Giovedì, 23 Gennaio 2020

Anche la seconda asta è andata deserta. Ieri alle ore 12,30 era prevista l’apertura delle buste per valutare le offerte per acquisire le Terme di Salice. Ma nessuno ha presentato proposte. La base d’asta era di euro 3.731.250,  con offerta minima per la partecipazione alla vendita di poco meno di 3miloni di euro, per la per la precisione  2,798.437,50, ma non sono state avanzate offerte. La prima volta che le Terme di Salice erano andate all’asta era il  9 ottobre 2019, con prezzo base pari ad Euro 4.975.000,00 e con offerta minima a partire da Euro 3.731.250,00.  

Così dopo le aste del Nuovo Hotel Terme andate deserte alcuni mesi orsono, anche la seconda asta delle Terme di Salice, ha avuto lo stesso triste epilogo. Mentre il Nuovo Hotel Terme è tristemente chiuso da circa 5 anni, le Terme di Salice sono state dichiarate fallite con sentenza del 22 Marzo 2018, dopo che i giudici si erano riservati di esaminare l'istanza di concordato presentata dai soci. Le Terme di Salice Srl, con stabilimenti termali a Godiasco – Salice Terme, ma con sede legale a Roma in via Sistina 48, dopo vari cambi di proprietà, dal gruppo Camuzzi di Piacenza, alla Famiglia Fabbiani, al vogherese Elio Rosada, nel dicembre 2015 erano state cedute ad una società romana che dopo aver cambiato alcuni dirigenti, aveva nominato il ragionier Ruggeri, 44 anni, romano, come nuovo Amministratore Unico delle Terme di Salice srl.  C’è poco da aggiungere ad un fallimento nato 10 anni orsono da scelte politiche ed imprenditoriali sbagliate, terme gestite negli ultimi 10 anni da nuovi proprietari, dopo la svendita del 2006, in modo oggettivamente cervellottico, nella “creduloneria” di molti, anche e purtroppo dei sindaci di Godiasco – Salice Terme, che dal 2005 ad oggi hanno gestito prima la svendita della società Salice, poi hanno accolto, tutti e sempre, i nuovi, sempre diversi, proprietari con parole piene d’enfasi ed stima. Purtroppo il fallimento si riassume nel triste comunicato del sito d’aste del Tribunale di Pavia e che recita:

Gli immobili all’asta comprendevano tutte le proprietà delle Terme di Salice, lo stabilimento termale, il Caffè Bagni, l'edificio della discoteca Club House (sola nuda proprietà)  , il Grand Hotel, il maneggio, la casa del custode, la centrale termica, l’officina, la lavanderia, due campi da tennis, le serre, il dancing La Buca (sola nuda proprietà) , la piscina Lido (sola nuda proprietà), la discoteca Naki Beach (sola nuda proprietà), il bar Boccio (sola nuda proprietà), il secolare Parco di Salice, la Chiesa di S. Maria Nascente, le concessioni minerarie necessarie per l’estrazione delle acque, nonché tutti i beni mobili, autorizzazioni, licenze ed i  marchi.

La grande macchina organizzativa della 6 Giorni di Enduro 2020 si è già messa in moto. In vista della manifestazione, in programma dal 31 agosto al 5 settembre, i team hanno già incominciato a muoversi prenotando posti letto presso le strutture ricettive d’Oltrepò. Il direttore dell’associazione albergatori Simone Scarani vede tuttavia nella manifestazione un’occasione importante per il territorio al di là di quelli che sono gli introiti derivanti da eventuali soggiorni sold out. «Se si pensa che il ritorno economico siano le 5 o 6 notti vendute in occasione della gara, o i pasti al ristorante ed i panini venduti dai negozietti locali probabilmente non varrebbe la pena ospitare la kermesse».

Scarani, la vostra associazione era di fatto inattiva negli scorsi anni. Con la 6 Giorni alle porte avete ricominciato a fare rete?

«Per quanto riguarda l’associazione, è rimasto un piccolo gruppetto di tre o quattro albergatori e ci sentiamo periodicamente per confrontarci sull’andamento degli affari, sulle novità, su temi tecnici o normativi. Sul “Fare rete” penso che sia il motivetto del momento, qui in Oltrepò Pavese, come se fosse la parolina magica che risolve tutti i problemi, a partire dal turismo fino alla produzione di vino».

Non è importante secondo lei?

«Secondo me in Oltrepò non si è mai smesso di fare rete: c’è un vasto e fitto sistema di relazioni e rapporti tra i soggetti, molto più ampio di quanto si possa immaginare, ma nessuno ha la bacchetta magica, e la rete finisce per ingarbugliarsi sempre di più. Anche in questo caso, in occasione della 6 giorni, sono certo che si sia scatenato fin da subito un tourbillon di telefonate, email, incontri, tutti con lo scopo di fare bene e di contribuire alla buona riuscita della manifestazione, a parte qualche guastafeste che cerca sempre di mettere i bastoni fra le ruote, che siano di moto, auto, o biciclette».

A chi si riferisce?

«A chi fa ostruzionismo, come chi è già intervenuto per esprimere il proprio disaccordo con la manifestazione».

Come gestirete l’afflusso di persone sul territorio? Non teme possa crearsi caos o che si possa finire per perdere l’ennesima occasione agendo secondo la logica dell’ognun per sè?

«A mio avviso è impensabile che debbano essere gli albergatori a gestire l’afflusso di persone in ambito di una manifestazione così importante. Il mestiere dell’albergatore è accogliere le persone nel migliore dei modi, non siamo né tour operator né agenzie di viaggio. Mi sono informato ed ho scoperto che gli organizzatori della 6 Giorni hanno giustamente incaricato un tour operator specializzato nella gestione delle trasferte di gare motoristiche. I partecipanti hanno un unico interlocutore, che conosce le loro esigenze e che si è già messo in contatto con alcune strutture locali. Si può prenotare da tutto il mondo in qualsiasi momento e alcuni si sono già organizzati in modo autonomo, fermando le prime camere nelle strutture di Salice Terme».

C’è da aspettarsi il tutto esaurito?

«L’auspicio è quello. Ed il tour operator si sta mettendo in contatto con le varie strutture e molto probabilmente fermerà un gran numero di camere in allottment».

Al momento hanno prenotato solo gli addetti ai lavori o anche potenziali turisti o spettatori?

«Al momento le prenotazioni sono solo da parte dei team».

La 6 Giorni è un evento che fa discutere e divide tra chi la ritiene un’opportunità imprescindibile per il territorio e chi invece prevede effetti negativi sull’ambiente a fronte di un effettivo ritorno economico incerto. Lei come la vede, al di là dei vostri interessi di albergatori?

«Non ritengo che sia un’opportunità imprescindibile per il territorio, ma che sia un’opportunità molto preziosa a livello di immagine. Dipende poi da cosa si intende per ritorno economico: forse c’è ancora qualcuno che pensa che il ritorno economico siano le 5 o 6 notti vendute in occasione della gara, o i pasti al ristorante ed i panini venduti dai negozietti locali. Si provi a cambiare prospettiva e si pensi, invece, di vedere delle belle immagini del nostro territorio sui giornali, in TV, sui social, dove i bolidi sfrecciano nei paesaggi dell’Oltrepò Pavese, dove si vedono i nostri borghi e i castelli, i nostri prodotti locali. Immagini che fanno il giro del mondo sul web e che rimangono sulla carta stampata».

