Lunedì, 22 Ottobre 2018

VOGHERA - GIOVANNI SANDI, UNO DEI CAPOTECNICI DEL MOTOMONDIALE PIÙ VINCENTI DI SEMPRE

Lo sport è da anni è diventato testimonial per promuovere la cultura, turismo, conoscenza del territorio e delle sue peculiarità. è impossibile limitarsi a parlare solo di sport se un campione visita o frequenta o partecipa a delle manifestazioni o ad eventi opportunamente organizzati in una determinata area geografica. L’Oltrepò con la sua terra, con i suoi vitigni e le note cantine avrebbe potuto e potrebbe sfruttare lo sport come un ottimo biglietto da visita per valorizzarsi e promuoversi. Ho sempre creduto nel valore dello sport e dei suoi campioni, per gli effetti positivi, che potrebbero avere per promuovere l’Oltrepò. Alcune settimane orsono un amico, Franco Santinoli, di Salice Terme, gestore di numerosi locali pubblici, mi parla di Giovanni Sandi. Ho conosciuto Giovanni Sandi sul finire degli anni ‘70, so perfettamente chi è e cosa rappresenta nel mondo del motociclismo mondiale, in breve uno dei capotecnici o come si dice oggi technical leader più vincenti di sempre, molto probabilmente il più vincente di quelli oggi in attività. Sandi è nato a Santa Margherita Staffora nel 1949, vive da “sempre” a Voghera. Una carriera nel mondo del motorsport iniziata nel 1969 «Quando le moto erano ancora per pochi». 

Ha lavorato, ha vinto e soprattutto ha stretto legami d’amicizia con i più grandi campioni del motociclismo, conosce tutti quelli che noi abbiamo visto e vediamo in televisione sfidarsi ogni giorno nel motomondiale. Ha un figlio, di talento, che corre a livello internazionale. Dopo queste riflessioni mi sono posto una domanda, ma perchè nessuno è andato in questi anni da Giovanni e gli ha chiesto: “Giovanni tu che conosci tanti campioni, tutti i big del motomondiale perchè non ci dai il tuo aiuto per organizzare un evento, per far venire in Oltrepò qualcuno che possa promuovere attraverso la sua notorietà la nostra e la tua terra?” Oppure “Giovanni non abbiamo tanti soldi, ma qualcosa abbiamo, puoi consigliarci la miglior soluzione per promuovere il marchio Oltrepò sulla tuta o sulla carena di una moto di un campione che possa così essere nostro testimonial?” E ancora “Giovanni tuo figlio corre ad altissimo livello cosa possiamo fare per sfruttare il suo talento sportivo e promuovere il marchio dei nostri vini o dei nostri salami o dei nostri prodotti tipici?”

Dopo essermi posto queste domande ho incontrato Giovanni Sandi e la sua “paziente” moglie, che magari si sarà anche stufata di sentirci parlare, a Voghera, in un bar di piazza del Duomo...

Sandi, l’ Oltrepò non è una terra di motociclisti come la Romagna ad esempio. Come è nata questa “strana” sua passione?

«È una passione che è iniziata in adolescenza. A 14 anni come premio per i miei buoni rendimenti scolastici mi regalarono una bicicletta, avrei voluto una moto… A 16 finalmente è arrivata e con gli amici di allora si facevano le famose sfide tra le nostre strade. Da lì, dalla strada, ho scoperto quanto questa passione fosse forte e quanta fosse grande la voglia di gareggiare».

La sua prima corsa, dove e con quale moto?

«È stata una gara in salita denominata Doria Creto sulle colline genovesi, era il 1969 ed io gareggiavo con un Ducati 125 che era già allora una moto d’epoca, non attuale per fare le gare, ma nonostante questo ho fatto una buona gara, sfortunata perché forai poco prima dell’arrivo. Il ’69 fu però nel complesso una stagione positiva: andavo alle gare con la mia macchina sulla quale mettevo la mia “motorina”, gare in salita e qualche circuito, ricordo Cuneo e Ospedaletti, durante i quali mi sono fatto apprezzare per le mie capacità tant’è che mi avevano promesso allora buone opportunità per l’anno successivo».

