Martedì, 22 Gennaio 2019

OLTREPÒ PAVESE - «IN QUESTO CONSORZIO, TORREVILLA NON SI RICONOSCE NEL MODO PIÙ ASSOLUTO»

Torrevilla, storica cantina sociale dell’Oltrepò Pavese con sede a Torrazza Coste e Codevilla, è stata oggetto negli ultimi tre anni di un importante lavoro di ristrutturazione. I risultati sono notevoli. E non a caso, in seguito a questa fase espansiva per le idee, oltre che per gli indici meramente economici, sta diventando sempre più un punto di riferimento anche per gli altri produttori. Nuove adesioni di una certa caratura si sono registrate nella compagine associativa, fra le quali alcune delle più importanti cantine dell’Oltrepò Pavese. Tutte accomunate da obiettivi qualitativi non sempre scontati nel passato anche recente. È soprattutto da questi rapporti di collaborazione, e prima ancora di amicizia, che passano i destini di un comparto, quello vitivinicolo, che vive un momento di travaglio prolungato; che tuttavia potrebbe essere il preambolo a un periodo di riforme strutturali finalmente decisive. E Torrevilla, con il suo presidente Massimo Barbieri che abbiamo incontrato in questa intervista, è pronta a giocare un ruolo da protagonista.

Presidente, ci descriva il momento attuale di Torrevilla.

«Torrevilla si è rafforzata molto nell’ultimo triennio. Nell’ultima fase sono state portate tante innovazioni, a livello interno prima di tutto, con una ristrutturazione aziendale sia dal punto di vista del personale, sia in relazione ai livelli di efficienza e di produttività. Razionalizzazione, soprattutto, con un forte risparmio sui costi di gestione».

Quali sono stati i punti di partenza per questa ristrutturazione?

«Bisogna partire dal fatto che è cambiata la direzione, è cambiata la presidenza, ed è cambiato il Consiglio d’Amministrazione. Questo ha dato nuovi input alla gestione, con un impegno molto gravoso, sia per la direzione, sia per le risorse interne».

Ci sono state resistenze interne al cambiamento?

«Diciamo che sì, qualche resistenza c’è stata, ma non in senso negativo. L’impostazione che è stata data era tesa a una responsabilizzazione che ha anche premiato chi ha capito il passaggio. Da parte dell’amministrazione non c’è la volontà di penalizzare, anzi: in parte è già stato fatto ed in parte vorremo premiare i nostri dipendenti, adeguandoci a una visione meritocratica. Questo alla fine è una piccola azienda, con un numero limitato di dipendenti: una grande famiglia dove tutti devono dare il meglio di sé».

In cosa si concretizza questo efficientamento?

«Un dato inequivocabile: pur mantenendo costante la produzione abbiamo diminuito del 75% gli straordinari. Questo è un segnale di efficienza. Addirittura abbiamo eliminato il lavoro di imbottigliamento nella giornata di sabato. Si lavora in anticipo, non in emergenza. Tutti questi dettagli ci avvicinano sempre più a quella che deve essere la gestione di una pura e semplice azienda privata. E non abbiamo licenziato nessuno».

Anche i collaboratori esterni sono stati premiati, di recente, in una giornata dedicata…

«Abbiamo rivoluzionato la catena agenti, con l’inserimento di nuove figure, che sono più rivolte a una vendita di prodotti di qualità. L’approccio è diverso, fra l’agente che propone il fusto o la bottiglia di qualità. Questo è stato reso possibile anche grazie al responsabile del nostro canale Ho.re.ca., il dottor Piva, inserito in organico due anni fa, e al cambiamento della vision aziendale. Oggi nel canale Ho.re.ca. ci proponiamo quasi in via esclusiva con Genisia, la nostra linea di alta gamma, e con gli spumanti. Dietro questo c’è anche un lavoro di miglioramento qualitativo».

In cosa consiste?

«In parte nell’aver utilizzato in modo maggiore la consulenza del professor Valenti, che già era in azienda e che ha incrementato il suo impegno con noi. E poi dall’importante lavoro del direttore Picchi, proprio sulla lavorazione dei prodotti, e dall’importantissima collaborazione della base sociale a livello produttivo. Oggi Torrevilla usufruisce di un grande lavoro di zonazione. La vendemmia viene effettuata con la prenotazione da parte di Torrevilla delle uve: non sono più i soci che conferiscono in modo spontaneo, ma lo fanno secondo un calendario fatto di scelte tecniche, che tiene conto di diversi fattori come esposizione dei terreni, altitudine, campionamenti… è Torrevilla che sceglie, in modo da ottenere basi qualitative uniformi».

