Martedì, 23 Aprile 2019

TERRE D’OLTREPÒ, I SOCI APPROVANO LA TRANSAZIONE IN UN’ASSEMBLEA AI MINIMI STORICI

Ad inizio mese i soci della cooperativa Terre d’Oltrepò si sono trovati al Teatro Carbonetti di Broni a dover discutere sulla proposta di transizione da parte degli ex amministratori della cooperativa oltrepadana, i quali hanno offerto una cifra di 3,2 milioni di euro, chiedendo in cambio la revoca dell’azione di responsabilità votata due anni fa, dalla grande maggioranza de soci. Questa  cifra permetterebbe alla Cantina di pagare circa il 70% della multa complessiva di 4,6 milioni di euro. Quest’ultima cifra è frutto di una “proposta concordata delle sanzioni” già avvallata dal cda e votata nell’ultima assemblea soci di metà gennaio. Da quel che è trapelato a fine assemblea, i soci hanno preferito chiudere la questione economica il prima possibile, in modo da limitare l’esposizione della cooperativa alla minore cifra di 1,4 milioni di euro. Ma non tutti i soci presenti sono soddisfatti del risultato…

L’ingegnere Enrico Bardone è stato presidente ed amministratore delegato di Snamprogettibiotecnologie SpA (Gruppo Eni) per quasi 15 anni. Nel campo vinicolo, col la sua società, aveva messo a punto dei sistemi di osmosi inversa per l’arricchimento dei mosti zuccherini. Titolare di una azienda agricola presso la località Sgarbina, è stato eletto consigliere di Terre d’Oltrepò nel 2016 nella lista unitaria delle varie associazioni di categoria. Precedentemente era socio della Cantina di Casteggio, di cui la famiglia era stata fondatrice, senza mai aver ricoperto ruoli amministrativi. Fa inoltre parte del sindacato proprietari conduttori di Confagricoltura.

Bardone, si è appena conclusa l’assemblea soci di Terre d’Oltrepò. Com’è andata?

«In assemblea erano presenti 138 su 654 soci, praticamente poco più del 20% dei soci».

Un numero abbastanza basso…

«Questa è stata l’assemblea con il minor numero di partecipanti a cui io abbia mai partecipato. Anche l’ultima volta eravamo in 226. Questo è stato un segnale di disinteresse dei soci sulla situazione attuale. Molti inoltre non si presentano più in assemblea perché sono perplessi sull’andamento dei dibattiti».

All’ordine del giorno c’era la votazione alla proposta di transazione degli ex amministratori. Come si sono espressi i soci presenti?

«Dei presenti 103 soci, circa il 75% ha votato a favore accettando la proposta di transazione di Cagnoni e di alcuni degli ex amministratori, ritirando la richiesta dell’azione di responsabilità. Questo 75% però alla fine rappresenta solamente il 16% del corpo sociale. La cosa incredibile è che il documento ufficiale della proposta di transazione è arrivato alle 13.43 di oggi. Questo ha causato parecchio imbarazzo alla dirigenza, tanto da far slittare di quaranta minuti l’assemblea. Va sottolineato che grazie all’insistenza di un socio abbiamo ottenuto che l’intero documento venisse letto in assemblea, altrimenti ci avrebbero proposto un riassunto. Da qui è emerso che la transazione non comprende solo ex amministratori, ma anche alcuni parenti dell’ex direttore. Inoltre è stato sottolineato che la transazione è “tombale”: se dovessero essere accertati successivamente altri danni causati dalla loro amministrazione, noi soci non possiamo più fare nessuna azione contro di loro».

Ritiene quindi che il CDA non operi in trasparenza con i soci?

«In parte sì. Siamo andati ad un assemblea senza avere determinate informazioni, nonostante le nostre richieste. A norma di legge non sarebbero comunque stati obbligati a mandarci la documentazione prima, perlomeno si poteva avere una sintesi minima delle problematiche, tanto da informare il socio. Va comunque detto che in assemblea è stato letto tutto il documento, ma avremmo preferito essere informati prima. Certo che un consiglio che convoca un’assemblea soci per discutere una transazione, ma il documento ufficiale arriva solamente alle 13.43, ha qualcosa di incredibile…».