C’è chi sostiene che la vocazione del territorio dovrebbe essere esclusivamente legata al turismo “verde” ed enogastronomico e che una manifestazione simile contrasti con queste linee di sviluppo…

«Allora le gare di sci, i rally, i Gran Premi di auto e moto, i concerti, le maratone, il Giro d’Italia? Sono queste le manifestazioni che hanno permesso a tante località, anche sconosciute, di uscire alla ribalta. Personalmente sono un sostenitore del turismo verde, ho realizzato anche una bike room all’interno del mio hotel, ma sappiamo bene che non saranno gli effetti negativi di quei 6 giorni in particolare a rovinare l’ecosistema dell’Oltrepò. Sono certo anche che gli organizzatori ed i partecipanti sono persone che amano stare in mezzo alla natura e che hanno ben chiaro il concetto di rispetto per l’ambiente e per i percorsi, a differenza di tanti escursionisti, ciclisti e motociclisti “improvvisati” che frequentano i nostri sentieri nei rimanenti 359 giorni dell’anno».

Cosa si sente di dire a chi non vorrebbe questa manifestazione?

«Di sfruttare invece questa opportunità per far conoscere l’ecosistema dell’Oltrepò Pavese. Mettete un bello stand nella zona di partenza della gara, con immagini del nostro ecosistema ed uno staff che possa spiegare ai visitatori cosa lo rende unico. Organizzate escursioni e attività durante la 6 Giorni: ad esempio per andare a vedere la gara in bicicletta o raggiungere i punti più spettacolari o panoramici a piedi con escursioni guidate. Non ci si chiuda a riccio e si lasci che siano i fatti a parlare».

Crede che non esista una alternativa alle grandi manifestazioni per incrementare il numero di turisti?

«Senza eventi non si va da nessuna parte. Le grandi località turistiche che non hanno problemi di visibilità, usano gli eventi per destagionalizzare, noi li dobbiamo sfruttare per farci conoscere».

Chi arriva qui da dove viene e come ha scoperto l’Oltrepò?

«Chi viene in Oltrepò non viene per piacere, ma viene per motivi lavorativi (come nel caso di molti stranieri) o perché “ci si trova” di passaggio».

Pare che non ci siano alberghi o strutture ricettive sufficienti per ospitare tutte le persone che verranno qui per la Sei Giorni. Molte poi sono ancora impiegate per l’accoglienza migranti…

«Le persone che prenoteranno “per tempo” dormiranno in Oltrepò, gli altri troveranno posto un po’ più lontano, nelle zone circostanti: di sicuro non rimarranno senza un posto dove dormire. Ci sono team che vengono dall’altra parte del mondo, e non si faranno problemi a dormire a 30 o 40 km dal centro della gara. Molti si spostano con i motorhome ed i caravan: è stata predisposta una zona attrezzata. Rimane il rischio grosso, purtroppo ormai inevitabile, dei cosiddetti “improvvisati”: B&B, agriturismo, affittacamere, o peggio ancora privati che si cimentano nell’ospitalità senza ben conoscerne le regole fondamentali e che potrebbero causare un ritorno d’immagine negativo. Ma non ne farei una tragedia... la gente che viaggia spesso sa bene come muoversi. Sul tema dell’accoglienza migranti, è un’attività che non condivido, ma rispetto le decisioni dei miei colleghi e non mi permetto di giudicare».

Cosa manca all’Oltrepò per diventare attrattivo come altre Regioni italiane più “quotate”?

«E se le dicessi che mancano proprio le manifestazioni che possano concedergli la giusta visibilità?».

di Christian Draghi

Si è tenuta a Santa Maria della Versa,  presso la storica cantina “La Versa”, la conferenza stampa di presentazione dell’accordo commerciale tra la cooperativa Terre d’Oltrepò e il Gruppo Francoli.L’obiettivo è 1milone di bottiglie di Metodo Classico e 400mila bottiglie della linea “Cottarella” nel 2020.
Un accordo ricco di entusiasmo, che sembra finalmente auspicare al rilancio ed a quel salto di qualità che tutti si aspettano da quel gennaio 2017, quando Terre d’Oltrepò si aggiudicò all’asta il marchio, stabilimento, magazzino ed asset aziendali della storica Cantina Sociale di Santa Maria della Versa, fondata nel 1905 da Cesare Gustavo Faravelli e fallita nel luglio del 2016.

Una conferenza stampa segnata da una grande voglia di rilancio, alla quale erano presenti il presidente e il direttore commerciale di Terre d’Oltrepò e “La Versa, Andrea Giorgi e Massimo Sala, e il presidente del Gruppo Francoli, Alessandro Francoli.

«La politica aziendale di Terre d’Oltrepò è fortemente cambiata in questi ultimi anni» dichiara il presidente della cooperativa Andrea Giorgi «e il nostro progetto andrà avanti. A fine gennaio ci sarà l’assemblea straordinaria che riguarderà la fusione tra “La Versa” e Terre d’Oltrepò: oggi festeggiamo questa “alleanza” con l’importantissimo gruppo Francoli, che per noi rappresenta un proseguimento della nostra politica aziendale, improntata sullo stravolgere del modo di pensare oltrepadano. C’è grande entusiasmo da parte nostra, ma anche da parte degli agenti. Questo fa parecchio piacere e fa ben sperare per il futuro» conclude il presidente Giorgi.

«Conosco molto bene “La Versa”, fin da quando era il marchio italiano d’eccellenza: quando ero un giovane studente a Pavia vedevo le bottiglie di “La Versa” esposte ovunque e io mi sentivo un po’ come un bambino che sta dietro una vetrina di dolci e non può toccarli, in quanto la nostra era un’azienda molto più piccola. Questi spumanti si trovavano in ogni manifestazione: gare di ciclismo, voli Alitalia, gran premi di formula uno… era veramente un sogno inarrivabile» dichiara il presidente del Gruppo Francoli, Alessandro Francoli.
«Quando mio padre ha iniziato l’attività veniva qui in Oltrepò a prendere le grappe che lui commercializzava, quindi per noi c’è un certo legame con questo territorio. Oggi avere in esclusiva sul territorio italiano il marchio “La Versa”, tra i prodotti da noi distribuiti, è un sogno che si avvera. Tutti gli agenti qui presenti sono monomandatari per i nostri prodotti, e questa per noi è una certezza. Ma sentiamo anche una forte responsabilità, perché siamo nelle condizioni di far rivivere i fasti di questo marchio e di fare da traino anche per tutto l’Oltrepò Pavese, riportandolo dove merita. E’ un grande progetto a lungo termine in cui noi crediamo veramente» conclude Francoli.


«Io ho lavorato in diversi territori italiani, ma l’emozione e l’entusiasmo che ho trovato qui non l’ho trovato da nessun’altra parte» dichiara il direttore commerciale di Terre d’Oltrepò, Massimo Sala. «In questi sei mesi, in cui ho avuto l’onore di dirigere questa azienda, ho capito che noi avevamo bisogno di un’eccellenza che ci permettesse di far parlare di noi sul territorio nazionale. Ritengo che la rete vendita del Gruppo Francoli si la migliore in Italia ed è per questo che abbiamo deciso insieme di investire in questo progetto. Non sarà una semplice collaborazione, ma un lavoro sinergico tra le due realtà per portare avanti il progetto di Terre d’Oltrepò e “La Versa”».

