Martedì, 12 Dicembre 2017

OLTREPO PAVESE - "PER ANNI LA BONARDA HA DATO DA MANGIARE A TUTTI"

 Quando si parla di bonarda, solitamente si pensa alla Bonarda Piemontese; in realtà questo vitigno – nel nostro territorio composto tradizionalmente da croatina – nel 2010 ha ottenuto la qualifica DOC con la denominazione ufficiale Bonarda dell'Oltrepò Pavese. Secondo alcuni, il termine bonarda deriverebbe dall'aggettivo "buono" e si tratta di un vino legato alla quotidianità, da tavola ma con un "qualcosa in più"; è un vino sano, legato alla tradizione di queste terre, perchè i nostri nonni lo producevano con passione. I Produttori dell'Oltrepò Pavese hanno sentito l'esigenza di valorizzare questo prodotto e stanno compiendo notevoli sforzi – non solo economici – per elevare l'immagine di questo. Il loro obiettivo è far si che, quando si parla di bonarda, non si pensi più solo al Piemonte, ma anche all'Oltrepò Pavese. Abbiamo parlato con il coordinatore del progetto Cristian Calatroni e con altri due dei Produttori, Alberto Fiori e Claudio Bisi, rispettivamente di Santa Maria della Versa e di San Damiano al Colle.

Calatroni come nasce questo progetto?

"Questo progetto nasce circa un paio di anni fa, in concomitanza con la nascita del Distretto del Vino di Qualità. L'obiettivo era quello di proporre un vino territoriale; inizialmente si pensava di fare un vino di altissima gamma, però in quel momento era difficile, perchè tra aziende ci si conosceva poco e non c'era ancora feeling, per questo motivo ci è venuto in mente di fare un vino che parlasse del nostro territorio, ovvero la Bonarda. La bonarda è il vitigno più coltivato in Oltrepò Pavese con 3250 ettari, partendo dal confine rovescalese fino alla Valle Staffora. Il problema è che, per anni la bonarda ha dato da mangiare a tutti e negli ultimi dieci anni è diventato il vino che sta facendo morire tutti, perchè si è trasformato in un prodotto low-cost, soprattutto da GDO (basso scaffale). La maggior parte delle aziende in Oltrepò Pavese producevano e vivevano di bonarda, ma ora è diventato difficile". Fiori dice: "Il progetto parte dalla volontà di riqualificare questo vino. Vogliamo ridare la dignità che ha perso e trasmettere il valore aggiunto della nostra bonarda".

Attualmente quante sono le aziende associate?

"Il Distretto conta settanta e passa aziende, di bonarda in commercio ce ne sono quattordici".

Cosa prevede il vostro regolamento?

"Abbiamo voluto creare un disciplinare interno che parlasse di qualità e che si concretizzano nella filiera chiusa: grappolo d'uva in proprietà e bottiglia con proprio marchio. Nello specifico, devono essere rispettati alcuni parametri: una resa più bassa, un grado alcolico minimo di 12 gradi, un determinato grado zuccherino, una certa bollicina ecc... Questo disciplinare è stato creato più che altro per eliminare la confusione che negli ultimi anni si è creata nel consumatore, perchè quando questo compra una bottiglia di bonarda è difficile che sappia cosa sta comprando... tante volte la sua scelta si basa sul prezzo! A tale proposito, l'altro punto fondamentale del regolamento è il  prezzo: la nostra bonarda non può essere venduta al di sotto dei 4 euro a bottiglia".  

"La bonarda che si trova a scaffale a un prezzo basso - continua Fiori -  tendenzialmente è associata ad un prodotto di bassa qualità, ma probabilmente questa ha passato gli stessi controlli che ha passato quella ad un prezzo superiore...quindi non sempre il prezzo basso è da associare alla scarsa qualità. Qui nasce la volontà di creare un prodotto unico, perchè se la bonarda viene venduta a prezzi diversi, non è detto che non abbia le stesse proprietà di quella di un altro produttore, e rischia solo di creare confusione nel consumatore. Quello che vogliamo è che il consumatore abbia un vino identificativo... non devono essere il prezzo o il produttore a creare l'identità della bonarda. Inoltre, ci affidiamo ad uno studio di consulenza esterno al nostro territorio che ci fa analisi e degustazioni".

Bisi dice: "Il disciplinare è più restrittivo, quindi la qualità della bonarda sarà migliore".

Qual è la caratteristica di questo vino? In cosa si differenzia?

"Questo è il vino che hanno sempre fatto i nostri nonni e che ormai si fa fatica a produrre. È un vino che vuole riprendere la vera qualità della bonarda. Un vino che segue la filiera corta, tramite un'azienda agricola, vuole riprendere tutte le peculiarità per farne un prodotto di qualità: un vino piacevole, con la sua struttura e la sua anima e che possa stare sulla tavola di tutti i giorni. Deve essere inoltre un prodotto sano. A tale proposito abbiamo fissato il limite di anidride solforosa del bio. Non tutti i nostri associati sono bio (alcuni sono in fase di conversione), ciò non toglie che venga rispettato questo parametro (max 120 di solforosa totale); quindi anche se non sono bio, devono essere molto attenti a rispettare questa soglia".

