Mercoledì, 13 Dicembre 2017

OLTREPÒ: "GRANDE TERRITORIALITÀ, INUTILE LITIGIOSITÀ"

49 nove anni, mantovano, Giovanni Fava, ma per tutti Gianni, è sposato e ha due figli. Di professione imprenditore, in politica dal 1993, sindaco, consigliere provinciale, deputato per tre legislature in Parlamento, nel 2013 rassegna le dimissioni per entrare a far parte della giunta regionale della Lombardia guidata da Maroni, diventando assessore all'Agricoltura della Lombardia. Un assessorato "pesante" il suo, la Lombardia è infatti la prima regione agricola d'Italia e fra le prime in Europa. Fava conosce bene l'Oltrepò Pavese, Fava conosce bene gli uomini e la realtà agroalimentare oltrepadana, Fava viene spesso in Oltrepò per lavoro, per politica e per diletto, Fava pur con tutti i "distinguo" che la dialettica impone è uno che parla schiettamente, Fava "non le manda a dire", ed alcune volte lo ha fatto anche per temi e problemi riguardanti il nostro Oltrepò Pavese. Quando lo ha fatto alcuni hanno condiviso altri hanno dissentito.

Il vino è la prima industria dell'Oltrepò Pavese. Al di là degli scandali è comunque un'economia che "tiene". A suo giudizio il mondo vitivinicolo oltrepadano si è mosso in modo adeguato per "sterilizzare" gli effetti deleteri dovuti agli scandali di questi anni che ne hanno danneggiato l’immagine?

"Le valutazioni sulle azioni messe in campo dal mondo vitivinicolo oltrepadano meritano una riflessione a più lungo termine, ma ritengo che si sia imboccata la strada giusta.

La storia della viticoltura e dell'enologia dell'Oltrepò Pavese è una delle più gloriose a livello internazionale. Sarebbe opportuno aggregarsi, portare avanti un'idea di territorio e di prodotto identitario, come i francesi hanno capito da decenni nelle loro aree produttive ben individuate".

Ogni produttore di vino in Oltrepò ha la sua idea e la sua strategia per promuovere e vendere meglio il vino. Con cadenza regolare, scissionisti organizzano e costituiscono nuovi comitati o associazioni per meglio promuovere il vino oltrepadano. Secondo lei qual è il limite e i vantaggi di questa strategia di promozione "multi-teste"?

"Le divisioni non sono mai positive. La sensazione è che qualcuno abbia agito per conservare un brandello di potere più che per proporre idee alternative. Si potranno sempre discutere le modalità aggregative, le soluzioni per sostenere il vino e il territorio, le modalità per favorire l'enoturismo e la pluralità è da considerarsi un valore aggiunto.

Ma un conto è la pluralità in un concetto corale di promozione, un altro sono le divisioni e gli antagonismi, che non creano valore aggiunto, ma al contrario limitano le spinte positive".

Il mondo del vino oltrepadano molto spesso dà la colpa alla politica, ma nell'ultimo periodo molti iniziano a domandarsi se le colpe sono tutte della politica o anche degli operatori economici. Lei come Assessore all'Agricoltura cosa chiede concretamente agli operatori economici del vino oltrepadano per poterli aiutare in modo più fattivo?

"Chiedo un progetto strutturato, a lungo termine, che punti sulla qualità e non su produzioni generiche. Come dicevo, l'Oltrepò ha fatto la storia della spumantistica, si è sempre distinto per molti anni in virtù di caratteristiche di altissimo profilo.

La promozione del vino, tuttavia, sconta un limite che non è legato alle azioni di Regione Lombardia, ma alle mancate azioni del ministero delle Politiche agricole.

Quanto è avvenuto e ancora sta avvenendo relativamente all’Ocm vino per l'internazionalizzazione è uno scandalo che pagano innanzitutto i produttori, in un contesto competitivo che è globale e che vede non solo la Francia consolidare il proprio valore in termini di prezzo unitario, ma registra la crescita di altre aree del mondo altrettanto interessanti, quali il Cile, l’Australia, il Sud Africa e la California. E mentre i viticoltori di quelle regioni avanzano, i nostri produttori avviliscono un patrimonio come il Made in Italy enologico, solo perché il Mipaaf è in tilt sulle regole dell’Ocm Vino. È assurdo".

In Oltrepò ci sono alcune aziende vitivinicole di proprietà di imprenditori extra oltrepadani e quando qualcuno di questi imprenditori esprime le proprie  idee, molto spesso, forse troppo spesso…viene  tacciato di essere "foresto" . Anche nella vicenda della vendita La Versa le polemiche su quale era la miglior soluzione per l’acquisto della cantina, sono state molte e molte sono le voci che si sono levate a favore di una soluzione tutta oltrepadana. Lei ritiene positivo che imprenditori "foresti" acquisiscano aziende in Oltrepò? Se sì  perché?

"Non è la provenienza di un nuovo proprietario che deve stupire, ma la sua condotta. Se il nuovo proprietario apporta un contributo in termini di innovazione, rispettando le caratteristiche del prodotto e soprattutto il contesto del terroir nel quale tale prodotto è inserito, assisteremo a un processo virtuoso nell’ambito del quale la qualità e l’immagine trarranno apprezzabili benefici".

In Oltrepò ci sono diverse esposizioni e feste del vino. Oltrevini, la fiera storica, sta segnando il passo e si sta studiando una sua riformulazione. Lei è favorevole o contrario ad una grande mostra o fiera del vino in Oltrepò?

