Sabato, 25 Novembre 2017

BRESSANA BOTTARONE "A QUEI TEMPI A BRESSANA AVEVAMO 400 ABITANTI E QUATTRO BOCCIOFILE"

Il gioco delle bocce è da sempre molto radicato in Oltrepò, e grandi campioni sono qui nati e cresciuti. Fra i tanti, uno, in particolare, ha saputo conquistare la stima di tutti gli appassionati, tanto da essere ritenuto da molti il più grande di sempre dell'intero movimento. E non solo per via dei cinque campionati italiani stravinti, che forse gli stanno perfino stretti. Parliamo di Serafino Gatti, vera celebrità nel mondo delle bocciofile. Il quale, nonostante le ottantadue primavere, non accenna né ad abbandonare il campo di gioco, né la sua proverbiale arguzia. È lui a fare la prima domanda: "Ma perché mi vuole intervistare?"

Perché si intervista chi ha qualcosa di interessante da raccontare. È la regola.

"Da raccontare ne ho tante, sì! Tante storie… (sfoglia il suo album di fotografie). Qui è quando ho vinto il campionato italiano, il primo, a coppie, nel 1969. Per dieci chilometri, da Mezzana Corti a Pieve Albignola, a tutte le piante era affisso un foglio con scritto: 'Serafino campionissimo'. Era il percorso che facevamo per andare a cena. Tutte le vie erano tappezzate.

Dopo il titolo del '69, però, c'è un buco di otto anni nel suo palmarès. Fino al 1977, anno della sua prima vittoria nell'individuale. Come mai?

"Sono stato per dieci anni il più bravo d'Italia. Specie dopo che è morto Romano Scampoli, che era un mio rivale ed era bravo, l'unico con cui si poteva competere. C'era un po' di invidia tra me e Scampoli, un po' di gelosia ed io venivo messo da parte, non mi facevano partecipare alle gare, perché dicevano: 'se c'è Serafino Gatti è difficile vincere!'.

Anche quando poi è morto Scampoli, il signor Piero Mutti (per anni vicepresidente federale e esponente a livello mondiale del movimento boccistico, ndr) ha organizzato la parata in sua memoria e non mi ha mai invitato. Per dieci anni. Invece ero il primo da invitare! È che, quando battevo Scampoli, Mutti diventava matto…".

E nel 1977 cosa accadde?

"Ho cambiato casacca e sono andato a giocare per Pavia e per Milano. Il primo anno ci siamo ritrovati contro io e Scampoli, e ho vinto io. Ho dovuto cambiare casacca per forza, altrimenti non avrei mai vinto niente. E io mi sentivo la forza necessaria per  vincere, purtroppo è andata così e tra il '69 e il '77, ho perso gli anni migliori".

Come è iniziata la rivalità con Scampoli?

"Per il campionato nazionale che vinsi a Ferrara nel 1969 ero in coppia con Tolotti. Lui era il socio di Scampoli, e siccome avevano mandato Scampoli a gareggiare nell'individuale, hanno messo me con lui. E io ho vinto, proprio con il suo socio!".

Solo a Voghera c'erano queste invidie nei confronti della sua bravura?

"Ma no, era un po' in generale. Ho partecipato a una parata a Macerata anni fa, dalla quale inizialmente ero stato escluso dagli organizzatori della Federazione, che avevano selezionato sedici nomi. Finché chi sponsorizzava l'evento non è venuto in possesso di questi nomi e ha detto: datemene solo quindici, uno lo scelgo io. Il mio nome era quel sedicesimo. Sono andato, ho dato spettacolo e sono stato applaudito tutto il giorno. Al Città di Milano capitò più o meno la stessa cosa. Anche lì ero stato escluso e fu un arbitro a dire: 'ma se lasciate fuori Gatti non vale la pena'. E poi a Stradella, dove un giocatore che, oltre tutto, veniva da molto lontano, quando ha visto che non ero in gara mi ha ceduto il suo posto".

In quante società ha giocato?

"In tante. Ma vorrei raccontare di quando venni a giocare per Megazzini".

Chi è Megazzini?

"È un costruttore edile di Bressana. Quando Megazzini venne a vedermi ad una parata a Budrione, vicino Modena, nel 1969, mi disse: 'se tu vieni a giocare nella mia bocciofila, costruisco un bocciodromo'. Dopo sei mesi il bocciodromo era già fatto".

Lei è soprannominato il "Cassius Clay delle bocce". Le piace questo titolo?

"Me lo aveva dato un maestro di Bressana, un giornalista di un quotidiano locale, che mi aveva visto giocare. Mi hanno dato tantissimi nomi: Micio, Cavallo Pazzo, Fenomeno, Show-men delle bocce… Cavallo Pazzo forse è quello in cui mi ritrovo di più".

