Sabato, 17 Novembre 2018

SAN DAMIANO AL COLLE - «LA DENOMINAZIONE IN QUESTO MOMENTO È UNA ZAVORRA»

 Un ragazzo gentile, misurato, sorridente, con alle spalle un curriculum di tutto rispetto: laurea in Viticoltura ed Enologia presso la Facoltà di Agraria di Milano, laurea Magistrale in Scienze Viticole ed Enologiche presso l’Inter ateneo di Torino, Milano e Palermo, con una tesi dal titolo “Modelli di preferenza e scelta del consumatore per i vini dell’Oltrepò pavese”. Molteplici esperienze formative nella zona del Chianti Rufina, nonché alcuni stage presso alcune grandi aziende in Piemonte e in Oltrepò Pavese. Alessio Brandolini porta avanti le redini dell’azienda vitivinicola di famiglia: 10 ettari di vigneti situati nei Comuni di San Damiano al Colle per la maggior parte, mentre in minor quantità nei comuni di Rovescala e Montù Beccaria. Le varietà coltivate sono: Barbera, Croatina, Uva Rara, Pinot Nero da vinificazione in rosso, Malvasia, Riesling, Chardonnay e Pinot Nero da vinificazione in bianco. Tra i suoi avi vanta uno dei fondatori della Cantina La Versa. Parola d’ordine è qualità, in tutte le fasi della lavorazione «Metodo classico e raccolta in cassetta come l’amico Marco Bertelegni insegna...».

Alessio Brandolini, storia di un giovane vitivinicoltore che cambia e fa evolvere l’azienda di famiglia. Ci racconti il suo percorso...

«Io sono ormai la quinta generazione della mia famiglia che si occupa di viticultura. La mia è una famiglia di viticoltori da sempre, sia quella di mio padre che quella di mia madre. Esiste in azienda un contratto agrario che risale addirittura al 1870. Per me è stata una scelta del tutto naturale e così dopo aver terminato gli studi in enologia ed “essermi fatto le ossa” in giro per l’Italia, dal 2009 sono diventato operativo in azienda e ho deciso di fermarmi definitivamente in Oltrepò. Ho cercato di portare e anche un po’ di ”imporre” in azienda quelle esperienze e quelle situazioni che avevo visto altrove, con la consapevolezza che in Oltrepò grazie al microclima, alcuni vitigni come il pinot nero, ”vengono” particolarmente bene. Posso dire che ad oggi nella mia azienda non vengono utilizzati concimi di sintesi, coltiviamo un alto numero di ceppi per ettaro in modo da aumentare la competizione tra i ceppi e ridurre la quantità di uva per pianta; eliminiamo una parte del raccolto in modo da diminuire la produzione per ceppo e favoriamo l’inerbimento permanente che serve ad aumentare la competizione tra il manto erboso e i ceppi di vite in modo da ridurre la produzione e prevenire il pericolo di erosione del terreno. In cantina tutte le operazioni sono volte ad esaltare la qualità del vino con diverse tecniche, quali la criomacerazione che è un abbassamento della temperatura fino 8° – 5° in modo da aumentare l’estrazione di sostanze aromatiche; la fermentazione a bassa temperatura: 12° – 14° nei bianchi, 16° – 20° nei rossi, in modo da preservare le sostanze aromatiche; lunghe macerazioni: contatto tra bucce e mosto, dai 20 giorni dei vini frizzanti ai 40 giorni delle riserve; infine l’affinamento in botte e in bottiglia».

I suoi genitori come l’hanno presa? Le danno ragione o “si stava meglio quando si stava peggio”?

«Inizialmente la mia famiglia non era particolarmente entusiasta della mia scelta, quello del viticoltore è un lavoro duro e faticoso, avrebbero preferito vedermi impiegato o meglio direttore di banca come tanti della mia famiglia, ma alla fine si sono rassegnati. Gli scontri più duri li ho avuti con mio padre, anche se da agricoltore della sua epoca era già avanti, ad esempio lui a differenza degli altri viticoltori non fresava. I battibecchi però c’erano, soprattutto sul modo di potare, io poto corto e lui preferiva il contrario, io opto per una vinificazione un po’ estrema e lui era più tradizionalista… Alla fine però vedendo che i risultati arrivavano e buoni, erano i miei genitori che oltre a spronarmi mi chiedevano qualche consiglio o “dritta”»

La sua è la storia di una generazione che vuole creare valore. In Oltrepò da dove si parte?

«Crederci innanzitutto e amare l’Oltrepò. Capisco che vuol dire tutto e niente ma credere di potersi migliorare facendo inizialmente qualche prova è fondamentale. Non è facile soprattutto all’inizio quando ti devi scontrare con la realtà e con tutto il bagaglio purtroppo molto spesso negativo, che si porta dietro l’Oltrepò del vino, tante porte in faccia, tante chiusure dovute proprio al fatto che l’Oltrepò non è sinonimo di qualità. Per fortuna questa tendenza sta cambiando. L’Oltrepò sta iniziando a dare di sè una buona immagine e questo grazie al buon lavoro che stanno portando avanti diverse aziende di giovani».