Ha mai pensato “Ce la posso fare a sfondare come motociclista”?

«Sicuramente ci ho creduto e con l’esperienza maturata ci ho creduto sempre di più, consapevole che con l’esercizio fatto come collaudatore in Guzzi avevo quel qualcosa in più, quella conoscenza tecnica che pochi altri piloti avevano. Velocità e conoscenza, quindi potevo farcela. A conti fatti posso dire che ce l’ho fatta a metà, ho dovuto fare i conti con il tempo, il lavoro ed i mezzi, mezzi che nella nostra zona era molto, troppo difficile reperire e questo mi ha fatto riflettere».

Quando si è detto “Lascio perdere la carriera da pilota perché non riesco a realizzare il mio sogno”?

«In realtà non l’ho quasi mai pensato, figuriamoci dirlo… ho sempre pensato di poterlo realizzare, fino alla fine e nel 1980 mi sono definitivamente rassegnato».

Dalle moto alle ferrovie un bel salto…

«Esatto, dopo l’esperienza in casa Guzzi ho vinto un concorso in ferrovia ed ho accettato, rendendomi subito conto che non era il lavoro adatto a me, alla mia mentalità e al mio modo di essere: ero abituato alla libertà, a girare in moto e questo mi ha portato dopo 7 anni di “patimento” a lasciare, rientrando nel mondo del motorsport».

In che modo è rientrato?

«Del tutto casualmente, attraverso un concessionario di Vigevano che organizzava gare per moto di serie e gare a livello mondiale. Mi chiese di partecipare ad un campionato che stava vincendo ed io che avevo ancora in mente le moto, ho accettato, era il 1979. Quell’anno ho disputato qualche gara, facendo bene. L’anno successivo invece ho corso tutto il campionato vincendo, ma siccome la Federazione non aveva ben chiaro il regolamento, delle dieci gare si è deciso di scartarne tre, senza entrare nella polemica del perché, a conti fatti arrivai secondo, disputando comunque un ottimo campionato».

Quando ha appeso definitivamente “il casco al chiodo”?

«Nel 1980 ho chiuso l’unico Campionato che ho fatto per intero nella mia carriera e in quella circostanza ho avuto l’opportunità come ingegnere di pista di gestire altri piloti e quindi iniziare un nuovo percorso. L’anno successivo il Team per cui lavoravo in veste di capotecnico, mi ha dato la possibilità di “festeggiare” l’addio ufficiale alla carriera da pilota con una moto “vera”, la Suzuki 500 4 cilindri che si usava per il mondiale. Ho partecipato ad una gara di Campionato Italiano ma purtroppo la moto si è rotta quindi ho chiuso male e non come avrei voluto».

È indubbio che ha ottenuto più soddisfazioni come ingegnere di pista che come pilota. Nella sua professione di capo tecnico quanti mondiali ha vinto tra piloti e marche?

«Titoli mondiali piloti ne ho vinti 7 ma ne ho perso altrettanti qualificandomi al secondo posto, come marche 45 vittorie totali nella mia carriera credo di averle raggiunte».

Oggi ci sono molti team ad altissimo livello e gestiti da altissime professionalità. Esiste al mondo qualcuno che ha vinto come lei?

«Ma qualcuno credo di sì anche se a differenza mia attualmente non è più in attività, onestamente non ho mai guardato questa statistica, dovrei andare a spulciare per saperlo con esattezza, ho sempre e solo guardato a vincere».

Per chi ha una certa età l’MV Augusta grazie a Giacomo Agostini e alle vittorie ottenute è un mito. Lei è stato capotecnico di questo team quando è ritornato nella Moto Gp, allora chiamata Moto 500…

«Ho dei bellissimi ricordi, era il ‘90 quando Castiglioni patron della Cagiva aveva acquisito anche il marchio MV Augusta. Ho lavorato con Castiglioni due anni e sono stati due anni indimenticabili duranti i quali abbiamo messo insieme una grande squadra con tecnici molto preparati, due anni bellissimi che mi hanno permesso anche di partecipare alla Parigi Dakar, avventura indimenticabile anche perché durante quella gara è scoppiata la guerra del Golfo. Sono poi ritornato in MV nel 2015 per disputare una gara del 600 Super Sport e Super Bike e ho lavorato con il figlio di Castiglioni, due generazioni a confronto prima il padre e poi figlio. Molto positivo».

