Giovedì, 12 Dicembre 2019

OLTREPÒ PAVESE - «IL CALCIO È UNA COSA SERIA»

Emanuele Domenicali, classe 1956, nato a Iolanda di Savoia in provincia di Ferrara e cresciuto in provincia di Mantova, oltrepadano d’adozione dal 1982, anno in cui fu acquistato dalla Vogherese in C2, venduto dal Trento che militava in C1. A 19 ha debuttato in serie B nella Reggiana ed è stato un calciatore simbolo della “Voghe”, prima e dopo la “Voghe”. Ha giocato in tante squadre,  poi a 31 anni un infortunio che l’ha portato ad appendere le scarpette al chiodo. Ha iniziato ad allenare a Rivanazzano e in un crescendo professionale-sportivo ha continuato a “girovagare” in lungo ed in largo per l’Italia, isole comprese, per  migrare infine nella serie B belga al Royal Cercle Sportif Visé. In carriera diversi campionati vinti, 7… mica pochi. Il “Dom” come molti lo chiamano ha girato, giocato ed allenato...ma…è sempre ritornato in Oltrepò, a Voghera, la sua terra adottiva.

Lei non è originario dell’Oltrepò, ha girato l’Italia in lungo e in largo come calciatore e come allenatore, ma è vogherese d’adozione. Perché ha scelto di fermarsi proprio a Voghera?

«Il motivo principale è stato quello di essermi sposato a Voghera e sinceramente ho pensato di stabilirmi proprio qui perché comunque si viveva e si vive tranquillamente. Nonostante fossi sempre in giro quando volevo tornare a casa tornavo a Voghera! Infatti in tutti i posti in cui sono stato mi hanno sempre indicato come il tecnico di Voghera».

Ha giocato in tante squadre e ne ha allenate altrettante, lei è un professionista che quando allena o gioca dà il 100%. Di tutte le squadre quale le è rimasta nel cuore?

«Le direi Gela, è una città molto particolare. Conta circa 10 mila abitanti ed è una città caotica e il primo impatto è stato devastante. Ho visto Gela per la prima volta da avversario, ruderi di fianco a case bellissime, lo stabilimento petrolchimico portava tanto inquinamento e la gente viveva pensando a se stessa, ma nonostante questo ho scoperto che questa gente è molto calda e ti può dare molto sia dal punto di vista affettivo sia di rispetto, che io, in particolare, mi sono guadagnato sul campo portando la squadra ai play off. Il calore della gente di Gela per la prima volta in C1 non l’ ho mai visto da nessuna parte ed è stato bellissimo. Poi sono andato a Pisa, perché rappresentava un’importante opportunità professionale, il Gela ed i tifosi hanno fatto di tutto per trattenermi, anche il sindaco Crocetta, poi presidente della regione Sicilia, si è scomodato per convincermi a rimanere, è stato per me un grande attestato di stima».

Da Gela a Voghera, città che attualmente conta due squadre, una in serie D e l’altra in prima categoria. I litigi e le discussioni della tifoseria divisa è segno che l’entusiasmo a Voghera sta forse scemando?

«Sono arrivato a Voghera come calciatore nell’82 e al tempo era una società fortissima. Venivo dalla C1 e avevo addirittura la richiesta del Mantova con Boninsegna come direttore sportivo, ma alla fine ho scelto Voghera, benché sia originario di Mantova. Lo stadio era sempre pieno ogni domenica, la città viveva di “Voghe” e si respirava un’aria importante per i due anni che siamo arrivati vicini alla C1. Oggi ogni tanto vado a vedere l’Oltrepò Voghera in serie D:  giorni fa, vorrei che le mie parole fossero comprese, non sto facendo critiche, mi sono seduto in tribuna e sono rimasto male perchè gli spalti erano freddi e ho visto una tifoseria vecchia, la stessa di quando ancora giocavo io. Qualcuno che imprecava per una palla sbagliata contro l’arbitro, poco entusiasmo, insomma. La fusione con Stradella non è mai stata ben accettata dalla tifoseria e dagli ultras. Gli Ultras sono dappertutto il pezzo forte del tifo, magari un tifo estremista, ma restano importanti per i calciatori. Il tifoso vogherese non ha riconosciuto questa come la “sua” squadra, infatti si è legato all’altra, quella che disputa il campionato di prima categoria».