"Sono favorevole a iniziative in grado di promuovere il prodotto e di comunicare un'immagine identitaria del territorio e del vino. Non bisogna dimenticare, però, che il futuro delle feste del vino non dovrà limitarsi a una sagra di paese, ma dovrà lavorare sull’incoming di visitatori, addetti ai lavori e stampa estera. Il futuro del vino è nell’internazionalizzazione, non certo di consumi interni, dove gli spazi sono sensibilmente minori. Credo che lo abbiano capito tutti, a parte forse qualche funzionario al ministero delle Politiche agricole".

Oltre al vino l'altro prodotto principe dell'Oltrepò è il salame di Varzi. Le polemiche sulla qualità di questo salame si sprecano: c'è chi sostiene che sia un prodotto eccellente e c'è chi al contrario sostiene che l'attuale disciplinare del Consorzio salame di Varzi sia troppo permissivo e che non sia più buono come una volta. Secondo lei per posizionare il salame di Varzi nella fascia premium del mercato bisognerebbe mettere mano al disciplinare e renderlo più restrittivo oppure no?

"Il consorzio è un ente privato e come tale il diritto a pronunciarsi su statuto, disciplinare e regolamento fa capo ai soci. La politica e le istituzioni hanno un ruolo diverso, che è quello di sostenere nei limiti di legge le decisioni dei soci o le loro indicazioni".

Il salame di Varzi, al di là delle polemiche, comunque sul mercato "tiene", ma  il suo bacino d’utenza è comunque limitato e a livello di brand è ancora distante da altri marchi italiani nel mondo degli insaccati. Cosa devono fare a suo giudizio i produttori del salame di Varzi per migliorare il marketing di questo prodotto e cosa potrebbe fare lei per aiutarli in questo processo di crescita?

"Regione Lombardia, insieme a Unioncamere Lombardia, ha individuato alcune manifestazioni strategiche all’estero per la promozione dell'agroalimentare, come ad esempio Anuga di Colonia o Fancy Foods a New York. Non mancano le opportunità per i produttori, meglio se presenti in maniera aggregata o insieme ad altre realtà consortili per rafforzare l’immagine di un comparto come la salumeria o di un distretto produttivo come potrebbe essere Pavia o tutta l'area padana lambita dal fiume Po. Una sorta di Po River Line, che avrebbe vantaggi di immagine da spendere insieme alla qualità dei prodotti".

Nonostante una buona produzione in termini quantitativi e qualitativi del salame di Varzi, molti sostengono che in Oltrepò non ci sia nessun allevamento di suini in Oltrepò. La cosa non è in termini assoluti vera, ma certo è che gli allevamenti presenti sul territorio sono veramente esigui sia per dimensioni che per numero. Qual è la sua "ricetta" per creare una filiera che parte dall’allevamento fino alla macellazione per arrivare al prodotto finito?

"Non credo serva una mia ricetta, quando esistono già i disciplinari di produzione. Se non si considerano più rispondenti alle esigenze di un particolare sistema produttivo, allora saranno i soci e non la politica o l’assessore all'Agricoltura della Lombardia che devono intervenire. Faccio però un esempio: se il Consorzio del Prosciutto di Parma si limitasse a stagionare le cosce dei suini allevati solo in provincia di Parma, avremmo una produzione di nicchia, non sufficiente nemmeno al consumo domestico".

Varzi, la capitale del salame non ha una manifestazione a livello nazionale o interregionale che lo promuova. Alcuni chiedono che a Varzi venga organizzata una fiera del salame. Lei è favorevole a questa ipotesi e quali caratteristiche dovrebbe avere questa fiera?

"Non sono io a decidere, ma nulla ho mai avuto in contrario a iniziative intelligenti di promozione di un prodotto o di un distretto agricolo, purché finalizzato a far conoscere la cultura e l’identità di un prodotto e di un territorio. come fare, non sta a me dirlo".

Tantissimi sono gli agriturismi in Oltrepò, come tantissimi sono i ristoranti. I ristoratori si lamentano del fatto che molto spesso gli agriturismi siano oltremodo agevolati e che non rispettino le regole soprattutto riguardo ai prodotti serviti. Qual è la sua opinione in merito e cosa si può fare di più affinché le regole vengano rispettate e gli agriturismi "travestiti" da ristoranti  siano incanalati nel giusto binario?

"La legge regionale è molto chiara e ha posto dei paletti più restrittivi rispetto al passato. Rispettando le norme non credo possano generarsi violazioni. Tuttavia, insieme all’assessore al Commercio, turismo e terziario della Lombardia, il collega Mauro Parolini, sono disponibile a incontrare i ristoratori. L’obiettivo di Regione Lombardia è consentire alle imprese di migliorare la propria marginalità nel rispetto delle regole, non certo di creare conflittualità".

In Oltrepò come in altre zone d'Italia, esiste il problema cinghiali: incidenti e danni all'agricoltura. Da anni se ne discute e da anni aumenta il problema. Qual è la sua idea e la sua soluzione in proposito?

"Lo scorso 11 luglio il Consiglio regionale lombardo ha approvato, con 51 voti a favore e 10 contrari del M5S e di Sel, la legge per la gestione faunistico-venatoria del cinghiale, che opera una sintesi tra le istanze degli agricoltori e quelle del mondo venatorio e degli ambientalisti.

Nella norma vi sono significative novità, come il dovere di risarcire fino al 30% i danni causati dai cinghiali nelle aree dove è consentita la caccia. Per il triennio 2017-2019 sono previsti 300.000 euro all’anno per i risarcimenti e Regione Lombardia delibererà entro 180 giorni dall’entrata in vigore della legge la suddivisione del territorio lombardo in aree idonee e in aree non idonee alla presenza del cinghiale".

Con una battuta: il punto di forza e il punto debole dell’agricoltura oltrepadana.

"Grande territorialità, inutile litigiosità".

  1. Primo piano
  2. Popolari