Lunedì, 06 Luglio 2020
 

Un po’ tutto l’Oltrepò  è interessato a quella che si suppone essere la tendenza della prossima estate, in quanto a vacanze: la ricerca di spazi di tranquillità e bel vivere, dove sia più semplice mantenere il distanziamento sociale rispetto alla città, e sia ridotto il rischio di trovarsi costretti in assembramenti, o semplicemente in luoghi troppo affollati. concentriamoci, questa volta ancora, sul benedetto turismo. Ricerchiamo un po’ di speranza, Sergio Lodigiani, sindaco di Colli Verdi, che su questo punto ha le idee chiare.

«Io sono convinto che quest’estate le apriamo tutte, le seconde case. Ho sentito un po’ di persone che avevano figli o nipoti che non venivano mai e ora invece ci stanno pensando. Noi abbiamo delle belle strutture, abbiamo anche una pista di ballo all’aperto che, se il tempo ci aiuta (e epidemia permettendo) sicuramente utilizzeremo, faremo tante manifestazioni. Poi abbiamo sistemato diversi sentieri, per esempio da Pometo arriviamo a Carmine e a Valverde. Agriturismi e ristoranti ne abbiamo di buoni, poi c’è qualcuno che ha dei cavalli e ha deciso di insegnare equitazione. Ci sono tante cose, qui, che si possono fare. Andare molto in giro la prossima estate non sarà possibile, penso anche alle spiagge: tenere tre o quattro metri di distanza è improponibile. Per cui la percezione è che tante persone verranno da noi. Ci sono diverse persone che mi chiamano. Per esempio, sto cercando un immobile in affitto per una persona che vorrebbe venire a passare qui il mese di luglio e ho difficoltà a trovarla. Anche un’altra famiglia mi ha chiamato da Milano. C’è da dire una cosa: la maggior parte delle persone cerca una casa con uno spazio esterno, almeno per mettere fuori uno sdraio. Per cui le case vicine alle altre magari non gli vanno bene».

Nei Comuni di Bagnaria, Borgo Priolo, Borgoratto Mormorolo, Brallo di Pregola, Casei Gerola, Cecima, Codevilla, Colli Verdi, Corana, Cornale e Bastida, Godiasco Salice Terme, Menconico, Montalto Pavese, Montesegale, Ponte Nizza, Retorbido, Rivanazzano Terme, Rocca Susella, Romagnese, Santa Margherita di Staffora, Silvano Pietra, Torrazza Coste, Val di Nizza, Varzi, Voghera, Zavattarello, il Comune di Voghera, in qualità di Ente capofila del Piano di Zona dell’ambito distrettuale Voghera e Comunità Montana Oltrepò Pavese, ha approvato il Piano operativo di programmazione del fondo per la non autosufficienza per il 2020 che prevede la possibilità di presentare domanda per l’assegnazione del buono sociale a favore delle persone con disabilità grave o non autosufficienti.

Il buono sociale a favore delle persone con disabilità grave o non autosufficienti è finalizzato a compensare le prestazioni di assistenza assicurate dal caregiver familiare e/o le prestazioni di personale di assistenza impiegato con regolare contratto.

Sono destinatari del buono sociale le persone in possesso di tutti i seguenti requisiti:

  • di qualsiasi età, al domicilio, che evidenziano gravi limitazioni della capacità funzionale che compromettono significativamente la loro autosufficienza e autonomia personale nelle attività della vita quotidiana, di relazione e sociale;
  • in condizione di gravità così come accertata ai sensi dell’art. 3, comma 3, della legge 104/1992 ovvero beneficiarie dell’indennità di accompagnamento di cui alla L. n. 18/1980 e successive modifiche/integrazioni con L. n. 508/1988;
  • con i seguenti valori massimi ISEE di riferimento: sociosanitario fino a un massimo di € 25.000,00, ordinario in caso di minori fino a un massimo di € 40.000,00.

I destinatari del buono devono essere residenti nei Comuni di Bagnaria, Borgo Priolo, Borgoratto Mormorolo, Brallo di Pregola, Casei Gerola, Cecima, Codevilla, Colli Verdi, Corana, Cornale e Bastida, Godiasco Salice Terme, Menconico, Montalto Pavese, Montesegale, Ponte Nizza, Retorbido, Rivanazzano Terme, Rocca Susella, Romagnese, Santa Margherita di Staffora, Silvano Pietra, Torrazza Coste, Val di Nizza, Varzi, Voghera, Zavattarello.

