Lunedì, 20 Novembre 2017

Potrebbe diventare un boomerang per le famiglie la proposta dei sindacati di aumentare i contributi per colf, badanti e baby sitter. Il carico rischia infatti di ricadere interamente su chi ha bisogno di un aiuto in casa o per assistere un anziano e si trova già a dover far fronte a una spesa importante. La proposta, che punta a rendere più sostanziose le future pensioni dei lavoratori domestici, è contenuta nel documento unitario di Cgil, Cisl e Uil, presentato alcuni giorni fa, in cui i sindacati riassumono le richieste avanzate al tavolo con il governo durante il confronto sulla previdenza.

LA PROPOSTA - Il punto in questione riguarda proprio la valorizzazione del lavoro di cura. Cgil, Cisl e Uil chiedono "la revisione dell’attuale sistema di contribuzione per chi svolge lavoro domestico". In sostanza propongono di prevedere "versamenti contributivi pieni anche oltre le prime 24 ore settimanali lavorate" e di rapportarli "alle retribuzioni corrisposte effettivamente, se superiori a quelle convenzionali".

RISCHIO SALASSO- Due misure che potrebbero tradursi in un vero salasso per le famiglie. Fare un calcolo è complicato, considerate le molte variabili, ma l'aggravio economico potrebbe arrivare a superare i 1000 euro all'anno.

COME FUNZIONA ORA - Attualmente funziona così: se l'orario di lavoro è inferiore a 24 ore settimanali, il contributo orario è calcolato in base a tre diverse fasce di retribuzione. Se invece è di almeno 25 ore settimanali è fisso. Il sistema contributivo prevede infatti, proprio per venire incontro alle famiglie più bisognose di assistenza, che per gli impieghi superiori alle 24 ore settimanali presso uno stesso datore di lavoro gli importi contributivi per tutte le ore lavorate siano di molto inferiori, fino al dimezzamento, e svincolati dalla retribuzione oraria corrisposta. Se dovesse passare la proposta dei sindacati il conto per le famiglie lieviterebbe inevitabilmente.

IL NO DEI DATORI DI LAVORO - L'ipotesi avanzata da Cgil, Cisl e Uil non convince l’Associazione nazionale dei datori di lavoro domestico (Assindatcolf). “Bene che il dibattito in tema di previdenza tocchi anche il settore domestico ma - avverte il vicepresidente Andrea Zini - attenzione a non far ricadere un’eventuale revisione ‘al rialzo’ del sistema di contribuzione sulle spalle delle famiglie datrici di lavoro, che non potendo contare su agevolazioni fiscali, già si fanno interamente carico dei costi di colf, baby sitter e badanti”.

Il problema è che ad oggi "le famiglie possono contare solo su parziali deduzioni e detrazioni rispetto alle ingenti spese sostenute per pagare stipendi e contributi dei propri domestici", spiega Zini, che ricorda come il costo annuo di una badante possa arrivare fino a 17 mila euro. In conclusione, secondo Assindatcolf, è insostenibile aumentare le spese a carico dei datori "senza prima concedere la deduzione del costo del lavoro domestico".

AGEVOLAZIONI FISCALI - Ma quali sono oggi le agevolazioni fiscali previste per i datori di lavoro di colf o assistenti familiari? I contributi obbligatori versati possono essere dedotti dal proprio reddito per un importo massimo di 1.549,36 euro all'anno. Per gli addetti all'assistenza di persone non autosufficienti, il datore di lavoro può detrarre dall'imposta lorda il 19% delle spese sostenute, per un importo massimo di 2.100 euro all'anno. Si può usufruire della detrazione se il reddito complessivo è inferiore a 40.000 euro e la deduzione fiscale per la colf si può sommare alla detrazione prevista per l'assistente familiare, e viceversa.

Lieve frenata dell'inflazione a settembre. Secondo le stime preliminari dell'Istat, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, diminuisce dello 0,3% su base mensile e aumenta dell’1,1% rispetto a settembre 2016 (era +1,2% ad agosto).

La lieve frenata è ascrivibile, spiega l'Istat, per lo più al ribasso dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+2,7%, da +4,4% di agosto) e di quelli dei Beni energetici regolamentati (+2,9% da +5,0%), in parte compensato dal rialzo dei prezzi dei Beni alimentari non lavorati, la cui crescita si porta a +2,2% (da +0,7% del mese precedente).

