Giovedì, 22 Febbraio 2018

Ammontano a 47 miliardi di euro le imposte e tasse locali, regionali e comunali, pagate dai contribuenti nel 2017: Imu-Tasi in testa che hanno generato un gettito per Comuni e lo Stato centrale per 20,7 miliardi di euro, 17,1 miliardi di euro i comuni e 3,6 miliardi di euro lo Stato centrale. È quanto emerge da un’analisi del Servizio politiche territoriali della Uil sul gettito fiscale totale e medio pro-capite di una famiglia-tipo (composta da 4 persone con reddito complessivo di 44 mila euro, reddito Isee 17.812 euro con una casa di proprietà e un altro immobile).

A seguire il gettito delle addizionali regionali Irpef a 12,4 miliardi, mentre per l’Irpef comunale sono stati incassati 4,8 miliardi di euro e per la Tassa Rifiuti 9,1 miliardi di euro. In media nel 2017 una famiglia-tipo ha pagato 2.066 euro di tasse locali, spiega Guglielmo Loy, segretario confederale Uil.

In particolare, per l’Imu-Tasi per immobili diversi dalla prima casa, l’esborso medio è stato di 814 euro; per le addizionali regionali Irpef mediamente l’esborso è stato di 726 euro; per le addizionali comunali Irpef 224 euro; per la Tari 302 euro. A Roma, la famiglia oggetto del campione ha pagato 3.028 euro; a Torino 2.993 euro; a Genova 2.778 euro; ad Alessandria 2.724 euro; a Napoli 2.684 euro; a Salerno 2.676 euro; a Benevento 2.650 euro; a Pisa 2.684 euro; a Biella 2.692 euro; a Milano 2.571 euro. Cifre più contenute a Oristano (1.368 euro); a Gorizia (1.394 euro); a Bolzano (1.464 euro); a Sassari (1.528 euro); a Macerata (1.546 euro).

A livello di singole tasse per l’Imu-Tasi a Roma si sono pagati 1.563 euro medi; a Milano 1.333 euro; a Torino 1.321 euro; a Bologna 1.277 euro; a Genova 1.232 euro. Per l’Irpef regionale, in Piemonte, la famiglia campione ha pagato 1.041 euro; in Campania 893 euro; in Molise 878 euro; in Liguria 855 euro; nel Lazio, in Abruzzo, Calabria e Sicilia 761 euro. È Roma la città dove si paga l’Irpef comunale più alta con 396 euro, mentre in 51 Città, tra cui Bologna, Ancona, Campobasso, Genova, Napoli, Palermo, Perugia, Reggio Calabria, Torino e Venezia si pagano 352 euro. Per la Tariffa Rifiuti ad Agrigento il costo medio nel 2017 è stato di 474 euro a famiglia; a Pisa 473 euro; a Benevento 470 euro; a Siracusa 466 euro; a Salerno 462 euro.

Negli ultimi due anni la pressione fiscale a livello locale è diminuita grazie all’eliminazione dell’Imu-Tasi sulla prima casa, mentre le altre imposte sono rimaste stabili grazie all’auspicato blocco delle aliquote. "Bisogna approfittare - commenta Loy - del blocco degli aumenti delle aliquote per riprendere il cammino interrotto e completare il quadro della finanza locale, nell’ambito più complessivo del riordino fiscale nazionale. In particolare, per le addizionali regionali e comunali Irpef è indispensabile rivedere il principio e la base imponibile trasformandole da imposta a sovraimposta, cioè calcolando l’importo per Regioni e Comuni sull’Irpef dovuta e non sull’intero imponibile fiscale".

Ammonta a 73 miliardi di euro il carico fiscale che 'incombe' sui 42,8 milioni di autoveicoli (compresi autobus e camion) presenti nel nostro Paese. Una cifra che, per la Cgia, relega gli automobilisti tra le categorie di contribuenti più tartassate d'Italia.

Solo per dare un'idea della dimensione del prelievo, si ricorda che il gettito derivante dalle imposte che gravano su tutti gli immobili presenti nel Paese ammonta a poco più di 40 miliardi di euro.

