Domenica, 05 Luglio 2020
 

MOLTI PICCOLI NEGOZI CORRONO IL PERICOLO DI CHIUDERE E SCOMPARIRE. ANCHE I CENTRI COMMERCIALI ANDRANNO PRESTO IN SOFFERENZA

L'emergenza sanitaria legata al coronavirus, con la chiusura forzata dei negozi rischia di creare un contraccolpo per l'economia difficilmente sostenibile, e migliaia di piccoli esercizi, già provati dalla concorrenza dello shopping online, corrono il pericolo di chiudere e scomparire. E anche i centri commerciali andranno presto in sofferenza . Secondo gli esperti lo scenario più pessimistico prospettato ritiene che nel biennio 2020-2021 rischieranno di andare in fumo ricavi complessivi per 641 miliardi; con enorme danno per l'economia dello Stato nel complesso. 

“Molti negozi di prossimità potrebbero non superare la crisi.- spiega Luca Dondi, Ad di Nomisma -  E le richieste di rinegoziazione e dilazione possono mandare in crisi le società di gestione delle strutture”. La prima domanda da porsi, dunque, riguarda il “come” e il “quando” potranno riaprire tante attività. Ma c’è anche un altro aspetto rilevante: la gestione del contratto d’affitto. Infatti, tra i tanti costi fissi cui devono far fronte gli esercenti, spesso ci sono anche i canoni di locazione. Che rappresentano - al tempo stesso - una fonte di reddito per molti locatori (per lo più privati: famiglie o piccoli investitori, in un Paese a proprietà diffusa come l’Italia). 

Secondo gli ultimi dati del dipartimento delle Finanze, i negozi affittati sono poco più di 809mila, su un totale di 1,5 milioni di unità immobiliari accatastate in categoria C/1 (quella dei negozi, per l’appunto). È su questo insieme di contratti che si abbatte l’emergenza del coronavirus. Ed è appena il caso di ricordare che nel decreto Milleproroghe non è stata confermata per i contratti stipulati dal 2020 la cedolare secca sulle locazioni commerciali. 

C’è un problema di liquidità, insomma, che non viene risolto dal tax credit per i negozi dal decreto “cura Italia”. Il rischio è un boom della morosità, contro cui Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia, chiede interventi coordinati: “Vorremmo vedere estesa alle locazioni commerciali in essere la regola introdotta dal 2020 per l’abitativo, che esclude il pagamento delle imposte sui canoni non incassati”. Poi, però, secondo Confedilizia serviranno altre misure, “come l’estensione della cedolare secca agli affitti dei negozi esistenti e più flessibilità alla legge del 1978 per aiutare le parti a trovare un’intesa che salvi il contratto”.
Per il momento, però, la normativa rimane molto rigida (la legge 392 che regola i contratti “6+6” è ancora quella del 1978) e non offre grandi strumenti alle parti per venirsi incontro. Dando per scontato che entrambe le parti vogliano fare il possibile per tenere in vita il contratto, in concreto possono porsi due situazioni differenti. 

Ancora parziali, anche sul fronte casa, gli interventi del decreto, con lo stop all’esecuzione degli sfratti fino al 30 giugno e la moratoria sui mutui prima casa. Per calmierare il mercato degli affitti, per ridurre cioè i canoni d’affitto ai locatari dei negozi, il Governo pensa al modello francese. Vale a dire un programma di incentivi statali ai proprietari per indurli ad abbassare le pretese economiche sui contratti in essere su negozi necessariamente chiusi per le restrizioni dovute alla doppia emergenza sanitaria e sociale. “Si potrebbe incentivare il proprietario delle mura ad alleggerire l’affitto a fronte di un incentivo” sul modello francese, ha spiegato il viceministro all’Economia Laura Castelli sulla possibilità di intervenire sugli affitti per gli esercizi commerciali con il decreto di aprile dopo il primo credito d’imposta per botteghe e negozi introdotto con il decreto Cura Italia. “Abbiamo notato che la Francia ha fatto un pezzettino di più nel rispetto di un rapporto privato” come quello di locazione, “ci si deve confrontare con altri esempi per trovare la cura giusta”. Si sta studiando una moratoria sugli affitti, accanto al potenziamento del bonus del 60% riconosciuto nella forma di credito d’imposta. 

