Domenica, 05 Aprile 2020

OLTREPÒ PAVESE - «L’OLTREPÒ È IN CONTROTENDENZA RISPETTO AD ALTRI TERRITORI PER QUANTO RIGUARDA I PREZZI DELLE UVE»

Confagricoltura spegne quest’anno ben cento candeline. Un traguardo importante, le cui celebrazioni sono iniziate, a livello nazionale, con una manifestazione a Roma la scorsa settimana. Ma le radici di questa confederazione sono anche più antiche sui territori: l’organismo nazionale, infatti, unisce gruppi locali che, in molti casi, hanno già compiuto da tempo il traguardo del centenario. Anche a Pavia, come nel resto d’Italia, Confagricoltura rappresenta la principale organizzazione del settore agricolo. Un settore che vive certo momenti difficili, ma è composto da una galassia di aziende che si sono dimostrate capaci di rapportarsi con il mondo che cambia. E di tracciare la via del futuro. Una delle peculiarità di Confagricoltura, rispetto ad altre associazioni, è quella di non riconoscersi in un sistema verticistico: le realtà locali aderiscono a quella nazionale, dunque è dalla base – direttamente dagli imprenditori – che avvengono gli input verso le politiche generali della compagine. In un mondo globalizzato questo sistema consente sì di proiettarsi unitariamente verso confini lontani, ma nel rispetto totale delle esigenze delle periferie.

Abbiamo parlato di passato, di presente e di futuro di Confagricoltura con il direttore della sede provinciale, Sergio Bucci, e con il vicedirettore, Bruno Marioli.

A livello nazionale quest’anno si celebra il centesimo anno di attività per Confagricoltura. Un gran bel traguardo. Come viene celebrato dalla confederazione?

«Compie i cento anni la confederazione nazionale, che è costituita dalle singole sedi provinciali. A livello nazionale sono state prese una serie di iniziative, avviate con il forum tenutosi a Roma, a Villa Blanc, presso la sede delle LUISS Business School. Poi ci saranno altre iniziative, già calendarizzate, fra cui ad esempio il Vinitaly e l’inaugurazione della nuova sede della confederazione a livello comunitario, a Strasburgo. Questa serie di eventi troverà il suo clou a giugno, in un importante incontro con il Capo dello Stato. Però sono tutte iniziative che riguardano il livello nazionale, proprio perché è il livello nazionale che compie cento anni. A livello locale c’è stato l’impegno, da parte di tutti quanti, a riportare il logo della celebrazione su tutte le nostre comunicazioni. Teniamo conto che nel 2020 ci sarà, a livello nazionale, anche il rinnovo delle cariche.»

Ci saranno celebrazioni anche sul nostro territorio?

«Celebreremo il traguardo con un ciclo conferenze, quelle che in passato organizzavamo presso le Rotonde di Garlasco. Avremo la presenza del presidente nazionale, e saranno l’occasione per ribadire questo traguardo.»

Che importanza riveste oggi Confagricoltura in Oltrepò Pavese? Quali sono i numeri che caratterizzano la vostra realtà?

«Abbiamo circa 2.000 imprese associate, e rappresentiamo oltre il 44% della superficie agricola utilizzata in provincia di Pavia. C’è da dire che Confagricoltura, di fatto, difende gli interessi diffusi, generali e qualificati delle imprese agricole nella loro realtà economica. Non ci occupiamo nella nostra azione di rappresentanza sindacale di chi produce per il piccolo consumo personale, per esempio.»

In cosa consiste la vostra preminenza rappresentativa nel settore?

«In assoluto siamo i primi rappresentanti del settore in termini di ore lavorate. Siamo l’associazione che rappresenta la parte datoriale in modo più forte, e questo lo si vede soprattutto dal dato delle ore di lavoro. Chiaramente questo dato è cambiato nel corso del tempo. Nel 1950 si parlava di determinati numeri; con la meccanizzazione questi si sono ridotti, ma come rappresentanza rimaniamo i primi sia a livello nazionale che a livello provinciale. Quindi non in base al numero delle aziende, ma a quello delle ore lavorate. I dati del 2018 dicono che, come Confagricoltura, abbiamo registrato circa 255mila giornate di lavoro in provincia di Pavia, quasi il doppio delle altre associazioni.»