Nel 2018 lei si era candidato come consigliere nella lista contro il presidente Giorgi, che partiva sfavorito. Nonostante ciò la lista del presidente ha ottenuto il 100% dei posti in consiglio. Come se lo spiega?

«Nella nostra lista sia Granata che Bagnoli non erano stati inseriti e si sono presentati autonomamente. Questo ha in parte causato una frammentazione dei nostri voti».

Come vede l’operazione “La Versa”?

«Io avevo votato contro, non perché avessi qualcosa in contrario a “La Versa”. Avevamo già problemi legali, fiscali e di vario genere da risolvere nella nostra cooperativa e non mi sembrava opportuno andarci ad infilare in un’operazione del genere che, anche dal punto di vista economico, si presentava rischiosa».

Antonio Bagnoli, architetto e socio storico, da mesi illustra le sue perplessità riguardanti la gestione della cooperativa oltrepadana.

Bagnoli, lei in assemblea ha fatto un lungo intervento…

«Premesso che io sono un garantista, ritengo illogico definire una transazione quando non si sa ancora la reale colpevolezza delle persone con cui si intende transare. Dato che non abbiamo urgenza, bisogna aspettare la risoluzione penale e da ciò noi possiamo capire la gravità del loro coinvolgimento. E poi c’è un altro discorso da affrontare…».

Di cosa si tratta?

«I nostri avvocati hanno chiesto più di sei milioni. Perché adesso dobbiamo accettare una transazione a 3,4 o 3,5 milioni? Hanno sbagliato i conti prima? Li stanno sbagliando adesso? Questi soldi sono stati sottratti precedentemente dalla cooperativa o vengono dal loro capitale personale? è una situazione da definire con degli indagini. Non ha senso transare in questa situazione, non possiamo chiedere il pagamento di un danno che noi soci ancora non conosciamo».

Ha ottenuto delle risposte in assemblea?

«No, anche se c’è stato un avvocato civilista che praticamente mi ha dato ragione, dicendo che ad oggi non possiamo ancora sapere la provenienza di quei soldi. Solo un processo penale po’ fare chiarezza».

Quindi, in poche parole, che impressioni ha avuto da questa assemblea?

«L’assemblea è stata la sconfitta di Giorgi, il quale ha dimostrato di essere riuscito a distruggere il corpo sociale. Non lo dico io, ma lo dicono i dati. Dei 654 soci, se ne sono presentati 138. Nessuno crede più alle assemblee, i soci si sentono presi in giro, perché di certe operazioni vorrebbero essere informati prima. La trattativa della transazione non è nata l’altro ieri, ma se ne parla da mesi e mesi. Perché allora il presidente, il quale ritiene che ci sia volontà di informare i soci sulla situazione aziendale, nelle cinque riunioni zonali non ha mai detto che stavano trattando una transazione? Per quale motivo ci ha tenuto all’oscuro di tutto fino all’assemblea? Giorgi e tutto i consiglio sapevano quello che stavano facendo ed hanno avuto parecchie occasioni per informarci».

L’avvocato Ennio Granata è titolare dell’Azienda Agricola Granata Giorgio di Borgo Priolo. è stato per quattro anni vicedirettore generale di Ersaf. Ex socio della Cantina di Casteggio, favorevole alla fusione con Broni, ha ricoperto la carica di consigliere di Terre d’Oltrepò dal giugno del 2016 all’ottobre 2017.

Granata,  alla scorsa assemblea lei non era presente. Cosa ne pensa della scelta fatta dai soci?

«Ho preferito non partecipare all’assemblea, come è già accaduto alcune altre volte. Come socio dissenziente mi riservo l’impugnazione della delibera assembleare, in quanto ritengo dannosa l’approvazione della transazione».

Cosa non l’ha convinta?

