Martedì, 16 Luglio 2019

OLTREPÒ PAVESE – MORNICO LOSANA – BRONI - «IL CASO DI VARZI? IL CORPO DOCENTI NON DEVE SCORDARSI MAI DI ESSERE UN ESEMPIO»

Insegnante e scrittrice, Maria Cristina Morini di Mornico Losana, è attualmente docente di italiano e latino al liceo scientifico Faravelli di Broni. La sua carriera si regge in equilibrio tra la passione per il latino e quella per i gialli.

“Prof”, partiamo dalle differenze tra la scuola di oggi e quella del passato. Quali differenze nota a contatto con tanti giovani oltrepadani?

«è più difficile capire il valore e soprattutto la necessità delle regole. C’è una tendenza al “faccio quello che voglio”, ma non è così e la scuola deve insegnare anche questo. Va bene l’autodeterminazione, va bene il non farsi intimidire…ma direi che al giorno d’oggi sono fin troppo poco intimiditi, nel senso che c’è difficoltà a volte anche a dire ‘mi scusi’. Non dico per loro è come un’umiliazione ma quasi. In alcuni soggetti a volte si nota questa tendenza».

Lei è insegnante da molti anni e ha provato cosa significa insegnare sia nelle scuole medie che alle superiori. Che differenze sostanziali ha trovato?

«L’età sicuramente porta dei cambiamenti significativi. Se alle medie hanno ancora un pochino di timore dell’insegnante, alle superiori si è chiamati a mettersi in discussione molto di più, a dover far digerire delle cose, che alle medie sono ovvie, in un altro modo. Stupidaggini come l’essere in classe al suono della campanella o il fatto che non si può mangiare in classe. Gli studenti delle superiori tendono a mettere molto più in discussione tutto».

Lei insegna sia italiano che latino. Quest’ultima come è vista dagli studenti nel 2019?

«Noi siamo latini. Possiamo negarlo, rifiutarlo, non volerlo. Ma siamo latini! Viene percepito come una materia che si ‘deve’ fare e l’approccio è quindi dei più diversi. Abbiamo, per esempio, una classe prima che si è approcciata alla materia in maniera molto positiva e propositiva e quindi le soddisfazioni non tardano ad arrivare. Io ho una classe che si è approcciata benino, ma lo vive ancora come un dovere, non riesce ancora a cogliere la bellezza di questa materia. Adesso in classe abbiamo terminato l’autore Catullo e io ho imposto loro di studiare a memoria una sua poesia sull’amore, perché è la più bella del pianeta. Se non la si impara con la metrica latina, non si sente la musicalità e non arriva il messaggio. È proprio la musica che deve entrare dentro. L’incontro con il latino è scioccante: c’è chi lo detesta e poi lo apprezza, c’è chi lo ama da subito e c’è chi non lo amerà mai. è un peccato perché il latino è un amante molto esigente e ricompensa solo quelli che gli sono fedeli. Bisogna affrontare tante prove e sopportare tanti capricci, però chi non cede alla fine è ampiamente ricompensato. Questo è quello che è successo a me».

Deve volerci molta passione per fare il suo mestiere oggi, forse più che in passato…

«Sì, è una sfida continua. Ci sono naturalmente anche problemi continui. Penso alla canzone di Mina, ‘Grande grande grande’, quando dice: “La vita è quella che tu dai a me, in guerra tutti i giorni, sono viva, sono come piace a te”: non è che noi siamo in guerra, ovvio, però ogni giorno ci sono nuove sfide, nuove classi, nuove cose e forse è proprio questo il fascino del lavoro dell’insegnante, aldilà delle singole materie».

Avrà sentito sicuramente del caso della maestra d’asilo di Varzi che è agli arresti domiciliari per maltrattamenti ai piccoli bambini. Cosa ne pensa di queste situazioni?