Nell’ultimo trimestre 2019 Terre d’Oltrepò ha prodotto un milione e duecentomila bottiglie e nell’ultimo anno l’azienda ha messo in catasta più di duecentomila bottiglie di spumante metodo classico DOCG.
Ma le novità non riguardano solo l’accordo con il gruppo Francoli: «Il progetto commerciale di Terre d’Oltrepò è ampio e riguarda anche la grande distribuzione: abbiamo fatto un accordo con un grande gruppo di distribuzione che da quattro mesi ci sta portando risultati importanti di visibilità, con un marchio importante come Cantina di Casteggio. Inoltre, abbiamo un progetto ambizioso per il mercato USA, sperando che si risolva la problematica dei dazi proposta da Trump» prosegue il direttore Sala.

La conferenza stampa è stata anche l’occasione per annunciare qualche particolare in più riguardo il “progetto qualità” diretto dall’enologo Cotarella: «Con il mese di dicembre si è concluso il progetto 2019 e si è avviato quello 2020: a partire dal mese di marzo usciranno i primi vini, a seconda delle necessità. A fine anno vedranno la luce il Riesling Renano e il Pinot Nero firmati da Cotarella, ma già per il Vinitaly avremo pronta l’intera gamma del “Progetto 2019”» aggiunge il presidente Giorgi. «A fine gennaio incontreremo i soci per iniziare a lavorare sul progetto 2020, che sarà un evoluzione di quello dell’annata passata».
Tutti i vini del “progetto qualità” saranno marchiati “La Versa” e saranno prodotti nella storica cantina di Santa Maria della Versa.

A seguire, durante il brunch offerto dall’azienda ai rappresentati e alla stampa, il barman Benito Langella ha presentato un nuovo cocktail con il quale ha vinto il 70^ Concorso Nazionale AIBES nella categoria Sparkling. «Ho chiamato questo cocktail Amelirose, come la figlia di una mia grande amica amante delle fragole, le quali sono l’ingrediente principale» dice Langella. «Il cocktail è composto, oltre che dalle fragole, da cranberry per dare dolcezza, lime per l’acidità, una spolverata di vodka e per concludere il metodo classico “Collezione 2007 La Versa”, guarnito in superficie con una decorazione composta da pasta di zucchero, isomalto, frutto della passione, menta e fragola aromatizzata a limone e zucchero».

Si è da poco conclusa l’edizione 2019 del “Mercato dei vini dei vignaioli indipendenti” organizzato dalla FIVI (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti): un’edizione da record, con 626 vignaioli presenti e 22.500 visitatori. Costituitasi nel 2008, la FIVI è una federazione di vignaioli nata per difendere gli interessi dei propri aderenti in ambito morale, tecnico, sociale economico e amministrativo; per partecipare alle politiche di sviluppo viticolo a scala locale, nazionale ed europeo ed, infine, proporre misure economiche e norme legislative nell’interesse dei Vignaioli Indipendenti. La federazione inoltre propone e promuove un’organizzazione economica del vino sostenibile e razionale, dialogando con i poteri pubblici con l’obiettivo di esprimere le problematiche specifiche dei vignaioli associati. Gianluca Cabrini, 40 anni, titolare dell’Azienda Agricola Belvedere di Montecalvo Versiggia, dal 2016 è delegato FIVI Oltrepò Pavese.

Gianluca, quando ha iniziato la sua attività agricola?

«La mia realtà nasce nel 2013, quando ho fatto ripartire l’azienda agricola che era di proprietà dei nonni di mia moglie. La mia fortuna, come dico sempre, è stata quella di avere lo storico in vigna e non in cantina: vigneti dai trenta ai sessant’anni di età che mi hanno permesso di avere già un prodotto interessante da poter trasformare».

Come mai questa scelta?

«Io non arrivo da questo mondo: fino al 2012 vendevo automobili nel lodigiano. Saturo di questo mondo mi sono buttato in questa impresa. Prima di allora non mi ero mai occupato di vino, anzi ero un consumatore molto “basic”. Poi frequentando corsi ed interessandomi sempre di più mi sono trovato immerso in questa realtà».

Che tipo di impostazione ha dato alla sua azienda?

«Ovviamente, dovendo iniziare da zero, ero consapevole di non poter fare grandi numeri e che l’unica soluzione era fare della qualità, qualcosa di diverso. Il mio vino più rappresentativo è il Wai, un vino che finisce la fermentazione in bottiglia: una sorta di metodo classico senza sboccatura, come i vini frizzanti di una volta. Sono prodotti di nicchia, ma da bere tutti i giorni. Quando ho iniziato ho da subito pensato di dover dirigermi verso una certa direzione. Attualmente abbiamo i vigneti in conversione bio e in cantina facciamo il minimo della lavorazione: nessun filtraggio, nessuna chiarifica e rifermentazione spontanea. Ora va di moda parlare di “vino naturale”, ma io parlerei di “vino rispettoso”: al consumatore bisogna fargli capire innanzitutto che esistono due tipi di vini, quello industriale e quello artigianale. Tra gli artigianali troviamo il convenzionale, il biologico, il biodinamico e il naturale. Poi naturalmente molte tipologie si vanno a sovrapporre e sono collegate tra di loro».

Perché ha scelto di aderire alla FIVI?

«Io non mi sono associato subito, in quanto il primo anno la cantina era in ristrutturazione e ho vinificato presso terzi. Terminati i lavori mi sono subito iscritto, perché ho trovato questa associazione “pura”, fatta di vignaioli che portano avanti un progetto comune senza divisioni. Io non conoscevo ancora bene le realtà e le dinamiche del ruolo, ma da subito ho avuto fiducia in questa federazione».

Lei è delegato per l’Oltrepò Pavese: negli ultimi anni la FIVI ha avuto un vero e proprio boom nella nostra zona, con l’adesione di diverse aziende…

«Sono delegato FIVI dell’Oltrepò Pavese dal novembre 2016: questa funzione nasce in quanto FIVI nazionale non riuscirebbe ad occuparsi di tutto il territorio italiano senza un referente che faccia da tramite. Non sono solo, in quanto sono aiutato da Luca Padroggi, Alessio Brandolini, Riccardo Riccardi e Matteo Maggi, altri vignaioli associati. In Oltrepò il numero di aziende è aumentato notevolmente ed è per questo che si è deciso di alzare l’asticella ufficializzando una delegazione, per avere un maggiore peso e maggior rappresentatività in Consorzio di Tutela Vini. Ora la delegazione Oltrepò vanta 35 aziende associate e il merito di questo successo va dato a tutti: ognuno ha messo del suo per raggiungere questo risultato. Non bisogna limitarsi a identificare la FIVI solo come il “Mercato dei vini” di Piacenza, come molti pensano. “Il Mercato” è un complemento di un lavoro di un anno, dove la federazione permette all’associato di vendere il suo prodotto. La FIVI svolge il ruolo di un sindacato, che non da servizi, ma che porta avanti progetti comuni e fa valere le proprie ragioni ai tavoli di lavoro, al Ministero o a Bruxelles».

