Martedì, 10 Dicembre 2019

OLTREPÒ PAVESE – ARENA PO - «PRIMA DI TUTTO, LA CONSAPEVOLEZZA DEI LAVORATORI»

Ha destato molto scalpore a livello nazionale la tragedia verificatasi ad Arena Po, dove quattro persone di origine indiana, che gestivano un’azienda zootecnica, sono decedute in seguito ad un incidente sul luogo di lavoro. Il tema della sicurezza emerge, purtroppo, quasi soltanto quando ci scappa il morto; per poi tornare a sopirsi nei rapporti ordinari fra la parte padronale e quella rappresentativa dei lavoratori. Partendo dai fatti di Arena Po, abbiamo chiesto al segretario generale di FLAI-CGIL della provincia di Pavia, Simone Accardo, di fotografare per i nostri lettori la situazione dei lavoratori nel comparto agroalimentare dell’Oltrepò Pavese. Con un’attenzione particolare agli occupati nel settore vitivinicolo.

Il caso di Arena Po ha fatto emergere in tutta la sua gravità il fatto che, evidentemente, la prevenzione e in particolare i meccanismi di controllo in questo settore non funzionano a dovere.

«Non c’erano, da quanto sembra emergere, particolari anomalie nella gestione dell’azienda. Uno dei titolari voleva effettuare alcune operazioni di pulizia ed è scivolato accidentalmente dentro una vasca per la raccolta dei liquami. All’interno di questa sono presenti esalazioni, ossidi di carbonio; queste gli hanno fatto perdere i sensi. È ovvio che gli altri presenti hanno cercato di salvarlo. É venuto loro istintivo cercare subito di soccorrerlo, non sapendo o non capendo in quel momento che queste esalazioni sarebbero state fatali anche a loro.»

Quali sono le principali criticità, a suo avviso, da notare partendo da questo episodio?

«Alcune delle vittime erano arrivate da poco in Italia dall’India. In questi casi la comunicazione è un problema. Qualsiasi tipo di avvertenza, se non viene compresa, diventa un problema. Ora, con la storia delle quote latte, le stalle e gli allevamenti in tutta la provincia si contano sulle dita di due mani. La maggior parte sono concentrate in Lomellina e nel Basso Pavese, ma non è che ci siano così tante aziende che allevano vacche da latte. Comunque, il 90% dei lavoratori in queste stalle provengono dall’India, dal Pakistan, dal Bangladesh. Questo lavoro le nuove generazioni di italiani non lo vogliono più fare. Non si tratta più di mungere manualmente, tutto è meccanizzato; però vengono effettuate cinque mungiture al giorno. Bisogna alzarsi di notte, è un lavoro complicato.»

Le difficoltà nella comunicazione possono essere causa di carenze di sicurezza sui luoghi di lavoro?

«Possono essere uno dei fattori per cui succedono questi fenomeni, anche se magari non questo di Arena Po in particolare. Negli anni ‘80 la manodopera in agricoltura era prettamente italiana. Al di là delle disfunzioni, dei problemi che ci sono sempre stati, quanto meno il lavoratore italiano conosceva la lingua italiana.»

Lei pensa che esistano casi di potenziale pericolo immediato, in altri luoghi di lavoro sul nostro territorio, sulla falsariga di quanto accaduto ad Arena Po?

«Non è da escludere che si possano ripetere: ovviamente speriamo di no. Certamente questo caso ha allarmato le associazioni agricole e i sindacati. Si sono fatte conferenze stampa, si sono mandate comunicazioni al Prefetto; ma tutte queste cose non sono sufficienti da sole, se non c’è, prima di tutto, la consapevolezza dei lavoratori. E, in particolare, l’alfabetizzazione. Non dico di trasformarli in dei filosofi, ma di far sì che capiscano almeno quello che gli viene detto. Penso soprattutto alla loro sicurezza.»

La non conoscenza della lingua rende, in effetti, impossibile capire le normative da rispettare, i propri diritti ma anche le modalità con le quali la legge tutela il lavoratore...

«Questo è uno dei problemi. Noi, nel settore dell’agricoltura, abbiamo istituito fin dagli anni ‘70 l’Ente Bilaterale provinciale CIMI. Questo ente serve non solo a promuovere iniziative in tema di agricoltura, ma è partito per garantire un’integrazione al salario per i lavoratori agricoli, in particolare  per gli avventizi. Ma anche per altre iniziative. A novembre partiremo con un progetto, aiutati dal Cesvip di Pavia, per dare la possibilità ai lavoratori appena arrivati di avere almeno un’infarinatura della lingua italiana.»

Da chi viene finanziato l’Ente?

«In parte dai lavoratori, in parte dalle imprese. Tutto questo monte salari che va all’Ente Bilaterale serve per dare prestazioni, integrazioni, per intervenire con un sostegno nel momento della maternità per le donne; per garantire un’integrazione a chi perde il lavoro a fine anno. Poi sono state istituite prestazioni aggiuntive per quanto riguarda il welfare; sussidi, borse di studio per lavoratori che frequentano le università. Tra le varie iniziative che abbiamo fatto, negli anni indietro, dal 2010 in avanti, c’è stata la presenza capillare nei territori vitivinicoli durante la vendemmia.»

