Martedì, 26 Marzo 2019

MONTALTO PAVESE - «CI PIACEREBBE VEDERE UN CONSORZIO DEL VINO CHE FACCIA BENE E CHE PERMETTA AI PRODUTTORI DI FARSI CONOSCERE»

Elisa e Silvia Piaggi sono “Lefiole”. Originarie di Montalto Pavese, nate e cresciute nel territorio oltrepadano fino ai vent’anni circa, si sono poi trasferite a Milano per intraprendere gli studi universitari. Hanno deciso di tornare per iniziare un progetto legato al vino e all’attività di famiglia e hanno costruito così un loro personalissimo brand. Elisa ha 40 anni e da 15 lavora nell’editoria e al momento vive sul lago Maggiore.  Silvia, invece, di anni ne ha 36 ha studiato prima a Milano e poi a Londra: vive attualmente nel capoluogo lombardo e si occupa di turismo online.

Prima di tutto come nasce la passione per il vino?

«C’è sempre stata l’azienda di famiglia, fin dagli anni Venti con i nostri nonni. Il nonno aveva iniziato ad acquistare i primi terreni intorno alla casa e con nostro padre l’azienda si è poi pian piano ingrandita. Abbiamo al momento 12 ettari di terreno, di cui dieci sono vitati. Erano anni che pensavamo noi sorelle di fare qualcosa, per la nostra azienda e per il nostro territorio, anche perché il papà non continuerà in eterno a lavorare la terra e vogliamo quindi esserci noi. Lui continua comunque in questo lavoro, perché è la sua vita e la sua passione. Fino ad oggi lui ha sempre conferito le nostre uve alla cantina sociale: quando c’era ancora il nonno si vinificava, ma dopo la sua scomparsa si è deciso di fare così».

Nel 2017 arriva la svolta…

«Sì, abbiamo preso questa decisione e abbiamo scelto di vinificare solo una piccola parte della produzione totale: circa il 10% viene vinificato e abbiamo creato i nostri due vini, mentre il resto viene ancora conferito alla cantina».

Come vi è nata questa idea?

«Noi siamo nate a Montalto e abbiamo un forte legame con il territorio e con le zone in cui siamo cresciute. È vero che siamo “fuori casa” da parecchio tempo, ma proprio perché c’è questo legame e questo sentimento volevamo continuare a coltivare e a mantenere la tradizione di famiglia. Quello che ci ha spinto nella scelta, inoltre, è il fatto di dare un contributo all’Oltrepò Pavese, che secondo noi ha tanto bisogno di essere conosciuto e apprezzato. Volevamo dare un nostro tocco, anche di femminilità».

Il nome che vi identifica “Lefiole” come è stato deciso?

«è nato pensando al territorio, alla femminilità e al fatto di valorizzare quello che volevamo creare. Abbiamo invitato un gruppo di amici che ci conoscono e sanno bene le nostre caratteristiche e i nostri valori: abbiamo raccontato loro quello che volevamo esprimere nel nostro progetto, ossia qualcosa legato ai punti che abbiamo detto prima, alla famiglia, che fosse fresco e nuovo…

Nella giornata sono uscite diverse idee e quella che ci è piaciuta di più è stata appunto “Lefiole”: un po’ perché riprende la parola dialettale che vuole dire ragazze e poi nostra mamma è marchigiana e ci chiama sempre così, non usando la parola in dialetto vera e propria. Abbiamo deciso poi di scriverlo tutto attaccato e di creare un nostro logo che ricorda il volto di una donna di profilo: volevamo qualcosa di unico e questo brand ci rispecchia davvero molto».

Quali vini producete?

«Il pinot grigio Elivià e il pinot nero Alené. Anche qui abbiamo giocato nella creazione dei nomi: il primo è la fusione di Elisa e Silvia, mentre Alené l’abbiamo dedicato ai nostri genitori che si chiamano Angela ed Enzo. Abbiamo scelto dei vitigni nobili: abbiamo optato per il pinot nero, vino principe dell’Oltrepò e ci sembrava giusto fare anche il pinot grigio. Questi vini ci rappresentano, perché sono prodotti giovani e freschi».

Il progetto vero e proprio quando è partito?

«A dire il vero è iniziato molto velocemente. Ci pensavamo da un po’, ma la decisione vera e propria è arrivata nel 2016. Ristrutturando la vecchia cascina del nonno, abbiamo trovato due vecchie bottiglie dei nostri anni, quindi 1978 e 1982: ci è sembrato davvero un segno del destino. Poi abbiamo deciso di fare anche un corso di avvicinamento al vino e lì abbiamo iniziato a raccontare il nostro progetto all’enologo, che ci ha dato una grande mano nella realizzazione. Nel 2017 abbiamo fatto la prima vendemmia».

Vostro padre come ha preso la vostra decisione?

«Forse all’inizio era un pochino perplesso, ma solo per il fatto che il territorio dell’Oltrepò non è valorizzato al punto giusto… adesso sicuramente molto contento. Sia lui che nostra madre ci stanno dando una grandissima mano e stanno partecipando insieme a noi al progetto. Poi grazie a lui i vini sono veramente buoni perché lavora la terra con un amore incredibile: ha il suo metodo che si è creato con tanti anni di esperienza».

Dove vendete il vostro vino?

«Abbiamo appena iniziato e quindi al momento la vendita la stiamo facendo in Cantina e in Oltrepò: dobbiamo farci conoscere. Stiamo iniziando poi a spostarci verso Milano e il lago Maggiore, visto che ci viviamo. Poi in futuro ci piacerebbe sicuramente tentare anche il mercato estero…il tutto però a piccoli passi. Per adesso abbiamo prodotto 4000 bottiglie per tipologia di vino».

Cosa ne pensate del Consorzio e del Distretto del vino?

«Al momento non siamo ancora legate a questi enti. è difficile parlarne senza avere esperienza. Quello che possiamo dire che associazioni così, se funzionano bene, possono dare sicuramente vantaggi. Bisognerebbe andare tutti nella stessa direzione per il bene del territorio e ci piacerebbe vedere un Consorzio che faccia bene e che permetta ai produttori di farsi conoscere. Al momento non abbiamo ancora avuto modo di fare una bella chiacchierata… ma lo faremo di sicuro in futuro».

Il fatto di arrivare dall’Oltrepò ha rappresentato un ostacolo per voi?

«Il territorio ha qualche problema e lo sanno tutti, ma negli ultimi anni abbiamo notato che c’è tanto avvicinamento al mondo del vino e anche l’Oltrepò sta iniziando a farsi conoscere. Ci sono tanti produttori che fanno bene. è chiaro che è più difficile emergere perché la concorrenza è tanta, ma secondo noi siamo in un periodo in cui si parla tanto di cibo e di vino e qui nel territorio ci sono tanti prodotti buoni che secondo noi riusciranno a essere valorizzati».

Progetti per il futuro?

«Abbiamo iniziato a commercializzare nel giugno del 2018, quindi da poco… il progetto principale per noi è quindi quello di farci conoscere. Stiamo mettendo a punto un piano per capire quali siano le possibilità principali: qualche fiera sicuramente e il continuare a utilizzare con buonsenso i social. Abbiamo le pagine Facebook ed Instagram, che cerchiamo sempre di movimentare mettendoci la faccia. Facciamo vedere i vari step del nostro progetto».

 di Elisa Ajelli

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