Mercoledì, 13 Novembre 2019

VOLPARA - SAN DAMIANO AL COLLE - «IL CONSORZIO NON È PIÙ RAPPRESENTATIVO DEL PANORAMA VITIVINICOLO DEL NOSTRO TERRITORIO»

Residente a Volpara, ma ‘‘prestato’’ durante la tornata elettorale dello scorso giugno a San Damiano al Colle, dove ha fatto parte della compagine guidata da Cesarino Vercesi, tornata alla vittoria per il secondo mandato: Claudio Mangiarotti, coordinatore provinciale di Fratelli d’Italia, affianca così l’impegno amministrativo in un piccolo comune della Valle Versa a quello come uomo di partito.

Non si può dire che il Vercesi-bis, a San Damiano, non fosse nell’aria (ha vinto con il 95% di preferenze, ndr). Mangiarotti, da cosa nasce questo suo impegno in prima persona?

«Era una vittoria annunciata. Avevo già collaborato con Cesarino Vercesi, che comunque è iscritto al mio partito, nella passata legislatura. Per questo mi ha chiesto un impegno in prima persona, per continuare a dare una mano. Devo dire che ho esitato un attimo a rispondere, perché in genere credo debbano essere in primo luogo i residenti ad occuparsi della vita amministrativa del proprio paese. Poi alcuni amici di San Damiano mi hanno convinto, hanno sciolto loro le mie riserve. È iniziata quindi questa avventura».

Si tratta del suo primo incarico in prima linea, dal lato dell’Amministrazione Comunale?

«È il primo incarico, dopo tanta vita di partito. Mi sono iscritto a 16 anni ad Alleanza Nazionale, nel circolo Gabriele D’annunzio di Santa Maria della Versa, oggi eliminato. Da lì il mio impegno politico non si è più fermato».

Come è stato il primo impatto con la realtà di San Damiano?

«Vivo in Val Versa, e ne conosco bene la realtà. Me ne sono occupato negli anni passati anche nel ruolo di coordinatore provinciale, così come mi sono occupato delle varie realtà e problemi di tutto l’Oltrepò. Conosco quindi anche San Damiano, realtà che comunque sto imparando a conoscere sempre meglio».

Il suo ruolo potrebbe essere quello di facilitare i rapporti con gli enti sovraordinati ad un comune piccolo come San Damiano, che corre il rischio, come tante altre piccole realtà, di rimanere isolato. Si vede in questa dimensione?

«Ci sono rapporti ottimi cono gli altri segretari dei partiti del centrodestra, c’è dialogo e ci si sente costantemente. Penso sia importante un’interfaccia fra i piccoli comuni e le realtà politiche, perché in questo momento in cui dilaga il fascino della realtà civica poi spesso viene a mancare quell’anello di congiunzione con la politica dei piani alti. Ma viene a mancare proprio perché ci si dimentica di cercarla, o manca la volontà di farlo».

Le possibilità ci sarebbero, o quello di rimanere isolati è un destino quasi inelluttabile per i piccoli comuni periferici?

«Penso che soprattutto da Regione Lombardia ci sia piena disponibilità ad aiutare ed ascoltare le piccole realtà, ma tante volte proprio da queste c’è una sorta di timore o titubanza nell’avvicinarsi alla politica e alle istituzioni. Tanto più oggi che la nostra provincia, come le altre del resto, è desautorata e povera di fondi».

Che contorni assume, nei nostri territori, la debolezza di questo ente intermedio?

«Quello provinciale è un gradino molto importante, che la riforma Delrio ha snaturato. Non si è ancora capito cosa succederà, siamo in una specie di limbo. È una situazione disastrosa: non si capisce più di chi siano competenze e compiti. Ad esempio nella gestione delle strade provinciali si è creato un enorme disagio con il problema degli spazzaneve. Per fortuna in Oltrepò non era particolarmente nevicato quindi non abbiamo subito quel disagio che hanno subito altre zone. Purtroppo resta un grave problema».

Anche il ruolo di “Casa dei comuni” sembra non essersi concretizzato.

«Penso ai sindaci dei più piccoli paesi, come il mio: se prende in mano il telefono e chiama un funzionario della Provincia per risolvere un problema, questo, bene o male, sa precisamente dove è ubicato quel comune. In Regione sanno dove si trova; magari in modo più approssimativo. A livello dello Stato centrale, il funzionario che risponde da Roma ha sicuramente maggiore difficoltà. Come già accaduto può avere anche difficoltà a collocare la Provincia di Pavia in Lombardia. Più ci si allontana, più si perde la conoscenza del territorio e quindi diventa sempre più difficile intervenire.  Per FDI la provincia doveva rimanere. Se bisognava scegliere di eliminare un ente, anche se con dispiacere, si sarebbe dovuto forse pensare più alle regioni. Già ai tempi quando si discusse per l’introduzione delle Regioni ricordo la contrarietà del Movimento Sociale Italiano».