«Il corpo docenti non deve dimenticarsi mai di essere un esempio. Il proprio vissuto, lo stress, il nervosismo: se ne accumula sicuramente di più rispetto ad un tempo, ma non possono essere giustificazioni. Il tuo lavoro è il tuo lavoro e la lucidità per farlo devi averla sempre. Non entro nel merito di certe cose perché, ribadisco, non esistono giustificazioni, ma non bisognerebbe mai dimenticarsi che, ricoprendo un certo ruolo, si è davvero un esempio per chi si ha davanti, oltretutto quando i bambini sono così piccoli».

Anche il cyberbullismo è purtroppo un tema di attualità da parecchio tempo.

«A scuola ne parliamo tanto. Con la materia che faccio, le letture delle nostre antologie danno un sacco di spunti da questo punto di vista e capita di discuterne spessissimo. Io raccomando ai ragazzi di fare un uso di internet il più intelligente possibile, di non aggregarsi ai beceri pecoroni che fanno commenti con parolacce giusto per fare effetto e farsi notare, di ricordarsi sempre che quando si parla non lo si fa ad uno schermo, ma che dietro ci sono le persone e le conseguenze di quello che si scrive e che si dice ci sono e a volte sono anche molto pesanti. Bisogna sempre pensare prima di scrivere».

Avete avuto casi particolari nella vostra scuola?

«Grazie a Dio casi di bullismo in senso violento no. Ogni tanto però è stato necessario intervenire perché magari si sono presentate situazioni spiacevoli sui social e volevamo evitare che la situazione degenerasse».

Passiamo alla sua “altra” vita, quella in cui invece che correggere compiti crea storie. Parliamo delle sue fatiche letterarie. Come le è venuto di passare da insegnante a scrittrice?

«è una passione che ho sempre avuto. Come racconto ogni tanto quando vado a presentare i libri, la scrittura si associa ad un periodo non particolarmente bello della mia vita. Avevo bisogno di qualcosa che in un determinato momento della mia esistenza mi aiutasse e la scrittura è stata la prima cosa a cui ho pensato. Mi faceva un gran bene passare un paio di ore in compagnia dei miei personaggi e dei loro posti: ‘viaggiavo’ con loro e poi tornavo carica alla vita di sempre. Poi, visto che mi pareva che il risultato fosse lusinghiero, mi sono detta ‘perché non tentare anche di diffondere la mia opera?’. Due libri li avevo pubblicati io, mentre per l’ultimo “Il vestito di Marabù”, il terzo, ho provato a chiedere il parere di una casa editrice e ho avuto esito positivo. è stata una grande soddisfazione».

Di che cosa parlano i suoi libri?

«Sono tutti gialli, perché sono appassionata di quel genere. Mi rendo conto che dovrei forse tentare qualcosa di più originale, perché sono molto “agata-cristiana”: ammiro molto la signora in questione e amo il giallo thriller, non mi piacciono le storie troppo sanguinanti. Il morto naturalmente c’è, ma mi piace molto di più quello che c’è intorno, il colpevole, la tensione, l’interagire dei personaggi, che non è sempre chiaro chi siano e che ruolo abbiano, per cercare anche di confondere un po’ le idee al lettore, se no è tutto troppo facile!».

Quanto tempo ha dedicato alla stesura dei libri?

«Il tempo è sempre variabile, con una grandissima incognita, perché il tempo per scrivere lo rubo a tante altre cose. Mi è capitato di scrivere spesso alla sera. Il libro, gioco-forza, diventa una delle ultime cose da fare, perché prima ci sono altre priorità».

Ha in mente un quarto libro?

«Sì…bisognerebbe però chiedere anche il parere dell’editore! Quando ho pubblicato quest’ultimo libro che parla di Mornico Losana, ho pensato che fosse una cosa carina far continuare le indagini a zonzo per l’Oltrepò, quindi mi è balenata l’idea di portare la scena da un’altra parte. Vedremo cosa riuscirà a combinare la protagonista del mio racconto…».

  di Elisa Ajelli

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