Pensa che questo interesse collettivo per la Federazione possa dare uno spunto al rilancio del settore vitivinicolo oltrepadano? Cosa potrebbe fare (o sta facendo) la FIVI a favore dell’Oltrepò?

«La FIVI è rappresentata in Consorzio da un nostro socio, Camillo Dal Verme. Anche FIVI sta portando avanti l’idea che un vignaiolo venga considerato in modo più bilanciato per i tre ruoli che ricopre: quello di produttore, di vinificatore e di imbottigliatore. La FIVI non darà uno spunto ma sarà fondamentale per il rilancio di questo territorio, perché le aziende associate sono tutte di livello qualitativo medio-alto. Come delegazione Oltrepò non abbiamo potuto ancora fare nulla di particolarmente rilevante, in quanto ci siamo costituiti da poco: per ora di tangibile è stata organizzata la giornata di presentazione della delegazione a Pavia e un’anteprima del Mercato dei Vini all’enoteca regionale. Stiamo organizzando anche “punti di affezione” presso ristoranti ed enoteche dove si potranno trovare i nostri vini. Da oggi cercheremo di far scoprire il nostro territorio a noi stessi, agli oltrepadani e ai pavesi, facendo capire che anche noi facciamo vini interessanti. L’Oltrepò non è solo grande distribuzione e grandi cantine».

A fine del mese scorso vi abbiamo visti impegnati al Mercato dei Vini di Piacenza 2019, un’edizione record. Com’è andata?

«Ogni anno è un’edizione da record: solo sabato ci sono stati 10.100 ingressi. Aver ampliato l’evento a tre giornate è stata una mossa azzeccata, in quanto al lunedì ci sono stati parecchi operatori. Da alcuni anni il mercato è frequentato anche da diversi stranieri, buyers e non solo, provenienti da USA, Spagna, Corea e altri paesi: certo, non sono buyer da grandi numeri, ma sono rapportati a nostri numeri e nostre esigenze».

Per concludere, pensa che la FIVI possa accogliere altre aziende oltre padane interessate? Non si rischia che l’ingresso di troppe aziende possa creare degli squilibri?

«Tutte le aziende che supportano la nostra filosofia sono ben accette, non abbiamo imposto vincoli o numeri chiusi. Basta avere e garantire i requisiti richiesti dalla federazione. Proprio due anni fa è stato rivisto il regolamento per evitare l’ingresso di società commerciali e mantenere pura l’associazione con soli vignaioli. Non penso che l’ingresso di altre aziende possa causare degli squilibri:  se sono omogenee e spinte dagli stessi ideali credo che si andrà a creare un gruppo ancora più forte e con un peso più rilevante». 

Oltre a Gianluca Cabrini, abbiamo voluto sentire il parere di alcuni vignaioli oltrepadani presenti al Mercato dei Vini di Piacenza.

Alessio Brandolini, titolare dell’omonima azienda vitivinicola di San Damiano al colle

Quando si è iscritto alla FIVI e quale è stata la motivazione che l’ha spinta a farlo?

«Mi sono iscritto alla FIVI nel 2015 perché è l’unica associazione che difende gli interessi dei vignaioli, che curano tutta la filiera produttiva».

Da quanto tempo partecipa al Mercato dei Vini di Piacenza? Come ha trovato l’edizione 2019?

«Partecipo dal Mercato dei Vini di Piacenza dal 2015 (cinque edizioni). L’edizione 2019 è stata una delle migliori sia dal punto di vista organizzativo che per l’affluenza dei visitatori. Negli ultimi anni l’appeal del Mercato è molto migliorato».

Come Vignaiolo cosa si aspetta da FIVI nei prossimi anni? Quali problematiche spera che vengano affrontate?

«Spero che la FIVI nei prossimi anni toccherà il tema della riforma dei Consorzi, perché considerando la nostra zona, sarebbe molto importante che i vigniaioli avessero più peso all’interno dei Consorzi».

Valeria Radici Odero, titolare dell’Azienda Agricola Frecciarossa di Casteggio

Quando si è iscritta alla FIVI e quale è stata la motivazione che l’ha spinta a farlo?

«Ci siamo iscritti alla FIVI nel 2015, che è stato un anno particolare perché ha marcato lo strappo con il Consorzio da parte di una serie di aziende del territorio, tra cui la nostra. Walter Massa è venuto a Casteggio ad inizio marzo per la presentazione della Guida Slow Wine e ha parlato della FIVI. Nella lettera che ci ha poi inoltrato ho capito che la FIVI poteva aiutarci, perché è l’unica associazione che si batte per i problemi dei piccoli e dei vignaioli. E quando si è piccoli, da soli è impossibile far cambiare le cose. In FIVI siamo tutti vignaioli e ci battiamo per proteggere il nostro modo artigianale di fare vino, proprio a cominciare dalle leggi che a volte andrebbero riviste per proteggere chi dà valore al vino, al territorio e alla tradizione».

Da quanto tempo partecipa al Mercato dei Vini di Piacenza? Come ha trovato l’edizione 2019?

«Partecipiamo dal 2015, ho visto crescere in modo esponenziale la manifestazione, sia dal punto di vista dei produttori presenti, che del pubblico. É un bellissimo momento di incontro, tra noi vignaioli di tutta Italia e con i visitatori, un pubblico di appassionati e professionisti del settore. Ho l’impressione che quest’anno sia cresciuta la presenza di importatori stranieri e sommelier di ristoranti di tutta Italia. Chi cerca un certo tipo di produttore, lo trova più facilmente qui, dove c’è la garanzia che siamo tutti vignaioli, che a Vinitaly dove c’è il mondo».

Come Vignaiolo cosa si aspetta da FIVI nei prossimi anni? Quali problematiche spera che vengano affrontate?

«FIVI è già molto attiva nella battaglia per la governance dei Consorzi, che però non è ancora terminata. Spero che si riesca in seguito a fare qualcosa per ridurre la burocrazia, macchina complicatissima, che, cosi com’è oggi, è un costo e una perdita di tempo per le piccole aziende».

Tosi Giuseppe, titolare dell’Azienda Agricola Tosi di Montescano

Quando si è iscritta alla FIVI e quale è stata la motivazione che l’ha spinta a farlo?

«La nostra azienda è iscritta alla FIVI dal 2017. Avevo alcuni amici e colleghi che erano iscritti già da alcuni anni e mi parlavano benissimo dell’associazione, quindi ho approfondito e mi è piaciuto molto il clima che si respira tra i vignaioli e le motivazioni della FIVI».

Da quanto tempo partecipa al Mercato dei Vini di Piacenza? Come ha trovato l’edizione 2019?

«Questo appena passato è per me il secondo mercato FIVI a Piacenza a cui partecipo (oltre alla partecipazione a quello di Roma nell’anno 2018), ma ero andato come visitatore a quasi tutte le edizioni e mi ha sempre colpito l’unione tra vignaioli di zone completamente diverse, il clima che si respira durante il mercato è festivo ed è anche un modo per scambiarsi idee e pareri ,fuori dalla logica economica e relazionarsi come colleghi e magari futuri amici e non come concorrenti».

Come Vignaiolo cosa si aspetta da FIVI nei prossimi anni? Quali problematiche spera che vengano affrontate?