La E nonostante la pesantissima crisi che ha colpito fino a 3 anni fa tutto il settore dell'auto, tra il 2009 e il 2016 (ultimo dato disponibile pubblicato dall'Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica) il gettito fiscale sugli autoveicoli è aumentato del 10,1%o (in termini assoluti pari a 6,7 mld), mentre la crescita dell'inflazione è stata del 9%.

Alessandro Paola è un giovane di 24 anni, che ha voluto far sentire la sua voce raccontando una sua recente esperienza lavorativa nel mondo del retail; lo ha fatto scrivendo una lettera aperta ad una testata giornalistica nazionale e subito ha ottenuto numerosi commenti positivi (alcuni negativi) alla sua reazione. 

La storia di Alessandro, vogherese, si svolge in uno dei tanti store dell’Oltrepò ed è attualissima: “fotografia” di una Italia in crisi, di giovani che non riescono ad inserirsi nel mondo del lavoro, non per incapacità nell’adattarsi, ma per aziende che sono disposte a calpestare i valori umani pur di ottenere profitti. Qualcuno sta zitto e subisce la situazione, altri – come Alessandro – non ci stanno e cercano altro!

Alessandro qualche tempo fa ha deciso di far sentire la sua voce, scrivendo una lettera ad una testata giornalistica nazionale, provando a raccontare la sua esperienza lavorativa e spiegando il motivo che l’ha spinta a licenziarsi a 24 anni... Spieghi anche a noi.

«Principalmente ero arrabbiato, molto arrabbiato! È stata questa la forza che mi ha spinto a farmi sentire a tutti i costi. Ero arrabbiato perché, un ragazzo di 24 anni, così come qualsiasi persona di altra età, non dovrebbe mai sentirsi oppresso dal nervoso e dalla rabbia, ed essere così “costretto” a lasciare un posto di lavoro che gli avrebbe permesso una stabilità e un futuro. Nel 2018 non è accettabile lavorare male, con regole esagerate (direi anche antiquate) e soprattutto irrispettose verso i lavoratori, solo per poter dire “almeno ho un lavoro”. Sono state per l’appunto queste le motivazioni che mi hanno spinto a lasciare un lavoro che, tutto sommato non mi dispiaceva sotto i punti di vista economici e professionali. Tuttavia sono arrivato alla conclusione forse scontata, che la vita è una sola ed è già è complicata così, quindi pur di non star male ho preferito fermarmi e dimettermi».

Era la sua prima esperienza nel retail?

«Sì; fino ad ora ho affrontato diverse tipologie di lavoro, ma nell’ambito dell’abbigliamento è stata la prima esperienza. Pensavo inizialmente di non essere adeguato, del resto l’opinione pubblica riguardo certi lavori è scontata... quante volte abbiamo sentito dire “quello fa il commesso, piega solo maglie...”. Vorrei che tutti provassero a piegare maglie come ho fatto io per un mese! Prima di tutto, nessun commesso ha un ruolo definito, nel senso che un giorno devi fare cassa, un giorno vieni assegnato ad un reparto e quello successivo in un altro, ovviamente senza dimenticarti di riordinare i camerini, pulire il negozio e scaffalare la merce inutilizzata. Tutto normale potrebbe sembrare fino a qui...peccato che poi, nelle ore compresse, ti accorgi di non riuscire a fare tutto e quindi passi ore in cassa senza neanche riuscire a trovare cinque minuti per usufruire dei servizi, perché il negozio è affollato e la cassa aperta è solo una. Inoltre, in questo compito occorre stare attenti a non sbagliare il resto anche di un solo centesimo, altrimenti ti ritrovi con una sfilza di verbali, che incidono sulla valutazione personale e, in caso di grandi somme, verranno detratte dalla busta paga, poiché non è prevista un’indennità di cassa. Per quanto riguarda il servizio ai clienti, trattandosi di un “libero servizio”, bisogna cercare di avere un certo “contegno”, quindi poche smancerie e poche chiacchiere, passa i prodotti, chiedi possibilmente soldi in banconote di piccolo taglio (per evitare cambi monete e scomodare il tuo titolare) e presta attenzione a chi servi: servire un tuo conoscente potrebbe costarti una lettera di richiamo; ebbene sì, se sei una persona con un minimo di vita sociale praticamente ti ritroverai a non dover servire nessuno dei tuoi “conoscenti”. Altro esempio, sono le pause non concesse se non hai un minimo di cinque ore di lavoro giornaliero, come se il nostro organismo decidesse quando utilizzare i servizi igienici o quando è ora di un caffè in base alle ore da affrontare, o ancora il terrore di timbrare entro la mezz’ora richiesta: devi finire del lavoro che non hai potuto concludere nelle ore di turno perché eri troppo preso? Perfetto, timbra e poi concludi, perché andare in straordinario per dieci minuti di lavoro? E ancora non stringere amicizia coi colleghi, non è forse meglio sparlarsi a vicenda e trovarsi da dire piuttosto che farsi un aperitivo tra amici? La lista delle cose che non vanno fatte è infinita e potrei continuare ore...».