«Erano stati fatti pignoramenti per l’azione di responsabilità sociale per 9,2 milioni, e hanno transato a 3,2 milioni. C’era una certa fretta di chiudere perché, così facendo, la cantina si preclude un’eventuale responsabilità di costituzione di parte civile e i soggetti, in sede penale, potranno far valere questa delibera dimostrando che il risarcimento è avvenuto. La manovra è chiara e gli interessati hanno tutto da guadagnare, chiedendo la diminuzione della pena di un terzo».

Granata, lo scorso febbraio abbiamo pubblicato una sua lettera in “Lettere al direttore”, nella quale ci illustrava la sua perplessità sull’operazione “La Versa”. Secondo lei, dati alla mano, c’è il rischio che Terre d’Oltrepò paghi sempre meno le uve?

«Tengo a fare una precisazione iniziale: il 16 marzo entrerà in vigore la nuova legge della riforma del fallimento. Questa norma assoggetta anche le cooperative a questa procedura di riforma del fallimento con la quale non sfuggiranno alle procedure di liquidazione giudiziaria, preceduta da una segnalazione doverosa dei vari organi di controllo. Quindi, certi creditori privilegiati potranno segnalare uno “stato di allerta” e sottoporre la cooperativa alle procedure di liquidazione. Parliamo invece di “Valle della Versa srl” (società costituita ad hoc per l’acquisizione di La Versa composta al 70% da Terre d’Oltrepò e 30% Cavit, ndr). Questa ha già avuto una perdita di 512 mila euro, a fronte di un capitale sociale di 1 milione e quindi dovrà per forza essere ricapitalizzata. Il 30 giugno è vicino e non ci sono molte speranze. Per quanto riguarda il pagamento delle uve, secondo me, si farà fatica ad arrivare a pagare i 59 euro al quintale, il prezzo medio di due anni fa.

Abbiamo due fattori negativi incombenti: “Valle della Versa srl” in negativo, che ha già perso più della metà del capitale sociale, e i 700 mila euro anni, per 7 anni, da restituire alle banche per l’acquisizione di “La Versa”. Purtroppo gli agricoltori se ne accorgeranno quando prenderanno la “legnata”, ma sarà troppo tardi».

Sempre in merito alla lettera del febbraio scorso, Lei dichiarava che “le due società, decorsi i cinque anni, (Tdo e Cavit) possono esercitare un diritto (Put) di acquistare la quota in possesso dell’altro socio ad un prezzo ragguagliato al valore della quota del socio, da cui va detratto l’ammontare delle perdite degli ultimi esercizi”. Di questo diritto il presidente Giorgi, o gli amministratori, ne ha mai parlato con voi soci?

«Attraverso un patto Cavit può rilevare il 70% di “La Versa” di proprietà di Terre d’Oltrepò. La cifra viene determinata dal valore d’acquisto una volta detratte le perdite d’esercizio. Quindi con circa 2 milioni di euro la società può passare a Cavit. Ma nessuno della dirigenza ce ne ha mai parlato direttamente».

Come sapete dell’esistenza di questo “patto”?

«Ne siamo certi, anche se l’atto non ce l’hanno mai fatto vedere».

Precedentemente, sempre tramite una sua lettera, avevamo pubblicato una sua risposta al Direttore Stenico, in cui parlava di una pre-esistente “spa” controllata al 98% da TDO. Più precisamente di cosa si trattava?

«Anni fa era stata costituita una società “Valle Versa Spa”, con capitale sociale di 50.000 euro, controllata al 98% da Terre d’Oltrepò, con lo scopo di rilevare “La Versa” . Venni nominato amministratore unico nel gennaio 2017».

E chi erano il rimanente 2%?

«Altri due soci di Terre d’Oltrepò».

Come mai poi non è stata utilizzata questa Spa per rilevare “La Versa”, ma ne è stata creata un’ulteriore, come Srl?