«La FIVI sta facendo molto per i vignaioli che, purtroppo, non sono rappresentati in modo giusto da nessuna altra associazione. Essendo aziende spesso molto piccole, gli associati FIVI faticano ad adempiere a tutto quello che la burocrazia ci impone, e quello che mi aspetto è uno snellimento proprio di quella burocrazia che è spesso deleteria per le piccole aziende, in quanto toglie tempo e risorse ai lavori di campagna e cantina, che sono poi quelli che determinano la qualità di un vino. Mi aspetto anche una maggiore sensibilità e competenza tra le persone che effettuano i controlli nelle aziende per quanto riguarda qualità, sofisticazione ecc., e so che la FIVI si sta già muovendo per questa problematica».

di Manuele Riccardi

Le Partite Iva, chiamate anche donatori di imposta, non vanno odiate, ma salvate. Federcontribuenti: ”Con un fatturato di 45 mila euro, pagando tutte le imposte, resta un guadagno netto di 17 mila euro, con quale coraggio parlano di carico fiscale ridotto? Nel 2020 non avremo alcuna crescita economica, saremo ancora ultimi tra tutti i Paesi Ocse e questo perché resta la tendenza ad assassinare fiscalmente chi produce denaro ed occupazione”. Senza permessi o ferie pagate, senza il diritto ad ammalarsi e solo il 25% riesce a tenere aperta la P. Iva fino all’età pensionabile ”perdendo tutti i contributi Inps e Inail ed ENASARCO”. Il reddito medio di una P.Iva è calato di 7 mila euro negli ultimi 10 anni. Un dipendente senza persone a carico costa al datore di lavoro il 47,88% in più rispetto al netto che percepisce. ”Non c’è lavoro, mi apro una Partita Iva per creare lavoro e occupazione e cosa fa lo Stato? Mi giudica evasore fiscale sul nascere e mi taglieggia senza sosta e logica”.

Perché le P. Iva sono così mal viste da tutti? ”Una leggenda creata ad arte dai politici per giustificare i continui aumenti di imposte o altre forme di tortura fiscale. Per i governi le P. Iva sono solo bancomat al pari dei pensionati”. Gli autonomi sono 5,3 milioni, il 23,2% degli occupati e sono in forte calo rispetto al 2016 quando contavamo una armata di 8,6 milioni di P. Iva. Cioè meno 3,3 milioni di lavoratori in circa 3 anni e molti meno sopravviveranno al 2020”.

Il 71% sono persone fisiche e negli ultimi 10 anni hanno chiuso più di 257 mila imprese attive:

” il 25,8% degli autonomi vive al di sotto della soglia di povertà calcolata dall’Istat”.

I controlli fiscali dietro la favola della lotta all’evasione fiscale.

”Tutti gli autonomi in questi giorni aprono la pec tremando. Ogni fine anno arrivano sanzioni da parte di Inps con ricalcoli misteriosi basati su vecchie dichiarazioni dei redditi anche di 6, 7 anni prima con intimazioni a pagare entro 5 giorni. Il 98% delle Partite Iva ha in corso rateizzazioni per debiti o mancati pagamenti che si accumulano alle scadenze fiscali insomma, è come rincorrere continuamente una meta che di anno in anno si sposta 10 km in avanti”.

Lo Stato in sintesi attua una pressione fiscale differenziata e oppressiva dietro quella leggenda che vede gli autonomi come evasori fiscali per antonomasia. ”Perché un piccolo imprenditore non deve avere diritto ad ammalarsi? Perché non deve aver diritto a delle ferie pur oppresso da mille adempimenti fiscali? Per cosa versa tutte le tasse?

Pagare una tassa su soldi che non sono stati ancora guadagnati.

”Si chiama imposta sul valore aggiunto laddove un autonomo deve anticipare soldi allo Stato su un ipotetico guadagno. Proporremo una serie di iniziative legislative contro tutti questi adempimenti fiscali che rischiano di decapitare quei lavoratori che rappresentano il motore economico del Paese. La pace fiscale ha fallito, occorre tagliare del 60% tutti gli adempimenti fiscali e burocratici, snellire le procedure e prevedere una maggiore elasticità nelle scadenze per evitare continui ricalcoli e cartelle esattoriali che mettono a rischio attività lavorative sane”.

La vita di una Partita Iva.

”Ogni anno subiscono 100 controlli da 15 diversi Enti; un controllo ogni 3 giorni e il 25% di questi controlli si tramutano in un verbale – prima paghi e poi contesti e se non paghi arriverà una bella cartella esattoriale. Il 90% delle Partite Iva viene oppresso da fidi bancari con tassi altissimi e per garanzia devi dare tutto quel che possiedi – perché una Partita Iva si deve sempre maltrattare tanto non esiste sindacato di categoria, nessuno che li tuteli. Devono poi pagare il consulente del lavoro e il commercialista e avere sempre sul libro paga un avvocato tributarista. Poi deve stare al passo con i tempi, con le tecnologie e vai con il costo delle licenze dei software. Poi ci sono gli F24; la dichiarazione del modello unico, l’Irpef, l’Irap, spesometro e vecchi studi di settore e per alcuni la cassa edile e poi la camera di commercio e ancora pregare ogni volta scade il DURC. E i corsi di formazione o per la sicurezza dei luoghi di lavoro? E il Sistri e il registro dei rifiuti? E i dipendenti da pagare? Terrorismo psicologico, ecco cosa subisce un lavoratore autonomo che passa le notti in bianco nel vano tentativo di far quadrare i conti e magari anche mantenersi una famiglia. In Italia il 95% sono micro imprese e, tranne qualche rara eccezione, sono tutte indebitate con il fisco e vogliono lasciarvi credere che sono indebitate perché evasori. Questa è una menzogna, una gogna vera e propria. La verità è che queste Partite Iva pagano e sostengono le vostre pensioni e i vostri stipendi pubblici; e mantengono anche il reddito di cittadinanza”.

Il “Cucito” come una Ferrari: non ce n’è per tutti, ma la sua sola esistenza basta già a nobilitare l’intera linea di produzione di un’azienda. Oggi il prodotto principe della norcineria d’Oltrepò è ai minimi storici: quindici anni fa quelli certificati con marchio Dop erano 10mila, oggi sono appena un centinaio. Anche gli allevamenti autoctoni sono ridotti: negli anni ’90 i suini allevati in loco erano 4.500 - 5.000, nel 2010 erano calati a poco più di un migliaio.

Oggi in Alto Oltrepò sono circa 500, distribuiti su 61 allevamenti dei quali solo 22 non sono finalizzati all’autoconsumo. E senza marchio “Dop” il prodotto non ha un peso commerciale che garantisca un ritorno, economico o d’immagine, al territorio. Non porta, in altre parole, acqua al mulino. Ad oggi la quasi totalità di 
suini con cui è prodotto il salame di Varzi proviene da allevamenti esterni all’area della Dop.

