Giovedì, 02 Aprile 2020

OLTREPÒ PAVESE - SANTA MARGHERITA DI STAFFORA - IL MUSEO DEL SALUMIERE, ULTIMO AVAMPOSTO DELLA TRADIZIONE ARTIGIANALE

In Valle Staffora, località Casanova di Destra, si trova uno dei pochissimi musei del salumiere presenti sul territorio nazionale. è nato sette anni fa per volontà di Angelo Dedomenici. Erede di una tradizione di norcineria artigiana, non sopportava l’idea che i vecchi attrezzi del mestiere potessero andare perduti: «Quando penso all’ artigiano che sostituisce un vecchio attrezzo con quello moderno e quello vecchio lo butta via mi prende la tristezza se facessi questo gesto mi sembrerebbe di mancare di rispetto a mio padre e a mio nonno e di non mostrare riconoscenza per tutto ciò che hanno fatto per me in passato» racconta.

Crede che la cura di certi oggetti abbia anche un valore simbolico?

«Personalmente non ho nulla in contrario alle tecnologie moderne e le produzioni industriali, ma mi dispiace che vada perduta un po’ della nostra tradizione che ci distingue in fin dei conti dagli altri produttori»

I locali che ospitano il museo sono di sua proprietà?

«Sì, li ho ereditati e mi ritengo fortunato per averli tenuti, così ho potuto realizzare il mio sogno nel cassetto di creare appunto un museo del salumiere. L’ho creato tutto a mie spese e senza l’aiuto di nessuno».

Come si suddivide questo museo?

«In tre parti: il primo locale è riservato ai poster, alle foto e ai vecchi documenti. Parla di un tempo in cui non esistevano bottoni da schiacciare e per fare una fattura non c’era nemmeno la penna biro bensì la penna col calamaio. Nel 1948 questa era l’unica azienda in grado di fare una fattura dattilografata. Per i conti poi non c’era la calcolatrice si doveva fare tutto a mente. Il secondo locale è la bottega del salumiere stile anni ‘30, mentre nel terzo sono esposti i salumi e i vecchi attrezzi che servivano per la produzione a quel tempo».

Qual è l’idea alla base di questa struttura?

«Restituire il giusto valore alla nostra tradizione ai nostri prodotti in un mondo che guarda più alla quantità piuttosto che alla qualità».

è una stilettata a chi produce salame oggi?

«Siamo nel 2020, purtroppo siamo in una fase che vede prevalere l’industria sull’artigianato. Il mondo si è evoluto in ogni settore e anche il nostro, quindi la grande distribuzione reclama enormi quantità di salame e se non bastano animali di questa zona si prende la carne buona da altre zone e si esegue la lavorazione industriale. Non ho nulla in contrario, ma non deve andare perduta la lavorazione artigianale».

Di cui lei è anche un raffinato esponente. Quali sono i suoi “pezzi forti”?

«Ho creato un tipo di salame cotto, il salame rosa, e posso vantare l’iscrizione al Guinness dei primati per il salame più grande del mondo del peso di 80kg».

Al di là del museo, che celebra il passato, cosa si può fare per proteggere in qualche modo la tradizione di questa valle?

«Sono state scritte lettere a tutti i sindaci della Valle Staffora affinché vengano sostenuti i piccoli esercizi».

C’è stata qualche risposta?

«Non abbiamo ricevuto alcun aiuto. Per esempio paghiamo 170euro all’anno (soldi che comunque pesano sul bilancio di un piccolo esercente) per i registratori di cassa ma non riceviamo nessun suggerimento per capire come regolarci sulle tasse».

Se ne avesse il potere, cosa cambierebbe nell’immediato?

«Vorrei vedere riconosciuti i lavori che hanno svolto tutti i contadini che ora pensionati nella nostra zona sono proprietari anche di alcuni boschi. Il pensionato svolge lavori molto utili come raccogliere la legna e prepararla per il riscaldamento. Questo significa attività e produzione che al tempo stesso salvaguarda il territorio, che se non ci fosse questa gente diventerebbe una foresta. Triste a dirsi, ma tutto questo grandissimo lavoro non viene riconosciuto da nessuno».

I sindaci però ne sono a conoscenza. cosa dicono in merito?

«Mi hanno dato ragione, ma nessuno fa niente per sostenere questo lavoro immane e i pensionati non vivranno in eterno. Per questo stiamo cercando di creare un’associazione che, al bisogno, si possa organizzare e magari chiedere dei mutui e anche indirizzare i giovani verso la salvaguardia del territorio».

  di Stefania Marchetti

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