Il calcio in Oltrepò, fuori dai denti, è in crisi. Il Casteggio vivacchia, Voghera è spaccata in due, Stradella con Voghera, Broni vivacchia anche lei, Varzi al momento è “un’isola felice”. Cosa manca per rilanciare il calcio in Oltrepò?

«Manca la programmazione, ci vogliono persone che sappiano fare calcio. Ci si inventa troppo facilmente dirigenti e direttori sportivi dall’oggi al domani, qualche presidente decide di vincere il campionato e avanti si parte, ma non funziona così. Se ad esempio Voghera la si vuole riportare allo splendore di una volta, ci vuole una società forte che abbia risorse o che le trovi, ci sono società professioniste che ci insegnano che non è necessario avere patrimoni incredibili, vedi il Cittadella. Ci vogliono le idee e società ben strutturate. Bisogna lavorare sui settori giovanili, sui giovani del territorio mettendo a disposizione allenatori e istruttori competenti, non puntare su gente che lo fa nel dopo lavoro in strutture fatiscenti con palloni sgonfi. Il calcio è una cosa seria! Il primo passo è la ristrutturazione del settore giovanile, poi della prima squadra. Prima facciamo crescere i nostri giovani per portarli dalle giovanili alla prima squadra, giovani che possano essere ceduti a squadre importanti, così tu società, entri in contatto e sei tenuto in considerazione da squadre di livello ed entri in un circolo sportivo ed economico virtuoso».

Il mese scorso Fabio Barbieri ci ha detto che bisogna curare i settori giovanili con persone preparate. Se domani la Vogherese, per fare un esempio, la squadra più blasonata storicamente, decidesse di seguire la sua ricetta e investire nel settore giovanile dalla primavera fino ai pulcini, quale sarebbe a suo giudizio il budget necessario per avere una società al limite del professionismo affinché il settore giovanile sia polmone e risorsa per la società e per la prima squadra?

«Faccio fatica a individuare una cifra. Quello che dico è che in un momento di crisi come questo, crisi anche calcistica, gli sponsor e i dirigenti di qualche anno fa non ci sono più. Allo stesso tempo anche i costi sostenuti dalle società sono diminuiti, gli ingaggi sono diminuiti e di parecchio. Tante squadre sono fallite, la C2 infatti non esiste più perché le squadre non riuscivano a sopravvivere. Io sto allenando dopo quattro anni a casa, io stesso non posso più accettare proposte dalla Lega Pro e andare a 1000 km di distanza per guadagnare poco o niente o il minimo… Le società fanno quello che possono. Io ho accettato un invito dal Derthona per il settore giovanile di serie D, 2004 giovanissimi, chiaro che non posso pretendere di guadagnare come quando allenavo in Belgio in serie B, ma con pochi soldi, tante idee e il supporto di persone competenti… ci si può riuscire nel fare un settore giovanile professionale. Purtroppo tante società dell’Oltrepò investono solo nella prima squadra, dovrebbe esserci più equilibrio tra gli investimenti per il settore giovanile e la prima squadra. Tutti vogliono fare gli allenatori ed i dirigenti del settore giovanile senza averne le capacità, ad esempio se un ragazzo butta per terra in malo modo il borsone… nessuno gli dice nulla. Lo sport è una scuola di vita, bisogna educare questi ragazzi».

Pertanto in Oltrepò le squadre, a vari livelli, dovrebbero investire più budget nel settore giovanile in modo serio e organico. Ma il 50% di poco è sempre poco perché di soldi non ce ne sono. Non entrando nel merito del perché Voghera e Stradella si siano uniti, ma un motivo sicuramente è stato quello di unire le poche risorse. A causa dei campanilismi sembra che in Oltrepò non si possano unire le forze, per cui si vuole la moglie ubriaca e la botte piena, colpa dei dirigenti? Colpa dei tifosi? Colpa della politica?

“Quesito difficile, tutte queste cose sono vere, è la realtà e il campanilismo è dovuto alla storia. Facendo un discorso logico e di buon senso in alcune zone e alcune società l’hanno fatto,  l’unione fa la forza, ad esempio l’Albinoleffe. Bisogna unire le forze ed anche la stessa politica deve prendere decisioni importanti per aiutare le persone che veramente hanno a cuore il calcio».