La filiera, quindi, è tronca a monte. Per rilanciarla la Comunità montana prova ad invertire un trend di diminuzione della produzione del Salame di Varzi “Cucito” Dop partendo “dal basso”: «Agriseed non è solo un bando che permette di finanziare interventi infrastrutturali per gli allevatori, ma è prima di tutto un progetto per rilanciare il Cucito Dop ricostruendo una filiera a km0». L’assessore all’agricoltura e sviluppo Andrea Gandolfi interviene per spiegare il senso del bando appena pubblicato e che ha fatto discutere la Valle Staffora. «L’evoluzione del mercato e delle certificazioni ha portato una contrazione degli allevamenti sui territori collinari, con una maggiore concentrazione verso i grossi centri di pianura. Questa evoluzione ha avuto delle ricadute anche in Oltrepò».      Il Progetto Agriseed, redatto di concerto con il professor Tito Bianchi e Fondazione Cariplo, restituisce un’interessante disamina sull’evoluzione dell’allevamento e della produzione della filiera del salame di Varzi Dop.  Ne emerge un quadro in cui la forza della Dop è sempre più fragile sia dal lato della produzione (solo un terzo del prodotto è marchiato “Salame di Varzi Dop”, 400 tonnellate Dop contro le 1200 tonnellate complessive), che dal punto di vista dei soci del Consorzio: infatti oggi sono 9 i soci produttori contro i 29 alla sua nascita nel 1984.
La lenta ma progressiva erosione del legame fra prodotto e territorio risulta quindi evidente. Bisogna invertire subito la tendenza, ricostruendo la filiera con mattoni solidi: il “top” per eccellenza., da queste parti, è proprio il “Cucito”.

Gandolfi, con il Progetto e poi bando Agriseed pensate di poter “ripopolare” la Valle di maiali?

«Il progetto ha alcune ambizioni precise, come quella di innovare la filiera del Salame di Varzi DOP Cucito prevedendo l’esclusività dell’utilizzo di materia prima nel territorio della DOP costruendo così una filiera a Km0. Detto ciò bisogna essere realistici e partire da basi solide, come costruire una seria e strutturata alleanza tra chi già opera sul territorio».

In che modo pensate di crearla?

«La prima forza sta nell’accordo di filiera: chi aderisce al bando avrà la garanzia di poter vendere i suoi maiali alle aziende che operano nel Consorzio a prezzi prestabiliti, messi nero su bianco e anche trattabili».

C’è chi ha detto che con i fondi messi a disposizione dal bando (massimo 25mila euro a soggetto) non si possono fare grandi cose...

«Serve superare la logica che per fare grandi cose servano grandi contributi. Ad esempio, i suini che si allevano oggi sul territorio, che sono almeno 500, sarebbero già di per sé sufficienti a riportare la produzione del Cucito DOP ai livelli di 10 anni fa».

La scommessa del bando quindi non è quella di creare “grandi numeri” quanto utilizzare il già esistente..

«L’obiettivo è quello di dare una dignità commerciale al nostro prodotto principe. I “numeri” per iniziare bene, come detto, ci sarebbero già.

Come farlo?

«Le condizioni per ricostruire una filiera del Salame di Varzi Cucito Dop, sono praticabili grazie ai reciproci impegni tra allevatori del territorio, consorzio del Salame di Varzi DOP e produttori.

Gli allevamenti del territorio, se opportunamente strutturati ed in possesso delle idonee certificazioni, quindi attraverso un accordo di filiera per alla produzione del Cucito DOP con il relativo Consorzio, saranno nelle condizioni di conferire un quantitativo di materia consistente e la Comunità montana si impegna a dare a tutti gli allevatori il sostegno anche burocratico di cui avranno bisogno».

Il Consorzio però negli anni ha perso soci. Dai 29 del 1984 ai 9 attuali. Come mai secondo lei non riesce ad essere davvero attrattivo per tutti i produttori?

«Credo che sia la D.O.P. a dovere essere attrattiva per tutti i produttori, nonché l’unica scelta possibile se davvero abbiamo a cuore la crescita del nostro territorio e la valorizzazione di sua maestà il Salame di Varzi. Le porte sono aperte per potenziare la D.O.P. nel rispetto delle differenti tipologie di propensioni al mercato ed alla produzione e, siamo certi, che il Consorzio di tutela è al nostro fianco come un alleato del territorio».

di Christian Draghi

La Giunta comunale riunitasi mercoledì 18 dicembre, ha approvato l’aggiornamento della programmazione delle assunzioni per il biennio 2020-2021. Il prossimo anno partiranno diversi concorsi, le cui assunzioni saranno condizionate alla cessazione del personale da sostituire. In particolare è previsto un concorso per l’assunzione di 7 funzionari amministrativi (categoria D). La partecipazione è legata a determinati requisiti che verranno comunicati nei prossimi mesi dal bando specifico, la condizione necessaria è il possesso di una laurea umanistica-economica. E’ previsto un concorso per l’assunzione di 12 impiegati amministrativi che dovranno essere in possesso di un diploma di scuola superiore oltre ai requisiti che verranno fissati dal bando. Le assunzioni sono legate ai settori affari generali, finanziari, servizi sociali e demografia del Comune di Voghera. E’ altresì previsto un concorso per l’assunzione di 3 agenti di Polizia Locale. I concorsi saranno realizzati nel 2020, ma le assunzioni saranno anche legate al personale che man mano va in pensione. L’organico del Comune di Voghera è composto da 204 dipendenti distribuiti in quattro plessi (Piazza Duomo, Piazzetta Cesare Battisti, Casa Gallini e il complesso di corso Rosselli - via Gramsci). «Un importante piano di assunzioni che abbiamo approvato in Giunta, il Comune aprirà le candidature a diverse posizioni - commenta il sindaco Carlo Barbieri - la legislazione vigente consente la copertura quasi totalitaria del turn over anche in vista dei pensionamenti». «Il lavoro, in collaborazione con gli uffici personale e finanziario, ha consentito di ottenere il miglior risultato possibile per rafforzare e portare nuova linfa alla struttura comunale», aggiunge l’assessore al personale Gianfranco Geremondia.

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Il prezzo delle uve è un tema scottante ricorrente in Oltrepò Pavese. è un dato di fatto che negli ultimi 40 anni il potere di acquisto di un quintale di uva sia crollato drasticamente, causando uno stallo nello sviluppo del territorio. Lo si può notare da un semplice calcolo pratico. Prendiamo come riferimento un cingolato di piccole dimensioni:  un Fiat 355C nuovo negli anni ‘70 costava tra 2.500.000 e i 3.500.000 di Lire. Oggi lo si acquista usato ad un prezzo oscillante tra i 3.500 e i 5.000 euro in base alle condizioni. Tramutando il valore in uva, partendo da un massimo di 5.000.000 di lire e dividendolo per un prezzo medio al quintale di 35.000 lire del 1977, bastavano 140 quintali di Pinot Nero per poter acquistare un trattore di piccole dimensioni. Oggi un cingolato nuovo da 75Cv costa 35.000 euro (iva esclusa), con un prezzo medio di Pinot Nero di 59,00€ al quintale. Quindi servono all’incirca 600 quintali di Pinot Nero per poterne acquistare uno. Angelino Mazzocchi, è un agronomo di Cigognola che per diversi anni è stato il tecnico del Centro Assistenza Valle Scuropasso. Ci ha fornito i dati di uno studio effettuato nel 2011 (e aggiornato con le ultime annate) con prezzi medi delle uve Pinot Nero, Riesling e Croatina dal 1973 al 2017, deflazionati.

Mazzocchi, in queste tabelle possiamo vedere i prezzi delle uve Pinot Nero, Riesling Italico e Bonarda, dal 1973 al 2017. Per quale motivo è stato effettuato questo studio?