La diminuzione su base mensile dell’indice generale è dovuto principalmente, indica l'Istituto di Statistica, al calo dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (-4,6%) e, in misura minore, alla diminuzione di quelli dei Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (-0,8%), il cui andamento in entrambi i casi è influenzato da fattori stagionali.

Su base annua la crescita dei prezzi dei beni si attesta a +1,0% (come ad agosto), mentre rallenta quella dei servizi (+1,3% da +1,6%). Il differenziale inflazionistico tra servizi e beni si conferma positivo e pari a +0,3 punti percentuali.

Sale invece a settembre il carrello della spesa. I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona, rileva l'Istat, aumentano dello 0,5% su base mensile e dell’1,2% su base annua (era +0,6% ad agosto).

I prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto, prosegue l'Istat, salgono dello 0,4% in termini congiunturali e dell’1,3% in termini tendenziali (in accelerazione di tre decimi di punto percentuale rispetto al mese precedente).

Il sensibile incremento congiunturale dei prezzi degli Alimentari non lavorati, spiega l'Istituto di Statistica, è dovuto quasi esclusivamente al rialzo di quelli dei Vegetali freschi (+6,5%; +5,1% la variazione annua, in marcata accelerazione da +0,1% di agosto, e su cui incide il confronto con settembre 2016 quando i prezzi dei Vegetali freschi salirono dell’1,4% su base congiunturale).

Secondo le stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta dell’1,8% su base mensile - principalmente a causa della fine dei saldi estivi di cui il NIC non tiene conto - e dell’1,3% su base annua (era +1,4% ad agosto).

"Chi ti scrive, Maria? Devo essere geloso?". Il marito Peppino, classe 1946, la prende bonariamente in giro e lo fa per stemperare la tensione. Dopo le due lettere dell'Inps con la richiesta di rimborso, però, la moglie non riesce a mascherare il tremolio alle mani quando ne apre una. "Teme che le vogliano togliere altri soldi" dice  il suo compagno di una vita. Lei non parla, si vergogna, ma "scriva pure che sono io" perché "siamo una famiglia". La signora ha ricevuto due missive con altrettante richieste di recuperare somme "non dovute" pari a qualche centesimo in più di 154 euro annui. "Pochi per qualcuno, ma tanti su una pensione mensile di circa 480 euro" commenta Peppino.

Secondo l'allarme, lanciato dalla Fipac, la Federazione dei Pensionati aderente a Confesercenti, non sarebbe l'unica ad averle ricevute e "in giro ce ne sarebbero parecchie", ma neanche dall'Inps sanno dire, per ora, quante ne hanno mandate. L'Istituto nazionale di previdenza sociale parla di "un normale ricalcolo a conguaglio" come quello delle bollette e "non di un errore", mentre la Federazione dei Pensionati sostiene che la Corte di Cassazione nel gennaio scorso ha stabilito una volta per tutte che "il rimborso non può essere richiesto". La questione, sottolinea  Lino Busà, direttore del Fipac "va avanti da anni, ma pensavamo fosse conclusa". L'ente erogatore, ha chiarito la Corte di Cassazione nella sentenza numero 482/2017, può rettificare le pensioni per via di errori di qualsiasi natura, commessi in sede di attribuzione o di erogazione, a meno che l'indebita prestazione sia dovuta a dolo dell'interessato (il pensionato, ndr.), ma non per le somme già versate. "Pensavamo che lettere di questo genere da allora fossero finite, ma non è così. E' uno choc per tutti, ma immaginate cosa possa essere per un anziano che vive dell'assegno mensile".

Ripercorriamo insieme la vicenda. "L'Inps ci ha scritto il 18 marzo del 2015 - racconta  il marito di Maria, mentre lei gli sta accanto e annuisce - dicendoci che 'dal calcolo effettuato' sulla base della dichiarazione dei redditi per l'anno 2012 'le è stato pagato un importo non dovuto pari a 154,53 euro' e che sarà 'trattenuta presso la sua pensione per 12 rate mensili a partire dal mese di aprile 2015'". La signora paga anche se a malincuore visto che, sottolinea il marito, "non arriva a 500 euro di pensione al mese". Non fa ricorso, ma certo non si aspettava di vedere arrivare un'altra lettera. La mattina del 29 marzo del 2017 l'Inps le scrive di nuovo, precisando che "in seguito alle necessarie verifiche reddituali", relativi all'anno 2013, "è risultato che le è stata corrisposta la somma di 154, 88 euro non dovuta". "Siamo pertanto costretti a provvedere al recupero di questo importo - scrive l'Istituto di Previdenza - mediante trattenute mensili sulla sua pensione, a partire da aprile 2017 per complessive 12 rate".

