Sabato, 17 Novembre 2018

OLTREPÒ PAVESE - “CERCATE DI ALLENARE I BAMBINI PENSANDO CHE IN MEZZO A LORO CI SIA ANCHE VOSTRO FIGLIO”»

Classe 1967, godiaschese di origine, Fabio Barbieri ha iniziato la sua carriera calcistica all’età di 12 anni a Salice con il mitico Lino Baldo, poi un anno nei giovanissimi della vogherese a 14 anni, poi di nuovo a Salice perché a Voghera, a quei tempi, non sempre giocavano i più bravi, poi Rivanazzanese, quindi Varzi, Broni, Pavia, con Achilli presidente e Angelo Calzavacca direttore, era il Pavia dei grandi giocatori, campioni che dopo una stagione o due nella squadra pavese, andavano in serie A o B, poi Fabio, cambia provincia e regione , va in Toscana al Livorno, squadra di grande nome e tradizione, quindi Pro Patria, Sant’Angelo Lodigiano, Pro Vercelli, poi un vai e vieni, perchè passa alla Vogherese, quindi Derthona, di nuovo Vogherese, intermezzo al Fanfulla e di nuovo Derthona, dove a 40 anni “suonati” vince l’ennesimo campionato, passa al Lodi e chiude la carriera a 44 anni, a San Genesio ed Uniti, giocando con l’ex juventino Marck Iuliano. A San Genesio per un anno e mezzo è stato sia un giocatore che l’allenatore della squadra. In seguito ha allenato il Varzi, per un anno e mezzo circa e dopo questa esperienza non ha più allenato, l’ultima volta risale appunto a 4 o 5 anni fa. Ruolo: Mediano, mezzala, centrocampista centrale, difensore centrale, tanti ruoli, perchè per tutti gli allenatori Fabio Barbieri, era uno che “faceva legna”, uno che dava l’anima in campo. Principalmente era un esterno sinistro, ma quando la sua squadra giocava con il 3 5 2 “faceva” la fascia. Fabio Barbieri ieri, come oggi e certamente in futuro è uno schietto, uno che se una cosa non gli va bene, “non ci sta, non fa finta di niente”, anzi oggi più di ieri non scende a compressi. A lui che ha “girato” tante squadre, che ha conosciuto il calcio ad alti livelli, abbiamo voluto porre qualche domanda sullo stato di salute del calcio in Oltrepò.

Lei ha fatto la gavetta cambiando squadre e campionati, prima di approdare in serie C al Livorno. I ragazzi di oggi che giocano a pallone fanno ancora la gavetta e i sacrifici che ha fatto lei ai suoi tempi?

«A me non ha mai regalato niente nessuno e il sacrificio ci vuole sempre. Oggi essendo il livello un po’ più basso chi ha più voglia, anche con meno qualità tecniche, sicuramente riesce ad emergere con qualche “aiuto”: se hai un bravo procuratore che ti indirizza riesci ad andare su!».

Ha detto che oggi il livello si è abbassato. Quindi i ragazzi dei suoi tempi mediamente erano più forti di quelli di oggi?

«Mi sono reso conto quando ho iniziato a fare l’allenatore che eri obbligato a far giocare dei giovani che a 16, 17, 18 anni non riuscivano a stoppare una palla o a fare un movimento coordinato, ma perché a livello di settore giovanile gli hanno insegnato poco».

La scuola è una palestra di vita, il settore giovanile è una palestra per il calcio. I professori, a scuola, e i preparatori sportivi, in campo, sono quelli che fanno la differenza. Sembra di capire che oggi ci sia una pecca nel settore giovanile.

«Ritengo che ci sia una grossa pecca in Italia a livello di settore giovanile. Non ci dobbiamo meravigliare se la Nazionale non si è qualificata per i mondiali. Non ci sono allenatori preparati a fare questo lavoro sui giovani, io stesso non mi considero adatto e infatti alle tante proposte ho sempre risposto di no. Io ho il patentino che mi consente di allenare fino all’interregionale e il mio stesso patentino lo ha gente che condisce il proprio curriculum con false esperienze calcistiche. Basta pagare … non controlla nessuno».

A livello di insegnamento in che cosa mancano?