«Questo studio venne presentato a Canneto Pavese nel giugno 2011, durante un convegno riguardante i costi di produzione nel campo vitivinicolo. I dati erano aggiornati alla vendemmia 2010 e riguardanti esclusivamente il Pinot Nero».

Chi se ne è occupato?

«I dati erano stati raccolti dal Centro Assistenza Valle Scuropasso  insieme al Prof. Gabriele Canali, docente di Economia Agroalimentare all’Università Cattolica di Piacenza».

Dalle tabelle e dai grafici che ci ha fornito possiamo invece vedere tre tipologie di uve: Pinot Nero, Riesling e Croatina (Bonarda DOC).

«Lo studio originariamente prevedeva i prezzi del Pinot Nero DOC fino al 2010, ma poi è stato aggiunto anche il Riesling DOC. Abbiamo aggiunto anche i prezzi riguardanti il Bonarda, grazie ad una ricerca effettuata da mio figlio per una tesi universitaria, elaborando i dati ISMEA. Bisogna però segnalare che i prezzi della tipologia Bonarda, almeno per i primi anni, riguardano una fascia di selezione alta perché la qualità più comune aveva prezzi un po’ più bassi. Certamente sono dati utili per valutare le oscillazioni di mercato. Invece per il Pinot Nero e il Riesling c’era un valore unico varietale».

Vedendo il grafico si nota un elevato picco per tutte e tre le tipologie nel 1979. Si ricorda più precisamente la motivazione di tale innalzamento?

«Si può subito notare che  in sei  anni dal 1973, prima annata presa in considerazione per lo studio, al 1979 i prezzi delle uve Pinot Nero e Riesling si sono quadruplicati, passando da 12.000-15.000 lire al quintale a 54.000 e 80.000 lire. Oggi, deflazionati,  corrisponderebbero a 169,00 e 221,00 euro al quintale. In questi sette anni c’era una richiesta di mercato fortissima che ha portato a questo forte aumento dei prezzi, con picchi tra il 1977 e 1979. Questa spinta era stata data dalle ditte piemontesi che venivano a ritirare il Pinot Nero per produrre metodo classico e Riesling per il metodo Charmat. Negli ultimi anni ci sono state comunque annate particolari in cui le nostre uve erano fortemente richieste. Un esempio recente riguarda l’annata 2017, in cui molte zone vinicole hanno subito grandinate e gelicidi. Anche da noi la produzione era calata del 30-40% ma le nostre uve erano richieste da vinificatori di altre zone per colmare le loro perdite. Eppure non ci sono stati picchi come nel 1977-1979».

Come mai in Oltrepò non funziona la banale “Legge della domanda e dell’offerta”?

«Si può dire che il triennio 1977-1979 è stato un caso più unico che raro, in cui questa legge di mercato ha realmente funzionato come dovrebbe sempre essere. La curva del grafico parla chiaro: ci sono stati sì altri picchi, certamente minori, ma i prezzi anche in caso di siccità o calamità naturali non sono mai aumentati nel modo corretto».

Come mai dal 1979-80 è iniziato il costante crollo dei prezzi? C’è stato qualche fattore scatenante particolare?

«La motivazione è semplice: dal 1980 la Gancia ha smesso di acquistare uve in Oltrepò perché i prezzi delle uve stavano aumentando troppo per i loro piani improntati principalmente sulla quantità. Iniziarono quindi il progetto “Pinot di Pinot” acquistando uve in altre zone meno vocate a prezzi decisamente inferiori».

Però negli anni ’80 lo spumante metodo classico dell’Oltrepò Pavese si vendeva bene e a prezzi non certamente bassi…

«Sì, certo. Lo spumante vinificato qui da noi si riusciva a vendere a buoni prezzi, ma di certo non si è seguito quel trend. Infatti il prezzo medio delle uve è rimasto inferiore ma più stabile per alcuni anni. Negli anni 2000 si denota un appiattimento dei prezzi di tutte e tre le tipologie».

Come mai?

«Qui ci sono varie motivazioni. C’è da prendere in considerazione anche l’introduzione dell’Euro, che ha un po’ scosso le conversioni dei prezzi e destabilizzato il mercato. Il potere d’acquisto legato al prezzo delle uve si è ridotto drasticamente dal 1979 ad oggi. Negli anni ’70, con 80.000 lire si pagavano circa tre giornate di lavoro in campagna: con i prezzi di un quintale di Pinot dei giorni nostri, a volte non si riesce a pagarne una. Questi sono conti alla portata di tutti. Lo sviluppo delle aziende si è così bloccato. A differenza degli anni’70 le aziende di oggi acquistano poche attrezzature nuove, non perché non ne hanno bisogno, ma perché non hanno la liquidità per permetterselo. Chi lo ha fatto recentemente si è avvalso di contributi europei, che sono stati essenziali per poter sviluppare un’azienda e permetterle il  rinnovamento tecnologico. Ora però non tutti lo fanno ancora, perché prima erano contributi in conto capitale e ora contributi in conto interessi. Quindi non ci sono più i vantaggi degli anni 2000».

L’ultimo prezzo massimo di Pinot Nero si è registrato nel 2003. Cosa accadde?

«Il 2003 segna la prima annata in cui Berlucchi ha acquistato uve Pinot Nero da spumantizzare presso un’azienda da lui affittata in Oltrepò. I prezzi del Pinot Nero da noi rilevati riguardano però le uve raccolte normalmente, non in cassetta. Ma questo ha influito comunque sui prezzi medi del Pinot. Il Pinot veniva raccolto in cassette di legno e portato in Piemonte fino al 1967. Dall’annata successiva si è solo raccolto normalmente. C’è stata poi qualche annata particolare richiesta in cassetta da Riccadonna, ma si tratta di pochi casi. Nelle annate successive ci sono stata aziende che pigiavano le loro uve in cassetta, ma il mercato era praticamente nulla. è stato Berlucchi a reinserire questo tipo di raccolta in grande scala sul mercato delle uve».

Dal 2010 possiamo notare un appiattimento delle tre tipologie, su prezzi che corrispondono ai minimi storici. Il 2010 è stato anche la prima annata a non essere pagata dalla storica Cantina La Versa, evento che ha destabilizzato il mercato delle uve in tutto questo decennio. Si tratta di una semplice casualità o i due fattori possono considerarsi “causa ed effetto”?

«Potrebbe anche essere, ma non è detto che i due eventi siano strettamente collegati. Senz’altro è una concausa. Un’altra causa importante riguarda un altro fattore, un po’ difficile da rilevare, ma che certamente ha influito: nel 2008 c’è stata la fusione tra la “Cantina di Casteggio” e l’”Intercomunale di Broni”, che ha creato “Terre d’Oltrepò”. In quell’anno il Pinot Nero valeva ancora 80,00€ al quintale, l’anno successivo 69,00€: questo è stato l’effetto della fusione. Broni pagava prezzi superiori rispetto a Casteggio, ma si è ritrovata a dover ritirare una quantità di uve maggiori che faceva fatica a collocare ad un prezzo importante, dovendo abbassare i prezzi d’acquisto ai soci. Ci terrei però a precisare che a mio parere il primo motivo di questi prezzi bassi sta nel fatto che questa zona non ha più avuto un ruolo importante a livello promozionale».