Un calcolo errato, ma sulla base di un bonus non dovuto negli anni scorsi. "L'Inps fa le pulci ai pensionati" commentano da 50&Più Enasco. "Da qualche settimana, sta inviando a tanti pensionati una nota con la richiesta di restituzione di un importo pagato e non dovuto pari a circa 154 euro e riferito agli anni 2013 e 2014" dice  Gianni Tel di 50&Più Enasco. "Si tratta di un importo aggiuntivo corrisposto agli interessati, in base alla legge numero 388 del 23 dicembre 2000 (Legge Finanziaria 2001, ndr.)", destinato ai titolari di una pensione inferiore o pari al trattamento minimo Inps. La somma viene, però, "data in via provvisoria in attesa della verifica reddituale, che viene fatta dopo qualche anno, così come sta accadendo al momento per gli anni 2013 e 2014". E probabilmente, aggiungiamo noi, è successo lo stesso anche per la prima lettera di rimborso, arrivata nel 2015 per il 2012.

Dall'Inps spiegano  che "non si tratta di un errore", ma di un "ricalcolo a conguaglio". Difficile dire quante di queste lettere siano partite, ma si tratta dei conti precisi, fatti a distanza di anni, di quanto dovuto sulla base di quanto percepito. "Ci sono delle prestazioni, che vengono erogate sulla base del reddito - sottolineano dall'Istituto -, attribuite in maniera presuntiva in base al reddito presunto. Sennò dovremmo aspettare troppo per darle". In pratica vengono erogate delle cifre, partendo dal reddito ipotizzato e, una volta fatti i calcoli su quello reale, "si chiedono i soldi indietro o si danno perché", precisano, "il calcolo può anche essere favorevole al pensionato". "E' un meccanismo, previsto dalla legge, che porta a questo tipo di lettera. Nessuno, però, in caso di soldi in più, di saldo positivo, ci ha mai contattato" concludono dall'Istituto di previdenza.

Il governo presieduto da Matteo Renzi, poco prima di passare la mano a Paolo Gentiloni, annunciò in modo trionfalistico l’abolizione di Equitalia, palesando un cambio di metodo, che avrebbe dovuto portare avanti un rapporto diverso, più umano con i cittadini. Un fisco meno aggressivo, avrebbe dovuto prendere il posto di Equitalia, della San Marco e di tutte le società di riscossione piccole e grandi sparse in tutt’Italia. Non è stato così; ad Equitalia subentra l’Agenzia delle entrate e si va avanti come prima, peggio di prima, avendo conferito ai concessionari il potere assurdo di entrare direttamente nei conti correnti dei cittadini e pignorare gli importi pretesi. Con la nuova legge gli esattori delle tasse non hanno neppure bisogno di chiedere il permesso alle banche per appropriarsi dei vostri soldi. E non hanno bisogno di essere autorizzati da un giudice, e neppure di notificarvi un atto giudiziario, come avveniva per il passato: hanno l’accesso diretto al vostro conto corrente, dal quale possono prelevare quello che vogliono.

Questo strapotere conferito agli esattori costituisce una violenza ai diritti dei cittadini, Non importa se le somme sono realmente dovute o meno; basta che vi abbiano inviato la cartella esattoriale. E non importa neppure se si tratta delle cosiddette ”cartelle pazze” : vi diranno che si può fare opposizione, ma intanto procedono al prelievo forzoso dal conto, senza preavviso. Chi ha delle cartelle che gli sono state notificate, può trovarsi da un giorno all’altro senza i soldi per andare avanti, neppure gli spiccioli per mangiare. Ad un correntista hanno pignorato 96 centesimi, solo per il fatto che sul conto c’era poco meno di un euro. E’ il trionfo della burocrazia, sulla ragionevolezza. Questo meccanismo brutale, ha messo in gravi difficoltà decine di migliaia di ignare famiglie. Si, perché l’altra carognata posta in essere da un po’ di anni a questa parte è costituita dal fatto che l’avviso lasciato dal postino nella buca delle lettere equivale alla notifica della cartella.  Fa nulla -per i signori del fisco- se la persona interessata è all’estero per lavoro, in un letto di ospedale per cure o si è trasferita; la notifica è come avvenuta. Viceversa, bisognerebbe ripristinare il vecchio ordinamento,  che riteneva valide solo le notifiche fatte dai messi comunali e gli ufficiali giudiziari.