Ma non solo. Sono numerose le novità fiscali allo studio nel decreto di aprile che, a seguito del decreto Cura Italia, punta a garantire maggiore liquidità ad imprese e famiglie danneggiate dall’emergenza coronavirus. Liquidità, liquidità. Liquidità. Veloce, automatica e garantita dallo Stato. Sembra essere questa la parola chiave per salvare l’economia del Paese e assicurare la futura riapertura. Il primo intervento introdotto dal decreto Cura Italia per gli affitti non è riuscito a risolvere il problema di molti artigiani e commercianti che, a causa dell’emergenza sanitaria, hanno dovuto chiudere la propria attività e devono fare i conti con problemi concreti nel rispetto degli obblighi contrattuali intrapresi. Il bonus affitti, pari al 60% del canone corrisposto ed erogato sotto forma di credito d’imposta (da utilizzare in compensazione per il pagamento di tasse ed imposte) è inoltre rivolto ad una platea risicata di partite IVA e soltanto nel caso di locazione di locali di categoria C\1. 

Una misura tampone che il Governo punta ad estendere con il decreto di aprile. Tra le novità allo studio vi è una moratoria sugli affitti, una sospensione che interverrà nel rapporto contrattuale tra privati. Non è chiaro come potrebbe essere attuata, nella pratica, la sospensione degli affitti, se vi sarà un meccanismo di ristoro per il proprietario dell’immobile o se, semplicemente, verranno sterilizzati gli effetti previsti nel caso di mancato pagamento del canone di locazione. Quel che è certo, ascoltando le parole del vice ministro Castelli, è che la misura riguarderà esclusivamente i titolari di partita IVA.
La moratoria non si estenderà alle famiglie. Per i privati il decreto di aprile darà il via a nuove misure volte a garantire liquidità. 

Oltre alla cassa integrazione e al sussidio di 600 euro (introdotto per partite IVA e non), tra le novità in arrivo vi è il reddito di emergenza, rivolto agli esclusi dagli attuali sussidi economici e, probabilmente, anche ai lavoratori in nero. La scelta del Governo è quella di dare “risorse fresche alle persone”, soldi che servono a pagare le spese tra cui gli affitti. Non è attualmente in campo una sospensione degli affitti per i privati. 

Per quanto riguarda il bonus affitti del 60%, il decreto di aprile dovrebbe confermare l’accesso al credito d’imposta, estendendo la platea dei beneficiari. Si ipotizza l’inclusione nella misura anche per gli immobili diversi da quelli di categoria C\1 (negozi e botteghe). Una corsia privilegiata sarà rivolta al settore del turismo, ma anche ai professionisti, con la possibilità di beneficiare del bonus del 60% anche per i canoni di locazione di alberghi, capannoni e studi professionali. Ma c’è anche l’idea di una moratoria sulle locazioni di bar, ristoranti e pizzerie. 

Intanto cominciano a muoversi le regioni. L’ultima misura è uno stanziamento di 23 milioni di euro da parte della giunta Zingaretti per garantire un contributo per l’affitto ai commercianti e artigiani. Quelli messi a dura prova, appunto, dalla crisi innescata dal lock-down, che stando alle rilevazioni delle associazioni di categoria, nell’ultimo mese e in 7 casi su 10, sono risultati morosi. Le risorse saranno girate ai Comuni, che le distribuiranno a tutti coloro che ne faranno richiesta attraverso un’autocertificazione. Accanto a questi fondi, un’altra quarantina di milioni per aiutare i privati a pagare l’affitto, con reddito negli ultimi tre mesi entro i 7mila euro. 

Già il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti si era mosso in questa direzione. Paola De Micheli ha firmato, infatti, pochi giorni fa, il Decreto con il quale vengono assegnate alle Regioni, risorse economiche pari a 46 milioni di euro da trasferire ai Comuni e a quegli inquilini che non potendo far fonte al pagamento dei canoni di locazione, hanno subito sfratti esecutivi per morosità incolpevole. "Si tratta di una misura eccezionale – ha detto il ministro De Micheli - per tamponare le ricadute negative, economiche e sociali, dell'emergenza sanitaria e assicurare un sostegno necessario ai cittadini per l'accesso alla casa in locazione I contributi potranno essere erogati sia direttamente, con versamenti individuali, sia con il tramite delle Agenzie per l'affitto. Un provvedimento, questo, necessario per limitare l'aumento di morosità dovute al fermo lavorativo e un contributo prezioso per i cittadini, che siano inquilini o proprietari di case che hanno dovuto rinunciare a un importante fonte di guadagno". 

