Giovedì, 19 Settembre 2019

TORREVILLA: "L'IMPORTANTE È PUNTARE SULLA SPUMANTISTICA"

 Torrevilla è una delle storiche e più importanti cantine sociali dell'Oltrepo Pavese: 600 ettari di viti e una capacità produttiva di 60.000 quintali di uva trasformata in oltre 2 milioni e mezzo di bottiglie. Torrevilla  si appresta a festeggiare quest'anno i 110 anni di vita  ed è il primo compleanno con alla guida il nuovo Presidente Massimo Barbieri eletto nell’ottobre scorso. Barbieri uno tra i primi soci conferitori della cantina è stato nell'ultimo triennio vice presidente vicario durante la presidenza De Filippi. La sua parola d'ordine è: "Crescita nella continuità" .

Barbieri, Torrevilla è una delle cantine sociali  più importanti dell'Oltrepo che, a differenza di altre realtà simili colpite da "grane" nell’ultimo anno, non ha mai avuto problemi. Perché?

“Direi che ormai siamo una delle poche cantine importanti rimaste in Oltrepo, il perchè sta nel modo di lavorare, basta lavorare nella correttezza e nell’onesta. Sono queste le cose di cui siamo particolarmente orgogliosi, merito sia della gestione attuale sia di quella che ci ha preceduto”.

Lei parla di correttezza ed onestà: si possono tradurre nel controllo rigoroso da parte dei soci conferitori sul management dell’azienda e del management sulle unità produttive? 

“Certamente sì, ma a Torrevilla c’è qualcosa in più… Vede noi siamo una realtà piccola rispetto ad altre strutture analoghe, una realtà più raccolta fatta di 200 soci, con un legame particolare tra consiglio d’amministrazione e base sociale. Ci conosciamo tutti e abbiamo un rapporto schietto anche se a volte conflittuale, ma sempre sincero. Non sto dicendo che è stato facile,  tenere  ‘la barra dritta’  comporta dei sacrifici e tanti oneri che poi ricadono sulla base sociale  e sui prezzi di riparto. I soci, sono quelli e lo dico da socio, che maggiormente hanno pagato questa situazione. Ci siamo trovati in difficoltà  rispetto alle altre realtà  dove poi è successo quello che è successo, ma del resto, se ci si confronta in modo scorretto e una delle due bara, è difficile che vinca l’altra, ma siamo riusciti a salvaguardare l’azienda e questo merito è di chi ha gestito e amministrato”. 

 

Torrevilla  ha rafforzato nel territorio la propria immagine, crede che questo sia indispensabile  per una cantina sociale a livello di vendite?

 

"E’ quello che stiamo cercando di fare da ormai quasi due anni, abbiamo cercato di dare un impatto significativo alla nostra immagine per dare testimonianza della bontà del lavoro che è sempre stato fatto in precedenza, implementandolo attraverso la comunicazione, la ricerca enologica, l’ organizzazione e la gestione. Certamente una nuova direzione e un nuovo consiglio d’amministrazione hanno portato ad uno svecchiamento per visione  anche in un’azienda come questa ben strutturata. Nuovo sito, nuova cartellonistica stradale, nuove rotonde in gestione e poi un restyling della linea La Genisia, alla quale abbiamo lavorato per oltre 6 mesi per ridefinire un prodotto che già esisteva ma per renderlo 'più attuale'. A breve presenteremo anche i nuovi prodotti della linea Bio".

 

Qual è il vostro mercato principale fuori dall’Oltrepò?

 

"La zona dove siamo più operativi è la Lombardia, è ben coperta poi tutta la zona del nord ovest: Val d’Aosta, Piemonte  e  Liguria,  da poco abbiamo coperto anche il Veneto e l’Emilia Romagna e ci stiamo, sviluppando anche in Toscana con alcune tipologie di prodotto legato alla ristorazione. A livello di grande distribuzione il mercato è nazionale”.

 

Export è una parte importante o marginale  del vostro mercato?

 

“Certamente per ora marginale, siamo intorno al 2%, posso dire che pur tra mille difficoltà stiamo seminando, ma per avere dei grossi volumi ci vuole un po' di tempo. Esportiamo in Giappone dove su alcuni prodotti di nicchia siamo piuttosto consolidati, poi Brasile ed Inghilterra dove abbiamo  importatori che da anni stanno lavorando costantemente. Altri mercati sono un po' più nuovi ed in via di sviluppo come gli Stati Uniti”.

 

Perché molto spesso nei ristoranti oltrepadani non troviamo vino oltrepadano?

 

“Questa tendenza credo stia un po' cambiando, in primis credo che debbano essere le aziende a rendere appetibile il proprio prodotto e mettere il ristoratore nelle condizioni di poterlo commercializzare bene, facendolo qualitativo quanto quello degli altri territori, ben vestito quanto quello degli altri territori, centrato come gusto e come prezzo. Se ci sono tutte queste caratteristiche si mette il ristoratore nelle condizioni di poter sfruttare meglio il prodotto. Rispetto a qualche anno fa, per quel che ci riguarda abbiamo registrato un aumento dei consumi in Oltrepo, sull’ Oltrepo stiamo facendo un buon lavoro e stiamo investendo molto nella nostra provincia in termini commerciali e di risorse umane, inserendo ad esempio due nuovi agenti giovani nella provincia che stanno facendo bene inoltre siamo diventati sponsor ufficiale del Teatro Fraschini di Pavia”.