Non crede sia normale che grandi aziende – con tanti dipendenti – debbano per forza avere regole rigide?

«Penso sia doveroso che una grande azienda stabilisca delle regole da rispettare, seppur discutibili, così come credo che la medesima azienda debba incaricare una persona quale “responsabile”, affidandole tutti compiti di rilevanza che il negozio richiede. Insomma, questa persona che poi altri non è che il “direttore” dovrebbe cercare di creare una squadra affiatata, un team capace di lavorare assieme con spensieratezza e cercando soluzioni ragionevoli senza ricorrere ai verbali aziendali per ogni singola cosa. Rigidità sì, ma sempre nei limiti dell’umanità!».

Secondo lei, la sua esperienza può essere stato un caso o anche altri negozi potrebbero vivere lo stesso disagio?

«Purtroppo non viviamo nelle favole e sono sicuro che la mia esperienza sia stata solo una delle tante, migliaia di lavoratori in tutta Italia vivono questi disagi, anzi magari paragonata ad altre, l’azienda per la quale ho lavorato potrebbe risultare una delle migliori, chi lo sa!».

Alessandro il disagio da lei vissuto, lo ha percepito anche negli altri dipendenti?

«Assolutamente sì! Sinceramente è stata la cosa che mi ha fatto più male. Vedere alcune colleghi in crisi per esigenze personali, oppure sempre arrabbiati e nervosi per una situazione lavorativa che non è quella che vorresti, è davvero brutto. Ancora più brutto è vedere il silenzio in tante di queste persone per non perdere comunque l’unico lavoro che hanno...ovviamente i lati della medaglia sono sempre due, infatti ho visto situazioni opposte, ossia colleghi falsi e ipocriti (i classici “lecchini”) che si ingraziano chi di dovere, per lavorare con più spensieratezza».

Una volta licenziato, ha trovato subito un nuovo lavoro?

«Appartengo ad una categoria fortunata, una volta licenziato sono tornato al mio vecchio lavoro che per fortuna ho trovato ancora. Ho lavorato come barista per un anno in una Caffetteria storica...il rapporto coi miei datori di lavoro è sempre stato ottimo e il mio lavoro è sempre stato considerato impeccabile quindi, quando ho parlato con loro del mio licenziamento, erano al settimo cielo per il mio ritorno. Attualmente sono tornato a fare il barista: rido e scherzo coi clienti, non ho problemi di resti in più o meno, non ho più il terrore dei verbali e dei richiami e di dover fare tutto di corsa, con l’ansia per ogni cosa. Avevo cambiato lavoro per provare un’esperienza nuova e anche per avere uno stipendio migliore ma, come ho detto prima, preferisco guadagnare due soldi meno e star meglio. Son tornato alla mia vita di sempre, quella che ogni ragazzo dovrebbe avere!».

Non teme che esponendosi, un datore di lavoro possa considerala una persona “polemica” e venga per questo svantaggiato?

«Purtroppo o per fortuna son fatto così, devo sempre dire quello che penso, quindi se un datore di lavoro mi ritiene una persona polemica è libero di pensarla a modo suo e non assumermi. Rispetto le idee di tutti, ma preferisco sempre dire ciò che penso».

Secondo lei, quali caratteristiche dovrebbe avere un buon datore di lavoro?