Scendiamo nel dettaglio: il mondo vitivinicolo.

«La maggior parte delle ore lavorate arrivavano nelle fasi di produzione e raccolta del prodotto. Oggi come oggi la raccolta, soprattutto per quanto riguarda i vegetali di tipo erbaceo, avviene quasi esclusivamente in modo meccanizzato. Anche la raccolta del pomodoro, che richiedeva e richiede tanto lavoro, oggi ha a disposizione macchine che valutano addirittura il colore del prodotto, o il grado zuccherino. Queste attrezzature sicuramente hanno sostituito gran parte del lavoro manuale. Ma per quanto riguarda il raccolto della frutta e la vendemmia, la manodopera incide ancora molto. Questo perché, nonostante ci sia stata negli ultimi anni una grande evoluzione tecnologica, la raccolta a mano permette un certo tipo di dosaggio, un certo tipo di scelta dell’uva che si va a raccogliere, e pensiamo in particolare all’uva in cassetta per quanto riguarda certi vini pregiati, a partire dal Metodo Classico dell’Oltrepò Pavese.»

Quali sono in questo momento le principali criticità da affrontare per gli agricoltori del nostro territorio?

«L’andamento dei prezzi. La provincia di Pavia si contraddistingue per essere la prima provincia italiana nel settore del riso, e purtroppo oggi il riso sta scontando dei prezzi assolutamente non remunerativi, a seguito anche delle importazioni dai paesi dell’est asiatico. Che, nonostante i blocchi e le clausole di salvaguardia, continua ad arrivare in quantità notevoli sul mercato italiano. La conseguenza è che, per il rapporto fra domanda e offerta, i prezzi riconosciuti ai produttori locali sono ridotti. Nonostante in provincia di Pavia ci siano tutte le principali industrie risiere d’Italia. Poi un altro discorso che ci coinvolge particolarmente riguarda i prezzi delle uve in Oltrepò.»

Ne parliamo spesso, ahinoi, anche su queste pagine.

«L’Oltrepò è in controtendenza rispetto ad altri territori per quanto riguarda i prezzi delle uve, che in Italia, mediamente, sono abbastanza remunerativi. Sicuramente oggi scontiamo dei prezzi che non sono assolutamente vantaggiosi. Oggi la produzione lorda vendibile mediamente si aggira sui 5/6mila euro a ettaro, mentre in altre zone del nord Italia superiamo tranquillamente i 10mila euro/ha. Qui da noi la media dei prezzi delle uve si aggira intorno ai 50/60 euro al quintale. Date le produzioni medie delle aziende, si capisce perché chi, in particolare, conferisce le uve in cantine sociali cerchi di produrre sempre di più. Per cercare di restare a galla. Ma il problema non è soltanto la presenza di prezzi bassi, bensì come questi si accompagnino a costi alti. Perché se i prezzi fossero bassi, ma anche i costi rispecchiassero il mercato, la bilancia sarebbe equilibrata. Ma qui abbiamo prezzi bassi e costi alti.»

Quali le ragioni recondite di questo sbilanciamento?

«Mentre si possono comprendere con relativa facilità le dinamiche interne al mondo del riso, nel vino è più difficile capire le ragioni. Anche se leggendo le ultime cronache si è avuta la conferma di molti sospetti.»

Quanto conta il mondo del vino nel contesto territoriale pavese e, in particolare, all’interno di Confagricoltura?

