Mercoledì, 24 Aprile 2019

STRADELLA «IL PROGETTO TORRE CIVICA VA AVANTI, ANCHE A RISCHIO DI STANCARE»

L’anno prossimo, nel mese di maggio ci saranno le elezioni amministrative a Stradella. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con chi la città la conosce alla perfezione e l’ha amministrata per tanti anni. Professore universitario e uomo di grande cultura, Pierangelo Lombardi è legato indissolubilmente alla storia stradellina. Sindaco per diverse legislature, ha ricoperto anche l’incarico di vicesindaco e attualmente è consigliere di maggioranza. 

Andiamo dritti al punto. Si candiderà a sindaco il prossimo anno?

«Io sono a disposizione se c’è da dare una mano per costruire un progetto. Quindi dare una mano al sindaco e al progetto. Io sento di aver fatto il mio tempo per svariate ragioni, ma se la mia esperienza può servire per dare una mano io ci sono. Il mio impegno sarà di un certo tipo, non ho intenzione di assumermi certe cariche e incarichi… ma vedremo. Non sono a sbavare per un posto, ma rimango a disposizione. Anche perché ci credo ancora nel provare a tenere in piedi il progetto di Torre Civica».

Quindi il candidato sindaco sarà ancora Piergiorgio Maggi?

«Sì. Io ho finito la mia esperienza nel 2014, questo deve essere chiaro e senza dubbi. Piergiorgio ha fatto un mandato e, anche per le caratteristiche della legge, oltre che per i suoi meriti, ha chiesto al gruppo di potersi riproporre. Noi dovremo essere bravi a riuscire a comprendere e interpretare, come siamo sempre riusciti a fare in tutti questi anni, una società che cambia. Che cambia sempre più tumultuosamente, sia dal punto di vista politico che sociale, che culturale in senso lato. Il punto di partenza non può non essere per noi l’esperienza di Torre Civica».

In che senso?

«Una esperienza che ha garantito una continuità amministrativa che, a nostro avviso, è un valore aggiunto. Lasciando stare le premesse, partiamo dall’anno 1995: adesso Torre Civica tenterà di ricandidarsi per la sesta volta ininterrottamente. Bisogna riuscire a capire oggi, con questa società che si modifica di continuo, cosa può rappresentare ancora Torre Civica, ma soprattutto, riuscire a vedere come sappiamo interpretare questo mondo che cambia. Una formula che si caratterizza per una forma e una storia radicata, ma che ogni volta non ha presentato un semplice restyling, ma ha sempre cercato di confrontarsi con nuovi interlocutori e si è sempre messa in discussione».

Non crede che questo essere sempre presenti possa anche essere un rischio?

«Certo, non lo nego. Il rischio è che di fronte al “nuovismo” possiamo sembrare quelli che “Ah, ci sono ancora loro! Bisogna cambiare”: questo è da mettere in conto, ma mi rifiuto di credere che sia così. Bisogna sicuramente far emergere e utilizzare il meglio della nostra esperienza passata, con il coraggio di mettersi in discussione, laddove ci sono cose che non hanno funzionato o hanno funzionato meno, e comunque fare in modo di adattare il tutto alla realtà che sta cambiando. Insomma, valorizzare una grande esperienza e avere il coraggio di non chiudersi, mettersi a disposizione delle novità, delle nuove leve, con la consapevolezza di avere da dire ancora qualcosa di importante».

In questo vostro lungo percorso ci sono state criticità…

«è ovvio. Ci sono cose che ci sono riuscite bene, altre meno. Dobbiamo cercare, infatti, di recuperare da questa lunga esperienza il meglio che abbiamo fatto. Rilanciare questi aspetti positivi, coniugare esperienza e innovazione. Faccio l’esempio dell’ambito sociale: l’esperienza che abbiamo costruito in tutti questi anni sul welfare è molto importante. Al giorno d’oggi deve essere un welfare inclusivo, molto attento alle fragilità, che non esclude e non discrimina, e si misura con una società sempre più egoista e chiusa. È su queste cose che si costruisce un progetto civico, che guarda al mondo, che è aperto al mondo, che guarda a questa Europa tanto bistrattata, che guarda ai grandi scenari ma ha i piedi ben radicati nella sua realtà. Poi logicamente ci sono state fasi più critiche, in cui il nostro spirito ha faticato un po’ di più, però direi che oggi è il caso di rilanciare questa nostra esperienza, di andare al di là degli schemi rigidi politici. Noi abbiamo molto da mettere in campo».

Qual è la vostra scommessa?

«Quella di rilanciare un progetto politico-amministrativo capace di ampliare a nuove culture politiche, a nuove realtà associazionistiche e di categoria, a singoli cittadini che magari hanno voglia di impegnarsi su alcuni elementi ben precisi. Magari recuperando chi “si è perso per strada”, alcune figure che sono state con noi per un certo periodo. Non c’è nulla di certo, ma nel momento in cui si ragiona in termini inclusivi, in cui non ci si restringe, ma ci si allarga, a quel punto ci si può misurare con tutto. Lo slogan delle mie campagne elettorali era “Un’idea di città, la città delle idee”: un’unione in cui costruire un’idea di città e dall’altra parte, per costruire un’idea di città, devi riempirla di idee. Oggi la sfida è quella di mettere in campo inclusioni, solidarietà e di non adagiarsi. La politica deve avere anche una funzione pedagogica, non deve solo andare dietro ai sondaggi, ma deve anche proporre idee».

Voi sapete bene cosa significa governare Stradella…

«Sì, ci siamo ampiamente misurati con la fatica del governare. E quando ci si misura con questo, con la fatica e le contraddizioni del governare, ci si misura anche con i limiti, quelli delle risorse e delle normative, quelli che vengono dalla capacità più o meno della macchina amministrativa di funzionare. Bisognerebbe poter avere una bacchetta magica e far provare ad amministrare qualche mese una città a chi critica sempre, anche sui social network…visto dall’esterno sembra tutto facile, ma non è così. è faticoso gestire tutto, soprattutto l’ordinario, la manutenzione dell’ordinario».

In tutti questi anni avrà visto sicuramente cambiare la città e la politica in generale.

«Sicuramente. Ma ho visto cambiare anche il modo di comunicare. Io non ho Facebook perché non mi interessa, io voglio vedere le persone in faccia e ragionare con loro, ma al giorno d’oggi questo non è efficace. Bisogna rendersi conto di questo: è per questo che ribadisco ancora una volta che è necessario mettere in campo la propria esperienza e contemporaneamente l’innovazione. Io sono un uomo della Prima Repubblica: una volta i partiti erano uno strumento di selezione e di formazione. Oggi non è più così e si improvvisa molto».

di Elisa Ajelli

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