La zonazione è stata, certamente, una svolta per l’azienda, che è sempre più orientata a una produzione di qualità. Quasi un miracolo, considerando l’entità del cambiamento e lo stravolgimento di procedure condivise e cristallizzate da decenni…

«Non voglio dire che in questi tre anni si siano fatti miracoli. È stato un percorso più lungo, la zonazione è un lavoro che ha richiesto dieci anni, ed è stato fatto in modo serio. Negli ultimi tre anni questa impostazione è stata implementata in modo anche intransigente».

Da parte dei soci, invece, si sono alzate barricate?

«Guerre no, ma non è stato un passaggio così scontato. Sicuramente si sono creati alcuni mugugni, ma quando si cambiano abitudini consolidate è comprensibile».

Quali risultati si sono ottenuti con questo periodo di riforme?

«Innanzi tutto questa razionalizzazione ha portato anche a un maggior dividendo sulle uve, che poi è la finalità principale della nostra azienda. Rispetto a tre anni fa la retribuzione delle uve è aumentata del 90%, anche perché si partiva da molto in basso. Stiamo operando in modo molto intenso perché questi prezzi possano essere anche superiori, in aumento; per renderlo possibile stiamo lavorando tantissimo per impostare, e diciamo identificare l’azienda sempre più con la produzione spumantistica. Quindi una valorizzazione specifica sul Pinot Nero, anche vinificato in rosso».

Due bandiere, per Torrevilla.

«Dobbiamo identificare l’azienda in primis, ma sarebbe auspicabile tutto il territorio, su questi prodotti. A tal fine è stata inserita anche una collaborazione fissa con un’agenzia di comunicazione, la ‘‘Multimedia”».

Perché avete deciso di acquisire questa collaborazione?

«Dobbiamo imparare sempre più a comunicare. A trecentosessanta gradi. Ci stanno aiutando molto, ed è molto importante, siccome non pensiamo di essere dei tuttologi, qui. Questa è oggi un’azienda strutturata. Abbiamo un responsabile commerciale, un enologo, un responsabile della comunicazione, uno studio legale, e abbiamo la collaborazione di figure come quella del professor Valenti, fra i numeri uno a livello nazionale. Questo per dire che il presidente fa il presidente: io non faccio i vini, non faccio il commerciale, non faccio il comunicatore. Faccio il presidente, con tutto quello che compete a questa carica».

Non sia modesto: sarà pur sempre la governance aziendale a dettare la linea.

«È logico che esercito un controllo su tutto quello che succede in azienda e mi riservo l’ultima parola, ma ogni compito e ogni responsabilità è ben definita. Il presidente tira la linea ogni mese. E si impegna per la parte più istituzionale, politica dell’azienda».

Parliamo della vendemmia appena trascorsa e del momento attuale in cui versa il comparto vitivinicolo.

«Il contesto dell’anno in corso non è sicuramente un contesto economico e commerciale positivo, a livello nazionale. La grande produzione di uva, non solo in Oltrepò ma sul territorio nazionale, ha fatto sì che ci sia un calo dei prezzi notevole. Per tanti motivi. Chiaramente il territorio Oltrepò è a maggior rischio, per via di una mancanza di immagine territoriale. Ciò nonostante vorrei far notare che la posizione di Torrevilla è abbastanza tranquilla».

Vogliamo scendere più nello specifico?

«Non andrò a fare dei prezzi per l’anno prossimo perché sarebbe prematuro, ma diciamo che Torrevilla non ha problemi a livello commerciale, e che il nostro prodotto per la parte sfusa che non commercializziamo direttamente è tutto sotto contratto e con prezzi in linea con quelli della vendemmia dell’anno scorso. L’unico timore che abbiamo sono le politiche di basso prezzo attuate dalle aziende concorrenti, che potrebbero creare qualche problema anche a Torrevilla. Comunque stiamo operando su tutti i fronti, compreso l’estero, per far sì che i soci siano soddisfatti anche dei dividenti della vendemmia 2018».

E per quanto riguarda gli acconti?