Il 31 ottobre gli amministratori comunali della nostra provincia torneranno ad eleggere il Consiglio Provinciale. Cosa accadrà? Il voto di Voghera, che alle scorse votazioni non aveva partecipato causa commissariamento, sarà decisivo.

«Altra cosa totalmente sbagliata è che la formazione del Consiglio Provinciale sia stata portata ad essere un’elezione di secondo livello, senza più il voto diretto dei cittadini. Questa volta si rinnova solo il Consiglio e non il presidente, che resta in carica. Sicuramente gli equilibri sono variati rispetto a due anni fa».

Ma nonostante il periodo di vacanze, immagino che la sfida sia già cominciata…

«I contatti con gli altri partiti di centrodestra ci sono già stati, abbiamo già iniziato a elaborare un dialogo. Sicuramente l’obiettivo di FDI è quello di presentare almeno un nome, un proprio rappresentante anche in questa istituzione, bistrattata e dimenticata, in cui vogliamo essere rappresentati e rappresentativi, perché credo che sia importante la voce della destra».

Come Fratelli d’Italia come vi muoverete in questa partita?

«A breve riuniremo tutti i nostri amministratori, per capire un po’ quale strada prendere e su chi puntare in caso di una lista che sarà unitaria».

Il Segretario Provinciale, ora che è anche Consigliere Comunale, rientra anche nell’elettorato passivo, oltre che in quello attivo. Ovvero, può essere eletto Consigliere Provinciale…

«Devo essere sincero, non ho ancora valutato la mia posizione in questi termini. Sicuramente quello che cercheremo di presentare sarà un consigliere iscritto al nostro partito».

Non deve essere poi così ambito il ruolo di consigliere provinciale. I problemi di questo ente sono tanti, a cominciare dalla viabilità. E a meno di non avere la bacchetta magica, partendo da una tale situazione di disastro, sarà difficile fare bella figura…

«Il problema delle strade sicuramente è importantissimo per l’Oltrepò, perché la rete della viabilità attuale limita in modo notevole l’espandersi di ogni attività. Sia dal punto di vista produttivo che commerciale che del turistico. I pochi turisti, dopo aver sperimentato uno di quei memorabili viaggi per le nostre disastrate strade, magari scelgono per la domenica successiva un’altra meta. Qui tante volte si rischia di rompere un cerchione e non solo. Non dimentichiamo poi il disagio per chi vive qui quotidianamente».

A chi imputa la colpa di questa situazione?

«Purtroppo si è arrivati a questo livello perché per troppi anni ci si è dimenticati di svolgere la manutenzione ordinaria, e a volte anche quella straordinaria è stata appena appena tamponata. Purtroppo il territorio dell’Oltrepò, estremamente franoso, non depone a favore di una rete viaria in perfette condizioni: questa è una cosa che oggettivamente bisogna dire. Ma i lavori troppo spesso si sono rimandati, nelle passate amministrazioni. Bisogna anche dire che le risorse, tante volte, si sono impiegate per altre opere pubbliche. Ma queste opere, senza una rete viaria funzionale, purtroppo restano inutilizzate».

E in quanto a ponti? È di poche settimane fa l’ennesimo annuncio che il nuovo ponte della Becca si farà. Questa volta a mettere il cappello sul progetto è stata la Lega, per voce della deputata Elena Lucchini. Ma sarà la volta buona?

«La situazione dei ponti è un limite per lo sviluppo dell’Oltrepò. Si parla sempre della Becca perché è il caso principale, ma non dimentichiamo che anche altri ponti sono chiusi al traffico pesante o con limitazioni di traffico. Nella Provincia di Pavia, che di fatto è tagliata a metà dal corso del fiume Po, e con questi gravi problemi per attraversarlo, le aziende vedono una criticità e sono titubanti nel fare investimenti, dal momento che trovano difficoltà nel trasporto dei loro prodotti per la commercializzazione. Dall’esterno non arrivano investitori in questa situazione, ma anche gli imprenditori locali sono in difficoltà ad investire con questa situazione. A tutto questo si aggiungono i disagi dei pendolari».

Una soluzione credibile era stata individuata: un anno fa era stato firmato un protocollo che avrebbe dovuto portare alla creazione di una società, partecipata da Regione Lombardia e Anas, che si sarebbe dovuta fare carico di 350 chilometri di strade pavesi, ponti compresi. Progetto andato in fumo dopo l’insediamento della nuova giunta regionale.

