Martedì, 22 Gennaio 2019

VOGHERA - «LA POLITICA DI OGGI È SOLO CONQUISTA DEL CONSENSO»

Pietro Para, vicedirettore del Giornale di Voghera, non è solo un pezzo di storia del giornalismo locale. Ex docente di Economia aziendale al Baratta con tendenze filosofe, Bocconiano dei mitici anni ’60, ha preferito la vita di provincia alle sirene universitarie.

Democristiano (laico) doc, è uno di quelli che le vicende della politica, locale e non, le ha osservate da molto vicino per tanti anni. “Amico” di quasi tutti i volti noti oltrepadani, è stato consigliere comunale nella Voghera degli anni ’70, presidente di Asm a fine anni ‘80, uomo di fiducia di Paolo Affronti all’epoca in cui fu sindaco a inizio anni ’90 e assessore della giunta Scotti tra il 1996 e il 2000.

Quella fu la sua ultima esperienza in politica, lui che per principio non ha mai voluto ricoprire lo stesso incarico in un ente istituzionale più di una volta perché «occupare le posizioni per troppo tempo non va bene, il meglio se si hanno le qualità lo si esprime subito». Una posizione, quest’ultima, che potrebbe farlo passare da “grillino per caso” anche se lui le etichette le rifiuta.

Oggi segue la politica da spettatore disilluso o, al più, da giornalista che ne ha viste tante e da diverse prospettive senza perdere la voglia di mettersi in gioco. «Ho accettato questa intervista – ci dice -  perché è sempre un buon modo per guardarsi allo specchio e capire a che punto del proprio percorso si è».

Detto da chi il prossimo 27 maggio compirà 79 anni senza aver smesso di cercare e cercarsi può suonare come una lezione di vita. «Non sono ancora sicuro di aver capito bene chi sono» dice, ma se i filosofi insegnano che ciò che conta è il percorso e non la mèta, si può dire con sicurezza che Pietro Para di strada ne ha macinata tanta.

Lei è nato nel 1940…che ricordi ha di quella Voghera?

«Io sono nato a Pragate, nella valle Schizzola, dove sono rimasto fino al 1947 quando poi sono arrivato a Voghera. Ricordo che si giocava tra le macerie, io ero nella banda dell’oratorio del Duomo, mentre i Barnabiti erano i “rivali”. Facevo parte dell’Azione Cattolica, di cui sono stato anche presidente per la diocesi, quando avevo una ventina d’anni».

è allora che è avvenuto l’incontro con la DC?

«Ho iniziato perché conoscevo tante persone che si muovevano in quell’ambiente. Una su tutte Antonio Airò, che veniva dai Barnabiti, il cui gruppo nel ’47 aveva ripreso il Giornale di Voghera, primo motore della DC. Airò divenne sindaco nel 1967, io già da prima avevo iniziato a muovermi e a seguire la politica insieme a lui, facendo la campagna elettorale».

Da quanto tempo è parte del Giornale di Voghera?

«Ho iniziato a scrivere nel 1961».

Come è successo?

«Conoscevo Airò, gli consegnai una mia recensione di uno spettacolo teatrale a Medassino. La pubblicarono e così la Siae si accorse di quello spettacolo, di cui non avevano avuto notizie!».

Con la politica “diretta” invece iniziò più tardi. Quale fu la prima esperienza?

«Diventai consigliere di minoranza per la DC all’inizio degli anni ’70, feci opposizione per 6 anni alla giunta di Ernesto Gardella».

Che politica era quella di allora?

«Tutti avevano un grosso background alle spalle e il partito contava moltissimo in confronto ad oggi, dove contano solo le logiche clientelari e il saper fare presa immediata sull’elettorato. Ricordo che all’epoca facendo anche il giornalista mi “infilavo” alle riunioni del PC e, con l’amico Stefano Gatti, assistevo alle lotte interne tra i “giovani” militanti e i “grandi vecchi” che ruotavano intorno a Riccardo Dagradi».

Poi l’impegno amministrativo più vicino risale alla fine degli anni ’80, quando è stato presidente di Asm…

«Sì, diventai presidente essendo stato revisore dei conti in precedenza».