«In provincia di Pavia, su un totale di 298/299mila ettari complessivi, la superficie utilizzata in agricoltura si aggira sui 174mila. Di questi, noi incidiamo per 80/90mila ettari con le nostre aziende. Il riso occupa, in totale, 80/88mila ettari di territorio provinciale. Naturalmente, nella bilancia economica, è quello che fa la parte del leone. Anche perché sul territorio è presente tutta la filiera, con le industrie di trasformazione. A seguire ci sono gli altri cereali, che insieme superano i 20mila ettari. Poi il mais da granella, 14mila ettari circa. Ma dal punto di vista economico il settore vitivinicolo rappresenta una realtà di fondamentale importanza, capace di condizionare un’intera area geografica. La provincia di Pavia è la prima superficie vitata in Regione Lombardia, con 13.200 ettari circa, sui circa 26mila a livello regionale. Parliamo di oltre la metà dei vigneti lombardi. L’Oltrepò, inoltre, presenta la più vasta superficie italiana coltivata a di Pinot nero, la seconda a livello europeo e la terza a livello mondiale. Nonostante questi dati importanti, il cruccio è che non si riesce a valorizzare questa filiera.»

Per quanto riguarda le altre piccole produzioni agricole, quali possiamo citare?

«Ci sono le orticole, soprattutto nell’Oltrepò vogherese. Qui siamo attorno ai 400/500 ettari tra patate e cipolle. Tra l’altro a Voghera è presente la Borsa della cipolla dorata. Tanto per dare un termine di paragone, la cipolla di Breme può contare su 3 ettari totali: è uno dei più grandi esempi di marketing che ci siano in Italia, perché pur con una produzione esigua la cipolla di Breme è conosciutissima in tutta la penisola. Abbiamo poi 300/400 ettari di pomodoro, coltivazione che sta diminuendo fortemente, sia per i costi, sia per le vicende di mercato che hanno creato non pochi problemi ai nostri soci. Poi i frutteti, intorno ai 150 ettari, soprattutto nelle valli Staffora e Coppa. Ma non dimentichiamoci delle colture foraggere, perché sul territorio sono ancora presenti alcuni allevamenti, l’industria casearia, i suini e un po’ di avicolo. Non sono dimensioni pari a quelle di altre provincie, però ci sono. L’erba medica è una delle foraggere più pregiate; in questo caso c’è anche il completamento della filiera in Oltrepò, con due stabilimenti che disidratano l’erba e la trasformano in “pillole” simili al pellet, che vengono vendute prevalentemente nei paesi arabi, essendo pregiatissime per i cavalli.»

Torniamo al vino. Perché si è giunti alle difficoltà cui abbiamo fatto cenno?

«Probabilmente bisogna risalire alle scelte effettuate negli anni passati. Anni nei quali i viticoltori dell’Oltrepò hanno privilegiato – e sono scelte imprenditoriali – di massificare la quantità delle loro produzioni più che la qualità, perché evidentemente in questo modo si poteva contare su più immediati ritorni in termini economici. Una decisione piuttosto diffusa, anche se ci sono state alcune aziende di avanguardia che hanno fatto diversamente. In generale sono state effettuate delle scelte che oggi si rivelano penalizzanti sul settore vitivinicolo dell’Oltrepò, un territorio che non viene considerato dal consumatore finale nella posizione che merita. Poi ci sono delle persone che ci hanno creduto, che hanno investito: perché credere nei vini di qualità significa non solo puntare sui vigneti (mantenendo per esempio delle rese diverse dagli altri), ma anche sulla cantina; attrezzandosi con macchinari nuovi e all’avanguardia, organizzando lo stoccaggio, la distribuzione... ci sono diverse nostre aziende che hanno voluto fare queste scelte. Il problema è che quando poi accadono vicende spiacevoli, come quelle recenti, finiscono per fare male a tutti.»

Deprezzamento dei terreni: esiste una ricetta per risolvere problema?

«Vedendo come ci sia nell’aria la voglia di impegnarsi, e come si stia finalmente pensando di fare un po’ di ordine, esiste proprio anche questa aspettativa. Che ci possa essere un miglioramento in tutti i sensi. Nel recente passato questa predisposizione non c’è stata. Anzi, c’è stato un calo importante del valore dei terreni. È chiaro che una produzione che non ottiene dai mercati quello che si merita, determina poi valori ingiusti sia per i vigneti, sia per le aziende sia il territorio. Ma le cose stanno cambiando.»