Ha questa percezione?

«Sì assolutamente, non c’è più quella chiusura totale: i prodotti si stanno facendo conoscere e nel mio caso ho una gran fetta di mercato che si concentra nell’Italia centrale e le mia bottiglie servono ristoranti, vinerie ed enoteche di Roma e dintorni. Fino a qualche tempo fa era impensabile, a parte le poche aziende forti del territorio, per noi, piccoli produttori oltrepadani, poter entrare in un ristorante di un certo tipo».

Lei punta sul vino e sul racconto del territorio. Si può comunicare l’uno senza l’altro?

«Assolutamente no, come diceva Walter Massa, grande vignaiolo dell’azienda Timorasso, le persone migrano ma i territori rimangono, i vitigni possono migrare ma il territorio no».

Allora perché diversi produttori non usano la denominazione puntando solo sul marchio aziendale?

«Lo faccio anche io a volte sui metodi classici, questo perché il brand Oltrepò al momento non è un valore aggiunto, trovare nei supermercati allo scaffale vini a marchio Oltrepò non all’altezza, fa pensare ad un Oltrepò al ribasso. La denominazione è un po’ in questo momento una zavorra».

Perché nelle altre zone d’Italia, ferme restando forbici di prezzo, il territorio e la sua rivendicazione in etichetta vengono prima dei distinguo?

«Sono stati più bravi, hanno costruito un brand territoriale forte e riconoscibile, Piemonte e Trentino insegnano. Il risultato è che loro riescono a vendere anche all’estero, noi no. La storia dell’Oltrepò è quella di un territorio che vendeva l’uva al Piemonte o alla Franciacorta».

Come mai in Oltrepò i prezzi di uve e terreni non crescono?

«Perchè vince la quantità sulla qualità».

Piccoli produttori di filiera da un lato, cantine cooperative e grandi clienti imbottigliatori dall’altro: ci può essere convivenza oppure un modello è antitesi dell’altro?

«Sì ma vanno messi dei paletti e su questo tema la FIVI, un’aggregazione molto importante di vignaioli indipendenti di cui io faccio parte e dalla quale mi sento totalmente rappresentato, sta portando avanti un’importante battaglia: il concetto di una testa un voto, in modo che anche i vignaioli possano avere più voce e rappresentatività in Consorzio. Per quanto riguarda gli imbottigliatori esistono ovunque e fanno il loro lavoro, da noi forse in Oltrepò sono più estranei al territorio, meno inglobati».

Secondo lei in Oltrepò esiste il necessario dialogo tra colleghi o si è ancora al “fratelli coltelli”?

«Tra noi giovani e piccoli aziende abbiamo raggiunto un buon feelling, c’è sinergia. Ad esempio io faccio parte di un gruppo di giovani produttori chiamato “Oltrepò in Fermento”, collaboriamo e ci aiutiamo l’un l’altro. Siamo giovani, abbiamo tutti fatto lo stesso percorso di studi e non abbiamo quella rivalità che molto probabilmente avevano i nostri padri ed i nostri nonni».

Lei è uscito dal Consorzio già alla prima tornata…

«Esatto già allora non mi sentivo rappresentato come ora del resto. C’è stato un momento in cui ho un po’ ripensato alla mia posizione, c’era Marco Bertelegni, Matteo Bertè e anche il presidente Rossetti che sembravano voler davvero realizzare qualcosa di positivo e concreto tant’è che realizzarono il nuovo disciplinare del metodo classico con l’obbligo di raccolta in cassetta, 45% di resa in pressa, 24 mesi minimo sui lieviti. Una gran cosa, ma passata tutta la parte tecnica purtroppo ci si è arenati sul nome, era stato proposto Classese, che io tra l’altro condivido, ma è stato bocciato. Speriamo si riesca a riprenderlo».

Bacchetta magica e un solo incantesimo. Cosa chiederebbe per il mondo vitivinicolo oltrepadano?

«Spero passi la legge sulla più rappresentatività di noi piccoli produttori nel Consorzio perché comunque il Consorzio è l’unico vero ente che possa rappresentare il mondo del vino. Poi spero in più amore per questa nostra terra e che questo più volerle bene possa portare a più qualità e a meno quantità».

Una curiosità, le sue etichette ricordano quadri futuristici...

«Volevo qualcosa di particolare ed ho conosciuto un pittore della lomellina, Beppe Pasciutti che nasce come disegnatore orafo. Lui ha creato questi disegni geometrici che nelle forme e nei colori rappresentano le immagini dei vitigni e dei grappoli d’uva».

di Silvia Colombini

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