La domanda può essere presentata da Venerdi 15 Maggio 2020 a Martedi 30 Giugno 2020:

  • presso il Comune di residenza;
  • tramite posta al seguente indirizzo: Comune di Voghera, Ufficio Protocollo, Piazza Duomo n. 1, 27058, Voghera;
  • tramite email al seguente indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

Per maggiori informazioni: tel. 0383/336478 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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Nuovo intervento di Regione Lombardia per il territorio dell’Oltrepò Pavese e dell’Appennino Lombardo con la riapertura del bando che aiuta le start up e mette a disposizione ulteriori 316.803 euro dei fondi del Programma Operativo Regionale (Por) – Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) 2014-2020.

Le domande

Si potranno presentare le domande dalle ore 12 del 5 maggio fino alle ore 17 del prossimo 4 giugno 2020 attraverso la piattaforma informativa Bandi on line, gestita da Aria spa.

Decreto dirigenziale

La riattivazione è prevista dal decreto dirigenziale varato dall’Assessorato guidato da Alessandro Mattinzoli, responsabile per lo Sviluppo economico della Giunta regionale. Si tratta di un contributo a fondo perduto del 50%. Per un investimento minimo di 15.000 euro (contributo massimo concedibile 80.000 euro).

Mattinzoli: forma di sostegno fondamentale

“Il territorio – ha osservato l’assessore Mattinzoli – ha molto apprezzato l’iniziativa. In accordo, quindi, con gli amministratori locali e le categorie abbiamo ritenuto opportuno riaprire e reinvestire le risorse avanzate. Perché, oggi più che mai, qualsiasi forma di sostegno è fondamentale”.

I Comuni

Questi i Comuni interessati al provvedimento: Bagnaria, Borgoratto Mormorolo, Brallo di Pregola, Fortunago, Menconico, Montesegale, Ponte Nizza, Rocca Susella, Romagnese, Santa Margherita di Staffora, Val di Nizza, Colli Verdi, Varzi e Zavattarello.

I beneficiari

Vi possono accedere le Micro, Piccole e Medie imprese, registrate alla Camera di Commercio e con sede legale e operativa attiva da non più di 24 mesi; liberi professionisti in possesso di partita Iva o che abbiano avviato l’attività professionale oggetto della domanda di partecipazione al bando, da non più di 24 mesi; gli studi associati in possesso dell’atto costitutivo dello studio e della partita Iva associata allo studio da non più di 24 mesi; gli aspiranti liberi professionisti, singoli o associati; i singoli che intendono aprire una partita Iva o avviare nuova attività professionale su una partita Iva già esistente.

Palli (Comunità Montana): risultati raggiunti con velocità

“La stretta collaborazione tra Regione Lombardia e la Comunità Montana dell’Oltrepò Pavese, ancora una volta – ha dichiarato Giovanni Palli, presidente della Comunità Montana dell’Oltrepò Pavese – ci permette di raggiungere velocemente un importante risultato. Garantendo un sostegno concreto alle nuove imprese, ai nuovi professionisti e ad aspiranti imprenditori”.

Segnale post Covid19

“La riapertura della misura – ha continuato – a sostegno dello start up d’impresa, dopo il successo della prima fase con più di 10 start up finanziate, rappresenta per noi un primo importante segnale. Per la ripartenza post Covid19“.

Interventi finanziabili

Gli interventi finanziabili possono prevedere spese per acquisto di beni strumentali. Ma anche nuovo personale, opere edili e murarie, progettazione e direzione lavori, hardware e software. E ancora beni immateriali, consulenze, scorte e spese generali.

Colli Verdi è il primo comune nato da una fusione sul territorio d’Oltrepò. è passato poco più di un anno da quando Ruino, Canevino e Valverde si sono uniti diventando, a livello amministrativo, un’entità sola: era il primo gennaio del 2019. Sergio Lodigiani, ex sindaco di Ruino, ha vinto le elezioni ed è ora il primo cittadino. Proprio Ruino è stata scelta come nuova sede comunale, mentre quelle di Canevino e Valverde sono rimaste aperte per i servizi di front office agevolando così gli accessi agli uffici da parte dei residenti in determinati giorni della settimana. Lontano dal caos e dai grandi centri, anche quelli commerciali, la comunità sembra essersi abituata ad operare in armonia valorizzando al meglio le proprie risorse: «Siamo molto più uniti, anche a livello umano» spiega Lodigiani.