Quindi la vostra è una posizione ottimista.

«Diciamo che noi stiamo facendo – o meglio: lo stanno facendo le nostre imprese, più che noi direttamente – il possibile per cambiare un certo trend e raggiungere il target che compete alle aziende del territorio in base alla qualità che producono. Siamo a fianco delle nostre aziende e speriamo che diventino trainanti per tutte le altre. Del resto sono tante le realtà che producono vini di un certo livello, riuscendo anche a proporre prezzi adeguati alla qualità del vino.»

Aziende che, però, sono state anche disposte ad investire. A rischiare. Penso, per citare l’esempio più recente – anche se non è la sola – alla realizzazione della nuova cantina Conte di Vistarino.

«Abbiamo raccolto dai nostri associati l’idea che pur di fronte ad una situazione così grave si può credere ancora nel territorio e puntare sulla qualità, anche essendo disponibili a fare investimenti. Infatti alcuni li stanno facendo. Noi raccogliamo le istanze di questi agricoltori e ci mettiamo al loro fianco supportandoli, e sperando possano essere di traino anche per gli altri. Anche perché siamo convinti che non ci siano alternative, che non esista una seconda strada. Per le nostre colline un’alternativa alla produzione del vino non c’è. In particolare la viticoltura incide fortemente sul paesaggio: i vigneti sono un elemento essenziale non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello ambientale. C’è poi l’aspetto idrogeologico: dove ci sono vigneti, in collina, c’è un mantenimento del territorio; magari ci sono investimenti in drenaggi che permettono, in qualche misura, di mitigare il rischio idrogeologico.»

A proposito del paesaggio e anche delle strategie di rilancio territoriale... qualche mese fa è stato ripreso, questa volta da Stradella, il tema della candidatura dell’Oltrepò a patrimonio Unesco. A rimettere il tema sul tavolo è stata l’amministrazione comunale di Stradella, con un “libro bianco” prodotto dal professor Ettore Cantù. Cosa ne pensate?

«C’era stata una conferenza presso l’Università di Pavia, che era stata promossa dalla Società Agraria di Lombardia, il cui presidente allora era proprio Ettore Cantù, intorno agli anni 2009/2010. Da lì era nata questa idea, che anche noi a suo tempo avevamo spinto. Ora si parla di una candidatura che mette al centro la tradizione del vino. Quindi non solo le caratteristiche ambientali (la bellezza delle colline), ma anche la cultura che abbiamo nella produzione del vino. La tradizione. Noi abbiamo cantine che sono fra le più antiche d’Italia. Per esempio il primo Metodo Classico nel nostro paese è stato realizzato in Oltrepò. Il “Priolino” è uno dei primi esempi in Italia di etichettatura della bottiglia. I vini Frecciarossa e Ballabio si trovavano sulle tavole della Casa Bianca. Non solo: i nostri emigranti, quando arrivavano in America, si trovavano di fronte la Statua della Libertà, e sotto di essa la pubblicità della SVIC di Casteggio.»

Le ricadute positive potrebbero riguardare anche i prezzi dei terreni?

«Sicuramente sì, abbiamo visto anche altrove recentemente le ricadute positive. Pensiamo a Matera, ma anche alle Langhe. Chiaramente non basta solo questo. Bisogna creare anche infrastrutture, perché fino a quando ci sarà un certo tipo di viabilità sarà difficile poter puntare su grandi flussi di visitatori sul territorio. Ma bisogna pensare anche ad ospitalità e ricezione. In tutta la provincia di Pavia non ci sono grossi alberghi, capaci di ospitare gruppi importanti... noi organizziamo incoming internazionali a Riccagioia tutti gli anni, con persone che provengono da tutto il mondo. Normalmente si tratta di circa 25/30 tra buyers e accompagnatori provenienti da tutto il mondo, e diventa anche difficile trovare luoghi adatti ad ospitarli. Occorre ricercare posti fuori dalla zona vitivinicola, come ad esempio il Castello di San Gaudenzio a Cervesina.»