“Unire le forze” non ha funzionato tra città diverse, ma nemmeno nella stessa città. C’è qualcosa che non funziona, un male oscuro, concretamente che fare?

«Bisogna a un certo punto prendere delle decisioni drastiche. A Gela ad esempio, c’erano due squadre che hanno deciso di unirsi facendo qualcosa di positivo, perché o si fa così o salta tutto e i tifosi hanno capito questa azione di forza. Unire Casteggio, Broni, Stradella è difficile… una strada a Voghera potrebbe essere quella di unire le due squadre, ASD Voghera e Oltrepò Voghera in un’ unica società unica. La tifoseria penso sia possibile riconquistarla, la tifoseria si è schierata contro perché ci si è uniti con Stradella. Riunire ed unire le due squadre di Voghera sarebbe già un inizio».

Lei è arrivato a Voghera in un società il cui presidente era Lavezzari e i vari dirigenti erano espressione del mondo imprenditoriale vogherese che andava a gonfie vele. Ora di soldi ce ne sono meno e gli imprenditori prima seguono la vita e la salvezza della loro azienda e poi, caso mai, investono nel calcio. All’orizzonte a Voghera non sembra compaia un imprenditore mecenate che voglia investire. Che fare?

«I tempi degli imprenditori mecenati è sparito, anche nella serie A: il Berlusconi e il Moratti della situazione non esistono più. Ci vorrebbe un’idea e la volontà di incentivare qualcuno ad avvicinarsi al mondo del calcio che poi possa avere dei vantaggi o dei guadagni per la sua attività professionale o imprenditoriale, guadagni che siano alla luce del sole ovviamente.  Chiaramente facendo le cose per bene e non con la mentalità del “arrivo e voglio vincere il campionato!”. Si potrebbero aiutare questi imprenditori facendo intervenire un azionariato popolare, come fanno le società spagnole ad esempio: ogni persona può contribuire e hanno dei rappresentanti che fanno parte del consiglio di amministrazione».

In Oltrepò ciclicamente c’è una squadra guidata da un presidente che vuole vincere fin da subito, ma poi nel giro di 2 o 3 anni il fuoco si spegne e finisce tutto...

«L’ho vissuto anch’io. Alla fine la persona che si impegna a fare calcio punta tutto sul risultato della prima squadra e investe su quello. Quando inizia ha delle idee e nel momento in cui vede che non raggiunge il risultato sperato molla tutto».

Ci sono società di piccoli paesi dell’Oltrepò che disputano campionati dilettantistici di 1°, 2° e 3° categoria che pagano i giocatori. In alcuni casi sotto la falsa voce dei rimborsi spese. Secondo lei è giusto dare un rimborso spese o peggio un rimborso spese gonfiato, poco o tanto, a calciatori che fondamentalmente giocano per divertimento?

“Il calcio dalla categoria più bassa alla serie A è regolamentato da leggi, quindi per i dilettanti esiste un rimborso spese: paghi i soldi della benzina. Io penso che queste leggi dovrebbero essere rispettate e non soffocate dall’ambizione dei dirigenti di turno che pur di ottenere il risultato sperato sono disposti ad  andare a prendere giocatori a destra e a sinistra e a pagare cifre diverse rispetto a quanto previsto dal regolamento. Questo è il punto: “Provo a vincere con tutti  i mezzi che ho, non provo a costruire giocatori-calciatori del mio paese”. Se butti tutto spendendo e spandendo per vincere, dopo qualche anno il giochino finisce».

E se dalla prima categoria in giù un presidente, visto che chi gioca è tutta gente che lo fa per passione e per divertimento, ribaltasse il concetto: “io ti do il campo, l’acqua calda e le divise e a te calciatore non faccio pagare niente per divertirti e non ti do nemmeno un rimborso spese, quindi se vuoi vieni e giochi gratis”. Se un presidente in Oltrepò facesse questo discorso, avrebbe possibilità di avere proseliti?

