Sabato, 17 Novembre 2018

CASTEGGIO - FONDAZIONE BUSSOLERA: IL SOGNO DELL’AVVOCATO CONTINUA, VENT’ANNI DOPO

L’avvocato Fernando Bussolera era un personaggio eclettico, di quelli che si stampano nella memoria. Amante dei cavalli, delle belle macchine e dell’Oltrepò, e in particolare della sua tenuta di Mairano, dove visse fino alla fine dei propri giorni. Coniugato con la contessa Lina Branca (della nota famiglia di distillatori). Tre anni prima della sua scomparsa dispose che il suo intero patrimonio confluisse nella Fondazione Bussolera Branca, appositamente creata, con lo scopo di conservare il suo patrimonio e di continuare le sue grandi passioni, non ultima la ricerca in campo agronomico. Era il 1995. La Fondazione è presieduta ancora oggi da Fabio Pierotti Cei, mentre il complesso è gestito da tre impiegate con funzioni amministrative: Lucia Zaietta e Marta Rudoni per gli aspetti culturali e di pubbliche relazioni, e Giuditta Pasquino per i servizi generali e per la parte tecnica. Abbiamo parlato con loro per fotografare il sogno di Fernando Bussolera oggi, vent’anni dopo. Un sogno portato avanti anche attraverso il braccio operativo della Fondazione, la Tenuta ‘‘Le Fracce’’, e dal suo winemaker, Roberto Gerbino.

Dottoressa Zaietta, qual è la mission della Fondazione?

«La fondazione Bussolera Branca si pone come mission principale la conservazione degli immobili, del parco e delle collezioni, in particolare di auto d’epoca e di carrozze, che ci ha lasciato l’avvocato Bussolera».

Su quale patrimonio immobiliare può contare la Fondazione?

«La Villa Bussolera, gli immobili adibiti a uffici, Villa Rajna, oggi destinata ad essere la ‘‘casa dell’art brüt’’, il maneggio, le scuderie, i locali dedicati alla ‘‘Casa della musica’’».

Le dimensioni sono quelle di un piccolo paese. Perché così tante declinazioni fra gli interessi della Fondazione?

«Il principio della conservazione va inteso in un senso ampio: la Fondazione ha ritenuto che per mantenere al meglio questo patrimonio fosse importante perseguire progetti di ospitalità, e quindi far vivere questi spazi. Fra questi la ‘‘Casa della musica’’, associazione fondata nel 2012 e diretta da Rosa Franciamore. Che si occupa di offrire a bambini e ragazzi una formazione musicale integrativa e complementare a quella fornita dalle scuole. Conta più di 70 allievi».

Abbiamo poi l’importante progetto su Villa Rajna, concretizzato e prossimo ormai a una valorizzazione definitiva.

«Sempre in linea con la mission si è scelto dal 2017 di concretizzare un progetto culturale che riguarda un campo specifico dell’arte, definito ‘‘art brüt’’, termine francese che significa ‘‘arte grezza’’. È un tipo di creatività artistica priva di condizionamenti culturali; una creazione pura, autentica, realizzata da autori che fondamentalmente non creano secondo un’intenzione artistica: lo fanno a prescindere. Si tratta per lo più persone ai margini, isolate, molte ospitate anche negli ospedali psichiatrici. Espressioni artistiche, ma non inserite nel mainstream ufficiale. Il primo nucleo consiste nella collezione Fabio e Leo Cei, arricchita successivamente da altre donazioni. Parliamo numericamente di circa 30mila opere».

Quale la visione nei confronti di questo progetto?

«Sfocerà nell’apertura di una casa museo, quindi da un lato con l’esposizione delle collezioni, e dall’altro un centro di ricerca e di divulgazione sull’art brut».

Come può essere fruito dal pubblico?

«La Fondazione, e per ora anche il museo, sono visitabili su appuntamento. Il museo sarà gestito da un’associazione che si sta costituendo, quindi in futuro si pensa ad un’apertura regolare. C’è la possibilità eventualmente di unire alla visita le degustazioni dei vini Le Fracce, l’azienda di proprietà della Fondazione. Anche nella fruizione del pubblico si cerca di dare immagine unitaria».

Parliamo allora della cantina. Roberto Gerbino, cosa rappresenta la Tenuta nell’universo della fondazione?

«Tra le anime della Fondazione la cantina è una delle più importanti, anche solo dal punto di vista storico. È uno degli ambiti che dà la continuità maggiore fra quella che deve essere la presenza dell’avvocato e del suo spirito nella Fondazione, anche perché detta la ricerca nell’ambito scientifico e agricolo».

Come agisce la Tenuta nell’ambito della Fondazione?

