Lunedì, 17 Giugno 2019

RESTANO IN CARCERE PERCHÉ LE FAMIGLIE NON SANNO EDUCARLI: LA “SENTENZA” DEL GIP SUI GENITORI DEI BULLI DI MANDURIA

Dal procuratore al gip, passando per l’opinione pubblica, tutti, sullo sconvolgente caso del pensionato disabile morto a Manduria in seguito alle violenze fisiche e psicologiche reiterate nel tempo da una banda di giovani del posto, concordano su un fatto: anche il silenzio ha ucciso Antonio Stano. Il silenzio omertoso e connivente rotto solo da una 16enne che, nelle immagini agghiaccianti di quei video dei raid che hanno fatto il giro del web e che, in una sorta di loop dell’orrore continuano a rimbalzare da un social all’altro, ha avuto il coraggio di spezzare quella catena di complicità silenti. A partire dai familiari di quei ragazzi, ora in cella, forse colpevolmenti ignari di tutto, forse drammaticamente consapevoli, ma che comunque hanno dimostrato di non saper rendersi conto di chi stavano crescendo, di chi viveva in casa con loro, nella stanza accanto…

Anche per questo, «restano in carcere perché le famiglie non sono capaci di educarli», ha tuonato il gip del Tribunale di Taranto motivando nel suo provvedimento la decisione dell’ordinanza di custodia cautelare nei confronti dei due maggiorenni travolti dalle indagini sulle violenze inferte senza pietà e a più riprese ai danni del povero 66enne che, in una delle sequenze più terrificanti venute alla luce in questi giorni, urla disperato «Aiuto, polizia, finanza… sono solo». E davvero era solo Antonio Stano, incapace di difendersi da quell’orda barbarica di ragazzini senza scrupoli, senza pietà, a loro volta soli senza riferimenti educativi, senza codici morali a cui rivolgersi. A questo, dunque, rimanda il monito del gip affidato al provvedimento con cui, «il magistrato non ha convalidato i fermi (ritenendo non sussistente il pericolo di fuga) dei due (maggiorenni ndr), ma ha emesso nei confronti dei due indagati un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Il giudice ha così condiviso il quadro accusatorio della Procura, anche in relazione al reato di tortura. Stessa decisione è stata adottata ieri dal gip minorile che ha mandato in carcere i sei minorenni». Minorenni accusati di aver infierito sulla vittima facendolo «oggetto di un trattamento inumano e degradante, braccato dai suoi aguzzini, terrorizzato, dileggiato, insultato anche con sputi, spinto in uno stato di confusione e disorientamento, costretto ad invocare aiuto per la paura e l’esasperazione di fronte ai continui attacchi subiti e, di più, ripreso con dei filmati (poi diffusi in rete nelle chat telefoniche) in tali umilianti condizioni». Una tortura e un accanimento che hanno avuto fine solo con la morte del povero 66enne indifeso, che si è spento il 23 aprile dopo un’indicibile, vergognoso, inaccettabile calvario…

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