Il suo nome è indissolubilmente legato all’Aprilia. Quanti anni è rimasto in Aprilia?

«Sono rimasto in Aprilia per 20 anni e più… Ci sono andato perché fortemente voluto dall’ingegnere Witteveen che allora gestiva il reparto corse e ho sempre avuto nel corso degli anni un buon feelling, con tante soddisfazioni, gestendo i migliori progetti che andavano in pista. Le dirò di più, qualche mese fa sono stato ricontattato per andare a gestire l’attuale Moto Gp con il pilota Andrea Iannone, questo a testimonianza che ho lasciato un buon ricordo in tutta la squadra».

Lei è andato in pensione nel 2011 per quanto tempo è rimasto pensionato prima di ributtarsi nella mischia?

«Praticamente mai, non mi hanno lasciato il tempo di godermi la pensione perché mi hanno contattato per una nuova avventura, la famosa Grt che non è durata molto, la categoria per giovani piloti della Moto Gp. In pochi mesi abbiamo costruito io ed il mio staff una moto da zero, fatta con le nostre idee, portata in pista con il pilota Petrucci che l’anno prossimo sarà il pilota ufficiale della Ducati nel mondiale. Esperienza positiva sia per aver assistito alla crescita di un giovane pilota che si stava mettendo in mostra sia per noi tecnici che da soli abbiamo “messo insieme” la moto».

Ora di cosa si occupa?

«Gestisco il Team Italtrans in Moto 2 con due giovani piloti, Pasini e Locatelli un giovane che si spera possa arrivare lontano».

Lei è stato capo tecnico di tanti campioni da Mamola a Barros a Biagi per citarne alcuni. Quale le è rimasto più nel cuore sia a livello sportivo che umano?

«Il primo vero grande campione con il quale ho corso è stato il giapponese Tetsuya Harada che all’esordio nel ‘93 ha vinto il mondiale. Nel 94/95/96 tre mondiali di seguito con Max Biagi, due mondiali con Jorge Lorenzo nel 2006/2007, poi sempre con Biagi nel 2010 nella Super Bike. Un po’ tutti mi sono rimasti nel cuore, con tutti ho sempre avuto ottimi rapporti, mi piaceva il giapponese, molto tecnico che oltre ad andare forte ci capiva di moto, idem Biagi un gran collaudatore con il quale tutt’oggi siamo in contatto.  Quello con cui sono stato meno in rapporto extra corse è Lorenzo, cambiando i tempi è stato solo un rapporto di pista ma non di amicizia e di frequenza come con gli altri piloti».

Lei è vogherese, c’è mai stato durante la sua lunga carriera un pilota vogherese che a suo giudizio avrebbe potuto farcela?

«Sinceramente non c’è mai stato un pilota locale di livello, quello che ce la poteva fare e ce l’ha fatta è mio figlio perché è l’unico pilota che ha partecipato per tanti anni al mondiale. Anzi diciamo che la sua è stata una carriera di quelle che fanno in pochi: a 13 anni è andato a correre in Spagna dove ha partecipato con una moto 125 al Campionato Sport Production, campionato che ha corso gratis grazie al fatto che aveva vinto la selezione internazionale. Parlo del 2003 ed in Italia allora a quell’età, 13 anni, non si poteva partecipare a campionati. Dalle minimoto alle 125, a 13 anni mio figlio ha avuto così la possibilità di fare il campionato spagnolo dove è arrivato quinto, e nello stesso anno ha vinto la Coppa Repsol dove ha battuto campioni diventati poi campioni del mondo. A 15 anni ha partecipato al mondiale con la 125 per tre anni e poi, come sempre succede è passato alla 250 ma non ha fatto tutto il campionato non avendo alle spalle grandi sponsor importanti, era quella l’epoca in cui se si voleva correre si doveva portare del budget».