Perché questo soprannome?

"Perché io giocavo in onore del pubblico. Io andavo in campo, giravo intorno alle tribune e chiedevo al pubblico: cosa volete? Mi chiedevano di fare una certa giocata, e io li accontentavo. E mi battevano le mani tutti. Davo spettacolo".

Quando ha iniziato a giocare a bocce?

"Ho giocato fin da bambino, a otto/dieci anni, qui in paese. A quei tempi a Bressana avevamo quattrocento abitanti e quattro bocciofile. Mio zio andava a giocare a bocce (non avevo più il papà) e io, non sapendo cosa fare, andavo con lui e qualche volta mi mettevo a giocare. Mi prendevano a calci, non mi volevano lì… perché già a quell'età ero più bravo dei vecchi! Poi ho iniziato a calciare il pallone".

Ed era bravo?

"Ero forse ancora più bravo che con le bocce. Se fossi andato avanti a giocare sarei finito in Serie A. Dovevo andare a giocare al Genoa ma, pochi mesi prima del trasferimento, durante una partita mi hanno rotto i legamenti. Ho scartato un avversario e quello, da dietro, mi ha spaccato il ginocchio. Sessant'anni fa, per guarire, si doveva andare a Bologna, ma ero l'unico che lavorava, a casa mia. Non potevo".

Chi è stato il suo maestro?

"Nessuno. Ho fatto tutto da solo. Qualche volta andavo in campagna ad allenarmi, per il lancio della boccia lunga. Ma ho sempre fatto poco allenamento, dovevo lavorare. Non mi allenavo quasi mai. Certe volte andavo in Francia per lavoro, tornavo dopo due giorni o tre, andavo direttamente a fare la gara e la vincevo. È proprio un dono di natura".

Il migliore fra i suoi compagni?

"Con Bruno Suardi abbiamo vinto 23 nazionali, 16 regionali e 11 provinciali. Sono bei ricordi".

E il peggiore?

"Il Micca, di Milano… gh’era da masal. Era un grande campione, ma era anche un testardo. Alcune volte mi ha fatto perdere delle gare nazionali. Perché non voleva che mi applaudissero! Mi sminuiva, criticava certi colpi e diceva: 'quello lì è facile'… E alura tiral tì! Gli rispondevo. Immancabilmente lo sbagliava, e lo fischiavano…!".

Il rivale che ha ammirato di più?

"Nel 'corto' e nel 'tre quarti' Rosada, il 'Lupo'. Il volo di Rosada. Poi a Voghera ce n’erano tanti, di bravi".

Lei nel mondo delle bocce è un po’ come una Rockstar...

"In Emilia, Piacenza, Reggio Emilia, Modena, mi conoscono tutti. Quando andavo a fare le parate a volte succedeva che non trovavo il bocciodromo, e allora c'era sempre qualcuno che, vedendo la macchina targata Pavia, mi fermava e mi diceva: 'Gatti, ti accompagno io'. Non avevo bisogno di presentazioni".

Durante la sua carriera c'è sempre stata una presenza fissa, una sorta di manager: Enrico Buscaglia.

"È stato il mio protettore. Posso ringraziarlo perché è stato come un padre, il mio factotum. Mi veniva a svegliare la mattina presto, mi portava a giocare... Una volta sono tornato a casa alle tre di notte da una gara a Pavia, al termine della quale avevo regalato le bocce a un ammiratore che mi le aveva chieste. Non ricordavo che la mattina dopo avrei dovuto andare a Brescia per una gara. Alle cinque del mattino arriva una macchina nel cortile: era Buscaglia. C'era una gara importante, ma ormai… avevo quasi deciso di stare a casa. Ma lui era già lì… e mi sono sentito quasi in dovere di andare. Ho dormito fino a Brescia, solo che una volta lì… non avevo le bocce, avendole regalate la sera prima. Allora, alla prima partita un signore è andato k.o. per 12 a 0. Gli ho chiesto se mi prestava le sue, e… ho vinto. Se non ci fosse stato Enrico, avrei giocato la metà delle gare".

Sfogliando i vari articoli che le hanno dedicato, mi colpisce questa dichiarazione: "Serafino, tu non scendi in campo sicuro di te. Sei titubante nel gioco perché sei troppo trasandato nell’abbigliamento sportivo, e così i tuoi movimenti mancano di armonia. Non bastano la maglia ed i colori sociali, è tutta la persona che deve vestir bene. Ed è allora che avrai la sicurezza di te stesso, e sarai più scattante nel tiro e più ferreo nell’andare a punti". Sono parole di sua moglie!

"Mi ha fatto un bel complimento! (Intanto la moglie, in sottofondo: "Ho detto la verità!"). Io, come mi trovavo, andavo. Non stavo mica lì a pitturarmi la faccia per andare a giocare a bocce! Andavo spettinato, come ero tutti i giorni".