«Alla creazione di una nuova agenzia non sono molto favorevole, perché comporterebbe inevitabilmente dei costi. Bisognerebbe piuttosto mettere le nostre strade direttamente in capo all’Anas, oppure dislocare fondi direttamente alla Regione, così che sia questa ad occuparsene in prima persona. In questo momento in cui la Provincia è in questo limbo non si può pretendere che sia questo ente a risolvere tutti i problemi. L’attuale amministrazione e la precedente, d’altra parte, hanno dimostrato poca attenzione al problema e poca lungimiranza, consentendo che si creasse una situazione davvero problematica».

Quella dell’Oltrepò, tuttavia, è una rete viabilistica ontologicamente inadatta: se anche venisse riasfaltata completamente, sarebbe comunque insufficiente a risolvere le criticità da lei indicate (attrattività, necessità di nuovi posti di lavoro, benessere dei pendolari). Non crede?

«Parliamo di Valle Versa: ieri rientravo a casa dall’autostrada A21, da Stradella mi sono ritrovato davanti un autotreno e sono arrivato a Santa Maria senza riuscire a superarlo, e con una colonna lunghissima di altre autovetture al seguito. Su 15 chilometri di strada non ci sono 500 metri con la linea tratteggiata. Ci sono strade provinciali che hanno la larghezza di una mulattiera. È chiaro che non possono essere adatte allo sviluppo economico del territorio».

Qualche tentativo, tuttavia, è stato fatto dall’Amministrazione Provinciale passata, nonostante il grave momento di crisi. Penso, per esempio, alla variante di Bagnaria, sulla ex Statale del Penice.

«È stata fatta per facilitare l’accesso a Varzi, ma non ha velocizzato il traffico, dal momento che anche in quel punto non si può sorpassare in sicurezza. Se si fa una strada nuova bisognerebbe farla in modo che porti un miglioramento sensibile».

I membri di un consiglio provinciale devono, per poter essere eletti, avere la carica di sindaco o consigliere in uno dei comuni della relativa provincia. Un impegno ulteriore, quindi, che probabilmente passa in secondo piano rispetto ai precedenti, anche perché tutti gli incarichi politici a livello provinciale non prevedono remunerazione. Trova corretto questo aspetto?

«Nonostante la politica venga vista oggi con accezione negativa, io da sempre penso che se uno la fa in modo serio, per cercare di risolvere i problemi del proprio territorio e della propria gente in modo onesto e disinteressato, essa diventi la prima forma di volontariato. Credo che però non sia possibile a certi livelli fare politica in modo totalmente gratuito. Una persona deve pur vivere e deve poterlo fare onestamente; deve necessariamente pensare in primis al proprio lavoro e al sostegno della propria famiglia, e quindi potrà dedicare solo il tempo libero alla politica».

Questo problema si riscontra quindi anche sul nostro territorio…

«Come abbiamo detto i problemi della nostra provincia sono davvero tanti e occorrerebbe davvero tanto tempo per potersene occupare. Essendo inoltre un’elezione di secondo livello in cui possono essere eletti solo amministratori locali i due incarichi si sommano. Oltre all’impegno a livello locale si somma quello provinciale. Per poter svolgere i ruoli in modo serio sarebbe necessario un impegno a tempo pieno. Quindi la situazione attuale è un controsenso».

A Voghera abbiamo assistito, poche settimane fa, al passaggio di Marco Sartori dalla Lega al vostro partito. Dati anche i temi di cui parla Sartori, che travalicano i confini vogheresi, c’è stata una regia a livello provinciale per questo passaggio?

«Il tutto nasce dopo le elezioni del 4 marzo, quando il nostro segretario cittadino Vincenzo Giuliano e Sartori hanno avuto alcuni contatti. In seguito io stesso ho incontrato Sartori, abbiamo dialogato, e ci siamo accorti che i punti in comune erano molti, tra quello che era il modello dal lui proposto e le idee di Fratelli d’Italia. D’altra parte, il motto del nostro partito, fin dalla nascita, è ‘‘Prima gli italiani’’. Il ‘‘Modello Sartori’’ sposa alla lettera questo concetto. I contatti sono proseguiti con i vertici provinciali e regionali, Sartori ha incontrato anche Giorgia Meloni».

Cosa pensate della sua proposta di attuare il cosiddetto ‘‘Modello Voghera’’?

