Martedì, 17 Settembre 2019

CORNALE – BASTIDA – CANEVINO - RUINO - VALVERDE - FUSIONI DI COMUNI: TAGLIATI I TRASFERIMENTI ANCHE AI COMUNI DELL’OLTREPÒ

Lo Stato italiano ha fama di essere un carrozzone di burocrazie e tecnocrazie di varia natura ed estrazione. Di non mantenere gli impegni che prende. Di chiedere tanto e restituire poco. Da anni se non decenni i cittadini e gli amministratori si sono progressivamente disaffezionati ad esso. Tutto questo è innegabile, e le ragioni vanno ricercate negli atti concreti che l’amministrazione centrale mette in atto, nascondendosi alle volte dietro la necessità (di cui far virtù solo quando a pagare sono i cittadini) e alle volte dietro la ricerca di una discontinuità fin troppo ostentata nei confronti delle precedenti compagini di governo.

Questo è un leit-motiv che involge non tanto e non solo i raggruppamenti che oggi hanno posizioni di vertice, ma che piuttosto viene adottato indiscriminatamente da tutti coloro che arrivano in quelle posizioni, magari dopo aver lanciato strali inverecondi dai banchi dell’opposizione. Stanti queste premesse, programmare le politiche territoriali a medio e lungo termine appare non solo difficile, ma addirittura rischioso. Tu, amministratore, dai credito alle promesse dello Stato; ci metti tutta la passione di questo mondo per convincere i tuoi concittadini della bontà delle tue proposte; ti scontri, anche, se necessario contro l’altro nemico ricorrente della programmazione: l’ostilità al cambiamento. Poi di quelle promesse ti resta in mano un pugno di mosche, o poco più. Ti costerni, ti indigni, ti impegni, poi getti la spugna. Con gran dignità, questo sì, ma giusto quella.

E tu, proprio tu, amministratore virtuoso, alla fine ti chiedi: ma chi me l’ha fatto fare? Non era forse meglio continuare a coltivare il mio piccolo orticello (chissà mai, perfino clientelare) e non mettere sul tavolo il rischio di perdere la mia posizione di comando?

Questa reprimenda generale vuole approcciare un campo dell’azione amministrativa ben preciso: le fusioni di comuni. Lo ricordiamo: nell’Oltrepò Pavese sono due quelle originatesi in tempi recenti. Cornale e Bastida, nel 2014, e Colli Verdi (gli ex Canevino, Ruino e Valverde) proprio negli scorsi mesi. A questi comuni, così come a tutti gli altri che hanno fatto propria questa proposta del legislatore, sono stati promessi dallo Stato un certo importo di trasferimenti annui, i quali sono stati concepiti proprio al fine di incentivare le fusioni. Diciamo le cose come stanno: non è vero, o è vero solo in parte, che Cornale, Bastida, Canevino, Ruino e Valverde siano comuni meno campanilisti degli altri. Se hanno deciso di fondersi è stato anche perché facevano gola i danari offerti in cambio di questo sacrificio della propria sovranità territoriale. Danari utili ed importanti per mantenere i servizi offerti (specialmente nei piccoli comuni e nelle aree svantaggiate), per pensarne di nuovi, per abbassare le tasse, per fare investimenti in opere pubbliche strategiche. Per migliorare, insomma, il benessere dei cittadini e l’efficienza dell’apparato amministrativo. Gli amministratori che hanno proposto queste fusioni hanno utilizzato fortemente questo argomento per far leva sulla coscienza dei loro concittadini. Hanno avuto coraggio, ci hanno messo la faccia. Lo hanno fatto perché sapevano di poter contare su qualcosa di importante e definitivo: così come dovrebbe essere ogni provvedimento dello Stato. Nessuno, d’altra parte, aveva mai messo in discussione questi trasferimenti, prima di oggi.

Ma di definitivo, come ricorda il detto popolare, c’è solo la morte. E qui, ora, ci troviamo di fronte alla morte di queste aspettative.

A fine giugno il Ministero dell’Interno ha annunciato tagli fino a quasi il 60% del valore previsto per questi trasferimenti riferendosi all’anno in corso, gettando nel caos le amministrazioni che ovunque, un po’ in giro per l’Italia, avevano scelto di percorrere la strada della fusione. La comunicazione è arrivata, peraltro, a bilanci di previsione approvati.

I trasferimenti dallo Stato agli enti locali si sono progressivamente abbassati negli ultimi anni. Per i comuni nati da fusione, tuttavia, erano previsti dalla legge trasferimenti pari al 50% di quelli attribuiti durante l’anno 2010 (ossia ad un periodo di ‘’vacche grasse’’). Tale valore era stato addirittura incrementato al 60% con la Finanziaria del 2018. Ora arriva un dietrofront che nessuno si aspettava.

Cornale e Bastida riceverà 166mila euro in luogo dei 230mila precedentemente ipotizzati. Colli Verdi, invece, vede ridurre il proprio beneficio da 385mila a 162mila euro.

Per quest’ultimo comune, in particolare, il taglio rappresenta una vera e propria beffa, in quanto essendo questo il primo anno di vita del comune, sarebbe stato anche il primo in cui lo stesso avrebbe dovuto beneficiare dei vantaggi attesi in seguito alla scelta referendaria.