«Un buon datore di lavoro in primis deve cercare formare una persona, ossia formarla sotto ogni aspetto che il lavoro richiede, senza mettere ansie e pressioni psicologiche. I richiami sono doverosi e servono a far crescere professionalmente, del resto si impara sbagliando! Non siamo macchine programmate per saper già far tutto. Spesso invece, come capitato a me, i richiami venivano fatti per la cosa più stupida a cui arrampicarsi e per poter dire “guarda comando io e decido io”. Se un datore di lavoro è disponibile, avrà dipendenti a sua volte riconoscenti e disponibili. Personalmente mi comporto così: tratto le persone in base a come vengo trattato».

I giovani della sua età hanno molte difficoltà nel trovare lavoro. Pensa che debbano adattarsi oppure – come ha fatto lei – “ribellarsi” e cercare altro?

«Riconosco di essere davvero fortunato. Vivo ancora in casa con la mia famiglia e non devo mantenere n’è figli n’è pagare affitti...i vecchi datori di lavori mi hanno ripreso senza pensarci due volte, non posso assolutamente lamentarmi. Sono consapevole che non è così facile per tanti altri, il lavoro non c’è e se c’è è sottopagato, sfruttato e richiede sacrificio. Molti non si ribellano per non perdere quello che hanno e forse nei loro panni mi sarei comportato anche io così, non posso dirlo, le situazioni bisogna viverle in prima persona».

Lavorare nel retail oggi non è semplice. Anche nella Politica nazionale inizia a sentirsi il “peso” di questa condizione italiana e alcuni candidati Premier stanno affrontando il tema. Lei cosa ne pensa?

«Non sono esperto di politica ma, se il mondo del lavoro per noi giovani è così insidioso e difficoltoso, buona parte della colpa è proprio dei politici e di chi ha mal-governato l’Italia negli anni! A parole son bravi tutti, soprattutto promettere in campo elettorale e poi sparire nel nulla. Sicuramente le idee di Di Maio – ad esempio – sono importanti: la chiusura dei negozi nelle festività e i turni improponibili sono un tema delicato che spero venga affrontato seriamente, prendendo anche provvedimenti».

A suo parere, quali sono i pro e i contro di questa tipologia di lavoro?

«La prima cosa negativa di questa lavoro è non avere certezze sul ruolo dal svolgere, come dicevo all’inizio. Ogni persona dovrebbe svolgere il proprio ruolo in base alle proprie attitudini e in base alla formazione ricevuta, invece si ritrova spesso fare tutt’altro. Tutto questo dipende anche dal fatto che le aziende assumono poche persone e a queste assegnano ruoli e turni assurdi. Sono ahimè più le cose contro che a favore di questo settore...».

In futuro pensa possa cambiare la situazione lavorativa italiana?

«Ci spero! Spero possa cambiare per me e per tutti i miei coetanei. L’Italia deve svegliarsi, noi italiani dobbiamo svegliarci! Viviamo in un paese in cui i nostri genitori a 60 anni e con più di quarant’anni di lavoro non riescono ad andare in pensione, mentre noi ventenni dobbiamo lavorare per azienda sfruttatrici, svolgere compiti assurdi e poco in linea con gli studi compiuti; inoltre non ci è concesso lamentarci perché altrimenti veniamo additati come “mammoni” o viziati. Se ognuno di noi dicesse ciò che pensa realmente e prendesse una posizione, reagisse a questa situazione lavorativa assurda, probabilmente qualcosa potrebbe cambiare».

Al via l'Ape volontario. A partire da oggi sul sito dell'Inps è possibile presentare domanda di certificazione per l'anticipo finanziario a garanzia pensionistica destinato ai soggetti con un'età minima di 63 anni e un'anzianità contributiva non inferiore a 20 anni e utilizzare un simulatore per verificarne la convenienza.