“Per affrontare l'emergenza degli affitti servono un massiccio rifinanziamento da almeno 300 milioni di euro e soprattutto rapidità nell'erogazione dei contributi e rinegoziazione dei canoni”, ha spiegato il segretario generale del Sunia Stefano Chiappelli. "E' sicuramente una risorsa importante, ma dato che l'atto prevede un iter, una ripartizione e una destinazione che difficilmente potranno incidere nel breve periodo bisogna prevedere una forte accelerazione e integrazione per contribuire ad alleviare la gravissima emergenza abitativa indotta dal Coronavirus. Accanto al rifinanziamento del fondo di sostegno all'affitto di almeno 300 milioni c’è bisogno di una estrema semplificazione delle procedure di assegnazione dei contribuiti accanto a incentivi anche fiscali a partire dall'Imu ai proprietari che sottoscrivono con gli inquilini patti contrattuali di rinegoziazione". 

"Le misure indicate dal Sunia per affrontare le conseguenze sugli affitti del Coronavirus vanno nella giusta direzione e sono ben più ragionevoli di certe proposte formulate in Parlamento, come l'estensione sino a fine anno del già dannoso e demagogico blocco degli sfratti esistente", sottolinea il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa. "Per assorbire i contraccolpi della crisi, proprietari e inquilini vanno tutelati allo stesso modo. Bene, dunque, la proposta di un rifinanziamento del fondo di sostegno all'affitto e ottima l'idea di assegnare direttamente ai locatori i contributi, con procedure semplificate e senza orpelli burocratici". Altrettanto di buon senso, rileva, "è il suggerimento volto a disporre riduzioni dell'Imu anche attraverso sistemi incentivanti nei confronti degli accordi fra le parti per rimodulare il rapporto di locazione (mentre siamo al punto che ancora non si riesce a eliminare completamente la tassazione dei canoni non percepiti…)". I problemi dell'affitto, nel settore abitativo così come in quello commerciale, conclude, "non si risolvono scaricando i problemi degli inquilini sui proprietari, ma favorendo il salvataggio dei rapporti in essere, a beneficio di tutti". 

Il Codacons, intanto, chiede al Governo di salvare le attività commerciali dal fallimento, attraverso il taglio degli affitti. "L'emergenza sanitaria legata al Coronavirus, con la chiusura forzata dei negozi rischia di creare un contraccolpo per l'economia difficilmente sostenibile, e migliaia di piccoli esercizi corrono il pericolo di chiudere e scomparire. La proposta del Codacons è di tagliare gli affitti commerciali del 50% ed una riduzione fiscale sempre del 50% sui mesi di chiusura delle attività commerciali - spiega l'associazione -. E' quanto mai urgente salvare le piccole attività, che sono alla base della nostra economia e creano occupazione, e che stanno subendo perdite economiche enormi ma sono costrette a sostenere ancora costi come quelli relativi agli affitti dei locali".

Intanto arrivano i dati ‘pesanti’ della Cgia. Almeno 7 miliardi di euro: a tanto ammonta la stima della perdita di fatturato che a livello nazionale le imprese artigiane subiranno in questo mese di chiusura a causa del Coronavirus (dal 12 marzo al 13 aprile 2020). A fare i conti è stato l'Ufficio studi. I comparti più colpiti sono anche quelli più rappresentativi di tutto il settore: le costruzioni, ad esempio, vedranno una flessione del fatturato di 3,2 miliardi (edili, dipintori, finitori di edifici). "L'artigianato rischia di estinguersi, o quasi, in particolar modo nelle piccole città e nei paesi di periferia, molte attività - segnala il coordinatore dell'Ufficio studi Paolo Zabeo - a fronte dell'azzeramento degli incassi, degli affitti insostenibili e di una pressione fiscale eccessiva, non reggeranno il colpo e saranno costrette a chiudere". Se la situazione non migliorerà entro la fine del prossimo mese di maggio "è verosimile che entro quest'anno il numero complessivo delle aziende artigiane scenderà di almeno 300 mila unità - aggiunge - vale a dire che il 25% delle imprese artigiane presenti in Italia chiuderà i battenti”.

 
 
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