1971 venne eletto presidente il Geom. Renzo Sclavi il quale, nonostante la nomina a senatore nella IX legislatura, mantenne l’incarico fino al 1994. Nei suoi 24 anni di presidenza, Sclavi  tenterò in tutti i modi di mantenere viva la cooperativa. Con il trascorrere delle vendemmie i conferitori iniziarono a calare, arrivando a circa 860. Anche per questo motivo alla fine degli anni ’70 l’azienda venne ridimensionata, dismettendo i due enopoli di San Damiano e Montù Beccaria, ma mantenendo comunque una capacità produttiva di 100.000 quintali. Nel 1980 l’intera produzione venne concentrata nel moderno enopolio di Montescano (abbandonando definitivamente lo storico stabilimento di Stradella) e la cooperativa assume la denominazione di “Cantine Sociali Riunite di Montescano s.c.r.l.”. La crisi si fece sempre più forte e nel 1993 avvenne l’ultimo cambiamento della ragione sociale in “Viticoltori Valle Versa s.c.r.l.” (da non confondersi con il progetto “Cooperativa Viticoltori Valle Versa”, costituitasi più recentemente, per cercare invano di rilevare la Cantina di Santa Maria della Versa), mantenendo come marchio lo storico ottagono “Viribus Unitis”.  Questo ultimo cambio di denominazione fu probabilmente un escamotage studiato per sfruttare al meglio il momento aureo di “La Versa”, la quale si era imposta da anni come azienda leader oltrepadana della spumantistica.

Il senatore Sclavi lasciò la presidenza a fine 1994, sostituito dal Dott. Ettore Cantù che presiedette l’ultima storica assemblea straordinaria del 29 dicembre 1995: quel giorno gli associati, consci del fatto di non essere più in grado di salvare la cooperativa, votarono per la messa in liquidazione. I due liquidatori Rovati e Aricò terminarono la liquidazione solamente nel 2006, dopo aver concluso l’ardua alienazione dello stabilimento di Stradella.

Ma al termine di tutte queste tumultuose vicende, che fine ha fatto il marchio “Viribus Unitis”? Per acquisire l’enopolio di Montescano dalla liquidazione, “La Versa” costituisce “Antica Cantina 1905 s.r.l.”, con lo scopo di inglobare in se gli ex soci della defunta cooperativa e poter accedere a finanziamenti europei. Nel 1998 venne pomposamente proclamata la nascita del “Gruppo La Versa” e l’ottagono “Viribus Unitis” venne destinato ai prodotti della grande distribuzione. Nel 2002 “Antica Cantina 1905 s.r.l.” venne assorbita da “La Versa” e il marchio finì nel dimenticatoio. Come dimostrano i documenti però nessuna delle suddette aziende acquisì dalla liquidazione, registrò o rivendicò formalmente lo storico marchio all’Ufficio Marchi e Brevetti. Per questo motivo nel 2017 un gruppo di investitori ha ridepositato lo storico ottagono “Viribus Unitis”, con la dicitura  “Cantina di Montescano 1907” nella speranza di poter mantenere viva la storia di questo glorioso marchio.

Concludendo con un passo indietro di circa cent’anni, una chiara visione dei motivi per cui si arrivò alla cooperazione viene illustrata in un’inserzione pubblicitaria su un numero di “La Plebe” del 1914, così testualmente riportata: «Sui bei colli di Stradella e Broni, nel lembo orientale del Piemonte, dove tanto sono rinomate le uve di Canneto, Montescano, Castana, Cigognola, Montubeccaria, Rovescala e San Damiano, ecc. la proprietà della terra è assai suddivisa e migliaia e migliaia di piccoli proprietari viticoltori, danno alla vite le cure più affettuose e ne ricavano i frutti più prelibati. Tutta questa classe di lavoratori, che sono tra i più intelligenti, indipendenti ed attivi di quelle provincie, erano ferocemente sfruttati dai grandi mediatori e dai grandi negozianti di vini, perché non conoscendo i grandi mercati di consumo e non avendo la forza per accedere ad essi, ogni anno erano costretti alla vendemmia a vendere i loro prodotti per prezzi irrisori a persone che, non contente di guadagnare sul prezzo, facevano anche la speculazione dei tagli ed alteravano la qualità. Perciò sentirono anche quei lavorator la necessità di organizzarsi ed assecondando la propaganda del loro deputato On. Montemartini, fondarono parecchie Cantine Sociali, nelle quali riunirono le loro piccole quantità di prodotti per farne delle masse considerevoli, tali da poter con esse affrontare i grandi mercati.

Colla solidarietà trovarono il credito e si resero indipendenti da strozzini, da mediatori, da speculatori. Riunirono poi le loro cantine sociali nella Federazione delle Cantine Sociali dell’Oltrepò con sede in Stradella in modo da procurarsi insieme la forza di cercare  i mercati più lontani.

La Federazione è presieduta dall’ On. Luigi Montemartini, deputato di Stradella, e diretta da bravi enologi che dirigono ed aiutano quei lavoratori a produrre il vino non più coi sistemi e coi piedi di Noè, ma colle norme razionali della enologia, applicando macchine filtri ecc. La facilitazione del credito, l’economia ottenuta colla lavorazione a macchina, il risparmio di spese di amministrazione che si hanno in una grande azienda, l’eliminazione delle spese di mediazione, l’esclusione di tanti intermediari, mette in grado la Federazione di vendere vini genuini di pura uva a prezzi convenientissimi per i consumatori. I grossi proprietari e negozianti che prima sfruttavano quei piccoli lavoratori, ora visto che sono loro sfuggiti di mano, cercano di imitarne nomi e tipi e sistemi di vendita, per sfruttare almeno la posizione che quelli hanno saputo guadagnarsi sul mercato. I consumatori sappiano distinguere!»

Bentornati alla primavera 1901. Meditate agricoltori, meditate…

i Manuele Riccardi

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