«Dal mio punto di vista non basta una persona che abbia giocato a calcio o che abbia famigliarità con il campo, credo che sia importante, prima di tutto, insegnare ai bambini che lo spogliatoio rispecchia la vita quotidiana, infatti un ragazzino come si comporta nello spogliatoio affronta allo stesso modo la vita di tutti i giorni. L’allenatore deve essere un educatore! Invece, mio malgrado, vedo allenatori che al primo posto mettono il risultato e secondo me non dovrebbe essere così. Ai bambini devi insegnargli la tecnica nei dovuti modi, differenziare in base all’età, ad esempio la tattica è importante a 15 o 16 anni, prima va data solo una blanda un’infarinatura, un ragazzo deve prima saper giocare, stoppare un pallone, poi saper stare in campo, quando attaccare e quando difendere, la tattica per ragazzi molto giovani non deve essere la cosa primaria. Il risultato degli allenamenti odierni è che a 14 anni non sanno stoppare un pallone».

È vero però che ai suoi tempi i bambini giocavano di più a calcio. Oggi purtroppo gli spazi per giocare e il tempo è legato solo alla scuole calcio o agli allenamenti. A suo giudizio serve un allenatore o è meglio una persona che gli insegni a giocare a calcio, inteso come gioco e non come sport, quando deve arrivare l’allenatore?

«Secondo me dopo i 14. Prima ci vuole una persona che li lasci giocare e sbagliare, se non sbagliano non impareranno mai a migliorarsi».

La sua famiglia quando ha iniziato da ragazzo veniva vederla giocare?

«Mai».

Oggi purtroppo si legge, sempre più spesso, sui giornali di genitori che litigano sugli spalti per bambini di 9 o 10 anni e c’è sempre una presenza massiccia di questi genitori che consigliano e urlano ai bambini. I genitori che seguono i bambini in maniera ossessiva durante il loro percorso sono un problema? Oppure lei si sentiva abbandonato?

«Non mi sentivo abbandonato, un ragazzo deve far il suo percorso da solo. Ci sono state situazioni dove meritavo di giocare e non mi facevano giocare, ma i miei genitori non sono mai andati a reclamare e io ero d’accordo che ne stessero fuori. I genitori sono un problema perché così non fanno il bene del bambino, ci sono bambini che non vogliano giocare a calcio, ma sono obbligati perché i genitori vogliono che abbiamo successo. Devono fare uno sport che gli piace e imparare a stare insieme ad altri bambini e a comportarsi educatamente e al tempo stesso devono avere una persona che gli dia una infarinatura a livello calcistico».

Lei ha cambiato diverse squadre, a quei tempi altri genitori erano molto presenti, se si,  in che modo hanno aiutato i loro figli e in che modo è stato penalizzato chi non aveva i genitori presenti?

«Anche all’epoca quando giocavo nel settore giovanile c’erano genitori presenti, ma non erano come i genitori di oggi. Ora siamo arrivati a livelli esasperati. Magari 30 anni fa il genitore aveva meno tempo per seguire il figlio a causa del lavoro o altro, oggi hanno più tempo e anche all’allenamento sono presenti. A me è capitato di aver detto a un ragazzo di fare un esercizio e il genitore da fuori gli ha detto di fare il contrario, poi il padre in questione si è scusato e gli ho risposto che  ad essere andato in confusione era il figlio! Se avesse voluto mi sarei fatto da parte e gli avrei ceduto il posto di allenatore».

Sempre dagli spalti molti genitori danno consigli tecnici al proprio figlio o a quelli degli altri diversi dalle indicazioni dell’allenatore. Secondo lei l’allenatore ha sempre ragione?

«No, non hanno sempre ragione perché, come ho già detto, molti non sono preparati, ma un genitore sbaglia se interviene davanti al bambino perché svilisce la figura che ricopre l’allenatore. Purtroppo anche a livello di prima squadra, c’è gente che allena e che lo fa a gratis o che porta sponsor. A livello giovanile peggio ancora, la realtà è che se non sei più che preparato arrechi dei danni ed è il motivo per il quale non mi sono mai sentito in grado di allenare i giovani. Vedo allenatori che ai bambini fanno fare i pesi, i gradoni ed altri esercizi del genere, ad un bambino nell’età dello sviluppo, ma siam fuori di testa? Il problema è uno solo, molte squadre non pagano gli allenatori delle giovanili, ed essendo gratis, gli fanno allenare i bambini e gli allenatori fanno quello che vogliono … la mentalità deve cambiare».