Il servizio on line dell'Istituto di Previdenza, infatti, consente di calcolare in via indicativa l'importo dell'anticipo pensionistico e la rata di rimborso, mediante l'inserimento di dati e informazioni da parte del soggetto interessato. Come funziona? Il simulatore Ape - si legge sul sito dell'Inps - è strutturato in 4 sezioni principali:

1) Accesso: la sezione dedicata all'inserimento dei principali dati anagrafici e all'importo di pensione lorda mensile;

2) I dati personali: la sezione dedicata all'inserimento dei principali dati personali e di eventuali rate mensili che concorrono alla stima indicativa dell'importo massimo di Ape (ad esempio rate per debiti erariali o eventuali assegni divorzili). Tale sezione è dedicata anche alla possibile scelta dei ratei arretrati e del finanziamento supplementare, in base ai requisiti anagrafici del soggetto e alla data di presentazione della domanda. "Tali informazioni - spiega l'Inps - sono utili per la stima della data di decorrenza APE e della durata di erogazione Ape";

3) L'importo Ape: la sezione dedicata alla scelta dell'importo Ape da percepire. Tale importo sarà necessariamente compreso tra l'importo minimo e quello massimo di Ape visualizzati all'interno della sezione stessa;

4) La simulazione: la sezione dedicata al risultato di dettaglio della simulazione, comprensiva del piano di accumulo relativo alla fase di erogazione e del piano di ammortamento relativo alla fase di rimborso.

Ai soggetti interessati basterà compilare le quattro sezioni del simulatore online per conoscere l'importo del proprio anticipo pensionistico. Tramite lo stesso portale gli interessati potranno presentare la domanda di certificazione attraverso l'uso dell'identità digitale Spid o il Pin dell'Inps. L'Istituto, poi, provvederà a verificare il possesso dei requisiti di legge, certificando l'eventuale diritto all'Ape e comunicando al richiedente l'importo minimo e massimo del prestito ottenibile.

Pacchetti con 9 fazzoletti e non più 10, lattine di bibite che da 33 ml passano a 25 ml, tubetti di dentifricio che scendono da 100 ml a 75, rotoli di carta igienica che da 250 'strappi' si riducono a 230. E' la tecnica utilizzata da diverse imprese produttrici per aumentare i prezzi, riducendo le quantità anziché intervenire sul listino. Un fenomeno analizzato nel dettaglio dall'Ons, l'istituto di statistica inglese, ma che anche il nostro Istat sta monitorando con crescente attenzione. "Il fenomeno -spiega  Federico Polidoro, responsabile delle statistiche sui prezzi al consumo dell'Istat- sembra poter avere un impatto trascurabile sulla stima dell’inflazione generale ma rilevante per alcune classi di prodotti. E comunque l'Istat lo intercetta ed evita che influenzi la misura dell'inflazione".

In Italia, secondo le rilevazioni Istat, la pratica di rimpicciolire le confezioni, senza ridurre i prezzi, viene applicata soprattutto su alcuni prodotti come: zuccheri, confetture, miele, cioccolato e dolciumi. Dal gennaio del 2012 ad agosto del 2017 i rilevatori comunali, oltre a registrare il prezzo di un determinato prodotto, come di consueto, hanno controllato anche la quantità venduta. Su un totale di 604.487 quotazioni rilevate 1.405 hanno registrato un cambio di quantità. Nell'83% degli oltre 700 casi nei quali il peso è diminuito, si è registrato un aumento del costo relativo, e solo nel 17% dei casi la riduzione della quantità offerta è stata accompagnata dalla riduzione del prezzo.

La percezione del consumatore è quella di prezzi stabili ma, nella realtà, se allo stesso prezzo viene offerto meno prodotto il suo costo è automaticamente salito. L'idea è così buona, ed è piaciuta così tanto, che è stata utilizzata in misura sempre maggiore, tanto da aver creato un vero e proprio fenomeno che ha preso il nome di shrikflation, ottenuto dall'unione di shrinkage (contrazione) e inflation (inflazione). Il fenomeno può essere paragonato a quanto tentato dalle compagnie telefoniche che hanno pensato di portare la tariffazione mensile a 4 settimane ottenendo così un anno di 13 mesi. Insomma un trucco, per nascondere ai consumatori che i prezzi stanno aumentando.