Sindaco, si parla spesso di fusioni come di uno strumento efficace per snellire la macchina burocratica e aiutare anche economicamente i piccoli comuni. Che cosa è cambiato per voi rispetto a prima?

«Sicuramente rispetto al passato c’è stato un miglioramento dal punto di vista organizzativo degli uffici e del loro funzionamento. Avere un solo ente permette sia alla compagine politica che a quella amministrativa di operare in tempi più stretti e dà la possibilità di confrontarsi in tempo reale sulle possibili problematiche. Gli uffici, dopo essersi occupati per anni di quattro enti (ovvero i tre Comuni più l’Unione che gli stessi avevano costituito), adesso affrontano i loro compiti concentrandosi sulla specializzazione delle tematiche attribuite. Sicuramente il maggior apporto economico dovuto alla scelta di fondersi consentirà a noi amministratori di studiare strategie di rilancio attraverso investimenti in opere e progetti per il territorio».

Avete ricevuto finanziamenti in seguito alla fusione?

«La normativa sulla fusione prevede un contributo straordinario decennale pari al 60% delle attribuzioni erariali che lo stato aveva assegnato ai Comuni preesistenti nell’anno 2010. Tale somma è quantificata in 385.000 euro annui».

Come li utilizzate?

«Innanzitutto diciamo che attualmente il contributo della fusione ci permette di mantenere l’imposizione fiscale del Comune al minimo consentito dalla legge, pur ampliando la gestione di alcuni servizi essenziali sia in tema sociale che in tema più istituzionale. Poi, per l’anno in corso, il contributo verrà impiegato per finanziare il sociale, l’adeguamento del Pgt, la regimazione del verde pubblico, l’acquisto di uno scuolabus, l’acquisizione di un gruppo elettrogeno per garantire il funzionamento della macchine elettromedicali salva vita nella R.S.D. della Frazione Ruino, la realizzazione di un marciapiede in località Pometo, l’asfaltatura della Strada del Mollio (frazione Valverde) e la pavimentazione di un tratto della Via Zanini in Località Caseo, frana Sant’Antonio, oltre a diverse spese gestionali. Quelli elencati sono ovviamente una parte lavori già in programma che dà l’idea delle possibilità di crescita offerte da una scelta così radicale come la fusione. Non dimentichiamo che il comune gode oggi anche di un consistente avanzo di amministrazione il cui utilizzo è ancora al vaglio».

Ci sono stati disagi particolari nella transizione post fusione?

«Difficoltà legate principalmente al numero di enti coinvolti in questa operazione, Agenzia del territorio, Agenzia delle entrate, Camera di commercio, Motorizzazione che hanno dovuto aggiornare le posizioni sia dei singoli cittadini che delle imprese operanti sul territorio. Abbiamo dovuto sopperire all’impossibilità di operare come nuovo comune non essendo ancora riconosciuto da nessun organismo burocratico nazionale, in particolare gli accreditamenti alle piattaforme internet necessarie al funzionamento degli uffici hanno richiesto un lavoro notevole. I disagi sono stati quelli tipici dei periodi di transizione».

C’è stato un cambiamento nei servizi erogati?

«I servizi non hanno subito alcuna riduzione, la scelta di mantenere in alcuni giorni l’apertura delle sedi decentrate di Valverde e Canevino è andata proprio nella direzione di agevolare il più possibile la popolazione in modo tale da rendere il passaggio il più indolore possibile.  Nell’immediato futuro i servizi verranno implementati, proprio perché una maggior razionalizzazione degli uffici e del personale garantirà una risposta più efficiente alle esigenze della popolazione».

La sua gestione ha ereditato anche i progetti in cantiere negli altri ex comuni, come ad esempio il centro sportivo polifunzionale di Valverde: a che punto è?

«Il centro sportivo “Stefano Bozzola” della Frazione Valverde è una splendida realtà, con notevoli potenzialità di utilizzo. Attualmente sono attive convenzioni con varie Università, fondazioni e associazioni di tutela della biodiversità. La sala è dotata di impiantistica multimediale di ultima generazione che consente agli utenti di realizzare i propri programmi di lavoro con facilità».

