Domenica, 22 Ottobre 2017

I MIGRANTI CHE DECIDONO DI TORNARE INDIETRO

Non è un caso che uno degli esprimenti politici africani più riusciti ha messo piede, negli anni ottanta, in quello che per tanti anni è stato noto come ‘Alto Volta’ e che adesso viene identificato come ‘Burkina Faso’ (‘Terra degli uomini integri’ in lingua more, tra le più parlate del paese); Thomas Sankara infatti, nel 1983 ha inaugurato una delle stagioni più intense del continente nero, terminata poi nel sangue con l’uccisione dello stesso ex leader burkinabè a seguito di un colpo di Stato nel 1987: la sua politica incentrata sui programmi di alfabetizzazione della popolazione, di critica al consumismo e di lotta alla povertà con il superamento del principio di solidarietà (celebre è la sua frase “Il solo aiuto che serve è l’aiuto che aiuta ad uccidere l’aiuto”) ancora oggi è vista come un modello per molti africani (ma anche per molti europei) che criticano l’impostazione attuale dei rapporti tra nord e sud del mondo. Il Burkina Faso si è dimostrato negli anni un paese molto vivo culturalmente e con una ‘passione’ politica di gran lunga superiore rispetto a quella degli stati vicini; è interessante quindi vedere come il popolo burkinabè affronta la questione legata ai flussi migratori, visto che anche da questo paese ogni anno in tanti partono verso l’Europa.

‘LeFaso.net’ è una delle testate giornalistiche più seguite del paese, spesso affronta tematiche di un certo rilievo ed è possibile notare all’interno delle sue pagine una copertura integrale dei fatti che accadono in Burkina Faso tra servizi quotidiani ed inchieste più specifiche; il sito è in francese, lingua ufficiale nel paese africano usata a livello amministrativo ed insegnata nelle scuole pur se in realtà è il more l’idioma più utilizzato, e lo scorso 17 luglio è stato pubblicato un reportage sulla questione migratoria a firma della giornalista Aissata Laure G. Sidibé la quale ha compiuto interviste presso il centro dell’OIM (Organizzazione Internazionale per i Migranti) di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. In questo centro gestito sia dall’OIM che dal governo locale, pochi giorni prima sono arrivati 227 emigrati che hanno deciso di far ritorno dalla Libia, lì dove aspettavano di imbarcarsi verso l’Europa.

Il reportage è molto importante per poter osservare il fenomeno migratorio con gli occhi dei cronisti di uno dei paesi da cui parte il flusso di disperati verso le nostre coste; colpisce il fatto che nella homepage del sito, al fianco delle principali categorie è stata piazzata una sezione denominata ‘Diaspora’, segno che la tematica nel paese è molto sentita e seguita. Nell’inchiesta condotta da Aissata Sidibé, sono diverse le interviste condotte ai migranti rientranti in Burkina Faso; dalle testimonianze raccolte, trapelano due conferme di quanto accertato in questi mesi: in primo luogo, è dal Niger che gran parte degli emigranti passa prima di entrare in Libia e, in secondo luogo, nel paese fino al 2011 governato da Gheddafi i migranti vengono consegnati ad organizzazioni criminali che compiono alcune delle più barbare atrocità su di loro. In particolare, i racconti delle persone rientranti dalla Libia coincidono drammaticamente con quelli raccolti dalle dichiarazioni, rese alla Polizia italiana, dei migranti giunti invece a Lampedusa ed in Sicilia.

“In Libia siamo visti come schiavi – afferma una donna nel reportage – Siamo stati trattati alla stregua di animali; per niente si finisce in galera o si viene imprigionati nei campi e si ricevono abusi per estorcere soldi alle nostre famiglie che fin quando non pagano non vedranno mai i propri parenti liberati”. Abusi, vessazioni, stupri, i tragici elementi raccontati da chi è tornato indietro dalla Libia, coincidono con quanto messo nero su bianco nei verbali di alcuni degli ultimi arresti compiuti ad Agrigento contro sfruttatori ed organizzatori della tratta dei migranti. Chi dal Niger arriva nell’ex colonia italiana, viene rinchiuso all’interno di alcuni campi gestiti da soggetti provenienti dall’Africa sub sahariana ed è qui che si entra in un autentico inferno; c’è chi all’interno di questi veri e propri lager ha perso la vita, chi invece è riuscito a proseguire per l’Europa dopo aver pagato a suon di lavori umilianti e di violenze il proprio viaggio, c’è chi per l’appunto è riuscito nell’intento di tornare indietro presso il proprio paese di origine.