«La Tenuta Le Fracce ha fra i suoi obiettivi quello di mantenere il patrimonio della Fondazione, ma anche quello di essere il braccio operativo della Fondazione stessa, che promuove la ricerca scientifica. La Tenuta Le Fracce, con l’ausilio delle proprie competenze e dei propri professionisti, porta avanti sul campo le ricerche che vengono proposte e affrontate».

Un esempio?

«L’ultima, importantissima, è stata una ricerca presentata al congresso mondiale dell’O.I.V. (Organisation internationale vigne vin), che ogni anno sceglie le 100 migliori ricerche fatte nel mondo in ambito vitivinicolo. Nel 2013 siamo stati scelti. Il tipo di ricerca, iniziato nel 2010, è stato talmente interessante e innovativo che è stato pubblicato su una rivista internazionale molto prestigiosa, che svolge una selezione molto dura».

Di cosa si tratta?

«Di un problema molto sentito anche dalle nostre parti: l’induzione alla resistenza allo stress idrico delle piante. In questo 2018 la Fondazione ha scelto di fare il passo successivo alla ricerca, cosa che succede raramente: mettere in condizioni normali queste viti, in un impianto di un ettaro al quale è stato applicato un pool di batteri capaci di indurre questa resistenza. È per noi un grande punto di arrivo. Oggi stiamo effettuando tutte valutazioni agronomiche e microbiologiche per vedere l’effettiva efficacia di questi microorganismi».

Quali sono stati negli anni i principali investimenti della Fondazione a favore della produttività aziendale?

«Il percorso che abbiamo fatto ha visto dei grandissimi investimenti a livello di tecnologia di cantina, perché ogni idea per essere messa in pratica ha bisogno di competenze ma anche di strumenti. Invece dal punto di vista della riconversione del vigneto, dei vecchi impianti sono stati sostituiti con sistemi di allevamento più moderni. Tutto questo ha portato alla creazione di prodotti nuovi, che seguono una ricerca del gusto molto mirata. La ricerca del gusto è la parte più complicata, che va oltre scelta agronomica. È un’attenzione al consumatore e soprattutto alla modalità di consumo del vino. Senza questo si serve solo un prodotto che magari piace a te stesso».

Trova che questa modalità di approccio sia sufficientemente presente in Oltrepò?

«Direi di no, e senza presunzione: è la verità. Sono abbastanza solo. Ma non è assolutamente mia intenzione fare alcun tipo di polemica. Ogni azienda deve pensare a sé stessa: questi discorsi territoriali sono molto belli da farsi, ma incontrano sempre mille difficoltà».

Dal 2016 la Fondazione Bussolera Branca si è fatta carico della gestione delle collezioni di vitigni del centro regionale di Riccagioia. Come considera questa esperienza?

«Per due anni, nel 2016 e 2017, abbiamo gestito la collezione storica dei vitigni di Riccagioia, che da quest’anno è tornata sotto il controllo dell’Ersaf. In quei due anni di sponsorizzazione da parte della Fondazione verso l’Ersaf, la Tenuta Le Fracce ha fatto da braccio operativo. Oltre a condurre i vigneti sono andato a ricercare fra i vitigni autoctoni personalmente quelli che avevano caratteristiche agronomiche e vinicole interessanti. Su alcuni di questi ho focalizzato un certo interesse, con risultati importanti».

Mi permetta una domanda sorniona: in quella collezione può esserci il nuovo Timorasso?

«Forse sì. Non bianco, ma rosso sì. Almeno due».

Per il rilancio dell’Oltrepò servirebbe la bacchetta magica. Ma le chiedo: quale può essere, realisticamente, il ruolo che la Fondazione potrebbe giocare, di concerto con gli altri soggetti?

«Nel 2016 la Fondazione ha incaricato la società Demoskopea di valutare quale fosse la percezione del territorio tra gli attori che ne facevano parte. Da questa ricerca è uscito un quadro che fa rabbrividire. Lo studio dice che se ci sono tipologie aziendali diverse, ognuna con proprie caratteristiche. Ci sono aziende come Le Fracce, che hanno bisogno di tante competenze esterne e che non hanno un ‘‘padrone’’ in carne ed ossa. Poi ci sono le aziende familiari. La cantina sociale, che fa la trasformazione di materia prima e la commercializzazione. Tre modalità molto diverse. Non può esserci quindi la pastiglia che fa bene a Le Fracce e a Torrevilla. Ma tutti i tentativi che finora sono stati fatti vanno nella direzione di trovare l’unica cura che va bene a tutti. Questo non avverrà mai».

di Pier Luigi Feltri

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