Martedì, 26 Maggio 2020

SANTA MARIA DELLA VERSA - L’APPELLO DELLE PICCOLE ATTIVITÀ: «LO STATO CI AIUTI O NON RIUSCIREMO A RIPARTIRE»

Le pesanti ma necessarie misure restrittive decretate dal Governo per arginare la diffusione del coronavirus hanno condizionato pesantemente la vita di tutti, soprattutto quella di chi, con il contatto più o meno diretto con il pubblico, si guadagnava da vivere. Le restrizioni inevitabilmente hanno colpito le attività commerciali, che in breve tempo hanno dovuto adattarsi a quanto richiesto dai decreti attuativi. Queste misure hanno portato all’assalto di farmacie e negozi di alimentari, alla chiusura di bar, attività di ristorazione, e vietato totalmente attività ricreative e di intrattenimento.
Abbiamo voluto ascoltare alcuni titolari di attività e commercianti di Santa Maria della Versa, i quali ci hanno spiegato quali misure hanno dovuto adottare nel loro lavoro, esprimendo inoltre una loro opinione sui decreti emanati dal Governo e quali misure dovrebbero essere prese in futuro per poter rilanciare le attività colpite.

Laura Achilli e Marta Bongiorni sono le nuove farmaciste di Santa Maria della Versa. Da qualche settimana hanno rilevato la Farmacia Bruni, probabilmente la più antica attività della vallata.

Marta e Laura, avete ufficialmente iniziato l’attività ad inizio mese: è stato un “battesimo di fuoco”...

«Certo. Un battesimo di fuoco che ci ha travolto come solo nei film pensavamo potesse accadere. Rilevare la Farmacia Bruni per noi è un sogno che si realizza e siamo grati a Giorgio e Luisa per averci dato l’opportunità di proseguire il loro operato. Con tanto entusiasmo, nei mesi precedenti, abbiamo iniziato questa avventura.  Nelle scorse settimane potevamo ipotizzare di avere intoppi burocratici, ma di certo non avremmo mai immaginato di aprire le porte della nostra farmacia in un momento così critico. Questa epidemia, seppur preoccupante, sembrava così lontana da noi: sino a quel 21 febbraio, quando nel giro di poche ore la situazione è precipitata. Sia dal punto di vista umano che professionale, tutti i nostri pensieri si sono focalizzati a come supportare con opportuni consigli di azioni i nostri clienti».

Sappiamo che c’è chi si fa prendere dall’ansia e chi invece minimizza la situazione. Quali casi avete riscontrato di più?

«In realtà, giorno dopo giorno la situazione è cambiata e sta ancora cambiando. Inizialmente si considerava l’epidemia come circoscritta e lontana, quindi in pochi erano realmente preoccupati. Oggi tanti sono seriamente spaventati e cercano in ogni modo consigli per proteggere familiari anziani, o persone con patologie particolari. Veder sospendere, inoltre, tanti servizi sanitari, a partire dalle visite ambulatoriali e ai prelievi di sangue in paese, preoccupa i nostri concittadini e crea insicurezza. Sottovalutare ora è praticamente impossibile. Noi cerchiamo di tranquillizzare i nostri clienti e pazienti dando informazioni chiare e consigli su come affrontare questa situazione senza farsi prendere dall’ansia. Principalmente spieghiamo come applicare il decalogo diffuso dal Ministero della Sanità, svolgendo un’opera di informazione faccia a faccia con le persone, facendoci portavoce delle misure di igiene e prevenzione e colmando lacune là dove servono ulteriori informazioni».

Italia zona rossa: è sufficiente o bisognerebbe fare di più? 

«Sinceramente non rientra nel nostro compito mettere in discussione le decisioni prese ad oggi dalle autorità. Di certo non è facile gestire questa emergenza. Noi, come tanti farmacisti, medici e infermieri, ci mettiamo a disposizione del servizio sanitario nazionale, come prima interfaccia con il cittadino cerchiamo di essere per tutti un punto di riferimento in questo momento di crisi».

Un giudizio da medici: quale sarà l’evolversi dell’infezione? Potremo tornare presto alle nostre abitudini?