Il reportage, oltre a confermare quanto visto e ricostruito sui flussi migratori negli ultimi mesi, è importante anche per capire la genesi di tali flussi e cosa spinge migliaia di persone ad abbandonare il proprio paese nonostante in esso non vi sia alcuna guerra, come nel caso del Burkina Faso: “Una mi amica mi ha ingannata – dichiara Blandine, giovane donna intervistata nell’articolo – Aveva detto di avere un’attività in Libia e di voler assumere me, alcuni della mia famiglia ed altre otto persone provenienti dal Benin; anche durante il viaggio, continuava a far promesse ma una volta giunti in Libia è iniziato l’inferno ed era troppo tardi quando abbiamo capito il suo gioco”. Questa testimonianza, assieme ad altre raccolte nel reportage, confermerebbe l’esistenza di gente del posto che promette migliori condizioni di vita ma che, in realtà, è ben agganciata ad organizzazioni criminali presenti in Libia;  una vera e propria orchestra volta a guadagnare molti soldi illudendo migliaia di persone, le quali poi vengono consegnate a gente senza scrupoli.

Anche in Burkina Faso, così come negli altri paesi limitrofi del Sahel, l’immigrazione è un business fatto sulla pelle dei più poveri da cui alcune organizzazioni lucrano milioni di Dollari ogni anno; un affare ghiotto, che strumentalizza la povertà e le condizioni economiche di diverse famiglie (il Burkina Faso ad esempio è uno dei paesi con il più alto tasso di disoccupazione) e che si alimenta tramite la propaganda volta a presentare la Libia e l’Europa come delle mete in cui è facile trovare lavoro e contesti sociali più sereni. Si scappa quindi per cercare migliori opportunità, si intraprendono viaggi che fino alla città di Agadez (la più importante del nord del Niger) vengono effettuati con mezzi di linea, ma che diventano poi delle trappole nel cuore del deserto da cui in tanti vorrebbero poi scappare.

 “Voglio lanciare un appello ai miei coetanei, a tutti i miei fratelli e sorelle: non partite per la Libia, non cedete alle lusinghe di chi vi promette una vita migliore, non lasciatevi ingannare dai venditori di illusioni; in tanti andati lì sono diventati pazzi, malati oppure sono morti”; questo è uno degli appelli rivolti da una delle ragazze intervistate nel reportage sopra riportato, con il quale si vuol provare a persuadere altri giovani del Burkina Faso a compiere viaggi della speranza che si rivelano poi dispensatori di torture ed atrocità. Il passaparola che ha alimentato negli anni il flusso di migranti verso l’Europa, in cui il vecchio continente veniva descritto come la migliore meta possibile per trovare lavoro, inizia ad avere adesso un trend inverso almeno in Burkina Faso: chi è tornato vuole raccontare la propria esperienza negativa e drammatica, vuole avvisare che tanto il deserto quanto il mare rischiano di inghiottire vite messe nelle mani di chi, su entrambe le sponde del Mediterraneo, lucra sulla pelle degli altri.

C’è quindi chi inizia tornare indietro: il 12 luglio ad Ouagadougou 227 migranti sono atterrati dalla Libia, accolti sia dalle autorità locali che dai responsabili del centro dell’OIM; l’obiettivo del governo e dell’Agenzia collegata alle Nazioni Unite è quello adesso di indirizzare chi è tornato indietro nel reinserimento nella società da cui era andato via. “Il nostro ruolo – ha spiegato sempre a LeFaso Anna Steilen, a capo dell’OIM di Ouagadougou – è quello di facilitare la vita di chi torna: siamo presenti con nostri uffici anche a Tripoli e lì collaboriamo con le ambasciate dei paesi africani coinvolti, con le quali ci mettiamo in contatto con chi decide volontariamente di ritornare”. Negli ultimi anni quasi 1.500 burkinabé sono rientrati nel paese, almeno altri mille aspettano il rimpatrio dalla Libia, dal Niger e dal Marocco; il tutto dimostra che, tramite uffici nazionali e transnazionali già esistenti, è possibile gestire il meccanismo dei rimpatri per prevenire nuove tragedie nel Mediterraneo o per strappare i migranti dalle grinfie dei trafficanti.

 

giift

  1. Primo piano
  2. Popolari