Per gli altri due comuni invece che progetti c’erano?

«Gli altri cantieri erano soprattutto inerenti la manutenzione straordinaria della rete viaria e il ripristino di alcuni versanti in frana, e sono stati ultimati dal nuovo Comune che, per legge, è subentrato nei contratti stipulati dai Comuni fusi. In fase di realizzazione vi sono anche quattro progetti finanziati con i fondi di Aree Interne per un importo complessivo di 715.000 euro».

Quali sarebbero questi progetti?

«Sistemazione del castello di Valverde, interventi importanti in materia di risparmio energetico sul plesso scolastico di Pometo e delle ex scuole della frazione Casa d’Agosto, infine la sostituzione dell’illuminazione pubblica con lampioni a led nella frazione Ruino».

Parliamo di dissesto idrogeologico: tra dicembre e gennaio c’erano state alcune frane lungo le provinciali. Com’è la situazione attuale a Colli Verdi?

«Il comune di Colli Verdi è stato interessato da alcuni movimenti franosi. In località Valverde la strada è stata consolidata e in località Torre degli Alberi i lavori di ripristino sono in esecuzione.  A Colombara nella Frazione di Canevino (SP40), dove si è verificato uno smottamento, il ripristino è in fase di valutazione da parte della Provincia».

Uno dei problemi critici delle cosiddette “zone svantaggiate” è la mancanza di attività commerciali. Com’è la situazione a Colli Verdi?

«In realtà da noi non solo non ci sono state recenti chiusure, ma molti si sono migliorati proprio per accettare la sfida del rilancio. Nella località di Pometo, per esempio, troviamo due ottimi panifici artigianali, un negozio di abbigliamento, un negozio di vendita di prodotti a servizio dell’agricoltura, un bar tabaccheria, un circolo ricreativo, la farmacia e due giorni a settimana nella piazza del paese troviamo un banco di frutta e verdura, un fiorista e saltuariamente anche una produttrice di miele. Accanto a questa realtà troviamo su tutto il territorio diversi ristoranti e moltissime realtà agrituristiche e due centri sportivi».

A Valverde però non è rimasto nulla…

«La mancanza di attività è sopperita dalla presenza di due ambulanti e nel periodo estivo da un esperimento mercatale che nel 2019 è stato molto apprezzato dalla popolazione. Si tende a pensare che la lontananza dai grandi centri sia un minus per la popolazione delle nostre colline, ma la realtà è che la comunità è molto più unita, fa la spesa nelle botteghe di paese, si ritrova al bar e si dà sostegno nei momenti di difficoltà. Inoltre, tutti, dagli artigiani ai commercianti, si sono sempre adoperati per rimanere al passo con i tempi e sono il fulcro del rilancio soprattutto in tema di turismo».

Ci sono riscontri importanti sotto questo aspetto?

«Le nostre colline sono mete di molti milanesi e pavesi che hanno trovato sul territorio una fuga dal caos cittadino, spesso acquistando anche casa, e il tutto senza rinunciare ad una rete internet veloce, al servizio postale che da qualche mese è fornito anche di sportello bancomat, ad un’ampia scelta culinaria e a prodotti d’eccellenza locale. Per concludere credo che la nostra popolazione si sia dimostrata in grado di superare le difficoltà e di trovare in esse uno spunto di crescita».

   di Christian Draghi

La Provincia di Pavia intende appaltare i lavori di messa in sicurezza dei versanti sopra l'anello viario Oltrepò Orientale - S.P. 201 ed S.P. 203 - nei Comuni di Colli Verdi, Zavattarello, Fortunago e Borgoratto Mormorolo. Il termine per l’invio delle offerte è stabilito per il giorno 11 maggio 2020 alle ore 11:00.

Il valore complessivo dei lavori è pari ad Euro 448.043,15 I.V.A. esclusa, di cui Euro € 433.000,00 soggetti a ribasso d’asta ed € 15.043,15 quali oneri della sicurezza (non soggetti a ribasso d’asta).

Il contraente sarà individuato mediante una procedura di gara aperta con il criterio di aggiudicazione del minor prezzo.

La documentazione posta a base di gara è liberamente disponibile sulla piattaforma S.IN.TEL. di Regione Lombardia.