E' evidente che se in un pacchetto ci sono 9 fazzoletti, e non più 10, e se la confezione contiene 10 pacchetti con 9 fazzoletti, allora nella confezione ci sono 10 fazzoletti in meno, quindi il consumatore spende la stessa cifra per avere meno prodotto, e intanto l'azienda ha risparmiato un pacchetto di fazzoletti. Stessa cosa vale per la carta igienica: togli 20 strappi a un rotolo, moltiplica per 20 rotoli ed ecco che il consumatore allo stesso prezzo ha comprato un rotolo di carta igienica in meno. Insomma, spiega Polidoro, "seppur limitatamente ad alcune classi di prodotti, la pratica di ridurre il confezionamento dei prodotti venduti al dettaglio senza una proporzionale riduzione del prezzo da parte delle imprese produttrici o distributrici, può produrre effetti di sottostima dell’inflazione, che l'Istat scongiura grazie a un monitoraggio attento del fenomeno, la cui entità appare comunque limitata e la cui quantificazione esatta sarà oggetto delle future analisi".

Oltre a commemorare la Festa della Repubblica, il prossimo 2 giugno gli italiani celebreranno anche il tanto sospirato “tax freedom day”. In altre parole, dopo 5 mesi dall’inizio del 2018 (pari a 152 giorni lavorativi), il contribuente medio italiano avrà assolto tutti gli obblighi fiscali dell’anno (Irpef, accise, Imu, Tasi, Iva, Tari, addizionali varie, Irap, Ires, etc.) e dal 2 giugno inizierà a guadagnare per sé stesso e per la propria famiglia. A segnale la scadenza è la Cgia, l'associazione degli artigiani di Mestre, che precisa come "questo sia un esercizio del tutto astratto che, comunque, dà la dimensione di quanto sia smisurato il prelievo fiscale e contributivo dai portafogli degli italiani".

In che modo si è giunti a individuare il 2 giugno come il “giorno di liberazione fiscale” del 2018 ? L’Ufficio studi della Cgia ha preso in esame la stima del pil nazionale di quest’anno e l’ha suddiviso per 365 giorni, ottenendo così un dato medio giornaliero. Successivamente, ha considerato le previsioni di gettito dei contributi previdenziali, delle imposte e delle tasse che i percettori di reddito verseranno nel 2018 e le ha rapportate al pil giornaliero. Il risultato di questa operazione ha consentito di calcolare il “giorno di liberazione fiscale” di quest’anno.

“Al netto di eventuali manovre correttive – afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo - quest’anno la pressione fiscale è destinata a scendere di mezzo punto percentuale rispetto al dato medio del 2017, per attestarsi, al lordo dell’effetto del bonus Renzi, al 42,1 per cento. Una discesa ancora troppo lenta e quasi impercettibile che, per l’anno in corso, è ascrivibile, in particolar modo, alla crescita del Pil e solo in minima parte alla diminuzione delle tasse”.

Sebbene sia in calo dal 2013, negli ultimi 25 anni il “tax freedom day” più “precoce” si è verificato nel 2005. In quell’occasione, con il Governo Berlusconi II, la pressione fiscale si attestò al 39,1 per cento e ai contribuenti italiani bastò raggiungere il 24 maggio (143 giorni lavorativi) per scrollarsi di dosso il giogo fiscale. Osservando sempre il calendario, quello più in “ritardo“, invece, si è registrato nel 2012 (anno bisestile). Ricordiamo che in quell’anno alla guida del Paese c’era Mario Monti.

Questo risultato così negativo si verificò, spiega la Cgia, perché la pressione fiscale raggiunse il record storico del 43,6 per cento e, di conseguenza, il “giorno di liberazione fiscale” si celebrò “solo” il 9 giugno (dopo ben 160 giorni lavorativi). Dal 2014 ad oggi ci siamo “svincolati” sempre prima dal pagamento delle tasse perché la pressione fiscale ha iniziato a diminuire a seguito della cancellazione della Tasi sulla prima casa, dell’introduzione del “bonus Renzi” e di una serie di misure di alleggerimento dell’Irap sul costo del lavoro, per l’abolizione temporanea dei contributi previdenziali in capo ai neo assunti con un contratto a tempo indeterminato, per il taglio dell’Ires, per la ripresa del Pil e anche a seguito del blocco delle tasse locali.