«Idea innovativa che nessuno ha mai avuto. Il calcio è una passione e tanti hanno passione, la società deve mettere qualcuno che regoli questa cosa e un allenatore che l’accetti. Se da una parte, quelli che sono abituati a prendere due soldi non verrebbero a giocare, dall’altra i numerosi amici del calcetto, oltre a non pagare avrebbero inoltre l’opportunità di disputare la partita della domenica. Una cosa sana che ti fa sfogare…».

Un’altra soluzione possibile è obbligare una società, fino a una determinata categoria, in promozione ad esempio, a schierare in campo solo giocatori provenienti dal proprio settore giovanile. In Oltrepò questo potrebbe funzionare? Si otterrebbe un duplice scopo: potenziare il settore giovanile e dare stimolo ai giovani?

«Pienamente d’accordo. In Belgio avevo tanti stranieri e c’era l’obbligo della Federazione che nella distinta dei 18 giocatori imponeva che 6 fossero belgi. Sotto la serie B si può fare assolutamente, fortificando l’impegno nel settore giovanile delle società! Non puoi sapere se un ragazzo a 13 anni diventerà un professionista, ma allenandolo e facendolo giocare lo si fa innamorare di questo sport... Mal che vada gioca nella squadra del proprio paese».

In questi mesi mi è capitato di parlare con alcuni dirigenti e responsabili tecnici di squadre di piccoli paesi dell’Oltrepò e quando ho chiesto loro cosa stava facendo la loro squadra, la risposta è stata “stiamo rinforzando la prima squadra per vincere”. Lei pensa che in Oltrepò vinceremo mai con questa mentalità?

«Non vinceremo mai perchè è fine a se stessa. Puoi vincere un campionato e cosa cambia? L’anno dopo fai 20 km in più di trasferta e devi spendere più soldi per affrontare la categoria superiore, ma tu alle spalle che cos’hai? Quattro ragazzini che tirano calci in un campo di patate? L’anno dopo perdi,  ti scappa la passione e ti ritiri.

Il presidente che mette i soldi è il primo responsabile e l’allenatore, se frequenta i corsi federali, sa che la prima cosa è far crescere i ragazzi… il risultato viene di conseguenza. Oggi un allenatore delle giovanili ti risponde, prima di tutto, se ha perso o vinto, senza sapere che prima viene l’insegnamento e poi il risultato. I giocatori più bravi sono quelli orfani perché i genitori non rompono! ( ride ndr). Molti genitori pensano di avere in casa Messi o Ronaldo».

L’allenatore più forte e che le ha insegnato di più?

«Ho conosciuto a Trento in C1 Bruno Baveni, ex calciatore del Milan, devo dire che mi è piaciuto molto il modo di comunicare con i giocatori sia sotto l’aspetto tecnico che tattico, riusciva ad ottenere dai giocatori il massimo che potessero dare, un grande motivatore. Un giocatore avrebbe dato l’anima per questo allenatore».

Una lunga carriera sia in Italia che all’estero, il giocatore più forte che abbia incontrato?

«Bella domanda! Ne dico due: Fabio Barbieri che ho conosciuto alla fine della mia carriera quando lui era un ragazzino e l’ho ritenuto sempre un giocatore “nato”. Ricordo di un’amichevole tra il Derthona e la Reggina quando il loro direttore sportivo mi chiese “Quel numero 8 lì quanti anni ha?” Barbieri  aveva 28 anni all’epoca e mi rispose “Se fosse più giovane lo prendevo di sicuro”. Il secondo calciatore più forte l’ho allenato in Belgio, a mio giudizio un campione, greco di nascita e tedesco di adozione, Ioannis Masmanidis, un giocatore di alto livello, un trequartista che ha giocato anche in molte squadre della Bundesliga».

Nella vogherese dei tempi d’oro, la grande voghe, tanti giocatori forti… chi era il suo compagno più forte?

«Il centravanti, Lucchetti, qualità fisiche incredibili e calciava fortissimo... beccava spesso la porta».

Tra tutti i giocatori dell’Oltrepò che ha avuto modo di vedere, su quale giocatore non avrebbe puntato e invece ha avuto una grande carriera?

«Walter Curti di Voghera buona carriera nel Chievo in serie B, mancino, si vedeva che era bravo, ma gracilino e non mi sembrava uno molto “preso” dal calcio e invece no, ha fatto una grande carriera».

di Nicolò Tucci

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