Venerdì, 22 Novembre 2019

OLTREPÒ PAVESE - CASE FAMIGLIA, «CON LA NUOVA LEGGE 400 POSTI A RISCHIO»

Cambiano le norme che regolano le cosiddette “case famiglia”, le residenze private per la cura degli anziani che negli anni scorsi hanno vissuto un vero e proprio boom in Oltrepò Pavese. Regione Lombardia con una delibera dello scorso gennaio ha voluto mettere ordine in un microsistema che da tempo ormai si muoveva seguendo regole non ben definite e fissare così degli standard per il funzionamento di queste “Mini case di riposo”.  La questione ha portato non pochi grattacapi alle imprese, normalmente di livello famigliare. Molte a rischio chiusura, posti di lavoro in bilico. L’Oltrepò è toccato molto da vicino da questa nuova norma poiché vanta un singolare primato: quello della zona con più alta densità di (ex) case famiglia in tutta la penisola. A presentarci il quadro della situazione è Stefano D’Errico, presidente dell’Aira, l’associazione nazionale residenze per anziani.

D’Errico Può spiegarci cosa cambia a livello legislativo e, di conseguenza, a livello pratico per questi operatori?

«A livello pratico esistevano strutture chiamate “Casa Famiglia” che nel tempo si sono rivelate essere un fenomeno notevole nel panorama Lombardo ed in particolare in provincia di Pavia, le quali non venivano considerate dalla pubblica amministrazione come unità d’offerta sociale, ma soltanto attività meramente commerciali, nonostante la loro chiara connotazione di tipo sociale. Ad oggi con l’introduzione della delibera 7776/2018, Regione Lombardia ha voluto regolamentare e fissare degli standard per il funzionamento di queste “mini case di riposo” e la questione complica le cose per loro». 

Quante sono le case famiglia in Oltrepò?

«Quantificare è difficile, ma l’Oltrepò inteso come distretti Ats è la zona con la più alta densità di ex Case Famiglia della provincia di Pavia, che a sua volta è la provincia con la più alta densità della Lombardia e di conseguenza in assoluto in Italia».

Quante di queste si ritrovano messe fuori norma dalla nuova legge?

«Non esistono cifre precise, dalle informazioni che abbiamo reperito circa un terzo del totale, ma la cosa che più ci preoccupa è che anche quelle che hanno manifestato la volontà di “convertirsi” in Comunità Alloggio Sociale per Anziani, in molti casi, non hanno oggettivamente i requisiti per funzionare. Il territorio risentirebbe in maniera grave di eventuali chiusure: basti pensare che il 100% delle ex Case Famiglia sono a totale finanziamento privato e quindi non intaccano minimamente il welfare sociale Regionale e locale. Questo significa che molte persone anziane che oggi sono assistite in maniera privata dovrebbero per forza rivolgersi a strutture che prevedono finanziamenti pubblici, con un impatto sulla spesa sociale che possiamo solo immaginare».

Cosa devono fare i proprietari delle ex case famiglia per mettersi in regola?

«I proprietari o gestori per regolarizzarsi devono anzi tutto fare una valutazione tecnica dei requisiti richiesti dalla nuova delibera e, se idonei, presentare una “Comunicazione Preventiva di Esercizio” ai sensi del D.D.G. 1254/2010 e per conoscenza alla Ats di Pavia ed iniziare il percorso di regolarizzazione nei tempi previsti. Il 23 aprile scorso , con la delibera 44/2018 , Regione Lombardia ha prorogato di altri 2 mesi i termini per potersi “convertire” in unità d’offerta sociale e di 5 mesi per i requisiti organizzativi richiesti. In ogni caso tutti i gestori possono rivolgersi alla nostra associazione o visitare il portale che abbiamo messo a disposizione per tutti i dettagli tecnici www.comunitaalloggiosocialeanziani.it ».

Quante case famiglia chiuderanno perché impossibilitate ad adeguarsi?