Che altro dire; il nostro è uno Stato di polizia tributario che se la prende sempre con i deboli. Perché è fin troppo chiaro che i veri evasori non riescono a scovarli e metterli alle strette. L’unico consiglio che possiamo dare a chi presume di avere i conti in sospeso con il fisco è di portar via i soldi dalle banche. E’ sufficiente farsi fare degli assegni circolari intestati a sé stessi, che potranno essere spesi in qualsiasi momento. E’ un modo per difendersi da una legge assurda, violenta e ingiusta.

La proposta dei sindacati di aumentare i contributi per colf, badanti e baby sitter potrebbe essere un’arma a doppio taglio e il carico rischia infatti di ricadere interamente su chi ha bisogno di un aiuto in casa o per assistere un anziano e si trova già a dover far fronte a una spesa importante. La proposta, che punta a rendere più sostanziose le future pensioni dei lavoratori domestici, è contenuta nel documento unitario di Cgil, Cisl e Uil, presentato alcuni giorni fa, in cui i sindacati riassumono le richieste avanzate al tavolo con il governo durante il confronto sulla previdenza. Il punto in questione riguarda proprio la valorizzazione del lavoro di cura. Cgil, Cisl e Uil chiedono "la revisione dell’attuale sistema di contribuzione per chi svolge lavoro domestico". In sostanza propongono di prevedere "versamenti contributivi pieni anche oltre le prime 24 ore settimanali lavorate" e di rapportarli "alle retribuzioni corrisposte effettivamente, se superiori a quelle convenzionali". Due misure che potrebbero tradursi in un vero salasso per le famiglie. Fare un calcolo è complicato, considerate le molte variabili, ma l'aggravio economico potrebbe arrivare a superare i 1000 euro all'anno. Attualmente funziona così: se l'orario di lavoro è inferiore a 24 ore settimanali, il contributo orario è calcolato in base a tre diverse fasce di retribuzione. Se invece è di almeno 25 ore settimanali è fisso. Il sistema contributivo prevede infatti, proprio per venire incontro alle famiglie più bisognose di assistenza, che per gli impieghi superiori alle 24 ore settimanali presso uno stesso datore di lavoro gli importi contributivi per tutte le ore lavorate siano di molto inferiori, fino al dimezzamento, e svincolati dalla retribuzione oraria corrisposta. Se dovesse passare la proposta dei sindacati il conto per le famiglie lieviterebbe inevitabilmente. L'ipotesi avanzata da Cgil, Cisl e Uil non convince l’Associazione nazionale dei datori di lavoro domestico (Assindatcolf). “Bene che il dibattito in tema di previdenza tocchi anche il settore domestico ma - avverte il vicepresidente Andrea Zini - attenzione a non far ricadere un’eventuale revisione ‘al rialzo’ del sistema di contribuzione sulle spalle delle famiglie datrici di lavoro, che non potendo contare su agevolazioni fiscali, già si fanno interamente carico dei costi di colf, baby sitter e badanti”. Il problema è che ad oggi "le famiglie possono contare solo su parziali deduzioni e detrazioni rispetto alle ingenti spese sostenute per pagare stipendi e contributi dei propri domestici", spiega Zini, che ricorda come il costo annuo di una badante possa arrivare fino a 17 mila euro. In conclusione, secondo Assindatcolf, è insostenibile aumentare le spese a carico dei datori "senza prima concedere la deduzione del costo del lavoro domestico".  Ma quali sono oggi le agevolazioni fiscali previste per i datori di lavoro di colf o assistenti familiari? I contributi obbligatori versati possono essere dedotti dal proprio reddito per un importo massimo di 1.549,36 euro all'anno. Per gli addetti all'assistenza di persone non autosufficienti, il datore di lavoro può detrarre dall'imposta lorda il 19% delle spese sostenute, per un importo massimo di 2.100 euro all'anno. Si può usufruire della detrazione se il reddito complessivo è inferiore a 40.000 euro e la deduzione fiscale per la colf si può sommare alla detrazione prevista per l'assistente familiare, e viceversa.