Dal 2016, infatti, va ricordato che, ad eccezione della Tari, tutte le altre imposte locali (Imu, Tasi, Irap, addizionali regionali/comunali Irpef, Tosap, bollo auto, etc.) sono state congelate per legge. “Al netto delle strepitose promesse elettorali annunciate in queste ultime settimane da una buona parte dei big politici – afferma Zabeo - entro la fine di quest’anno chi sarà chiamato a governare il Paese dovrà recuperare quasi 12,5 miliardi di euro per sterilizzare l’ennesima clausola di salvaguardia, altrimenti dal 1° gennaio 2019 l’aliquota Iva del 10 per cento salirà all’11,5 e quella attualmente al 22 si alzerà al 24,2 per cento”.

Nel 2016 (ultimo anno in cui è possibile effettuare una comparazione con i paesi Ue) i contribuenti italiani hanno lavorato per il fisco fino al 2 giugno (154 giorni lavorativi), vale a dire 4 giorni in più rispetto alla media registrata nei Paesi dell’area euro e 9 se, invece, il confronto è realizzato con la media dei 28 Paesi che compongono l’Unione europea.

Se confrontiamo il “tax freedom day” italiano con quello dei nostri principali competitori economici, solo la Francia presenta un numero di giorni di lavoro necessari per pagare le tasse nettamente superiore (+21), mentre tutti gli altri hanno potuto festeggiare la liberazione fiscale con un netto anticipo. In Germania, ad esempio, 7 giorni prima di noi, in Olanda 12, nel Regno Unito 27 e in Spagna 28. Il paese più virtuoso è l’Irlanda; con una pressione fiscale del 23,6 per cento consente ai propri contribuenti di assolvere gli obblighi fiscali in soli 86 giorni lavorativi.

Sono 471.545 i pensionati italiani che ricevono un assegno di vecchiaia, di anzianità contributiva o ai superstiti da oltre 37 anni, ovvero con una decorrenza antecedente rispetto al 1980. Il dato arriva dagli osservatori statistici dell'Inps che calcolano invece in oltre 700.000 le persone che hanno una pensione liquidata da almeno 35 anni (dal 1982 o negli anni precedenti). Non si includono naturalmente in questi numeri i trattamenti di invalidità e le pensioni sociali. Le pensioni private antecedenti il 1980 sono 413.157 mentre le pubbliche sono 58.388.

In Italia, su una superficie totale agricola utilizzata di quasi 13 milioni di ettari, il terreno agricolo in mano all'amministrazione pubblica ammonta a quasi mezzo milione di ettari, per un valore di 9,9 miliardi che negli ultimi quindici anni si è incrementato del 31%. La stima, diffusa dalla della Coldiretti sulla base di dati Istat, arrivata nel giorno in cui è scaduto l'invito a presentare le manifestazioni di interesse per l'acquisto da parte di giovani di 8mila ettari pubblici della Banca nazionale delle terre agricole avviata dall'Ismea. ''Una iniziativa a livello nazionale che rappresenta un importante esempio da seguire a livello territoriale, visto che che la maggior parte dai terreni pubblici è di proprietà di enti locali'', precisa Coldiretti.

Il prezzo medio per acquistare un ettaro di terra in Italia - ricorda la Coldiretti - è di 20mila euro, un importo che è quasi il doppio di quello della Germania e circa il triplo della Francia. Il costo medio varia a secondo del territorio. Nel Nord Ovest è di 26.200 euro ad ettaro, sale a 40.500 al Nord Est, spinto soprattutto dal mercato vitivinicolo, scende a 14.800 euro al Centro Italia, fino ai 12.900 del Meridione e agli 8.500 delle Isole. Se si considera che la dimensione media di un'impresa agricola italiana è di circa otto ettari - rileva la Coldiretti - il "prezzo d'ingresso" per un giovane agricoltore rischia di diventare proibitivo e ciò rappresenta un grave problema, in un momento peraltro dove la "voglia di campagna" è ai massimi storici. Lo dimostra l'aumento del 9% nel terzo trimestre 2017 delle imprese agricole italiane condotte da under 35, salite a 53.475, cifra che regala all'Italia il primato in Europa per numero di aziende giovani. "Affidare i terreni pubblici ai giovani rappresenta una svolta per il Paese, crea ricchezza e nuova occupazione a sostegno della crescita di cui l'Italia ha oggi straordinariamente bisogno" ha affermato il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo. 

