Venerdì, 18 Ottobre 2019

OLTREPÒ PAVESE – TORRICELLA VERZATE - «L’ALZHEIMER MI LIMITA MA NON MI FERMA, ANZI: HO SCRITTO DUE LIBRI»

«Un bambino felice, un giocatore imbattibile di tennis da tavolo, un fotografo, un paracadutista alpino, un operaio metalmeccanico, un sindacalista, un assessore impegnato sul territorio, un marito un po’ sognatore, un padre, un pensionato: è tutto questo Gianni Zanotti, prima che un malato di Alzheimer.›› (Tratto da “La storia testarda e forse improbabile di un uomo in pensione”, 2014, Carmignani Editrice) Così recita la prefazione dell’autobiografia di Gianni Zanotti, affetto da questa malattia dal 2011. Nonostante le inevitabili difficoltà, con l’aiuto della moglie Claudia e della caregiver Sabrina, dalla sua casa situata tra le colline dell’Oltrepò, a Torricella Verzate, l’uomo combatte la disinformazione e i pregiudizi che gravitano intorno all’Alzheimer. Nel suo primo libro, nato inizialmente come raccolta di memorie, lui si racconta. Ad ottobre ne uscirà un secondo dal titolo “In viaggio con l’Alzheimer”. Con ciò Gianni vuole dimostrare di riuscire ancora a vivere in maniera più che dignitosa e che anche altre persone nella sua condizione possono farlo. Secondo lui, il segreto è non nascondersi alla società; e soprattutto, amare.

La diagnosi di Alzheimer è stata il culmine di sintomi progressivi o un evento improvviso?

«I primi campanelli di allarme sono comparsi nel 2011. All’inizio veniva chiamato tutto “decadimento cognitivo” che dal tipo lieve è passato a quello moderato e così via per un paio d’anni. Facendo poi ulteriori analisi, dalla PET cerebrale del 2014 è risultato che fossi affetto da Alzheimer. Da lì sono risaliti ai sintomi di tre anni prima: non era decadimento, ma Alzheimer anche quello. Quindi ne soffro dal 2011, però la diagnosi è arrivata più tardi, all’improvviso, nel 2014. Mi è rimasto impresso di quel periodo un manifesto che vedevo ogni qualvolta mi recassi in neurologia a Voghera: descriveva cos’è l’Alzheimer, i modi in cui si manifesta ed i suoi vari stadi e me lo ricordo perché mi aveva trasmesso una certa inquietudine. è un episodio che racconto nel mio primo libro – lui parla meglio di me (ride)».

Quando ha iniziato a scrivere “La storia testarda e forse improbabile di un uomo in pensione”?

«Ho cominciato a scrivere la mia autobiografia nel 2011, ancora prima della diagnosi di Alzheimer. Nonostante non fossi ancora certo di averlo, ho pensato che fosse meglio rendere indelebile tutto quello che ricordavo della mia vita, finché era vivido nella mia mente e riuscivo a scriverlo in autonomia. All’epoca scrissi tutto a mano, con la biro. Sapevo che sarebbe arrivato il momento in cui avrei scordato, se non tutte, gran parte delle mie memorie, e feci appena in tempo a metterle su carta: finii il libro nel 2014».

Che rapporto c’è tra la scrittura e la malattia?

«Soprattutto all’inizio, affrontavo l’Alzheimer molto bene proprio perché avevo la scrittura. Pensavo “mi capiterà qualcosa, starò male; però, se riesco a scrivere, io mi salvo”. La consapevolezza di saper e poter scrivere ha fatto sì che io mi tenessi sempre impegnato. Mattino o sera che fosse, mi mettevo al tavolo e scrivevo. è una passione che mi accompagna da tutta la vita e mi è tornata utile nella mia condizione. In più, ho sempre pensato, magari in modo un po’ presuntuoso (ride), che la mia storia non fosse banale. Ritengo che la mia vita non sia da tutti, ed è il motivo per cui ho deciso di non tenere i miei ricordi solo per me, ma di condividerli con chiunque abbia piacere a leggerli».

Ci racconta un aneddoto riguardante la sua passione per la scrittura?

«Già alle medie mi piaceva molto scrivere, cosa che la mia insegnante di Italiano apprezzava molto. Scrivevo bene e tanto, perlopiù racconti. Questa mia insegnante, proprio per la mia dedizione, andava in giro per la scuola lodandomi e dicendo quanto fossi bravo in Italiano. “Com’è bravo Gianni, com’è bravo Gianni” e poi il risultato fu che venni bocciato per colpa dei brutti voti in matematica, perché in quella materia ero un disastro (ride)».

Le va di offrirci un assaggio del suo libro?