 

Quando si parla di vino si dice che uno dei problemi principali dell’Oltrepo  sia la produzione e la vendita di troppo vino sfuso a discapito della bottiglia. Anche per Torrevilla è così?

 

"No, questo non è il nostro caso, anzi l’80/90 % del nostro prodotto è venduto in confezionato, certo poi è fisiologico in una struttura di questo genere che ci sia qualche ‘cisternetta’ però siamo su livelli altissimi di confezionato. E’ altrettanto vero che in determinate realtà di grandi dimensioni, ad esempio Terre d’Oltrepo, ci si deve rivolgere anche ad un mercato in cisterna e dello sfuso,  sarebbe  impensabile commercializzare solo confezionato. Va bene quindi la commercializzazione all’ingrosso su certi volumi perché obbligatoria, ma l’importante, e mi auguro che questa strada venga scelta anche dalle nostre consorelle, è investire sulla valorizzazione del prodotto tramite la qualità e l’imbottigliato e soprattutto puntare sulla spumantistica”.

 

E del prosecco che mi dice?

 

“Bravissimi, grande capacità di comunicazione, un po' com’era nel nostro Oltrepo 20/30 anni fa che non si diceva  voglio un pinot ma voglio un La Versa, noi siamo nati con questo, poi demerito tutto nostro come territorio che non ha creduto e sviluppato questa politica”. 

 

La Versa alla fine è rimasta in mani oltrepadane. La ritiene una buona cosa oppure avrebbe visto di buon occhio anche una proprietà “straniera” come la cantina Soave?

 

"Cavit intanto è un’azienda molto solida e all’avanguardia. Non credo che l’aspetto importante sia che rimanga o meno in Oltrepo la proprietà, dipende dall’idea con la quale si agirà sull’azienda,  va bene Terre d’ Oltrepo come sarebbe andata bene la cantina Soave, l’importante è che l’operazione sia volta alla rivalorizzazione del marchio che porterebbe benefici a tutto il mondo del vino oltrepadano. Dobbiamo smetterla in Oltrepo di fare campanilismo, dobbiamo invece essere uniti per un’ idea unica e superare questo nostro grosso limite. Certo se l’operazione è fine a se stessa cambierà poco in Oltrepo”.

 

Torrevilla ha mai pensato di partecipare all’acquisizione di La Versa?

 

“Sì è stato analizzato in modo approfondito questa situazione, con una discussione interna al vecchio cda. Un’operazione in solitudine da parte di Torrevilla sarebbe stata impensabile se non fine a se stessa, l’acquisizione era un ostacolo che si poteva superare, il reale problema era il dopo, rilanciarla e renderla operativa avrebbe richiesto a mio giudizio investimenti superiori all’acquisto. La disponibilità di Torrevilla era di un piano territoriale con la collaborazione di tutte le aziende anche private dell’oltrepo per il recupero del marchio La Versa indirizzandolo su un discorso di spumantistica, un’utopia, ma l’unica modalità di intervento possibile da parte di Torrevilla. D’altronde anche Terre d'Oltrepo che è un’azienda ben più grande della nostra anche a livello economico si è avvalsa di una collaborazione esterna,  di una realtà strutturata e consolidata”.

 

Vendita diretta al pubblico è un buon business?

 

"Un ottimo business, è il nostro miglior cliente con un fatturato che si aggira su 1 milione e 600mila euro, il nostro valore aggiunto è avere i punti vendita all’interno della cantina, è importante portare il cliente in azienda, si crea un contatto quasi personale”.

 

Obbiettivi?

 

"Ci siamo posti obbiettivi interessanti e audaci ma tutto in un'ottica di prudenza, l’anno scorso abbiamo chiuso il bilancio in modo soddisfacente e speriamo di migliorare a livello di dividendo e tra mille difficolta, quest'anno il semestre è stato positivo e in crescendo. Lo sviluppo deve essere generale e corale passando dalla bottega del vino con la rivisitazione e ammodernamento dei punti vendita rendendoli più glamour, a una maggior presenza sul territorio come agenti e a una maggior qualificazione degli agenti stessi, ne abbiamo inseriti nuovi con una mentalità rivolta alla vendita di determinati prodotti nel canale della ristorazione, non vogliamo vendere il prodotto base, ma vogliamo vendere e fare qualità. Il lavoro è a 360° in tutte le direzioni. Stiamo lavorando molto bene all’interno del cda, stiamo remando tutti nella stessa direzione e ci tengo a precisarlo perché non è sempre stato così, ci sono stati periodi di forte scontro, ora l'ottima collaborazione tra presidente, vice presidenti e cda non può che portare cose buone’.

 

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