Oggi tutti i settori giovanili chiedono una quota annuale che può variare dai 200 ai 400 euro. Secondo lei è giusto che si debba pagare questa quota e soprattutto in cambio di questa quota cosa si dovrebbe ricevere?

«Una volta non si pagava, ad esempio l’abbigliamento era pagato dagli sponsor, ma oggi diventa sempre più difficile. Secondo me la quota ci può stare però bisognerebbe, oltre al materiale tecnico, indumenti e tutto il necessario, investire su allenatori competenti e preparati a livello di settore giovanile. Non come in certe realtà dove la quota dei bambini viene utilizzata per la prima squadra, i soldi della quota pagata dai genitori devono rimanere all’interno del settore giovanile».

Lei, nonostante la carriera, afferma di non essere in grado di allenare nel settore giovanile.

«Sto imparando adesso».

Ci vuole un attestato, un patentino riconosciuto dalla federazione o può allenare il primo che passa, parlando sempre per quanto concerne il settore dedicato ai più giovani?

«Che sappia io basta essere tesserato dalla società come allenatore, ma non c’è bisogno di nessun patentino nella maggior parte dei casi. Invece se io dovessi essere il responsabile giovanile i miei allenatori dovrebbero essere preparati attraverso corsi per avere un infarinatura per gestire ragazzi dagli 8 fino ai 16, poi documentarsi e essere aggiornato costantemente. Allenatori che sappiano cosa fanno fare ai ragazzi di diversa età».

Che sappia lei la federazione manda periodicamente degli ispettori a vedere le varie realtà per constare se effettivamente gli allenatori sono adatti?

«Che sappia io no, non mi risulta proprio».

Se lei tornasse indietro a livello di settore giovanile, quali errori da ragazzo non rifarebbe?

«Forse errori non ne ho commessi nel settore giovanile, poi dopo crescendo si. Quando ero ragazzo c’era il rispetto per l’allenatore, per le sue decisioni e per il suo lavoro, lo si ascoltava e questo perché erano molto più preparati di adesso. Se il genitore si permetteva di dire qualcosa all’allenatore, veniva subito accantonato, anche nel caso il figlio fosse il fuori classe di turno, veniva messo alle strette nel senso che potevano portarlo da un’altra parte».

Da adulto quali errori si rimprovera?

«Dai 17 in avanti è stato sempre un errore. Ho avuto la possibilità di andare al Foggia con Zeman e far carriera, ma ho sempre pensato alla compagnia, alla ragazzina, a divertirmi, non ho mai pensato seriamente di poter fare una vera carriera. Quando ti accorgi di aver sbagliato ormai è tardi. Nella provincia abbiamo diversi esempi di grandi giocatori che fin dai 17 anni hanno preso la valigia e sono andati al sud, io questo non l’ho mai fatto e me ne pento. Claudio Lombardo ne è un esempio ed è una persona eccezionale, un grandissimo giocatore, un amico e un esempio».

A che età ha avuto il primo procuratore?

«Io non ho mai avuto procuratori. C’era un procuratore che mi dava una mano formalmente, ma le squadre me le sono sempre trovate io. Col senno di poi il procuratore è importante: ho avuto compagni che tramite il procuratore sono riusciti a giocare a livelli ben più importanti dei miei, chiaro che sono stati bravi loro, ma da soli non ci sarebbero mai arrivati».

Da che età oggi, a suo giudizio, è necessario avere un procuratore?

«Secondo me dai 17, 18 anni, sino a quell’età  se un ragazzo è bravo riesce a emergere anche senza procuratore sicuramente, forse con un procuratore importante può avere delle chance in più, ma poi deve essere bravo lui a sfruttare queste occasioni».

Quanti suoi compagni molto bravi non hanno fatto carriera?

«Parecchi! Nicola Pacco di Voghera che ha sempre giocato in prima categoria e a 23 anni circa è arrivato a un bivio: poteva andare a giocare in serie C o dedicarsi al lavoro. Ha deciso di proseguire con il lavoro e ha lasciato perdere il calcio, ma secondo me erano uno che poteva fare bene anche a livello professionistico».

Nella sua carriera ha visto tanti ragazzi arrivare ad alti livelli con poche qualità tecniche grazie all’aiuto della famiglia e del procuratore?