«Sicuramente, il tutto non si risolverà in breve tempo. È un virus, il tempo di incubazione è di circa due settimane, l’infettività è elevata. Per l’uomo è un virus “nuovo”, che non ha mai incontrato, e quindi più difficile da combattere, ma non certo impossibile. Noi non possiamo sperare di non imbatterci nel COVID-19 ma dobbiamo cercare di essere sufficientemente forti fisicamente per contrastarlo. Rispettiamo le regole igieniche e sociali e proteggiamo le categorie più a rischio, così ciascuno di noi, nel suo piccolo, avrà fatto un semplice ma indispensabile passo per combattere l’epidemia».

Beniamino Sbaraglini, titolare di Les Folies e Bar Commercio.

Cosa ne pensa del decreto “restoacasa”?

«Penso che sia un decreto severo, che preso in un momento di grande emergenza sanitaria come quella che stiamo vivendo, potrebbe veramente aiutare a contenere l’espandersi del contagio del Covid_19. Abbiamo adempito immediatamente senza opporci o lamentarci, soprattutto perché queste restrizioni arrivano dal fatto che non tutti i locali hanno rispettato il precedente decreto emanato il 1° marzo scorso, applicando troppa libera interpretazione. Si è arrivato a questo per far capire alla gente che siamo arrivati ad un’emergenza senza pari. Molti di noi hanno a casa anziani o persone con patologie gravi, quindi era necessario dover contenere tutto questo. Penso che sia la scelta giusta».

Quali accorgimenti ha dovuto prendere per applicare le restrizioni alla sua clientela? È stato difficile farle rispettare?

«Noi, sino a quando le disposizioni lo hanno permesso, abbiamo applicato queste norme nel migliore dei modi: non abbiamo mai pensato di fare di testa nostra o trovare soluzioni alternative. Quelle erano le regole e quindi vanno rispettate. L’Assessore Desimoni ha creato un gruppo di WhatsApp per comunicare tempestivamente a tutti i bar di Santa Maria della Versa ogni aggiornamento delle disposizioni imposte dal Decreto e cercare di applicarle al meglio. Da subito, come previsto dal primo decreto-legge, abbiamo anticipato la chiusura alle 18 ed effettuato servizio al tavolo, cercando di evitare assembramenti e basandoci sul buonsenso della nostra clientela. Con un ulteriore decreto inoltre era stato stabilito che il gestore non poteva applicare il sovrapprezzo per il servizio al tavolo, cosa non specificata e regolamentata in quelli precedenti. Molti si sono stupiti della limitazione del servizio al banco e della chiusura anticipata alle 18, ma dati alla mano l’affluenza maggiore è per l’aperitivo a quell’orario, quindi naturalmente si cercava di limitare gli assembramenti.Inoltre, per essere sicuri di far rispettare la distanza di almeno un metro tra le persone, avevamo eliminato alcune sedie e tavolini. C’è da dire che, una volta spiegate le regole, la clientela ha appreso in modo positivo le limitazioni». 

Quando sarà finita l’emergenza è ovvio che lo Stato dovrà intervenire a favore delle attività che hanno subito un violento arresto per colpa di un’epidemia alla quale non eravamo preparati: in che modo dovrà agire?

«Questa è una domanda molto difficile a cui rispondere. Sicuramente lo Stato ci dovrà aiutare, è ovvio che la nostra economia ha subito un grosso calo, che potrebbe arrivare anche al 70-80%: questo soprattutto al Bar Commercio, dove la clientela solitamente è più anziana e cercherà di evitare il più possibile di essere contagiata, in quanto categoria a rischio. La gente ha paura e io li capisco pienamente. Penso che non riusciremo mai a rientrare dalle nostre perdite, ciononostante ritengo il provvedimento giusto, perché viene prima la salute e poi l’economia. Non so come potrà aiutarci, ma che sarà doveroso intervenire sull’abbassamento di alcune tasse o con una Flat Tax al 15% per almeno 2 anni. Però queste sono soluzioni tecniche che non competono a noi…».

Matteo Borin e Elisa Albertini, titolari del “Panificio pasticceria B&A”

Voi avete un’attività commerciale di prima necessità: cosa pensate del decreto “restoacasa”?