 

La vendemmia si conferma complessa e faticosa, a causa delle numerose intemperie, ma la qualità è salva. Resta tuttavia forte, per 2 big del vino su 10, la preoccupazione per il "clima pazzo", mentre il 32% dei viticoltori guarda con ansia al futuro del comparto, chiedendo al Governo di dar attuazione al Testo Unico del vino. Secondo un sondaggio svolto dall'agenzia Klaus Davi & Co., in occasione del lancio del documentario sul mondo del vino visibile al link https://youtu.be/SKh6jYdiAPU, il 32% dei produttori si dice molto preoccupato sul futuro del comparto, il 23% abbastanza preoccupato, il 15% moderatamente mentre il 5% del campione è ottimista. Il doc contiene interviste ad alcuni rappresentanti dei più grandi brand italiani come Masi, Zonin, Ornellaia, Mionetto, Allegrini, Valdo ecc. Quali sono i fattori di preoccupazione? Le incertezze del clima, per il 18%, i dazi (14%), il terrorismo internazionale e il rischio di guerre (16%), l'instabilità politica italiana (14%). Come sarà ricordata l'annata 2017? La maggior parte (31%) è concorde nell'affermare che "si tratterà di un'annata scarsa ma di grandissima qualità", per il 25% sarà "buona ma non eccezionale" mentre per il 18% si rivelerà "scarsa e notevolmente faticosa per noi produttori". I prezzi saliranno? Dice "sì" il 37%, "no" il 25%, "non so" il restante 38%. Nel documentario Sandro Boscaini, Presidente di Federvini nonché Presidente e Ad della casa vinicola Masi, si fa portavoce di un appello al governo per ''mettere in atto il Testo Unico attraverso i decreti attuativi che permetterebbe di togliere i lacci della burocrazia intorno al vino. Serve poi l'attuazione della dematerializzazione della tenuta dei registri e una centralizzazione dei sistemi, perché noi siamo controllati da una decina di enti: dovrebbe esserci una filiera unica che determini il processo di controllo"

Sono i lombardi i contribuenti più 'generosi' d’Italia con il fisco, con una quota pro capite (anziani e neonati inclusi) che sfiora i 12mila euro, più del doppio di quanto versato da calabresi e siciliani.

E' quanto emerge da un'elaborazione dell’Ufficio studi della Cgia che ha messo a confronto il gettito di imposte, tasse e tributi versati allo Stato, alle Regioni e agli Enti locali dai lavoratori dipendenti, dagli autonomi, dai pensionati e dalle imprese residenti nel nostro Paese.

La regione che svetta in questa graduatoria è, come detto, la Lombardia: nel 2015 ogni residente di questo territorio ha mediamente corrisposto al fisco 11.898 euro. Subito dopo si collocano gli abitanti del Trentino Alto Adige, con un gettito medio di 11.029 euro e gli emiliano-romagnoli, con 10.810 euro. Appena fuori dal podio, invece, si posiziona il Lazio (con un versamento medio di 10.452 euro) e i liguri (con 10.121 euro).

Le Regioni, invece, dove il fisco è decisamente meno 'invasivo' sono quelle meridionali: nel 2015 in Campania il gettito pro-capite medio è stato pari a 5.703 euro, in Sicilia a 5.610 euro e in Calabria a 5.436 euro. Nel Sud e nelle Isole, di fatto, il peso complessivo del fisco è pari a quasi la metà di quello 'gravante' sui residenti del Nordovest.

Da questa analisi, emerge anche il forte divario esistente in materia di prelievo fiscale tra i vari livelli di governo. A fronte di un dato medio nazionale di 8.800 euro pro capite di tasse nazionali e locali versate nel 2015, l’84% è stato 'assorbito' dallo Stato centrale (7.390 euro pro-capite), un altro 9,3 dalle Regioni (825 euro pro-capite) e infine il rimanente 6,7% dagli Enti locali come Comuni, Province e Comunità montane (585 euro pro-capite).