«No. Con relativamente poche qualità tecniche, ma con tanta cattiveria agonistica si. Alcuni possono essere stati agevolati rispetto ad altri, ma se manca la sostanza poi tutto torna».

Chi è il compagno più forte con cui lei ha giocato?

«Uno dei più forti con cui ho giocato è Stefano Civeriati, di Sale. Ha esordito nell’Inter, aveva qualità tecniche indiscutibili, ma caratterialmente era meno forte rispetto ad altri che avevano certamente meno qualità tecniche. Io ci ho giocato quasi a fine carriera, ora allena il Lomellina in Eccellenza».

L’avversario più forte che lei abbia mai incontrato in campo?

«Totò Di Natale, lui giocava nel Viareggio e io nel Pro Vercelli, è stato tra i più prolifici attaccanti della storia del calcio italiano, essendo il sesto realizzatore di sempre del campionato di Serie A con 209 gol. Sinceramente non pensavo facesse una carriera del genere, ma è stato davvero bravo a sfruttare le occasioni che gli si sono presentate. All’epoca del Viareggio contro la Pro Vercelli ho notato subito che era il più bravo, ma mai avrei pensato facesse quello che poi ha fatto in serie A».

Qual è il miglior consiglio che ha ricevuto da quello che lei reputa essere il miglior suo allenatore?

«Allenatori importanti ne ho avuti molti, uno dei più importanti a livello di rapporti umani e capacità è stato Emanuele Domenicali. Viveva e sentiva molto sia l’allenamento sia la partita, al primo posto per lui c’era il calcio. Sono sempre stato abituato, a differenza di tanta gente, a dire le cose in faccia e lui mi ha insegnato a mordermi la lingua e me la sono morsa, ma non troppo e ne ho pagato le conseguenze».

L’allenatore che invece le ha fatto pensare che forse non era il suo mestiere?

«Paolo Specchia, terzo anno al Livorno, che ha fatto una bella carriera da calciatore, ma fin da primi momenti non ci siamo trovati perché probabilmente aveva un’idea di giocatore diverso dalle mie caratteristiche».

Ha mai provato a “far le scarpe” ad un allenatore ?

«Io non ho mai cercato di fare le scarpe ad un allenatore, anzi, mi ricordo che per una squadra in cui ho giocato, un giorno sono stato convocato, insieme ad altri sei o sette miei compagni, dal presidente. Eravamo secondi o terzi, ma non andavamo benissimo ed il presidente puntava a vincere il campionato. Il presidente ci ha chiesto un parere sull’allenatore, voleva sapere da noi, i giocatori più rappresentativi, se avessimo potuto vincere il campionato cambiando l’allenatore e tutti hanno “tirato” contro l’allenatore. Io potevo essere il primo come l’ultimo interrogato e casualmente sono stato l’ultimo e ho detto invece che per me non era giusto, possiamo vincere con questo come con un altro. Ci si ritrova per far allenamento e io sinceramente pensavo cacciassero sia me che il mister invece la dirigenza ha mandato via i giocatori che erano favorevoli all’esonero dell’allenatore. Impagabile, anche a rimetterci ho detto la mia, ma come ho detto prima, questo nel calcio la maggior parte delle volte non paga».

Se lei dovesse dare un consiglio a  un bambino o ragazzino che vuole diventare un calciatore?

«Bambini si è una volta sola, divertitevi e cercate di vivere lo spogliatoio come la vita quotidiana, rispettate il compagno, gli avversari e l’allenatore. Se uno poi arriva a determinati livelli è meglio, ma l’importante è fare uno sport sano e divertirsi che si vinca o si perda, se avrà qualità ovviamente emergerà».

Se lei dovesse dare un consiglio ad un allenatore del settore giovanile?

«Cercare di allenare i bambini pensando che in mezzo a loro ci sia anche il loro figlio e fare le cose giuste in base all’età e non cercare assiduamente il risultato che è secondario, la crescita deve essere graduale ed è importante farli migliorare».

A un responsabile?

«Cercare allenatori qualificati, che possano insegnare ai bambini a stare in campo, l’educazione e anche la tecnica, ma non con l’ossessione del risultato e che debbano ad ogni costo diventare dei campioni, ma pretendere senza illusioni o aspettative».

di Nilo Combi

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