Complessivamente a livello nazionale il volume dei tagli è di circa 31 milioni rispetto ai 76 precedentemente in programma. In fin dei conti non moltissimi, considerando l’importo del bilancio complessivo dello Stato. Non moltissimi, perché non moltissime sono le comunità che hanno preso il coraggio a piene mani e hanno deciso di fondersi (si tratta di circa venti all’anno). Ma decisivi, per la credibilità del sistema-paese. Un’amministrazione centrale, se vuole, 30 milioni li trova.

Ed è questo il senso dell’attività di moral suasion che ha intrapreso A.N.C.I., l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani.

«Chiediamo con forza al governo e al parlamento di stanziare i 31 milioni che mancano all’appello per garantire nel 2019 i contributi necessari ai comuni che hanno scelto negli anni la via delle fusioni, così come previsto dalla legge in vigore. Il Governo ci accordi un incontro urgente, mentre il Parlamento segua con attenzione il problema per trovare una soluzione immediata nel più breve tempo possibile». Così ha affermato Mauro Guerra, presidente della commissione Finanza locale dell’A.N.C.I., che ha presieduto nella sede nazionale dell’Associazione un incontro con numerosi rappresentanti di Comuni nati da fusione, riuniti per elevare una protesta istituzionale molto forte per il taglio dei trasferimenti e degli incentivi loro destinati.

«C’è un patto repubblicano tra lo Stato e i comuni – ha proseguito Guerra – per il quale i comuni hanno diritto per dieci anni al 60% dei trasferimenti che ricevevano nel 2010. A metà dell’esercizio finanziario 2019 non sono sostenibili tagli che arrivano fino al 58% sui contributi e sugli incentivi alle fusioni. In questo modo si finisce per scardinare i bilanci, anche quelli spesso costruiti da commissari prefettizi che hanno preso la gestione degli enti dopo l’approvazione delle leggi istitutive delle fusioni. Oltre ai risparmi ed ai risultati di sistema, grazie ai comuni fusi – ha sottolineato ancora il rappresentante A.N.C.I. – lo Stato quest’anno risparmia, ad esempio, molti milioni di euro sui fondi e contributi destinati ai piccoli comuni per spese di investimento in interventi di messa in sicurezza, efficientamento energetico e sviluppo del territorio, in quanto i Comuni più grandi nati dalle fusioni ricevono contributi inferiori a quelli che avrebbero ricevuto da separati».

«Ripristiniamo il dovuto per quest’anno. Superata questa emergenza, e garantita ai comuni fusi la possibilità di chiudere i loro bilanci – conclude Guerra – siamo pronti come A.N.C.I. ad un confronto, in vista della prossima legge di bilancio, sulle prospettive, sui criteri e sulle modalità di sostegno ad interventi di razionalizzazione, efficientamento e adeguamento del sistema delle autonomie locali. Tra questi vi sono i processi di fusione che si sono avviati in questi anni e quelli che si potranno avviare. Si fanno le fusioni, volontarie, per dare servizi migliori ai cittadini, per fare investimenti che comportano poi risparmi della spesa corrente: questa prospettiva dev’essere rispettata e garantita».

Secondo i rumors, tuttavia, le del Governo non sarebbero dirette ad una completa rivisitazione della scelta intrapresa.

Anni fa un ascoltatore radiofonico si lamentò con il simpatico Oscar Giannino per l’uso larghissimo che questi faceva della locuzione ‘’Stato ladro’’: sbraitato in più occasioni e con toni decisamente oltre la soglia di tolleranza dell’orecchio umano; riferendosi ai numerosi prelievi fiscali e agli altrettanti numerosi tagli di spesa che non si tradurrebbero in sufficienti vantaggi per i cittadini. Giannino ebbe a rispondere, a volume crescente in maniera esponenziale: «Perché vi fate incantare dalle pretese dello Stato etico? Perché sono venute le grandi rivoluzioni liberali? A cosa dovete la vostra libertà a casa, se non al fatto che qualcuno a un certo punto ha detto: basta! Basta! Basta! Ragazzi, voi siete lì a dire: lo Stato non bisogna offenderlo. Dove? Perché? Lo Stato vi offende ogni giorno, prende i vostri diritti e li calpesta, vi rende: niente! In nome degli interessi di minoranze pro tempore che lo amministrano, e ci stanno dentro come parassiti.» Quell’intervento divenne celebre proprio per il triplice ‘’basta’’, che fu poi campionato e riutilizzato ossessivamente nelle più svariate occasioni, diventando una sorta di ‘’meme’’ sonoro. Ma più passa il tempo e più pare che Giannino avesse ragione da vendere nel merito delle sue affermazioni.

Tutto l’amore che si può avere per la propria nazione non può confondersi con la pretesa di istituzioni efficienti e corrette che la governino. Ed è per amore della nostra disastrata nazione che tutti gli amministratori, coinvolti o non coinvolti dalle decisioni scellerate qui sopra descritte, dovrebbero dire a voce alta un triplice ‘’basta’’.

di Pier Luigi Feltri

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