"La nostra bonarda dovrebbe rappresentare un prodotto di qualità, il top dell'azienda produttrice". Conclude Fiori.

"Fare cose buone oggi è semplicissimo, ci sono tanti elementi in commercio che aiutano a taroccare il gusto rendendolo buono, ma ciò che per noi è importante è realizzare un vino sano - magari meno buono, ma fatto con elementi genuini". Sottolinea Bisi

Come fate a far percepire al consumatore questa differenza, questa qualità?

"Prima di tutto abbiamo voluto puntare sull'immagine della bottiglia (la Marasca), uguale per tutti i produttori; questo è il primo elemento di distinzione. Sarebbe bello se un giorno il consumatore davanti allo scaffale riconoscesse autonomamente la bonarda, semplicemente vedendo la bottiglia. Non è importante chi l'ha prodotta, la cosa fondamentale per noi è che il consumatore associ la bonarda (con la sua immagine) al nostro territorio".

Fiori dice: "Se spieghi e racconti al consumatore di questo prodotto di qualità, lui percepisce il reale valore, quindi la sua scelta non sarà più basata sul prezzo, ma sull'esperienza che ha vissuto".

Chi finanzia questo progetto?

"Ci autofinanziamo. Ogni produttore mette un fisso, un tot per bottiglia. Abbiamo avuto qualche aiuto negli anni scorsi, però  principalmente facciamo tutto noi.Il Distretto e i Produttori del Bonarda fanno un'opera di comunicazione e incentivazione di questa denominazione principalmente con le proprie risorse".

Fiori come promuovete il vostro prodotto?

"La promozione la facciamo insieme al Distretto ed è affidata ad un'agenzia di comunicazione esterna; le risorse sono poche, perciò abbiamo dovuto fare delle scelte: principalmente viene fatta al di fuori del territorio; si tratta di cene in ristoranti stellati, degustazioni con esperti di settore e giornalisti, blogger ecc..".

"Aabbiamo iniziato a posare i primi mattoni - prosegue Bisi, ogni singolo evento, ogni manifestazione, incontro ecc... servirà a costruire e far crescere il progetto. Siamo soddisfatti dei risultati ottenuti fin'ora, ma c'è ancora tanto da fare".

Calatroni pensate ad esportare il vostro prodotto all'estero?

"L'esportazione all'estero esiste già in minima parte, ma è un discorso più complesso, perchè chi compra il vino solitamente è un importatore. L'importatore se compra una denominazione già forte (barolo, brunello, amarone ecc...) non avrà problemi a rivenderli, perchè il consumatore conosce la storicità; al contrario, se dovrà vendere la bonarda farà più fatica, perchè è meno conosciuta. Attualmente i vini dell'Oltrepò Pavese più venduti all'estero sono due: Pinot nero e grigio".

Fiori se un produttore volesse entrare a far parte del vostro progetto, cosa deve fare?

"Innanzitutto deve essere iscritto al Distretto del Vino di Qualità, dopodiché potrà far domanda al Presidente Fabiano Giorgi o al referente del progetto Cristian Calatroni".

In generale, voi produttori dell'Oltrepò Pavese come fate a differenziarvi in questo mercato saturo?

"Prima di tutto facendo qualità, che purtroppo non tutti fanno. Seconda cosa, voglia di muoversi. Siamo persone estremamente legate al territorio... nel senso che facciamo fatica a spostarci. Bisogna girare e vedere cosa c'è al di fuori, proprio per vedere come si muovono gli altri e magari, apprendere da loro, soprattutto dai loro insuccessi – per evitare di ripeterli. Bisognerebbe anche internazionalizzarsi, perchè l'Oltrepò ha un potenziale immenso, non solo legato al vino! Inoltre, sarebbe bello se le attività commerciali sostenessero noi produttori... l'Oltrepò Pavese parla di vino, salumi e riso, questo dobbiamo promuovere. Nei locali è più facile che vengano proposti prodotti di altri territori, piuttosto che i nostri... è una cosa sbagliata. La promozione è un lavoro che deve essere fatto da tutti... dovrebbe esserci più collaborazione e purtroppo c'è ancora troppo individualismo".

Fiori dice: "Bisogna puntare sulla qualità e cercare di fare le cose in modo più preciso. Qui tanti fanno il vino, ma non guardano ai dettagli. Ci vuole passione sicuramente e un po' di scientificità".

"Dobbiamo puntare sulla territorialità - fa eco Bisi - e dovrebbe emergere la differenza tra produttori e imbottigliatori; non è detto che entrambi abbiano come obiettivo la voglia di fare qualità".

Calatroni quali sono i vostri progetti futuri?

"Noi vorremmo che il nostro consumatore riconosca automaticamente la nostra bottiglia come una Bonarda dell'Oltrepò Pavese. Per questo stiamo investendo e continueremo ad investire risorse ed energia in questo progetto. Ci crediamo molto! Inoltre, ci piacerebbe anche allargare il numero degli associati".

 

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