IL SUD ITALIA - Quanto al peso ridotto del fisco sui contribuenti delle regioni del Sud il Segretario della Cgia, Renato Mason, precisa che "negli ultimi tempi la pressione tributaria sui contribuenti del Mezzogiorno ha subito degli aumenti decisamente superiori al resto d’Italia. A seguito del disavanzo sanitario che ha contraddistinto in questi ultimi anni i bilanci di quasi tutte le Regioni meridionali, i Governatori di queste realtà sono stati costretti ad innalzare fino alla soglia massima sia l’aliquota dell’Irap sia quella dell’addizionale regionale Irpef con l’obbiettivo di riequilibrare il quadro finanziario”.

Rispetto al 2016, osserva la Cgia, quest’anno il carico fiscale medio nazionale è previsto in calo di 0,4 punti percentuali, grazie soprattutto alla ripresa del Pil e alla riduzione dell’aliquota Ires (Imposta sui redditi delle società) che dal 27,5 scende al 24 per cento. Quest’ultima misura farà risparmiare alle società di capitali quasi 4 miliardi di euro. Pertanto, nel 2017 la pressione fiscale in Italia dovrebbe attestarsi al 42,5%.

PRESSIONE FISCALE - Trend che prosegue ormai da qualche anno, anche se in misura che la Cgia giudica "ancora del tutto insufficiente". Dopo aver toccato il record storico nel biennio 2012-2013 (43,6%), successivamente ha cominciato a diminuire, sebbene continui a permanere un forte gap tra la pressione fiscale ufficiale (42,5%) e quella reale (48,8), ovvero quella effettivamente 'subìta' dai contribuenti fedeli al fisco.

A livello europeo, comunque, continuiamo a far parte del novero dei Paesi più tartassati. Nel 2016 l’Italia si è collocata al 7° posto con una pressione fiscale del 42,9 per cento: 2,8 punti in più della media europea e 1,6 punti superiori al dato medio dell’area euro.

IN EUROPA - Tra i principali Paesi dell’Ue, solo la Francia registra un dato superiore al nostro (47,5 per cento): tutti gli altri, invece, presentano livelli nettamente inferiori. La Germania, ad esempio, manifesta una pressione fiscale del 40,3%, i Paesi Bassi del 38,9 con il Regno Unito al 35,4 e la Spagna del 34,4%.

L’Agenzia delle Entrate ha individuato i primi indici sintetici di affidabilità, Isa, destinati a sostituire gli studi di settore di 1,4 milioni di contribuenti già nel 2018. E' quanto si legge in una nota. Con il provvedimento firmato oggi dal direttore Ernesto Maria Ruffini, infatti, si individuano i primi 70 Indici che dovranno essere elaborati quest’anno e che potranno essere già applicati, a seguito di approvazione con decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze, a decorrere dal periodo d’imposta 2017.

Gli altri Isa, prosegue la nota, saranno individuati entro gennaio 2018 e successivamente elaborati nel corso dell’anno, per coinvolgere, a regime, circa 4 milioni di operatori economici, che rappresentano l’intera platea dei soggetti interessati dagli studi di settore. Dal 2018 imprese e professionisti potranno, così, avere un riscontro trasparente della correttezza dei propri comportamenti fiscali attraverso una nuova metodologia statistico-economica che stabilirà il grado (scala da 1 a 10) di affidabilità/compliance. Il provvedimento di oggi, si legge ancora nella nota, riporta anche le attività economiche, suddivise per settore, per le quali saranno elaborati gli Indici.

- LA PLATEA DEGLI INTERESSATI DAI NUOVI INDICI, OLTRE UN MILIONE - I nuovi 70 Indici riguarderanno circa 1,4 milioni di contribuenti. In particolare, 29 Indici sintetici di affidabilità saranno elaborati per il settore del commercio; tra le attività interessate vi sono quelle del commercio al dettaglio in esercizi non specializzati di computer, periferiche, attrezzature per le telecomunicazioni, elettronica di consumo audio e video, elettrodomestici, articoli sportivi, giochi e commercio all’ingrosso di mobili.

Sono invece, spiega sempre la nota dell'Agenzia delle Entrate, 17 gli Indici individuati per il comparto dei servizi, tra cui carrozzieri e meccanici, parrucchieri e barbieri, riparazione autoveicoli, motocicli e ciclomotori, ma anche intermediari immobiliari, ristorazione e villaggi turistici. Per le manifatture gli Indici individuati sono 15 e riguardano, tra gli altri, la fabbricazione di articoli da viaggio, borse, la fabbricazione, lavorazione e trasformazione del vetro, calzature, prodotti in gomma. Per i professionisti i nuovi Isa riguardano 9 diverse attività di lavoro autonomo, tra le quali quelle dei disegnatori grafici, dei geometri e degli studi legali.

