Sabato, 25 Novembre 2017

TERRORISMO: IN ITALIA DOVREMO CAMBIARE STILE DI VITA

Si era a metà degli anni ’70, in pieno terrorismo. Capitava che sin dai giornali radio del mattino le giornate fossero scandite dai drammatici annunci di attentati, ammazzamenti, stragi, arresti e ferimenti che erano l’effetto della guerra in corso tra le forze dell’ordine e i demenziali opposti estremismi, di destra e di sinistra, con i quali civettavano certe opposte “intellighentiae” allora in auge. Nacque in questo clima la legge Reale, dal nome del ministro repubblicano della giustizia di uno dei governi di centro-sinistra, il quarto presieduto da Aldo Moro. Era una legge che, in nome dell’emergenza da tutti riconosciuta, metteva seriamente in discussione alcuni caposaldi del nostro stato di diritto. Tanto per dare un’idea: custodia preventiva, non in flagranza di reato fino a 96 ore prima dell’eventuale conferma dell’autorità giudiziaria; consenso alle forze dell’ordine di usare  le armi non solo in presenza di violenza o di resistenza, ma comunque quando si tratti di «impedire la consumazione dei delitti di strage, di naufragio, sommersione, disastro aviatorio, disastro ferroviario, omicidio volontario, rapina a mano armata e sequestro di persona»; divieto di usare caschi e quant’altro in luogo pubblico che non permettesse la immediata riconoscibilità delle persone. Ci furono polemiche, ovviamente. Io stesso in pubbliche assemblee ed in sedi  istituzionali mi pronunciai spesso contro queste misure, ed anche in occasione delle modifiche successive, addossandone la colpa al clima di unità nazionale. A giugno del 1978 si tenne un referendum promosso dai radicali e gli italiani si pronunciarono per la conferma della legge Reale.

Mi sembra abbastanza naturale evocare quel lontano precedente di fronte alle paure e ai concreti pericoli del terrorismo odierno che fanno temere anche per il nostro Paese. “Non modifichiamo il nostro stile di vita – come molti dicono – perché la daremmo vinta ai terroristi islamici che vogliono proprio questo” mi sembra una grande banalità. O quanto meno una affermazione che non deve essere presa alla lettera. Potrebbe infatti indurre a colpevole e tragica inerzia. L’Italia deve studiare proprie misure, come tutti gli stati del mondo che corrono gli stessi gravissimi pericoli di attentati sanguinari. E non è detto, ancora una volta, che non si tratti di misure che urtano contro i sacri principi dello stato di diritto e delle conquiste degli ultimi decenni nel campo dei rapporti tra gli stati e della libera circolazione delle persone. Le guerre si affrontano con i mezzi propri delle guerre.

Ecco perché sarebbe ancora più necessaria una profonda mutazione della classe politica e dirigente italiana. Chiedere sacrifici ai cittadini è possibile solo in un rinnovato clima di fiducia verso le istituzioni democratiche. Tanto più se si chiedono limitazioni  ai diritti e alle libertà frutto di lenti processi di crescita. Dovrà esserci, in tal caso, anche un clima ampio di concordia nazionale. C’è da augurarsi che le elezioni politiche della prossima primavera non si svolgano in un clima drammatico a causa di eventi tragici. Ma in ogni caso il tema della lotta al terrorismo non è solo in campo. Dovrà essere la priorità assoluta per orientare il nostro voto.

giift

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