Cosa ricorda di quell’esperienza?

«Ricordo che dissi a chi avevo sotto di non dirmi tutte le cose che avrebbero potuto causare un lancio di monetine ai miei danni, altrimenti avrei portato tutti in via Plana (allora sede del tribunale ndr) senza problemi!».

Poi fu stretto collaboratore di Affronti e, infine, l’esperienza come assessore con la giunta Scotti.

«Sì, dal ’96 al 2000 fui assessore al bilancio».

Quel periodo storico per Voghera fu contraddistinto dal caso-nomadi, con la ferrea battaglia per opporsi alla creazione del campo…

«Scotti smise di fare il sindaco a causa di quella questione, poi il campo nomadi lo realizzarono gli stessi che vi si erano opposti usando il referendum come strumento di consenso. Già uno specchio di quello che sarebbe accaduto dopo».

E cioè?

«Una politica basata essenzialmente sulla costruzione del consenso. Quel campo nomadi divenne un ghetto, e lo è tutt’oggi, con la differenza che nessuno vuole saperne più nulla. Dei Sinti a Voghera non parla più nessuno eppure sono sempre lì e vivono al di fuori della società. Nascono bambini e non si sa neppure chi sia il padre. Non c’è mai stato né voluto essere alcun modello di integrazione».

Cosa si sarebbe dovuto fare secondo lei?

«Bisognava creare un altro modello, investire in risorse che potevano cambiare la qualità della vita, ma servono soldi e farlo costerebbe oltretutto voti. Oggi che la politica vive solo di consensi personalizzati, nessuno si azzarderebbe a muoversi in una direzione simile».

Dell’Amministrazione Barbieri cosa ne pensa?

«Barbieri campa di rendita, ha imparato bene a fare il mestiere di sindaco. Il centrodestra ha un bacino di voti ampio che poi porta al loro boss (riferimento a Giovanni Alpeggiani ndr) che alla fine decide e mette tutti d’accordo. Non possono perdere, adesso c’è anche la Lega».

Come vede il futuro politico di Voghera?

«Non lo so, ma credo che la Lega vorrà il sindaco».

Lei oggi chi sosterrebbe?

«Io avevo appoggiato Ghezzi, che mi sembrava uno con competenze».

E a livello nazionale?

«Non mi resta che il PD ».

Che è ai minimi storici però…

«Andreotti diceva che il potere logora chi non ce ‘ha, ma il PD è stato la prova che vale anche il contrario».

Dei 5 Stelle cosa ne pensa?

«Che a livello locale non possono fare numeri perché non hanno precedenti in politica, non hanno le conoscenze e la rete necessaria per poter avere successo. Non c’è nessun nome che sia davvero conosciuto».

Lei i politici oltrepadani li ha conosciuti tutti, più o meno. Uno che l’abbia colpita?

«Azzaretti aveva indubbiamente tante qualità. Era anche un bel “furbo”, ma sapeva trattare la politica con grande credibilità».

La figlia ha ereditato qualcosa da lui?

«Di sicuro i contatti con la Fondazione Cariplo».

Il politico più importante per la storia di Voghera?

«Dico Italo Betto. Il suo merito principale è stato risanare le periferie, partendo dal Villaggio, San Vittore, grazie alle case popolari. Bisogna ricordarsi che Voghera, dopotutto, è una città di immigrati».

In che senso?

«Nel senso che non esistono o sono pochissimi i vogheresi di almeno tre generazioni. Ci faccia caso: sono tutti arrivati qui dall’esterno, che fosse Veneto, Calabria, Sicilia o dalle colline vicine».

Chiudiamo con il mestiere che ha fatto per più tempo, il giornalista: com’è lo stato di salute del giornalismo locale?

«Pessimo. Direi che è finito, come la carta stampata. Non esistono più le redazioni locali, intese come luogo di aggregazione e confronto. Il Giornale di Voghera resiste ancora, ma non ci sono più i gruppi di lavoro. Un peccato, e pensare che Voghera è sempre stata una fucina di giornalisti».

di Christian Draghi

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