«Credo che tali norme, anche se un po’ drastiche, forse dovevano essere emanate prima e in modo meno altalenante: come è accaduto con il primo decreto, che prevedeva inizialmente la chiusura dei locali alle 18 e successivamente ristabilita all’orario regolare. I media come al solito hanno pesantemente influenzato le normali attività delle persone che ancora oggi non riescono a capire la gravità della situazione. Pareri totalmente diversi sia da parte di medici, come per esempio la diatriba tra la direttrice del Sacco di Milano e il Professor Burioni, ma soprattutto da parte dei politici, che non hanno saputo prendere decisioni serie e chiare fin da subito e ci hanno portati essere il secondo Paese al Mondo a livello di numero di contagiati».

Quali accorgimenti ha dovuto prendere per applicare le restrizioni al suo negozio? È stato difficile farle rispettare?

«Essendo noi un’attività di produzione e vendita di generi di prima necessità non siamo coinvolti, fortunatamente, per quanto riguarda le restrizioni di orario dell’attività lavorativa. Abbiamo però contingentato l’ingresso sulla base delle metrature di superficie calpestabile da parte della clientela per garantire almeno un metro di distanza tra le persone che entrano nel locale. Inoltre, stiamo incentivando i clienti, soprattutto i più anziani e i più fragili, ad usufruire del nostro servizio gratuito di consegne a domicilio che effettuiamo regolarmente ogni giorno nel Comune di Santa Maria della Versa e nei comuni limitrofi. Abbiamo messo a disposizione dei dipendenti mascherine guanti e soluzioni disinfettanti e posto delle barriere in plexiglass nei punti più esposti e, inoltre, vengono regolarmente seguite le buone prassi igieniche come da manuale di autocontrollo. La clientela ha fin da subito capito e si è attenuta senza troppe lamentele all’ingresso contingentato, attendendo pazientemente al di fuori del negozio».

Quando sarà finita l’emergenza è ovvio che lo Stato dovrà intervenire a favore delle attività che hanno subito un violento arresto per colpa di un’epidemia alla quale non eravamo preparati: in che modo dovrà agire?

«Quando tutto questo sarà finito sicuramente lo Stato dovrà far fronte ad aiuti economici e sgravi fiscali importanti soprattutto per le PMI che hanno sentito di più il colpo. Sicuramente i ristoranti, i bar e tutte le attività di intrattenimento che hanno dovuto cessare o sospendere la propria attività dovranno poter usufruire di aiuti economici adeguati. L’importante è cercare di non far morire tutte quelle microimprese presenti su tutto il territorio nazionale che tengono vivi i piccoli paesi come il nostro. Soprattutto i comuni e le province dovrebbero cercare di andare incontro alle esigenze delle piccole attività artigiane che sono il cuore dei paesi come il nostro, mettendosi in prima linea nell’aiutare quelle aziende sull’orlo della chiusura, evitando così ulteriori serrande abbassate».

Federico Maga, titolare del Caffè Centro e deejay

Federico, ritiene giusto ciò che è stato fatto? Solo dopo quindici giorni dall’inizio dell’emergenza il Governo ha preso la decisione di rendere obbligatoria la chiusura delle attività commerciali che vendono beni non essenziali. È stato difficile far rispettare la regola della distanza di un metro e il divieto di stare al bancone?

«Non è stato difficile far rispettare queste nuove regole, in quanto c’è da subito stata molta collaborazione da parte del cliente, che è molto impaurito da un possibile contagio. Abbiamo tenuto il bar aperto, sino a quando l'ordinanza lo ha permesso,  per garantire comunque un servizio alla nostra clientela, anche se stavo prendendo volontariamente la decisione di chiudere temporaneamente, in attesa che la situazione migliorasse. Ritengo sia stato idoneo introdurre l’obbligo di servizio ai tavoli per limitare l’assembramento al bancone, ma non ho ritenuto opportuno l’iniziale vincolo della chiusura alle 18, dato che da noi c’è stata molta disciplina tra i clienti».

Essendo inoltre un deejay, Lei è stato colpito doppiamente da queste restrizioni: i locali notturni e di intrattenimento sono stati chiusi fino a nuove disposizioni poiché si è notato che una parte di giovani, forse per mancanza di responsabilità, fatica a rispettare le restrizioni. Qual è la sua opinione?