La vittoria che ricorda con più entusiasmo?

"Ce ne sono tante… forse una gara che è cominciata il sabato mattina, con 1200 coppie, a Milano: il 'Bardelli', una gara internazionale. Ero con Antonio Milanesi, di Bressana, e abbiamo vinto la gara dopo 11 partite, da sabato mattina fino a domenica pomeriggio. Ero stremato. Ma avevo il fisico. Se non hai il fisico non puoi andare avanti in una competizione così. Poi la voglia di vincere c'era…".

Il cimelio più prezioso che conserva dei suoi anni d'oro?

"Forse la medaglia che mi ha dato il Coni. Poi le lettere degli amici… ne ricevevo anche dall'America, mi chiedevano le bocce che adoperavo, di spedirgliele, addirittura. Gliele ho mandate".

Ha mai giocato all'estero?

"Sì, qualche volta, ma venivo a casa con il dispiacere. Una volta, in Austria, ci hanno messi a giocare sotto un cavalcavia… è un'altra cultura".

E in nazionale?

"Bassi mi ha convocato tre o quattro volte, ma per me era un problema. Io avevo un altro mestiere, non solo le bocce: facevo il commerciante di bestiame. Lavoravo in proprio. Magari un altro faceva lo spazzino e poteva prendere qualche giorno. Io avevo una stalla da mantenere, non potevo stare via più di tanto".

Non le è mai venuta la tentazione di smettere?

"Sì, è successo nell’82, quando ho vinto 50 gare con Suardi. Avevo dimostrato di essere il più bravo d'Italia e l'anno dopo non ho più voluto giocare. Volevo fare un po' i miei comodi. Oltre alle bocce ho un altro hobby: andare a ballare e divertirmi. Perciò, se giocavo tutti i fine settimana a bocce, addio ballo".

E come ha ripreso?

"Ho ricominciato perché tutti me lo chiedevano. Un giorno è arrivato a casa mia il signor Regalia da Busto Arsizio e mi ha convinto a tornare e a gareggiare nella sua squadra. Ho lasciato Suardi e sono andato da lui".

Quante gare fa, ora, in un anno?

"Due o tre, non di più. Vado dove mi invitano, perché vogliono ancora vedermi all'opera. Ma non riesco più a dare spettacolo come una volta. Prima davo al pubblico quello che mi chiedeva, adesso mi tiro dietro le gambe…".

Ha più pensato al ritiro?

"Gioco ancora perché la gente mi vuole vedere ancora. Mi chiamano e mi chiedono: 'Gatti gh’el ammò al mond?'. Ma ormai ho 82 anni, non posso più competere. Mi sento in forma, questo sì, ma questo ginocchio fa un po' tribolare… Farò la gara nazionale, qui, a Bressana, nel mese di settembre".

Le capita di incontrarsi con altre vecchie glorie per gare "amarcord"?

"Sì organizzano dei memorial, ogni tanto. Hanno fatto a Lodi tre anni fa, una bella gara, con tanti vecchi campioni, per ricordare il 'Cina', perché nelle bocce ci conosciamo per soprannomi. L'ho vinta io. Non so quanto potrà andare avanti questa cosa di fare dei memorial, delle gare a invito, insomma. Hanno un costo. Ci sono tanti giocatori che non si muovono se non gli paghi la benzina. Io non ho mai voluto niente".

Dopo di lei il movimento in Oltrepò non ha più espresso talenti di livello paragonabile al suo. Perché?

"Provano e poi scompaiono. Non hanno polso. Per vincere bisogna soffrire, e avere la grinta, in tutti i ruoli dello sport. Mi rincresce dirlo, però i giovani che giocano a bocce adesso sono dei rammolliti".

Secondo lei cosa ci vorrebbe per far tornare interesse nei confronti del movimento?

"Bisognerebbe abbassare le quote per le categorie inferiori. Così magari qualcuno partecipa con più amore. Se si abbassassero le quote a dieci euro giocherebbero di più e più volentieri. Sento in giro che è dura giocare adesso, anche venticinque euro sono troppi. E per le categorie inferiori non si prende niente di sponsorizzazione".

C’è qualcosa che cambierebbe nel mondo delle bocce attuale?

"Prima di tutto i regolamenti. I regolamenti sono sbagliati. Oggi, con il fondo in sintetico, giocano tutti bene. Con la terra, invece, la boccia 'sente' di più il giro, la puoi lavorare di più. La terra è più tecnica, fa vedere il vero giocatore. Ma chi comanda non capisce niente. Se vogliono imparare qualcosa devono guardare alla Svizzera. E all’U.B.I…".

giift

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