- LE PLATEE PIÙ NUMEROSE PER MACRO-CATEGORIE - Andando a scorrere le attività, dei circa 1,4 milioni di contribuenti interessati dagli Isa per il periodo d’imposta 2017, e che potranno quindi accedere ai benefici premiali previsti, circa 168mila sono intermediari del commercio (12% della platea), quasi 145mila avvocati (10%), oltre 129mila installatori di impianti (9%). Tra le macro categorie più numerose interessate dagli Isa ci sono anche i ristoranti, circa 95mila (7%) e i parrucchieri, circa 74mila (5%).

- I VANTAGGI PER I CONTRIBUENTI - I contribuenti che risulteranno “affidabili” agli Isa avranno accesso a significativi benefici premiali su più livelli: in particolare vengono esclusi gli accertamenti di tipo analitico - presuntivo; limitata l’applicazione degli accertamenti basati sulla determinazione sintetica del reddito. E’ anche prevista la riduzione dei termini per l’accertamento e l’esonero, entro i limiti previsti, dall’apposizione del visto di conformità per la compensazione dei crediti d’imposta.

Infine, è previsto l’esonero dall’apposizione del visto di conformità ovvero dalla prestazione della garanzia per i rimborsi Iva per un importo non superiore a 50mila euro.

In linea con l’andamento rilevato tra gennaio e luglio, anche nei primi otto mesi di quest’anno si conferma l’incremento dell’1,3% delle denunce d’infortunio pervenute all’Inail. Nel periodo gennaio-agosto, infatti, sono state 421.969, 5.229 in più rispetto allo stesso periodo del 2016, per effetto di un aumento infortunistico dell’1,3% registrato per i lavoratori (quasi 3.400 casi in più) e dell’1,2% per le lavoratrici (oltre 1.800 in più).

All’incremento hanno contribuito soltanto la gestione Industria e servizi (+2,0%) e quella conto Stato dipendenti (+3,3%), mentre le gestioni agricoltura e conto Stato studenti delle scuole pubbliche statali hanno fatto segnare un calo pari, rispettivamente, al 4,8% e all’1,9%. A livello territoriale le denunce d’infortunio sono aumentate al Nord (oltre seimila casi in più) e, in misura più contenuta, al Centro (+197), mentre sono diminuite al Sud (-800) e nelle Isole (-207). Gli aumenti più sensibili, sempre in valore assoluto, si sono registrati in Lombardia (+2.743 denunce) ed Emilia Romagna (+1.942), mentre le riduzioni maggiori sono quelle rilevate in Sicilia (-651) e Puglia (-639).

Nel solo mese di agosto sono state rilevate 36.369 denunce, 1.528 in più rispetto all’agosto 2016 (+4,4%) e oltre cinquemila in più rispetto all’agosto 2015 (+16,7%). Il numero dei giorni lavorativi è stato identico sia per i mesi di agosto 2016-2017 (22) sia per l’intero periodo gennaio-agosto (168).

Le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Inail nei primi otto mesi di quest’anno sono state 682, 31 in più rispetto ai 651 decessi dell’analogo periodo del 2016 (+4,8%) e 70 in meno rispetto ai 752 eventi mortali registrati tra gennaio e agosto del 2015 (-9,3%). Le fotografie scattate il 31 agosto del 2016 e del 2017 evidenziano, per il totale dei due primi quadrimestri, un aumento di 48 casi (da 526 a 574) nella gestione industria e servizi (+9,1%), una diminuzione di quattro casi (da 92 a 88) in agricoltura (-4,3%) e un calo di 13 casi (da 33 a 20) nel conto Stato (-39,4%).

Nei confronti 'di periodo', le variazioni percentuali delle denunce di infortunio mortale presentate all’Inail finora hanno fatto registrare, rispetto al 2016, un segno positivo, su cui hanno pesato in modo decisivo i dati della gestione industria e servizi. Se agricoltura e conto Stato hanno avuto nei vari periodi del 2017 andamenti sempre decrescenti rispetto all’anno precedente, infatti, la gestione Industria e servizi presenta, nei vari periodi presi in considerazione, aumenti compresi tra il +10% e +20%, con un picco nel mese di gennaio (quasi il 75% di casi mortali in più rispetto allo stesso mese del 2016: 89 decessi contro 51).