La procedura di gara è individuata sulla piattaforma con il seguente codice ID 123197392

TIPO PROCEDURA:Procedura Aperta

DATA INIZIO RICEZIONE OFFERTE:07/04/2020

DATA FINE RICEZIONE OFFERTE:11/05/2020 11:00

«è sbagliato dire che la provenienza dei maiali non è importante per fare un salame buono». Parola di un allevatore, Marco Cavalleri, che ha deciso di puntare tutto sulla qualità, riducendo il suo allevamento del 70% pur di riuscire a garantire ai suoi clienti materia prima per produrre un salame top di gamma. La sua azienda è storica, si trova a Valverde nel comune di Colli Verdi e quando l’ha rilevata contava circa 1000 capi di suini. Nel tempo li ha ridotti, fino ad arrivare all’attuale numero di 300. La comunità montana d’Oltrepò ha da poco pubblicato un bando, denominato Agriseed, per sostenere gli allevamenti autoctoni di maiali al fine di rilanciare la filiera del salame di Varzi Cucito Dop, un prodotto artigianale d’eccellenza che ha subìto negli ultimi anni un autentico collasso (dai 10mila pezzi del 2005 si è scesi a 100). Voci critiche hanno fatto notare che i finanziamenti previsti per gli allevatori tocchino la quota massima di 25mila euro, cifra da alcuni ritenuta risibile. C’è poi chi ha fatto notare come il luogo in cui gli animali vengono allevati non sia così determinante al fine di ottenere un prodotto di qualità.

Cavalleri, che da poco ha iniziato anche una piccola produzione, non è d’accordo: «Avere maiali allevati in un certo modo e in un determinato luogo valorizza tutta quanta la filiera e il fatto di allevarli in loco rappresenta un quid in più per la qualità».

Quali sarebbero i vantaggi di avere una filiera a chilometro zero?

«La qualità del prodotto diventa assoluta solo se una serie di fattori coincidono. Non dico che non si possa fare un salame buono prendendo la carne o i maiali da fuori, ma se si vuole riportare in auge il Cucito allora bisogna tenere conto che si tratta di un prodotto che deve rispettare degli standard d’eccellenza. La materia prima, in questo caso la carne, è fondamentale e perché la qualità sia massima occorre che gli animali non solo siano allevati e trattati a dovere, ma anche che non subiscano stress nel trasporto: un conto è portarli al macello facendo 15 km, un conto stiparli nei camion per qualche centinaio. Lo stress incide sulla morbidezza della carne. Altro esempio: nel periodo del calore sarebbe meglio non trasportare neppure l’animale, perché il sangue in quel periodo assorbe meno le spezie e i prodotti che saranno utilizzati per la preparazione del salame. Un’accortezza che solo piccoli allevamenti possono permettersi di seguire. Chi ha 20mila maiali di sicuro non cura certi dettagli».

Questo implica che, per forza di cose, non si possano fare grandi numeri e , di conseguenza, nemmeno business…

«Non si fa business con il Cucito, si crea un prodotto d’eccellenza che dà valore al territorio e a tutta la filiera».

Come mai però questo tipo di salame, fiore all’occhiello della norcineria oltrepadana, è passato dai fasti del passato al rischio di estinzione?

«Perché produrlo ha costi molto alti e una resa bassa. Il prodotto a fine stagionatura arriva a perdere anche il 50% del peso originario. Va da sé che tenere in cantina un prodotto che in sei mesi cala della metà rappresenta per un’azienda che ci deve campare un danno economico non trascurabile. Negli anni i consumi sono cambiati: si utilizzano maiali più leggeri, da 160 kg, macellati più giovani, anche a 9 mesi e con una stagionatura ridotta, assecondando il gusto del mercato. Allevare maiali ha un costo che incide non poco sul prodotto finito. Per questo molti, per cercare di “fare business”, hanno smesso di allevare e comprano carne già macellata».

Che caratteristiche hanno i maiali allevati da voi?

«Quelli destinati alla produzione del Cucito vivono 12-15 mesi e hanno un peso minimo di 230 chili. Abbiamo un 30% in più di spese: il costo supera i 2 euro al chilo, ma la qualità è di gran lunga superiore».

Perché questa produzione sia sostenibile economicamente quanto dovrebbe costare un Cucito?

«Per un’azienda che deve essere perfettamente in regola con tutti gli adempimenti burocratici direi non meno di 40 euro al chilo».