Come mai secondo lei non si è fatto nulla per arginare questa caduta libera dei prezzi?

«Negli anni ’80 si è cercato di creare un marchio nazionale per gli spumanti italiani, come avviene in Francia e in Spagna. Questo non si è mai realizzato perché non è stato possibile trovare un accordo. All’epoca noi lavoravamo con Cinzano e le iniziative per questo marchio nazionale arrivavano proprio dai piemontesi. L’accordo non si è mai raggiunto perché non c’era una visione d’intenti comune su quali zone geografiche inserire in questa “denominazione”. In quel periodo la Cinzano aveva iniziato ad acquistare Pinot Nero in Veneto, a prezzi più bassi per fare spumanti di valore inferiore, non metodo classico. Nella denominazione si voleva far rientrare anche il Veneto, ma loro erano contrari. Partì così il progetto “Alta Langa – Tradizione Spumante” a cui volevano aggregare l’Oltrepò Pavese. Qui non si ritenne giusto aderire a causa di perplessità sul disciplinare agronomico e alla contrarietà di “La Versa”, che aveva forte potere decisionale, in quanto aveva un proprio marchio forte sul mercato. Da qui ognuno è andato per proprio conto ed è iniziata l’ascesa del Franciacorta con l’arretramento dell’Oltrepò Pavese. Era si stato creato il marchio “Talento”, ma non è mai stato sviluppato e utilizzato a fondo».

Concludendo secondo Lei per aumentare i prezzi, o per lo meno arginarne la caduta, cosa si potrebbe fare? Bisognerebbe migliorare la promozione degli spumanti attraverso un marchio unico oppure sarebbe più opportuno agire sui disciplinari?

«Sicuramente bisognerebbe agire su entrambe le problematiche, ma se non c’è un’azione commerciale comune è anche inutile intervenire sui disciplinari. Sono già stati fatti parecchi tentativi negli anni scorsi che però non hanno ricevuto il giusto seguito. Un esempio su tutti è il Cruasè DOCG nato una decina di anni fa: un bel progetto su cui alla fine nessuno ha investito realmente. Un prodotto non si vende da solo, ma con la giusta spinta commerciale e promozionale».

di Manuele Riccardi

"La Regione Lombardia ha scelto di tornare a produrre il proprio vino o meglio i propri vini. Dove? A Riccagioia, quartier generale del Consorzio. Da quest’anno, nell’ambito del progetto ‘Oltrericcagioia’, un enologo trentenne, Stefano Torre, ha prodotto, utilizzando i vigneti idi Torrazza Coste, in Oltrepò, nella tenuta Riccagioia, di proprietà della Regione, uno ‘Spumante metodo classico’, uno ‘Spumante metodo Martinotti’ da uve di Pinot Nero, un ‘Bianco fermo’, un ‘Rosso Olterpo’, un ‘Pinot nero vinificato in rosso’ e un ‘Passito’.

Un’azione effettuata sotto la regia di ERSAF (Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste) che ha proposto l’applicazione di un modello di economia circolare e sostenibile. Le operazioni di vendemmia e di vinificazione sono state infatti compiute nella cantina della tenuta vitivinicola oltrepadana.

Non solo, l’enologo che le ha selezionate, ha completato i suoi studi universitari proprio a Riccagioia quando nell’azienda erano attivi i corsi di laurea in ‘Viticoltura e Enologia’ dell’università degli Studi di Milano. Un modello che ha dato risultati eccellenti visto che esperti del settore che hanno degustato, in anteprima, il prodotto lo hanno definito “di ottime qualità sensoriali e altamente rappresentativo delle varietà autoctone della zona”.

Per questa sua qualità che la Regione ha scelto questi vini come biglietto da visita e come strumenti promozionali anche per le imminenti festività Natalizie. ERSAF, da parte sua, lo ha eletto come prodotto ‘self made’ come spiega l’assessore all’Agricoltura, Alimentazione e Sistemi Verdi Fabio Rolfi: “Crediamo molto nel vino come prodotto d’eccellenza della distintività dell’agricoltura lombarda e nell’Oltrepò come straordinario territorio da valorizzare. Ho provato in anteprima i prodotti e la qualità è ottima. Applicare il logo della Regione sulle etichette e utilizzare queste bottiglie come omaggi istituzionali testimonia quanto il progetto dei vini prodotti a Riccagioia sia credibile e quanto il nostro impegno in Oltrepò sia concreto”..

Particolarmente interessante, in questa riavviata produzione, sono il ‘Bianco fermo’, chiamato ‘Gioiello’, in cui sono presenti 15 tipologie di uva a bacca bianca del pavese e il ‘Passito’ proveniente da uve selezionate in vigna e fatte appassire su graticci in serra all’interno dell’azienda. Dal 2021, poi, sarà possibile gustare lo Spumante metodo Classico. I prodotti non saranno in vendita."

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Al via un progetto che vuole affrontare le sfide ambientali che il Pianeta mette di fronte al mondo della viticoltura. Parte con questa filosofia un piano di lavoro che vedrà coinvolti i soci di Terre d'Oltrepò. In queste settimane i vertici del gruppo, insieme alla parte tecnica costituita da agronomi ed enologi, stanno contattando i soci del colosso vitivinicolo per lanciare un progetto che troverà fondamento nel corso della prossima stagione agricola.
"Negli ultimi anni  - spiega Nicola Parisi, agronomo di Terre d'Oltrepò - stiamo assistendo agli effetti dei cambiamenti climatici che rappresentano una realtà accertata dal mondo scientifico che sta influenzando, talvolta anche favorevolmente, l'attività viticola e le caratteristiche delle nostre produzioni. In particolare i cambiamenti climatici impongono un adattamento delle tecniche colturali del vigneto per far fronte alla ridotta disponibilità idrica, agli eccessi di esposizione termica e luminosa dei grappoli, alla rimodulazione della maturazione e dell' epoca di raccolta". In questo contesto si sviluppa il progetto che ha l'obiettivo di rispondere a questi cambiamenti garantendo la sostenibilità economica dell'attività dei viticoltori.
"Terre d'Oltrepò – spiega il presidente, Andrea Giorgi - intende sviluppare progetti di studio, sperimentazione e dimostrazione adottando strategie, approcci di gestione e pratiche agronomiche tesi ad individuare le soluzioni più idonee, capaci di rispondere alle sfide ambientali ed a mitigare gli effetti dei mutamenti del clima, conservando gli abituali elevati standard qualitativi delle proprie produzioni vitivinicole ed assicurando la sostenibilità economica della nostra attività". Per formalizzare al meglio l'operatività in questo ambito la cantina oltrepadana ha chiesto la collaborazione dei propri viticoltori.
"In questi giorni Terre d'Oltrepò – aggiunge l'agronomo Parisi - ha somministrato un questionario ai propri associati per raccogliere informazioni preliminari rispetto alle tecniche di gestione del suolo e della vigneto. Da qui partiremo per definire nel dettaglio il progetto. E' attiva, a questo proposito, una collaborazione con l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (la sede di Piacenza), in particolare il Dipartimento di Scienze delle produzioni vegetali sostenibili (DI.PRO.VE.S.); con l'Università degli Studi di Pavia, grazie agli accordi con il Dipartimento di Scienze della Terra e dell'Ambiente ed, infine, con  'Università degli Studi di Milano".

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