«Il nostro timore è che coloro che non possiedono i requisiti per adeguarsi alla nuova normativa ( circa un terzo delle 140 stimate dagli ultimi censimenti Ats) proseguano nel proprio lavoro in maniera “autonoma” dalla normativa , rischiando così di ricadere nell’oblio normativo, già esistente fino all’uscita di questa delibera. Torneremo comunque a discutere con la Regione per poter salvare il 100% degli Imprenditori che fanno un lavoro eroico e non certo per arricchirsi dato che i margini del business non sono sicuramente interessanti».

Non interessanti, dice? Eppure quello delle case famiglia negli ultimi anni è stato un vero e proprio boom. Come mai se il “business” non rende?

«Bisogna analizzare il territorio per capirlo: la Provincia di Pavia è anziana e i costi immobiliari sono relativamente contenuti, e questo è stato il principale elemento che ha fatto sì che in provincia ci fosse il boom di aperture. Certo non tutti coloro che hanno aperto Case Famiglia si sono distinti per serietà e questo ha portato ad una cattiva pubblicità per tutti gli imprenditori che invece lavorano con il cuore, impegnando ogni ora della propria vita ad accudire i nostri genitori ed i nostri nonni. Se fatto bene, questo lavoro porta certamente grandi soddisfazioni, ma non certo grandi guadagni, per questo consiglio a chiunque abbia progetti del genere di valutare bene ogni sfaccettatura».

Qual è esattamente la differenza tra una casa famiglia e una casa di riposo?

«Esistono diverse tipologie di strutture e, per spiegarlo in maniera semplice , le paragonerei ad una piramide dove alla base ci sono le strutture che offrono servizi non sanitari a bassa intensità assistenziale ed in cima le Rsa, con servizi para-ospedalieri di cura socio sanitaria ad alta intensità assistenziale. Tranne che per le case famiglia, qualsiasi altra categoria deve avere certi requisiti standard e una vigilanza, presumibilmente per questo il legislatore ha voluto includere tutta la piramide sotto il suo “controllo”. A livello economico poi le Case Famiglia o neo Comunità Alloggio Sociale Anziani , non ricevono alcun tipo di contributo o incentivo, anche se stiamo già trattando per includerle nei benefici economici dedicati ad altre tipologie affini».

Quanti lavoratori rischiano il posto?

«Antecedentemente al nostro intervento avvenuto a Marzo 2018 , con la nuova Delibera rischiavano il posto (ottimisticamente) circa 400 lavoratori perché i requisiti richiesti non si configuravano con il tessuto dei lavoratori di queste strutture. Ad oggi invece , grazie ad un intervento congiunto tra la nostra Associazione di categoria e la Segreteria Generale CGIL  i lavoratori che non salveranno il proprio impiego non sono molti , ma comunque ogni posto di lavoro perso per quanto ci riguarda è sempre di troppo».

In che modo siete intervenuti per salvare questi posti di lavoro?

«Le norme introdotte dalla Regione non tenevano conto che il tessuto dei lavoratori attualmente in forza nelle ex Case Famiglia non fosse dotato di certi requisiti richiesti, come corsi di formazione specifici e due anni di esperienza in ambito socio assistenziale con anziani. Quello che abbiamo chiesto e ottenuto, dato che la norma è stata fatta per mettere giustamente in regola le case famiglia, ma non per decimarne i lavoratori, è di prorogare di 5 mesi il termine per adeguarsi, permettendo di frequentare i corsi che si devono frequentare. Per i non qualificati senza esperienza biennale al momento c’è poco da fare: l’unica novità è che il licenziamento slitta a settembre. Nonostante l’Associazione ritenga che la regolamentazione sia la giusta via per il nuovo futuro delle Unità d’Offerta Socio Assistenziali , resta critica sugli aspetti legati ai requisiti richiesti al personale dipendente delle strutture e si auspica il raggiungimento di un ulteriore livello di accordo generale sia con le Istituzioni che con le parti Sociali».

di Christian Draghi

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