Lei che ne pensa del bando Agriseed pubblicato dalla comunità montana?

«Credo che sia una buona iniziativa, che si muove nella direzione giusta».

C’è chi l’ha criticata, ritenendola poco incisiva in termini economici.

«Non cambierà le sorti del territorio forse, ma è un primo passo. è vero che magari 25mila euro in termini assoluti non sono molti per incidere su un’attività, tanto che non credo sorgeranno nuovi allevamenti, però sarà possibile potenziare quelli esistenti. Se i piccoli allevatori potessero arrivare ad avere 30 o 40 maiali ciascuno da dedicare alla produzione del Cucito sarebbe già un enorme passo avanti e questo con i fondi della comunità montana si può arrivare a farlo. Se poi qualcuno si aspetta di avviare un’attività per fare business con il portafoglio di qualcun altro sbaglia prospettiva. Chi vuole fare l’imprenditore deve investire».

L’accorso di filiera prevede che i maiali allevati siano poi destinati alle imprese appartenenti al Consorzio Tutela, di cui però fanno parte solo 9 soci produttori. Molti altri ancora restano fuori. Crede che in questo modo più aziende saranno incentivate a consorziarsi?

«Questo non lo so. Personalmente al momento non rifornisco aziende del Consorzio e ho chiesto lumi in comunità montana al proposito perché intendo aderire al bando. Mi è stato detto che non è obbligatorio conferire i propri maiali ad aziende del Consorzio, bensì a chi è iscritto alla filiera certificata Dop, indipendentemente che sia socio consorziato o meno».

Perché crede che produttori anche storici, come Bertorelli di Menconico o Dedomenici di Casanova Staffora, si siano allontanati dal Consorzio e che altri esitino a entrarci?

«Per quanto riguarda i primi, penso che essendo loro anche allevatori e non solo produttori abbiano lasciato perché non volevano essere equiparati a chi invece compra carne già macellata. Per quanto riguarda i produttori che stentano a consorziarsi credo che giochi un ruolo importante la consapevolezza di quanto sia complicato avere a che fare con la burocrazia e con i costi e gli “ostacoli” che magari si hanno nel doversi conformare a dei regolamenti molto precisi».

di Christian Draghi

Torre degli Alberi è una frazione del nuovo comune di Colli Verdi, nato il 1 gennaio 2019 dalla fusione dei comuni di Ruino, Canevino e Valverde. Precedentemente appartenuta al soppresso comune di Ruino, la frazione prende il nome dall’omonima torre proprietà della famiglia Dal Verme da circa 700 anni. I Dal Verme discendono da un abitante di porta San Zeno di Verona, di cui le prime notizie si hanno attorno all’anno 1174. Nel corso del XIII secolo gli appartenenti alla nobile casata vantavano importanti cariche nelle più prestigiose città italiane. Attorno alla metà del ‘300 iniziarono la loro attività di condottieri al servizio dei Visconti di Milano e per questo motivo cominciarono ad acquistare numerosi feudi in Oltrepò e sul piacentino. In tempi recenti  il proprietario di Torre degli Alberi fu il Conte Luchino Dal Verme, recentemente scomparso all’età di 103 anni. Reduce dalla campagna di Russia del 1943, prese le redini della  88ª Brigata “Casotti” con il nome di “Maino” dando un contributo essenziale alla liberazione dell’Oltrepò dall’occupazione nazista . La torre del trecento è la parte più antica della struttura. Ai piedi di essa sono stati costruiti alcuni locali, in più fasi dal ‘400 a fine ‘800, mantenendo sempre uno stile architettonico uniforme e armonico. Nel cortile fa bella mostra una lapide funeraria romana, rinvenuta il secolo scorso durante i lavori nelle campagne.

Camillo e suo figlio Giacomo ci raccontano com’è cambiata l’azienda negli ultimi decenni,  con l’affiancamento della viticultura alla già avviata zootecnia.

I Dal Verme nobili condottieri di origine veneta con parecchie discendenze. La vostra famiglia da quale ramo discende?

«I Dal Verme sono originari di Verona. Successivamente si sono spostati nel milanese e da lì si sono nati diversi rami di discendenza. Noi discendiamo direttamente da quello di Milano».

Possiamo dire che, fino ad un certo periodo, la storia di Torre degli Alberi va a pari passo con quella del Castello di Zavattarello?