Suo figlio è certamente riconosciuto come pilota di fama nazionale e internazionale. Chi guarda il motosport vede che i piloti molto spesso hanno partner pubblicitari della propria zona. Suo figlio ha mai avuto sponsor locali, dell’Oltrepò, che lo hanno sostenuto e che volessero quindi avere visibilità nazionale e internazionale?

«Purtroppo no ed è stata a mio parere una grave mancanza di questa zona: avere “in casa” un ragazzo giovane che partecipa al campionato del mondo, che in più studia al liceo classico con mille sacrifici è un esempio e andava riconosciuto, non dico osannato ma se non altro andava aiutato. Un esempio su tutti di piloti che correvano con lui, Simoncelli “venerato” dai suoi compaesani ed in più aiutato dalle aziende locali perché orgogliosi di avere un pilota così. In Oltrepò non capiscono, non hanno capito con me, con mio figlio o con tanti altri campioni anche olimpici, di altri sport, che non hanno ricevuto dal territorio nessun aiuto e riconoscimento. Pensi a Carlo Bandirola che pur avendone le possibilità non è mai diventato un campione del mondo e le ragioni sono queste, il non aiuto».

Voghera può vantare di avere un capotecnico tra i più vincenti al mondo. Normalmente per emulazione o per furbizia quando c’è qualcuno che tira la volata a livello lavorativo-professionale si cerca di seguire la sua scia. Qualcuno in Oltrepò ha seguito la scia del successo?

«Mio nipote è l’unico che mi ha seguito ed ha fatto una buona carriera con un proprio team con il quale ha anche partecipato al mondiale, ma nessun altro ha chiesto di usufruire della mia esperienza. Su questo non ho spiegazioni logiche e plausibili in merito. Non lo so proprio».

Lei ha girato il mondo per decenni in largo ed in lungo. L’Oltrepò fuori dalla nostra zona è conosciuto?

«Assolutamente no, neanche a livello italiano è conosciuto figuriamoci fuori dai confini… Dico questo perchè negli allestimenti catering durante le gare non ho mai visto alcun prodotto dell’Oltrepò, si possono contare sulle dita di una mano chi conosce il vino dell’Oltrepò o il salame di Varzi».

Lei ha conosciuto tanti campioni e oggi i testimonial sono fondamentali per la promozione di qualsiasi prodotto. Nessuno di questa zona le ha mai proposto una sinergia?

«A dire la verità uno ci è stato ma in modo troppo superficiale e mai approfondito e dico che è stato un peccato, poteva essere una chance per valorizzare questo nostro Oltrepò. Mentalità aperta per fare queste cose zero…».

In Oltrepò abbiamo 3 circuiti. Può essere questa una speranza per il futuro del motorsport per far crescere come ad esempio la Romagna, un mondo, quello del motorsport che crea posti di lavoro e indotto?

«Non c’è la stessa mentalità che c’è in Romagna o in altre regioni d’Italia. Non esiste in Oltrepò questa cultura, la mia speranza è che arrivi qualcuno che la capisca, l’Oltrepò non è al momento preparato a questo sport».

Dopo tutto quello che ha vinto e le esperienze ad altissimo livello che ha avuto, ha ancora un sogno nel cassetto da realizzare?

«L’unica cosa che vorrei realizzare da tecnico e da padre… è portare mio figlio a seguire le mie orme. Ha fatto il collaudatore e ha esperienza di gare, per cui essere stato un pilota aiuta nel mio lavoro, vuol dire sapere e capire le esigenze di un pilota, vuol dire conoscere non solo i tecnicismi ma anche le sensazioni per cui puoi aiutare il pilota a ritrovare feeling con la moto o a ritrovare le maggiori potenzialità per esprimersi. Portare mio figlio a prendere il mio posto sarebbe aver fatto qualcosa almeno per lui visto che per il motosport in Oltepò non ci sono riuscito».

 di Antonio La Trippa

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