In cosa dovrebbe consistere una eventuale candidatura?

«Esistono alcuni passaggi da considerare. Prima di tutto l’area deve avere un pregio paesaggistico, e ci deve essere una storia: noi su quasi ogni collina abbiamo un castello. Poi ci deve essere un prodotto agricolo che caratterizza tutta l’area: anche questo, qui, c’è. Con tutta una serie di indotti: si produce uva, si vinifica e si vende il vino. Naturalmente si può migliorare ancora sotto il profilo qualitativo. E occorrono infrastrutture: abbiamo tanti agriturismi che non superano una capacità di tre o quattro camere, per la maggior parte. Tra l’altro occorre una grande professionalità da parte di tutti gli operatori: ci sono per le aziende, con la nuova legge sull’enoturismo, grandi possibilità di miglioramento e di sviluppare la branca della ricezione. E poi ci vorrebbe un minimo di compattezza territoriale, una delle cose mancate all’Oltrepò nel tempo. Tutti questi elementi sono necessari per arrivare a definire il passaggio della candidatura. Certo, avremmo bisogno anche di qualcuno che racconti l’Oltrepò in certi termini, come faceva Gianni Brera. La storia ce l’abbiamo: dell’Oltrepò vitivinicolo parlavano già Strabone e Plinio il Vecchio. Stiamo parlando di duemila anni fa.»

Il mondo agricolo, e quello locale non fa eccezione, è oggi caratterizzato da timori che involgono la sua presenza internazionale. Le minacce di Trump, la Brexit... qual è la vostra posizione sul posizionamento internazionale delle nostre aziende?

«Sicuramente c’è una preoccupazione generale per quanto riguarda la Brexit e le esportazioni che avevamo in Gran Bretagna. In particolare, se guardiamo l’attività dell’agroalimentare italiano in quel paese, questo è rappresentato per la stragrande parte dal vino. Di conseguenza la preoccupazione riguarda anche i vitivinicoltori dell’Oltrepò, in particolare quelli che erano riusciti a posizionare i loro prodotti oltremanica. Ma non vorremmo fasciarci la testa prima di essercela rotta. Certo esiste una grossa preoccupazione, ma vediamo quello che può succedere. Come ha ribadito il nostro presidente nazionale, Massimiliano Giansanti, “una proroga del periodo transitorio è assolutamente necessaria per scongiurare il ripristino dei controlli doganali, i dazi e la non tutela sul mercato britannico delle indicazioni geografiche protette”: se così non fosse, si creerebbe un grave danno per tutto l’agroalimentare italiano e anche quello per quello della provincia di Pavia. Con la Brexit un altro problema grande per l’Italia e per la provincia di Pavia è che viene ridotto il budget a disposizione dell’Unione, e quindi della Politica agricola comunitaria che dovrebbe entrare in vigore dopo il 2021. Questo perché naturalmente verrà a mancare l’apporto finanziario del Regno Unito. Non possiamo dimenticare che, attualmente, le nostre aziende fanno il bilancio anche con contando sulla PAC.»

Direttore, questa estate il suo mandato è in scadenza. Cosa accadrà a Confagricoltura Pavia? È già stata tracciata una linea di continuità? (Ricordiamo che lei arrivò a Pavia nel momento in cui Luciano Nieto, che era stato direttore per moltissimi anni, era partito per Roma, dove ha rivestito l’importante ruolo di capo della segreteria tecnica al Ministero dell’Agricoltura con Gianmarco Centinaio).

«Devo precisare che si tratta di un discorso ampiamente programmato, che quindi non vedrà traumi. Sicuramente ci sarà una prosecuzione, anche perché abbiamo rinnovato a ottobre dell’anno scorso tutti gli organi direttivi, quindi possiamo contare sulla stabilità. Questa è la cosa importante per il socio. Una continuità perfetta. Il consiglio è composto da venti persone complessivamente, e si è creato un ottimo clima di collaborazione.»

 di Pier Luigi Feltri

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