Mercoledì, 22 Maggio 2019

“SU RAMELLI BRUTTA PAGINA DI ORDINE PUBBLICO, INSPIEGABILE RIGIDITÀ E MANGANELLI USATI CON DISINVOLTURA'

"Una brutta pagina quella scritta ieri sera a Milano da parte di Prefettura e Questura chiamate a gestire l'ordine pubblico in occasione delle commemorazioni in ricordo di Sergio Ramelli". E' il commento di Giorgia meloni, presidente di Fratelli d'Italia, dopo i tafferugli avvenuti ieri sera nel corso del presidio dell'estrema destra per commemorare lo studente assassinato a colpi di chiave inglese da un commando di Avanguardia Operaia il 29 aprile del 1975. "Un divieto insensato a poter svolgere un corteo, senza simboli se non bandiere tricolori, senza marce o parate di alcun genere - si legge in una nota - Un innocuo serpentone che si sarebbe concluso sotto casa Ramelli, là dove Sergio ha trovato la morte 44 anni fa (...) E poi una volta in piazza una gestione nervosa, manganelli usati con troppa disinvoltura contro gente che non aveva alcuna intenzione di aggredire le forze dell'ordine. (...) Chiederemo conto al ministro dell'Interno di quanto accaduto".

L'omicidio di Sergio Ramelli fu un delitto a sfondo politico commesso nel 1975 da militanti della sinistra extraparlamentare legati ad Avanguardia Operaia ai danni di Sergio Ramelli, nato a Milano il 6 luglio 1956, all'epoca militante e fiduciario del Fronte della Gioventù (organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano).

Nei primi mesi del 1975 nell'ITIS “Molinari” di Milano, scuola nella quale Ramelli studiava chimica industriale, analogamente a quanto avveniva in molte scuole superiori e università italiane, era teatro di accesi scontri politici tra studenti di destra e di sinistra. L'edificio scolastico, risalente ai primi anni sessanta, non permetteva un adeguato controllo dell'ordine pubblico interno e, in ragione di ciò, si era guadagnato la reputazione di luogo a rischio.

Le posizioni politiche di Sergio Ramelli, fiduciario] del Fronte della Gioventù, erano ben note nell'istituto, in quanto da lui stesso più volte pubblicamente professate; queste gli procurarono due aggressioni in un breve lasso di tempo, che lo spinsero, nel febbraio 1975, a lasciare il “Molinari” per proseguire l'anno scolastico in un istituto privato.] Secondo quanto reso noto in seguito da sua madre, in un tema scolastico aveva espresso posizioni di condanna delle Brigate Rosse, aggiungendovi una nota di biasimo verso il mondo politico per il mancato cordoglio istituzionale verso la morte dei militanti padovani del MSI Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, uccisi durante un assalto delle Brigate Rosse alla sede del MSI avvenuto l'anno precedente (17 giugno 1974). Il tema, dopo essere stato sottratto al professore, fu successivamente apposto su una bacheca scolastica e usato come “capo d'accusa” in una sorta di “processo politico” scolastico istituito contro Ramelli dagli altri studenti che lo accusarono di essere fascista. Il 13 marzo 1975 Ramelli stava ritornando a casa, in via Amadeo a Milano; parcheggiato il suo motorino poco distante, in via Paladini, si incamminò verso casa. All'altezza del civico 15 di detta via Paladini Ramelli fu assalito da un gruppo di extraparlamentari comunisti di Avanguardia operaia armati di chiavi inglesi, e colpito ripetutamente al capo; a seguito dei colpi ricevuti perse i sensi e fu lasciato esangue al suolo. La testimonianza resa durante il processo da Marco Costa fu la seguente:

«Ramelli capisce, si protegge la testa con le mani. Ha il viso scoperto e posso colpirlo al viso. Ma temo di sfregiarlo, di spezzargli i denti. Gli tiro giù le mani e lo colpisco al capo con la chiave inglese. Lui non è stordito, si mette a correre. Si trova il motorino fra i piedi e inciampa. Io cado con lui. Lo colpisco un'altra volta. Non so dove: al corpo, alle gambe. Non so. Una signora urla: "Basta, lasciatelo stare! Così lo ammazzate!" Scappo, e dovevo essere l'ultimo a scappare.»

A sua volta Giuseppe Ferrari Bravo rese la seguente testimonianza:

«Aspettammo dieci minuti, e mi parve un'esistenza. Guardavo una vetrina, ma non dicevo nulla. Ricordo il ragazzo che arriva e parcheggia il motorino. Marco mi dice: "Eccolo", oppure mi dà solo una gomitata. Ricordo le grida. Ricordo, davanti a me, un uomo sbilanciato. Colpisco una volta, forse due. Ricordo una donna, a un balcone, che grida: "Basta!". Dura tutto pochissimo... Avevo la chiave inglese in mano e la nascosi sotto il cappotto. Fu così breve che ebbi la sensazione di non aver portato a termine il mio compito. Non mi resi affatto conto di ciò che era accaduto.»

Pochi minuti dopo l'aggressione, un commesso vide il corpo coperto di sangue e allertò la portinaia del palazzo di via Amadeo dove il giovane abitava. La portinaia, riconosciutolo, avvertì la polizia e i soccorsi medici; un'autoambulanza lo portò all'Ospedale Maggiore dove fu sottoposto a un intervento chirurgico della durata di circa cinque ore allo scopo di ridurre i danni causati dai colpi inferti alla calotta cranica. 