«Torrevilla effettuerà il primo acconto per il 20 dicembre, come ormai di consuetudine. Per quanto riguarda la cifra, posso dire che sicuramente non distribuiremo un acconto inferiore a quello dell’anno scorso. A giorni si riunirà il CDA e l’intenzione, se possibile, è di riconoscere qualcosa in più sul prezzo al quintale, proprio in considerazione della difficile annata 2017 dove si ha avuta poca produzione, e quindi cercheremo di far sì che il valore, nel limite del possibile, soddisfi l’esigenza dei soci».

Superiore o inferiore ai 10 euro?

«Sicuramente superiore».

Se posso permettermi, sembra non esserci nulla da invidiare agli altri attori del comparto…

«Ripeto: questa è una piccola azienda, perché non ci riteniamo a livello dimensionale un colosso. Certo non siamo un’azienda famigliare».

E questo significa, d’altra parte, che la macchina amministrativa abbia un grado di complessità elevato, difficile da apprezzare nelle sue infinite sfaccettature. Lei come ‘‘nuota’’ in questo mare aperto, dove sembra difficile individuare punti di riferimento?

«Ritengo per me sia stata una fortuna avere un percorso nel CDA come quello che ho avuto, partendo da consigliere per poi divenire vicepresidente con deleghe e infine presidente. Questo percorso mi ha fornito una conoscenza massima di quello che accade in azienda. Il direttore che si è inserito in azienda due anni fa vi collaborava già da tredici. Quindi diciamo che c’è stato un cambiamento nella continuità. Stiamo ponendo dei correttivi su alcune cose che potevano essere migliorate, usufruendo anche di una serie di consulenti. Certo, il cambiamento è avvenuto nella continuità. Non denigriamo e non cancelliamo ciò che è stato finora, ci mancherebbe: se Torrevilla ha 120 anni diciamo grazie a chi c’è stato finora. C’è stato un adeguamento ai tempi».

Un pensiero al futuro?

«Speriamo di continuare così… la mia posizione sarà di passaggio, poi speriamo ci possa essere qualcuno migliore di me».

Quanto tempo passa in azienda?

«Secondo mia moglie anche troppo… diciamo che c’è una presenza molto costante, cosa di cui Torrevilla ha bisogno. Fino a tre anni fa non esisteva nemmeno un ufficio del presidente…».

Passando alle vicende che involgono i rapporti che Torrevilla intrattiene con gli altri operatori, è d’obbligo una domanda sui travagliati rapporti che intercorrono con il Consorzio, dal quale Torrevilla è uscita pochi mesi fa. Vuole dirci la sua su quanto è accaduto?

«Riteniamo il Consorzio, almeno teoricamente, la struttura principale di confronto e di tutela. Però in questo Consorzio Torrevilla non si riconosce nel modo più assoluto, perché si tratta di un’organizzazione che, come stabilito dalle norme - e non in modo illecito, per carità - è basata sulla quantità di prodotto, e non rappresenta se non in modo marginalissimo le aziende virtuose e votate alla qualità».

Per cambiare le regole ci vorrebbe un intervento ministeriale. Centinaio ormai bazzica con una certa frequenza nelle principali cantine dell’Oltrepò…

«Questo cambiamento, sicuramente, ci auguriamo succeda. Ci giunge notizia siano in essere alcune valutazioni a livello ministeriale. D’altra parte, non è da ieri che ci battiamo. In questo Consorzio già da anni avevamo tenuto posizioni di contrasto, tanto è vero che ne eravamo già usciti tre anni fa. Poi eravamo rientrati perché c’erano proposte che condividevamo ed eravamo arrivati a un minimo di accordo trasversale».

Lo scorso inverno l’accordo sui nuovi disciplinari pareva essere una svolta sincera e decisiva…

«Noi eravamo entrati proprio in merito a quell’accordo. Poi Torrevilla aveva chiesto la possibilità di inserire oltre al proprio rappresentante anche tre persone di nostro gradimento, che pur essendo in minoranza ci avrebbero dato una forma di garanzia su certe scelte future. Questo non è stato accettato, Torrevilla ne ha preso atto e ha deciso di uscire». (i membri del CDA sono quindici, eletti in proporzione paritetica dalle tre categorie dei produttori, degli imbottigliatori e dei vinificatori, ndr)

Si riconosce nella definizione di ‘‘dissidente’’?

«Il presidente di Torrevilla è molto coerente e trasparente. Non pensa di obbligare altri su scelte non condivise, ma rivendica l’autonomia di fare le proprie scelte. Logico che la nostra posizione ha creato non poche complicazioni, perché è venuto meno l’erga omnes sulle varietà di uvaggio. In pratica il Consorzio, se rimane come oggi, diventa una semplice associazione di produttori. Per questo Regione Lombardia, con l’assessore Rolfi, ha organizzato un tavolo per vedere di ricomporre la situazione».