«Tutti abbiamo apprezzato questa sua proposta, che cercheremo di portare avanti; lui ha dato una disponibilità a farlo insieme a noi ed è per questo entrato in FDI. Una scelta che può sembrare strana sotto certi aspetti. Nel momento in cui la Lega è nel pieno dei consensi, lo scegliere di spostarsi verso un partito più piccolo è una scelta che ho apprezzato molto. L’ho visto come un segnale di disinteresse nei confronti di qualche poltrona. Come scelta di militanza, fatta per portare avanti un progetto, un valore, delle idee. Tutto quello che purtroppo è venuto a mancare nella politica degli ultimi anni».

Come porterete avanti il progetto di Sartori su Voghera?

«È stata iniziata una raccolta firme nei gazebo, per presentare al Sindaco la ‘‘proposta’’ per adottare questo modello. La “Proposta’’ è uno strumento di democrazia diretta, simile al referendum. Con 500 firme di cittadini di Voghera si può presentare questa istanza al Sindaco, che deve valutare o meno se attuare questo ‘‘Modello Sartori’».

Fino a questo momento l’accoglienza da parte dell’amministrazione vogherese è sempre stata tiepida. Cosa cambierebbe se il modello venisse applicato?

«Il ‘‘Modello Sartori’’, di fatto, ribalterebbe le graduatorie dell’assegnazione di contributi e di aiuti economici a favore dei cittadini italiani, perché gli stranieri che si avvicinano a questi strumenti di aiuto sociale non dovrebbero più semplicemente produrre un’autocertificazione per dimostrare la loro condizione, ma dovrebbero fornire una documentazione ufficiale prodotta nei loro Paesi, la quale attesti che essi non possiedano immobili di proprietà nelle loro nazioni d’origine. Si passerebbe quindi a uno strumento certo e non ipotetico, che garantirebbe un po’ più di equità nei confronti di cittadini italiani che rischiano di finire sempre in secondo piano».

Vogliamo, data anche la sua professione, spendere qualche parola di commento per la situazione del comparto agricolo e vitivinicolo della Val Versa?

«Anche alla luce del fatto che in Provincia di Pavia oggi come oggi risiede il Ministro dell’Agricoltura, Gianmarco Centinaio, il settore direi che può essere speranzoso e felice. Vado un po’ in controtendenza, ma dico che purtroppo le risorse al mondo agricolo nel corso degli anni ci sono state, come ci sono state anche per il settore della viabilità. Purtroppo sono state utilizzate male in passato. Oggi il fatto di ricevere aiuti economici non è più il nodo cruciale».

E qual è questo nodo cruciale?

«La richiesta principale non è quella di avere un aiuto economico di 20 o 30 mila euro per l’acquisto di qualche attrezzo nuovo, ma quella di vedere una proposta politica per qualche progetto che valorizzi maggiormente le produzioni del territorio. Assegnare fondi, come spesso accaduto in passato, è assistenzialismo; fare una progettazione nel mondo agricolo è qualcosa che porta verso una remunerazione, un miglioramento dell’attività produttiva, una crescita economica, che darà nel tempo un ritorno sicuramente migliore rispetto a quanto avvenuto sinora».

Cosa chiede al nuovo ministro, come agricoltore?

«Il mondo agricolo della Valle Versa è totalmente vitivinicolo. È vero che non è direttamente compito del ministro Centinaio, però la revisione dei disciplinari passa anche attraverso l’avallo del Ministero dell’Agricoltura».

Cosa va cambiato, secondo il suo punto di vista?

«Va rivista tutta la struttura e quindi l’impianto normativo. Altra cosa importante: bisognerebbe pensare anche al fattore di studio e di crescita, mi riferisco a quello che era Riccagioia. Avevamo un centro di ricerca che era fiore all’occhiello e abbiamo lasciato che andasse a spegnersi, invece di valorizzarlo. Tante scelte del Consorzio non sono andate nella direzione di valorizzare le produzioni di eccellenza del mondo vitivinicolo oltrepadano. Questa serie di uscite mostra un malessere tangibile ed evidente, ed evidenzia il fatto che va rivista questa organizzazione, che non è più rappresentativa del panorama vitivinicolo del nostro territorio».

Intende dire che il Consorzio avrebbe bisogno di un restyling?

«Non è più così rappresentativo: forse nella revisione del mondo agricolo oltrepadano è necessario mettere mano anche al Consorzio. La soluzione non è nemmeno la creazione di un nuovo soggetto, una scissione, insomma. Diventa sempre più difficile dialogare e giungere a una sintesi, finché ognuno rimane arroccato sulle proprie posizioni. Occorre che il Consorzio possa davvero essere rappresentativo di tutte le realtà dell’Oltrepò».

 di Pier Luigi Feltri                    

  1. Primo piano
  2. Popolari