Dal confronto 'di mese' emerge, viceversa, un calo delle denunce: i 51 decessi del solo mese di agosto 2017 sono due in meno rispetto ai 53 dell’agosto 2016 e, estendendo il campo di osservazione, 10 in meno rispetto ai 61 casi con esito mortale dell’agosto 2015.

L’incremento rilevato nel confronto tra i primi otto mesi del 2016 e del 2017 è legato principalmente alla componente maschile, i cui casi mortali sono aumentati di 28 unità, da 587 a 615 (+4,8%), mentre quella femminile ha fatto registrare un aumento di tre casi, da 64 a 67 decessi (+4,7%). Dall’analisi territoriale emerge un aumento di 31 casi delle denunce di infortuni con esito mortale nel Nord-Ovest (Liguria +13 decessi, Lombardia +10, Piemonte +8), di 10 casi nelle Isole (Sicilia +13, Sardegna -3) e di quattro al Sud (Abruzzo +16, Calabria +2, Campania -8, Basilicata -5 e Molise -1). In diminuzione, invece, le denunce nel Nord-Est (-12 casi), dove spiccano in particolare i dati del Veneto (-18) e del Friuli Venezia Giulia (+7), e quelle del Centro, per il quale si registra un calo di due decessi, sintesi di una riduzione di quattro casi sia in Toscana che in Umbria e di un aumento di sei casi nel Lazio.

Le denunce di malattia professionale pervenute all’Inail nei primi otto mesi del 2017 e protocollate sono state 39.318, 1.153 in meno rispetto allo stesso periodo del 2016 (-2,8%). Dopo anni di continua crescita, il 2017 sembra dunque contraddistinguersi per il trend in diminuzione, comunque contenuto, delle tecnopatie denunciate, già rilevato anche nei mesi scorsi.

Le patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo, con quelle del sistema nervoso e dell’orecchio, continuano a rappresentare le malattie più denunciate (78,8% del complesso dei casi).

Dal riordino delle agenzie fiscali alla 'tassa Coca-Cola' sulle bibite zuccherate, passando per la rottamazione-bis e nuove misure per l'uso della moneta elettronica. Sono queste alcune delle ipotesi allo studio per la prossima Legge di Bilancio, da approvare in Cdm entro il 15 ottobre. Nelle intenzioni del governo dovrebbe essere una legge 'light'. Una serie di misure da far scattare con un apposito decreto legge parallelo alla Manovra. Una formula che la metterebbe al riparo dal fuoco di fila del Senato e dai rischi di assalto alla diligenza e dalle conseguenze connesse per la tenuta del governo e dei conti.

Tra le ipotesi al vaglio dell'esecutivo vi sarebbe la cosiddetta tassa 'anti Coca-Cola', un balzello sulle bibite altamente zuccherine usato già da alcuni governi come slogan per contrastare l'obesità. In Francia la 'taxe soda' è realtà dal 2012, introdotta dal governo Sarkozy in piena austerity, con circa 2,5 centesimi di rincaro per lattina. Anche in Italia, nel pieno della crisi finanziaria, il governo dell'allora premier Mario Monti aveva ipotizzato una tassa sul 'cibo-spazzatura'. Pare comunque che se il governo dovesse rimettere mano a un intervento di questo tipo ne ricaverebbe non più di 200 milioni di euro.

Sempre più concreta anche l'ipotesi di una rottamazione 'bis' delle cartelle dell'ex Equitalia. L'eventuale riapertura del meccanismo potrebbe riguardare chi a causa di errori e irregolarità non è rientrato nella rottamazione. Il provvedimento potrebbe rivolgersi in particolare a circa 400mila contribuenti tagliati e garantire al Fisco entrate rilevanti, se si considera -ad esempio- che nel mese di agosto il settore statale ha registrato un fabbisogno di 1 miliardo di euro, con un miglioramento di circa 5,8 miliardi rispetto al corrispondente mese dello scorso anno.

Tra le proposte sul tavolo del governo anche l'estensione di split payment e fatturazione elettronica e nuove misure per l'uso della moneta elettronica. L'intenzione sarebbe quella di mettere in campo una serie di misure per ridurre l'uso di contanti e contrastare il fenomeno tuttora diffuso dell'evasione fiscale.

giift

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