«Il motivo è molto semplice. Io avevo espresso il mio parere negativo all’acquisizione di “La Versa”. Quindi essendo amministratore unico non avrei mai permesso tale operazione con queste condizioni, perché ne avevo i poteri. Non bastava il parere di Terre d’Oltrepò. Quindi il cda della cooperativa ha creato una nuova società, domiciliata presso uno studio di Milano, con la quale ha stretto i patti parasociali con Cavit, portando a termine l’acquisizione. L’Spa è stata sciolta il 22 dicembre 2017, quasi un anno dopo l’acquisizione di “La Versa”, avvenuta nel febbraio dello stesso anno. Io tentai di oppormi, ma non potevo fare nulla contro la delibera di un socio di maggioranza al 98%. è stata immediatamente liquidata ed ora risulta regolarmente estinta».

Ha mai ricevuto una risposta scritta o anche orale dalla dirigenza?

«Mai».

Emilio Bosini, già nei primi giorni dopo lo scandalo del 2014 si era da subito fatto portavoce di quella compagine societaria estranea alle indagini. Eletto consigliere nel giugno 2016, ha mantenuto questa carica fino al luglio 2017, quando ha rassegnato le proprie dimissioni in seguito ai contrasti avuti con i vertici.

Bosini, che impressioni ha avuto da questa assemblea?

«C’è poco da dire. Questa è l’ennesima sconfitta di Giorgi, il quale ha sempre “sventolato” che la cantina era parte lesa, salvo poi doversi appiattire facendo votare un patteggiamento prima e una transazione tramite la quale verranno restituiti i nostri soldi. Prima aveva sempre sostenuto che era doveroso chiedere i danni e far pagare fino all’ultimo i colpevoli».

Quindi è una contraddizione?

«Certo, lui ha sempre sostenuto una cosa, salvo poi portare i soci ad approvare esattamente tutto quello che è stato deciso da altri, non da noi. Noi avevamo tutte le carte in regola, lo dicevano anche lui e gli avvocati, per dichiararci parte lesa. Ora accettando il patteggiamento l’azienda si è dichiarata colpevole, ammettendo di fatto di aver ottenuto un beneficio pari a 18 milioni di euro e quindi di essere stata correa con l’operato dell’ex direttore Cagnoni. In occasione di questa decisione l’azione di responsabilità non aveva più senso. è già un successo aver portato a casa dei soldi, che poi sono i nostri soldi. A questo punto bisognava essere coerenti, farsi dare i soldi da Cagnoni e non andare a chiedere nulla agli altri amministratori e finirla lì. Oppure si andava a chiedere i soldi a tutti quelli che hanno concorso a questa situazione. O tutti o nessuno».

Se l’illecito iniziale era di 18 milioni, come si è arrivati a pagarne solo 4,5?

«Facciamo chiarezza. 18 milioni di euro riguardavano il rischio potenziale stimato dalle indagini, non era una sanzione. La vera domanda è: la nostra azienda cosa ha fatto per dimostrare che l’illecito non era di 18 milioni ma poteva essere inferiore? Qualcuno ha mai pensato di fare delle controperizie per dimostrarlo? No. Ci si è solo premurati di trattare con il PM un patteggiamento e ridurre la cifra».

Subito dopo lo scandalo lei si candidò, insieme ad altri nomi nuovi, contro la lista di amministratori storici. Il corpo sociale all’epoca votò in maggioranza per riconfermare la “vecchia guardia”. Pensa che se allora si fosse votato diversamente, si sarebbero limitati i danni? Oppure la situazione, essendo già tragica, sarebbe stata incontrollabile?

«Io ritengo che la situazione sia più tragica adesso di allora. All’epoca c’era un’amministrazione che dal punto di vista etico, morale e di immagine non poteva più restare in carica.  Erano tutti indagati, alcuni anche per associazione a delinquere, quindi non aveva alcun senso riconfermarla. Noi siamo stati eletti un anno e mezzo dopo. In questo periodo molte cose potevano essere sicuramente fatte, ma ormai  la situazione era quella. Ora non è di certo meglio di prima, in quanto ci sono degli indagati “pesanti”, rinviati a giudizio, che siedono nel consiglio».

di Manuele Riccardi

IL-PERIODICO-MEZZA-PAGINA-enel-coghera Il-periodico-FASTCON ADORNO-aprile Verde-Ferrari_mezza-01-copy-copia
  1. Primo piano
  2. Popolari