Viene subito alla mente il caso Santa Maria della Versa...

«Già nel 2015 io avevo segnalato a Procura e Carabinieri che proprio dietro la piscina era sorta una baraccopoli: una distesa di cartoni da frigorifero e lavatrici, che si erano trasformati in giacigli, messi in piedi alla meno peggio...»

Per non parlare di quanti dormono, ogni anno, nelle stalle...

«O nella stalla o dentro qualche mezzo di fortuna. Di queste persone ne ho trovati parecchie: finito il lavoro andavano a dormire in un furgoncino.»

I controlli, anche qui, latitano...

«Gli ispettori del lavoro purtroppo sono solo due, che devono girare tutta provincia. FLAI-CGIL in questi anni ha messo in atto un tour de force, recandosi materialmente fra i filari, per vedere anche se le retribuzioni fossero adeguate a quanto previsto dalla contrattazione provinciale. Mi ha dato una grande mano il dottor Alberto Gardina, della Direzione Provinciale del Lavoro, ora trasferito a Como. Avevamo fatto un’iniziativa unitaria a livello provinciale a Codevilla, con il Prefetto e le organizzazioni sindacali, per evidenziare i fenomeni che emergevano in agricoltura e accendere i riflettori su caporalato e sfruttamento.»

Come si interfaccia il FLAI con i lavoratori del comparto agricolo? Il sindacato, oggi, riesce a mantenere un contatto diffuso e costante con loro?

«Nel 2014/15 come ente bilaterale abbiamo avviato un’iniziativa molto intelligente sugli operai impiegati nella vendemmia. Abbiamo dato ai lavoratori la possibilità di fare visite mediche preventive. È stata creata una convenzione con due medici del lavoro, abbiamo divulgato l’iniziativa, e tutti i lavoratori che dovevano andare a fare la vendemmia hanno avuto la possibilità essere visitati. E contestualmente di ottenere una spiegazione su questioni inerenti la sicurezza. Nei primi due anni si sono svolte 2.500 visite. Questo ci ha dato modo di monitorare, di vedere il flusso di persone interessate dalla vendemmia e scoraggiare eventuali caporalati.»

La vendemmia 2019 ormai può dirsi ultimata. Nel dibattito inerente il settore vitivinicolo si parla tanto di prezzi delle uve, ma si parla poco di retribuzione dei lavoratori. In Franciacorta, in seguito al caso “Demetra’’, quest’anno sono state riviste al rialzo le paghe, superando in molti casi il livello posto dai contratti provinciali. Qual è la situazione in Oltrepò?

«La retribuzione già prevista dalla contrattazione provinciale per quanto riguarda la raccolta sia di uva che di altri tipi di frutta è appena inferiore a quella dell’operaio comune. Se tutti rispettassero quello che è il parametro provinciale, i lavoratori avrebbero una paga ordinaria decorosa, perché si parla di circa 9,56 euro lordi per un avventizio. Non stiamo parlando di cifre ridicole, come quando si sente parlare di 3 euro all’ora in certi casi che emergono alle cronache nazionali. Il problema sono quelli che pagano i 7 euro fuori busta. O i 7,50 euro quando c’erano i voucher. La CGIL ha promosso una campagna contro i voucher. Qual era il meccanismo? Il voucher da 7,50 euro, un unico voucher, veniva dato per un’intera giornata. Il resto veniva pagato fuori dal sistema.»

E a proposito del rinnovo della contrattazione provinciale?

«In agricoltura, come anche in edilizia, essendovi una situazione molto frammentata per quanto riguarda le imprese, spesso piccole, non è possibile effettuare contrattazioni di secondo livello. La contrattazione provinciale viene applicata a tutti i lavoratori che operano in Provincia di Pavia. Ora, come tutte le province, andremo al rinnovo.»

Con quali aspettative?

«Quest’anno abbiamo rimarcato l’esigenza istituire la figura di RLS territoriale (Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza, ndr), che sarebbe finanziato dall’Ente Bilaterale. Visto che l’Ente ha risorse a disposizione risorse. Avevamo tentato già in passato di istituire questa figura, solo che le controparti ce l’avevano bocciata in partenza. Non possiamo occuparci di queste questioni solo quando si verifica un’emergenza, quando succede il caso mediatico. Vorremmo fare qualcosa di strutturale, e mi permetto di aggiungere che sono anche le associazioni datoriali ad avere l’interesse che si sviluppi questo tema. L’RLS territoriale non deve essere visto come quello che va a minacciare: serve a entrambe le parti proprio per evitare che ci siano fenomeni che poi sfociano in morti o infortuni gravi. Uno dei settori con la percentuale più alti di incidenti è proprio quello agricolo.»

 di Pier Luigi Feltri

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