Sabato, 21 Settembre 2019

CORANA - «SIAMO USCITI DAL BARATRO»

Giunto alla fine del mandato, il sindaco di Corana Vittorio Balduzzi ha di che sorridere. All’epoca del suo insediamento il paese era oppresso da una pesantissima crisi occupazionale: la chiusura una dopo l’altra delle tre principali attività produttive (la Prefabbricati Valdata, la Diaspa e l’Italiana Pellet per ultima) aveva messo in ginocchio numerose famiglie rimaste senza lavoro e gettato nello sconforto chi il Comune doveva in qualche modo amministrarlo senza prospettive per il futuro. Oggi, a pochi anni di distanza, Corana non solo si è allontanata dal baratro, ma ha ripreso a camminare di buon passo in direzione dello sviluppo. A invertire la tendenza è stato l’arrivo in paese nell’ultimo biennio di due nuove attività produttive: la Chemo Biosyntesis, industria farmaceutica, al posto della ex Diaspa e la Agro Po, ditta che produce foraggio per bestiame, al posto dell’Italiana Pellet. A loro potrebbe aggiungersi all’inizio del 2019 una nuova realtà: i capannoni abbandonati della ex Valdata sono stati venduti all’asta.

Una parte andranno ad Agro Po stessa, che aumenterà così la produzione, un’altra alla Logistica Fioravanti di Voghera, che aprirà un nuovo centro produttivo in paese. «Per un paese piccolo come il nostro, che ha vissuto momenti terribili, sono notizie che fanno davvero sorridere» dice Balduzzi.

Sindaco, di lavoro in paese ce n’è oggi?

«La Chemo al momento impiega circa una cinquantina di persone, buona parte residenti a Corana, ma sta ancora investendo in maniera importante sul proprio sviluppo, il che lascia intendere che presto o tardi il numero degli occupati salirà. La Agro Po è una piccola azienda, con meno di 10 dipendenti, ma è comunque importante perché la presenza di una attività simile rassicura».

In che senso?

«Perché è un’attività che non inquina e non è poco. Dopo la chiusura della Valdata e della Diaspa la nostra paura più grande era che siti produttivi così grandi e in un paesino così piccolo potessero diventare appetibili per “predoni” senza scrupoli. Di richieste “indecenti” ne abbiamo ricevute da più parti».

Ad esempio?

«C’era chi voleva portare un impianto pirolisi stile quello che poi avrebbero proposto anche a Retorbido per bruciare gomme, altri che volevano bruciare fanghi industriali e chissà che altre schifezze. Noi come comune ci siamo sempre opposti, ma con grande paura in cuore perché l’ultima parola, si sa, non spetta mai a noi ma alle varie commissioni che stanno nei palazzi lontani».

Dell’arrivo di nuove attività cosa può dirci?

«Innanzitutto la vendita dei capannoni della ex Valdata è una notizia importantissima: si tratta di circa 20mila metri quadrati che saranno divisi in parti più o meno uguali da due attività serie, che si occuperanno anche della bonifica dell’area, eliminando ad esempio le coperture in eternit».

Dal punto di vista occupazionale è previsto un ulteriore aumento del lavoro?

«Questo non possiamo ancora dirlo perché non conosciamo le intenzioni di chi ha comprato. Certo è che chi si espande solitamente non progetta di restringere l’organico!».

Passiamo al capitolo migranti. In paese c’è un centro accoglienza che ne ospita una ventina. Con il decreto Salvini rischia la chiusura?

«Io mi auguro davvero di no, in primis per quelle persone. Non posso dire se il centro rischi o meno per il fatto che queste realtà sono sconnesse dal controllo dei Comuni. I migranti arrivano imposti dalla Prefettura, noi sindaci veniamo avvisati a fatto compiuto e il controllo non è di nostra competenza».

Avete mai avuto problemi legati alla presenza di migranti?

«No, si tratta di persone tranquille e rispettose. In parte cattolici, in parte musulmani, molti provenienti dalla Nigeria. Sono disposti a fare qualsiasi lavoro, anche se noi per ragioni di sicurezza (loro) non abbiamo potuto fare molto se non assegnare qualche mansione socialmente utile come pulire strade e giardini. Sono lì in attesa che la loro richiesta di soggiorno venga esaminata. Recentemente è cambiata la cooperativa che li gestisce, vedremo se ci chiederanno una collaborazione di qualche tipo».

Lei è alla fine del secondo mandato. La legge, dato che il comune è sotto i 3.000 abitanti, le consentirebbe di farne un terzo. Si ricandiderà?

«Non ho ancora deciso. Io e la mia squadra ci siamo dati appuntamento a dopo le feste per decidere. Di cose da fare ce ne sarebbero ancora tante, ma bisogna prima vedere se la squadra è unita».

C’è un’opera portata a termine dalla sua amministrazione di cui va particolarmente fiero?

«Di opere significative non se ne sono potute fare per il solito motivo delle scarsissime risorse a disposizione. Vado fiero dell’impegno che abbiamo profuso per agevolare il ritorno di realtà industriali e produttive in paese che era la cosa più importante».

Qualcosa che avrebbe voluto fare e non ha fatto?

«Il sogno nel cassetto era quello di poter realizzare la strada che collega l’area industriale alla strada provinciale per Pavia. Un’opera che permetterebbe di tagliare fuori dal centro del paese il traffico di mezzi pesanti che rappresenta sempre un problema. Purtroppo non ci sono i fondi necessari a disposizione».

Visto che ormai le risorse sono poche per tutti i Comuni, non avrebbe più senso pensare a delle fusioni?

«A dire il vero la mia impressione è che non siamo ancora pronti a questo passo. Il Comune è un punto di riferimento per tante persone. Tutti quelli che hanno bisogno vengono da noi a chiedere una mano, qui ci conosciamo tutti. Se perdessero questo riferimento molte persone potrebbero sentirsi perdute».

di Christian Draghi

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