«Beh, essendo un’autobiografia, posso raccontare i momenti più rilevanti della mia vita. Ora li riassumerò in modo diverso, ma coincidono con quello che c’è scritto nel libro (ride). Innanzitutto sono nato a Forlì nel 1943. La guerra imperversava e causava molte vittime, tra cui mio padre, che non ho mai conosciuto. In quella città studiai e lavorai. Arrivò il momento della leva: mi dissero che dovevo arruolarmi negli Alpini; comunicai al funzionario che non ero d’accordo e lui, per ripicca, mi mandò tra i paracadutisti, alpini. Terminato quel periodo, decisi di cercare fortuna a Milano nonostante il parere contrario della mia famiglia. Trovai un alloggio e un impiego da fotoreporter presso Federico Patellani. Nel frattempo arrivò il ’68 e in quell’anno la mia organizzazione lottava per far entrare i propri membri – studenti, operai eccetera – nelle fabbriche: fu così che venni assunto alla Innocenti di Lambrate e lì divenni sindacalista».

In quel modo lei iniziò a “parlare alle folle”: prima come operatore sindacale, ora tramite i libri e interviste come questa.

«Proprio così; sono sempre stato abituato a parlare a tanta gente. Non sono uno che fa discorsi troppo specifici, non cerco l’ago nel pagliaio, non puntualizzo. Mi sono sempre sentito più a mio agio a fare discorsi in grande, con l’obiettivo di far arrivare il mio messaggio a più persone possibili, come in fabbrica, allo stesso modo anche nei libri. Me l’ha fatto capire proprio l’esperienza alla Innocenti: riuscivo a farmi ascoltare da una platea di mille e più persone, in cui tutti volevano prendere parola e provocare; molti, infatti, non se la sentivano. Io, invece, senza scrivermi discorsi, facevo capire anche ai contestatori più accaniti che ero lì per aiutarli».

A causa del progredire della malattia, ora lei non è più in grado di scrivere autonomamente. Tuttavia il suo secondo libro è prossimo alla stampa. Che metodo ha utilizzato? Com’è stato scoprire di non poter più scrivere da solo?

«Per me è stata una tragedia, come se mi si fosse rotto qualcosa dentro. Ho fatto “crack”. Lo scrivere, scrivere a mano, per me è sempre stato una valvola di sfogo, un modo per comunicare, uno svago. Quando mi è stato diagnosticato l’Alzheimer, il pensiero di avere ancora la scrittura a disposizione mi ha salvato. Abbiamo provato anche con degli adattatori che mi aiutassero a tenere in mano la penna; in un primo tempo ha funzionato, ma poi non c’è stato più verso. Ora che non riesco più a scrivere, parlo. Non ho mai perso la voglia di comunicare e continuo a farlo tramite la mia voce, come quando lavoravo alla Innocenti e come sto facendo in questo momento grazie all’intervista. Anche il nuovo libro l’ho scritto io, chiedendo aiuto a mia moglie e alla mia caregiver Sabrina. Io esprimo le mie idee e Sabrina le mette materialmente per iscritto. L’unica “pecca” è che ho bisogno di contatto umano: non riesco a parlare ad un registratore, troppo freddo, troppo robotico (ride)».

Il suo nuovo libro verrà pubblicato ad ottobre di quest’anno. Come si intitola e quali argomenti tratta?

«Ad ottobre uscirà “In viaggio con l’Alzheimer”. è un modo di esortare le persone nella mia stessa condizione a non chiudersi in sé stessi e in casa. Cinque anni fa, la prima cosa che decisi di fare dopo la diagnosi, fu di non vergognarmi di me stesso. Potrò essere rallentato o limitato nel fare certe cose, ma mi sono adattato. Passeggio per il mio paese, mi faccio vedere in giro esattamente come facevo quando ero assessore comunale, intrattengo conversazioni, vado al ristorante e aiuto in casa – in una casa di campagna c’è sempre da fare. Le piccole occupazioni quotidiane contribuiscono a tenermi vivo e attivo. “In viaggio con l’Alzheimer” è un modo per comunicare alla gente che se hai questa malattia non sei inutile, non ti devi vergognare e no, non devi per forza finire in un ricovero. Non nascondetevi, non annichilitevi e non lasciate che sia la società a farlo. Quando io non riesco a fare bene qualcosa, amen: prendo la situazione con ironia. Fate tutto quello che vi è possibile: non siete rottami, siete utili».

Il fatto di abitare in un piccolo paese come Torricella Verzate le rende la vita più semplice?

«Decisamente sì. Ci siamo trasferiti qui a Torricella quando siamo andati in pensione, prima che mi diagnosticassero l’Alzheimer, ma devo dire che è stata una scelta provvidenziale. Qui, infatti, ho sempre qualcosa da fare per tenermi occupato. Durante le mie passeggiate mi oriento senza problemi; in città anche piccole farei più fatica, però non mi importa. Amo questo paese – sono stato assessore – e amo queste colline, qui mi conoscono tutti e se dovessi perdermi saprebbero dove riaccompagnarmi. Mi porto sempre dietro il cellulare, comunque. A volte capita che, dopo aver incontrato qualcuno ed essermi fermato a parlare, non lo ricordi. Ma io son contento lo stesso, la mia chiacchierata me la sono fatta. In ogni caso, sì, penso che paesini come questo siano più adatti a chi è nella mia stessa condizione. è più facile orientarsi, ci si conosce più o meno tutti, le persone sono disposte a darti una mano. Queste sicurezze mi fanno sentire tranquillo e mi spingono a vivere una vita normale, senza rimanere confinato tra le mura domestiche».

  di Cecilia Bardoni

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