«Purtroppo, tutti quei locali che praticano intrattenimento o organizzano eventi sono stati i primi ad essere totalmente chiusi nell’immediato, dato che sono ovviamente soggetti a forti assembramenti di persone: di conseguenza noi deejay, e chi opera in questo ambito, siamo al momento a casa. Questo settore non è al momento tutelato ed è stato dimenticato, anche se quando è scattato l’allarme il dito è stato immediatamente puntato sui locali e sulle discoteche. C’è anche da ricordare che molte di queste attività ora sono sul lastrico e rischiano di chiudere definitivamente. I giovani fanno fatica a capire la gravità di questa epidemia, ma sono sicuro che ora, con l’estensione della zona rossa a tutta Italia, forse molti se ne renderanno conto. Certo, chiudendo tutti i locali dopo le 18 si evitano gli assembramenti pubblici, ma nulla esclude che si possano riunire privatamente nelle proprie abitazioni. Questo è un rischio difficile da evitare».

Quando sarà finita l’emergenza è ovvio che lo Stato dovrà intervenire a favore delle attività colpite: in che modo dovrà agire?

«Ogni mattina ci svegliamo sperando che questo sia stato un brutto incubo, ma poi realizziamo che non è così. Lo Stato dovrà intervenire in modo sostanziale, dato che noi paghiamo parecchie tasse, senza contare tutte le imposte presenti sulle bollette e sui servizi. Questi soldi dovrebbero servire anche per tutelarci in queste situazioni. C’è chi dice che stiamo combattendo una “guerra biologica”, e questo mi sembra il termine più adatto per descrivere questa situazione: sono solo due settimane che noi in Italia stiamo lottando con questo virus, ma sembra già una vita. Ritengo che lo Stato dovrà congelare alcuni tipi di pagamento, facendo slittare tutte le tasse e contributi INPS all’anno successivo, perché per ripartire ci vorrà parecchio tempo».

Alessandro Folli, chef titolare del Ristorante Ad Astra, aperto da pochi mesi.

Cosa ne pensa del nuovo decreto?

«Io penso che sia stato giusto porre delle restrizioni e dei limiti, ma questo doveva essere fatto immediatamente: si doveva agire subito, bloccando le frontiere e mettendo in quarantena le persone arrivate dalle zone infette. Le prime misure prese prevedevano la chiusura dei ristoranti alle 18: ma questo cosa significava? A pranzo il problema non sussisteva? Non aveva senso. Si doveva agire in un modo diverso e con tempistiche diverse».

I gestori dei ristoranti di città hanno lamentato un calo di prenotazioni: qui da voi è stato lo stesso?

«Abbiamo subito una forte perdita, soprattutto perché avendo aperto da pochi mesi e quindi in questo periodo siamo stati soggetti a molti più costi rispetto ai guadagni. Nel weekend, sino a quando le ordinanze lo hanno permesso, questa crisi si è sentita un po’ meno, perché come si sa c’è molto più movimento che negli altri giorni, la gente tende di più ad uscire. Per rispettare i vari decreti usciti in quelle settimane, di parziale apertura, avevamo ridotto il numero di tavoli all’interno delle sale, sia per poter garantire le distanze minime richieste che per garantire l’ospitalità dei nostri clienti in massima sicurezza».

Quali provvedimenti dovrebbe prendere lo Stato per aiutare le attività colpite? 

«Lo Stato deve fare assolutamente qualcosa, altrimenti ci sarà il collasso di tutta l’economia italiana, che già da prima non navigava nell’oro. Innanzitutto, ritengo che sia opportuno annullare tutte le tasse previste nel periodo di restrizione e applicare anche uno sgravo delle imposte dalle utenze, facendo pagare solo ed esclusivamente il mero consumo. Inoltre, alle banche andrebbe richiesto uno stop sui mutui, che sono stati accesi per finanziare attività. Bisognerebbe anche estendere la cassa integrazione anche alle piccole imprese: noi stessi che abbiamo tre dipendenti ci stiamo domandando “E adesso cosa facciamo?”. E di risposte, per il momento, non ce ne sono. Per le piccole partita IVA ritengo debbano essere destinate quelle risorse che, da quel che si è capito, l’Italia sta chiedendo all’Unione Europea: bisogna aiutare i piccoli imprenditori, che rappresentano il cuore dell’economia italiana. Senza essere pessimisti, ripartire senza il giusto aiuto dello Stato sarà praticamente impossibile. Speriamo davvero che questa situazione finisca il prima possibile, ma questo dipende dal senso civico delle persone».

 di Manuele Riccardi

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