Il decorso post-operatorio di Sergio Ramelli fu caratterizzato da periodi di coma alternati ad altri di lucidità; le complicazioni cerebrali comunque indotte dall'aggressione lasciarono i sanitari dubbiosi sul recupero delle piene funzionalità fisiche. La morte sopraggiunse 48 giorni dopo l'aggressione, il 29 aprile 1975.

Il 16 marzo 1987 prese avvio il processo per gli assassini. Vennero imputati per i fatti dieci persone tra preparatori, mandanti ed esecutori. Gli imputati furono:

Claudio Colosio, Franco Castelli, Giuseppe Ferrari Bravo, Luigi Montinari, Walter Cavallari, Claudio Scazza: medici praticanti in diverse discipline, studenti all'epoca dei fatti; ad essi si aggiunse Brunella Colombelli, unica donna tra gli accusati, divenuta ricercatrice;

Giovanni Di Domenico, al momento dell'arresto consigliere in forza di Democrazia Proletaria a Gorgonzola;

Antonio Belpiede, capogruppo del PCI a Cerignola (Foggia);

Marco Costa, che con Ferrari Bravo gestiva l'archivio segreto.

Il gruppo era una parte del Servizio d'Ordine di Avanguardia Operaia nella facoltà milanese di medicina. Alcuni degli imputati vennero processati anche per altri tentati omicidi e violenze. Secondo la ricostruzione operata dagli inquirenti, i due aggressori sarebbero stati Marco Costa e Giuseppe Ferrari Bravo, che avrebbero attaccato il giovane con delle chiavi inglesi. I due all'epoca appartenevano ad un ristretto gruppo noto come gli idraulici proprio per via delle grosse chiavi inglesi usate per compiere le aggressioni. Di Domenico sarebbe stato il mandante e il pianificatore dell'azione, mentre Colombelli avrebbe avuto il ruolo di sorvegliante della vittima. Castelli, Colosio e Montinari avrebbero dovuto sorvegliare la zona e dare l'allarme in caso di pericolo. Gli altri avrebbero avuto ruoli variabili nella preparazione dell'azione e in altre violenze

Le accuse comprendevano omicidio volontario, tentato omicidio, sequestro di persona, associazione sovversiva, danneggiamento. In tutto, per il caso di Ramelli, per la faccenda di via Bligny e per l'assalto ad un bar milanese costato tre feriti, vennero imputate 25 persone. Il ruolo di avvocato per la famiglia della vittima venne sostenuto da Ignazio La Russa, avvocato ed esponente di destra, all'epoca segretario provinciale missino. Durante il processo, svoltosi regolarmente nonostante alcuni rinvii per questioni di salute del presidente della Corte d'Assise Antonino Cusmano e per disguidi tecnici, Democrazia Proletaria istituì un piccolo presidio presso Piazza Fontana, raccogliendo circa cento persone, mentre i vertici del partito presenziarono al processo.

Il 16 maggio 1987 la II Corte d'Assise di Milano assolse Di Domenico per insufficienza di prove e dichiarò Cavallari estraneo ai fatti. Tutti gli altri imputati furono ritenuti colpevoli di omicidio preterintenzionale in quanto venne di fatto riconosciuta l'accettazione del rischio di uccidere insito nell'atto di violenza, ma non la volontarietà dell'atto. Marco Costa ricevette 15 anni e 6 mesi di reclusione; Giuseppe Ferrari Bravo 15, entrambi per aver materialmente colpito Ramelli. Claudio Colosio ricevette 15 anni; Antonio Belpiede 13 anni; Brunella Colombelli 12 anni (per aver indicato al commando di Avanguardia Operaia il luogo e l'ora in cui colpire); Franco Castelli, Claudio Scazza e Luigi Montinari 11 anni.

Per le schedature ritrovate nel "covo di viale Bligny" e l'assalto al bar di largo Porto di Classe avvenuto pochi giorni dopo Ferrari Bravo e Di Domenico ricevettero rispettivamente ancora 11 e 10 anni. La condanna non soddisfece il Pubblico Ministero, che contestò il rigetto del ben più grave omicidio volontario in favore dell'omicidio preterintenzionale, per cui venne depositato un ricorso. Il 2 marzo 1989 la II sezione della Corte d'Assise d'Appello, presidente Renato Cavazzoni, accolse le richieste del PM e nonostante l'accusa fosse mutata in omicidio volontario, venne tuttavia riconosciuta l'attenuante del concorso anomalo, che ridusse sensibilmente le pene. 

Costa quindi passò da 15 anni a 11 e 4 mesi; Ferrari Bravo da 15 a 10 e 10 mesi; 7 anni e 9 mesi a Colosio invece che 15; 7 anni invece di 13 a Belpiede; 6 anni e 3 mesi a Castelli, Colombelli, Montinari e Scazza invece degli 11 o 12 iniziali. Insoddisfatta, la parte civile ricorse in Cassazione per ottenere il riconoscimento della premeditazione e quindi un aggravio delle pene. Il 22 gennaio 1990 la I sezione della Corte di Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, rigettò la richiesta e i ricorsi della difesa, confermando le sentenze di secondo grado. Costa e Ferrari Bravo tornarono in carcere, anche per via delle condanne aggiuntive a quella per Ramelli, mentre gli altri imputati poterono usufruire di un condono e di pene alternative per via della loro condizione sociale e della loro ridotta pericolosità.

agierre-marzo TecnoSerramenti-copia lidobuca-copia studio-medico-tagliani panificio-santa-maria-AGOSTO-copia

  1. Primo piano
  2. Popolari