Non sarà che queste continue scissioni finiscano per diventare, alla fin fine, un bene per tutti? Pensa sia stata utopistica e superata l’idea di mettere nello stesso calderone aziende e territori perseguenti obiettivi così diversi?

«Spero il Ministero ne prenda atto. Però oggi ci relazioniamo con le normative esistenti. È difficile mettere insieme chi ha nel suo DNA un certo tipo di vendita, quella in cisterne, chi invece vende in bottiglia, e gli imbottigliatori. Sono realtà diverse. Difficilmente si possono trovare punti in comune. Servono nuove regole, sistemi innovativi per garantire a tutte le realtà la possibilità di lavorare nel migliore dei modi. E non ultimo un occhio di riguardo per i produttori, gli agricoltori, che devono poter vivere decorosamente. Spesso ci si dimentica che tutte queste situazioni vanno a ricadere in modo negativo su chi poi è alla base della piramide».

E a proposito di produttori, chi sono i soci di Torrevilla, oggi? Quanti sono anche conferitori?

«Circa 200 soci, di cui 170 conferitori. Negli scorsi 7/8 anni c’è stata una diminuzione della base sociale, determinata da tanti fattori, fra cui la remunerazione delle uve, e il fatto che alcune aziende sono state dismesse. Nel corso dell’ultimo anno c’è stato, invece, un cambio di tendenza, con l’adesione di un buon numero di nuovi soci. Fra questi anche aziende importanti dell’Oltrepò, come Monsupello, Montelio, Frecciarossa, e poi anche aziende di produzione; come Sisti, che è uno dei più grandi produttori dell’Oltrepò. I nuovi soci sono una dozzina, fra normali produttori e realtà di una certa caratura come quelle descritte, e questo ci fa piacere perché pensiamo di impostare una collaborazione importante a livello territoriale. Anche altre importanti aziende, come Adorno, sono soci storici».

A proposito di scelte strategiche e di sistema: vuole raccontarci perché avete scelto di puntare con decisione sul pinot?

«Innanzi tutto perché fortunatamente l’Oltrepò Pavese ha delle condizioni pedoclimatiche che favoriscono questo vitigno. Siamo uno dei più grandi produttori al mondo di ottimo pinot ed è un prodotto che può essere valorizzato per far sì che a trarne giovamento sia tutto il comparto. C’è spazio di mercato, non ci andiamo a scontrare con altre realtà; la spumantistica sta funzionando, il pinot vinificato in rosso verrebbe riconosciuto anche all’estero. E poi bisogna che questo territorio si identifichi con due prodotti, non con cento. Come capita da altre parti, deve essere identificato con un bianco e un rosso».

Il pinot sembra fatto apposta per questa visione.

«Noi abbiamo la fortuna che questo vitigno si addica a essere vinificato sia in bianco, sia in rosso. Detto questo, non è che si vogliano abbandonare bonarda, riesling e cortese; proprio valorizzando un territorio e alcuni prodotti si fa sì che questi facciano da traino per tutti gli altri. Oggettivamente non saremmo in grado di fare diversamente».

Mi pare che in Oltrepò ci sia una tendenza piuttosto rapida a cambiare idea sul prodotto cui puntare. Ad esempio: uno storico ed importante direttore del Consorzio di qualche anno fa, Carlo Alberto Panont, credeva molto nelle potenzialità del Rosso Oltrepò…

«Se ne sta parlando ancora oggi. È stato proposto e riproposto da forse un decennio. Sarebbe un ottimo prodotto, in linea teorica, ma non ha mai avuto successo».

E perché non il bonarda, che è ancora un vino rappresentativo, secondo molti?

«Il bonarda personalmente è il vino che preferisco, ma non abbiamo i quantitativi per competere su un mercato nazionale o addirittura internazionale. Poi è stato distrutto a livello di immagine da parte di alcune aziende che lo hanno un po’ svenduto in termine di immagine e di prezzo. Mi è capitato di vedere nella GDO offerte di bonarda a prezzi inferiori all’euro e cinquanta. Questo è un dato che parla da solo. Pensare di riportarlo a un certo tipo di valorizzazione nel breve tempo è impossibile».

di Pier Luigi Feltri

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