«Il castello di Zavattarello e Torre degli Alberi erano un’unica possessione. Successivamente mio nonno e suo fratello divisero la proprietà. I nostri cugini di Milano, nel 1975, cedettero il castello al comune. All’interno del castello di Zavattarello c’è una sezione interamente dedicata alla storia della famiglia Dal Verme».

La tenuta è sempre stata abitata oppure avete dovuto effettuare operazioni di recupero?

«Torre degli Alberi è sempre stata abitata. L’azienda agricola è nata parecchi anni fa, essendo circondata da terreno coltivabile. Gli immobili non hanno mai avuto bisogno di recuperi importanti, dato che con gli anni c’è stato un continuo lavoro di manutenzione ordinaria».

Fino a qualche anno fa Torre degli Alberi era conosciuta principalmente come azienda zootecnica. Ultimamente avete introdotto anche la produzione di vini da uve biologiche. Come mai questa scelta?

«L’azienda inizialmente era condotta a mezzadria ma col passare degli anni mio padre Luchino decise di prendere in mano la gestione dell’azienda, assumendo i mezzadri già presenti,  destinandola all’avicoltura. Nei primi anni di allevamento le galline venivano allevate in libertà nei boschi, dato che non si conoscevano ancora le patologie dell’avicoltura. Si cercava di allevarle nell’ambiente più naturale possibile, dato che non venivano usati antibiotici e vaccini. Con l’evoluzione della scienza e della zootecnia si è arrivati ad avere allevamenti più intensivi ma allo stesso tempo più sani. L’azienda è biologica da sempre e nel 2009 abbiamo deciso di affiancare la viticultura alla già preesistente attività zootecnica, impiantando  4 ettari di  Pinot Nero da destinare alla spumantizzazione. Abbiamo puntato da subito sul biologico, evitando l’utilizzo di diserbanti e prodotti di sintesi, lasciando il vigneto inerbito e utilizzando unicamente prodotti a base di rame e zolfo. La scelta di ampliare l’azienda al campo vitivinicolo è nata da diversi fattori: negli ultimi anni ci sono stati molti cambiamenti, dal clima ai gusti dei consumatori. Per questo abbiamo scelto di puntare da subito sulla qualità, optando per le bollicine».

Organizzate visite guidate presso l’azienda?

«Possiamo dire che noi non facciamo vere e proprie visite guidate. Organizziamo degustazioni su prenotazione, all’interno di una nostra sala interna, per gruppi di dieci/quindici persone. Il castello non è visitabile al pubblico perché la nostra abitazione privata. è nato come torre di avvistamento che collegava i diversi castelli e per questo motivo è una struttura sobria e spartana, che non vanta dipinti o affreschi, in quanto la residenza vera e propria della casata era a Zavattarello».

Fate già rete con altre strutture simili o siete affiliati a qualche ente?

«Come struttura non siamo affiliati a nessun ente, ma come azienda agricola siamo affiliati alla Fivi (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti). Facciamo parte di  “Vigneti e Natura in Oltrepò”, un progetto nato per tutelare le biodiversità nei vigneti».

Specificatamente di cosa si tratta?

«è un progetto, al quale aderiscono una quindicina di aziende in Oltrepò, nato con lo scopo di tutelare le biodiversità nei vigneti. Siccome bisogna ridurre i fitofarmaci usati in viticultura si sta cercando di studiare dei sistemi alternativi, per fare in modo che i vigneti possano autodifendersi. La soluzione è aumentare e tutelare le biodiversità presenti in un territorio. Il progetto si occupa di effettuare prove e sperimentazioni in determinate zone di ogni azienda, monitorando periodicamente il censimento di farfalle e uccelli presenti. Certamente qui da noi è più facile dedicarsi al biologico e alla biodiversità, dato che i nostri vigneti sono circondati da boschi e preservano al meglio l’habitat naturale delle specie indigene».

Tornando al turismo, come vedreste un circuito di promozione dei castelli e delle dimore storiche dell’Oltrepò Pavese?

«Come detto precedentemente presso la nostra struttura non è possibile organizzare visite turistiche guidate. Certamente, per come è strutturata la nostra azienda, sarebbe per noi più interessante un circuito che promuova generalmente l’enoturismo». 

di Manuele Riccardi

 
 
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