Pause a tempo per i bagni, timer per controllare che un lavoratore stia imballando abbastanza scatole, e forse anche i braccialetti che controllano la produttività. Non è facile la vita per i dipendenti di Amazon, azienda che ha puntato tutto sull'economicità ed efficienza delle spedizioni. Condizioni di lavoro finite sotto i riflettori ripetutamente negli anni, culminate poche settimane fa in Europa con uno sciopero durante il Black Friday, giornata simbolo per il colosso dell'eCommerce. Condizioni che a volte sono state accostate a quelle della cinese Foxconn, nota come la fabbrica dei suicidi.

Tra i primi a sollevare il velo sulle condizioni dei lavoratori di Amazon, il New York Times con un'inchiesta del 2015. "L'azienda sta conducendo un esperimento per capire quanto può spingere sugli impiegati per soddisfare le sue sempre più grandi ambizioni", scriveva allora il quotidiano della Grande Mela raccontando di turni sfiancanti, mancanza di aria condizionata, impiegati costretti a mandare e-mail anche in orari notturni o obbligati a fare la spia sulle performance degli altri colleghi, controlli durante la pausa bagno, crisi di pianto.

"Credo fermamente che chi lavora in una società che è davvero come quella descritta dal New York Times sarebbe pazzo a rimanere. Io la lascerei", aveva risposto Jeff Bezos. Ma ad aggiungere altri particolari un'inchiesta della Bbc, di qualche mese dopo: aveva infiltrato un suo giornalista tra i camionisti impiegati in agenzie che lavoravano per Amazon, documentando anche in questo caso turni impossibili e posche soste anche per il bagno.

Le polemiche sulle condizioni di lavoro nel colosso di Seattle non si sono placate negli anni. Anche in Germania, fulcro e motore dell'Europa unita, i dipendenti hanno iniziato le prime proteste nel 2013 e hanno scioperato poche settimane fa durante il Black Friday, giorno di punta per il colosso americano. Stessa protesta, nello stesso giorno in Italia al deposito di Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza, dove i 'pickers', chi lavora nei magazzini, percorre dai 17 ai 20 chilometri al giorno per movimentare le spedizioni. "Il pacco è per Amazon", avevano scritto in uno striscione. Ma la vertenza è ad oggi in stallo.

"I social (Facebook e LinkedIn in particolare) sono molto utilizzati per ricercare informazioni sulle aziende oggetto di interesse. Tuttavia, dopo il primo approccio si rivelano deludenti a questo scopo, a vantaggio dei canali più tradizionali". E' quanto emerge da Best Employer of Choice , una ricerca condotta per mezzo di questionari, sottoposti a un campione rappresentativo di neolaureati incontrati da Cesop in vari eventi di job meeting. "Interessante -spiega Andrea Benedetti, project manager employer branding Cesop- il caso dei neolaureati che dichiarano un maggior utilizzo di LinkedIn rispetto a Facebook. Si tratta di giovani già occupati alla ricerca di una migliore situazione occupazionale, laureati al Nord Italia in materie tecnico-scientifiche o economiche: paradossalmente coloro che sono più facilmente collocabili sul mercato del lavoro sono anche attivi su questo social 'tutto lavoro' e 'niente svago'".

Emerge anche, aggiunge, "un utilizzo improprio di LinkedIn da parte dei neolaureati, più per raccogliere informazioni che per entrare in relazione con l'azienda". "Viene utilizzato -afferma- nelle stesse modalità del sito Internet e della sezione career, anche perché difficilmente i neolaureati hanno un profilo completo. Per le aziende si perde, dunque, tutto il valore aggiunto di LinkedIn e dei suoi strumenti di profilazione".

"I giovani neolaureati -fa notare Andrea Benedetti- quando cercano informazioni sono interessati alla mission e alla coerenza espressa con l'attività reale. Utilizzano le informazioni soprattutto per contestualizzare la propria candidatura". "I social in generale -sostiene- non vengono utilizzati per entrare in contatto con l’azienda in modo interattivo ma solo a fini di raccolta informazioni. Ecco quale sarà la prossima sfida per il recruitment e l’employer branding sui social: stimolare nei giovani questa interazione".

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