Lunedì, 06 Aprile 2020

ll 26 aprile 2020 si terrà il Palio dell’Agnolotto, la sfida di beneficenza in favore dell’associazione Chicco per Emdibir, in sostegno delle popolazioni rurali dell’Etiopia. L’associazione è impegnata da diversi anni nel sostegno allo sviluppo rurale ed educativo di una comunità etiope a Emdibir, una zona molto arida e povera. Questa terza edizione verrà ospitata presso la prestigiosa sede, Villa Castello di Torrazzetta, a Borgo Priolo. La gara, che consiste nella preparazione di un piatto a base di agnolotti che verranno serviti al pubblico durante la serata, è presieduta da una giuria d’eccellenza con Fabrizio Ferrari, Silvano Vanzulli, Roberto Scovenna e Bruno Colombi; verranno premiati i tre migliori agnolotti, oltre all’assegnazione del premio speciale, per il piatto con la miglior presentazione, in onore di Alemayeu, l’agronomo responsabile degli orti in Etiopia scomparso l’anno scorso.

La partecipazione è aperta a tutti i ristoratori e a tutte le cantine dell’Oltrepò Pavese. Coloro che vogliono avere l’opportunità di far parte della selezione di ristoranti del Palio dell’Agnolotto o di proporsi come cantina partner possono scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. entro il 15 marzo 2020.

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Torre degli Alberi è una frazione del nuovo comune di Colli Verdi, nato il 1 gennaio 2019 dalla fusione dei comuni di Ruino, Canevino e Valverde. Precedentemente appartenuta al soppresso comune di Ruino, la frazione prende il nome dall’omonima torre proprietà della famiglia Dal Verme da circa 700 anni. I Dal Verme discendono da un abitante di porta San Zeno di Verona, di cui le prime notizie si hanno attorno all’anno 1174. Nel corso del XIII secolo gli appartenenti alla nobile casata vantavano importanti cariche nelle più prestigiose città italiane. Attorno alla metà del ‘300 iniziarono la loro attività di condottieri al servizio dei Visconti di Milano e per questo motivo cominciarono ad acquistare numerosi feudi in Oltrepò e sul piacentino. In tempi recenti  il proprietario di Torre degli Alberi fu il Conte Luchino Dal Verme, recentemente scomparso all’età di 103 anni. Reduce dalla campagna di Russia del 1943, prese le redini della  88ª Brigata “Casotti” con il nome di “Maino” dando un contributo essenziale alla liberazione dell’Oltrepò dall’occupazione nazista . La torre del trecento è la parte più antica della struttura. Ai piedi di essa sono stati costruiti alcuni locali, in più fasi dal ‘400 a fine ‘800, mantenendo sempre uno stile architettonico uniforme e armonico. Nel cortile fa bella mostra una lapide funeraria romana, rinvenuta il secolo scorso durante i lavori nelle campagne.

Camillo e suo figlio Giacomo ci raccontano com’è cambiata l’azienda negli ultimi decenni,  con l’affiancamento della viticultura alla già avviata zootecnia.

I Dal Verme nobili condottieri di origine veneta con parecchie discendenze. La vostra famiglia da quale ramo discende?

«I Dal Verme sono originari di Verona. Successivamente si sono spostati nel milanese e da lì si sono nati diversi rami di discendenza. Noi discendiamo direttamente da quello di Milano».

Possiamo dire che, fino ad un certo periodo, la storia di Torre degli Alberi va a pari passo con quella del Castello di Zavattarello?

«Il castello di Zavattarello e Torre degli Alberi erano un’unica possessione. Successivamente mio nonno e suo fratello divisero la proprietà. I nostri cugini di Milano, nel 1975, cedettero il castello al comune. All’interno del castello di Zavattarello c’è una sezione interamente dedicata alla storia della famiglia Dal Verme».

La tenuta è sempre stata abitata oppure avete dovuto effettuare operazioni di recupero?

«Torre degli Alberi è sempre stata abitata. L’azienda agricola è nata parecchi anni fa, essendo circondata da terreno coltivabile. Gli immobili non hanno mai avuto bisogno di recuperi importanti, dato che con gli anni c’è stato un continuo lavoro di manutenzione ordinaria».

Fino a qualche anno fa Torre degli Alberi era conosciuta principalmente come azienda zootecnica. Ultimamente avete introdotto anche la produzione di vini da uve biologiche. Come mai questa scelta?

«L’azienda inizialmente era condotta a mezzadria ma col passare degli anni mio padre Luchino decise di prendere in mano la gestione dell’azienda, assumendo i mezzadri già presenti,  destinandola all’avicoltura. Nei primi anni di allevamento le galline venivano allevate in libertà nei boschi, dato che non si conoscevano ancora le patologie dell’avicoltura. Si cercava di allevarle nell’ambiente più naturale possibile, dato che non venivano usati antibiotici e vaccini. Con l’evoluzione della scienza e della zootecnia si è arrivati ad avere allevamenti più intensivi ma allo stesso tempo più sani. L’azienda è biologica da sempre e nel 2009 abbiamo deciso di affiancare la viticultura alla già preesistente attività zootecnica, impiantando  4 ettari di  Pinot Nero da destinare alla spumantizzazione. Abbiamo puntato da subito sul biologico, evitando l’utilizzo di diserbanti e prodotti di sintesi, lasciando il vigneto inerbito e utilizzando unicamente prodotti a base di rame e zolfo. La scelta di ampliare l’azienda al campo vitivinicolo è nata da diversi fattori: negli ultimi anni ci sono stati molti cambiamenti, dal clima ai gusti dei consumatori. Per questo abbiamo scelto di puntare da subito sulla qualità, optando per le bollicine».

Organizzate visite guidate presso l’azienda?

«Possiamo dire che noi non facciamo vere e proprie visite guidate. Organizziamo degustazioni su prenotazione, all’interno di una nostra sala interna, per gruppi di dieci/quindici persone. Il castello non è visitabile al pubblico perché la nostra abitazione privata. è nato come torre di avvistamento che collegava i diversi castelli e per questo motivo è una struttura sobria e spartana, che non vanta dipinti o affreschi, in quanto la residenza vera e propria della casata era a Zavattarello».

Fate già rete con altre strutture simili o siete affiliati a qualche ente?

«Come struttura non siamo affiliati a nessun ente, ma come azienda agricola siamo affiliati alla Fivi (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti). Facciamo parte di  “Vigneti e Natura in Oltrepò”, un progetto nato per tutelare le biodiversità nei vigneti».

Specificatamente di cosa si tratta?

«è un progetto, al quale aderiscono una quindicina di aziende in Oltrepò, nato con lo scopo di tutelare le biodiversità nei vigneti. Siccome bisogna ridurre i fitofarmaci usati in viticultura si sta cercando di studiare dei sistemi alternativi, per fare in modo che i vigneti possano autodifendersi. La soluzione è aumentare e tutelare le biodiversità presenti in un territorio. Il progetto si occupa di effettuare prove e sperimentazioni in determinate zone di ogni azienda, monitorando periodicamente il censimento di farfalle e uccelli presenti. Certamente qui da noi è più facile dedicarsi al biologico e alla biodiversità, dato che i nostri vigneti sono circondati da boschi e preservano al meglio l’habitat naturale delle specie indigene».

Tornando al turismo, come vedreste un circuito di promozione dei castelli e delle dimore storiche dell’Oltrepò Pavese?

«Come detto precedentemente presso la nostra struttura non è possibile organizzare visite turistiche guidate. Certamente, per come è strutturata la nostra azienda, sarebbe per noi più interessante un circuito che promuova generalmente l’enoturismo». 

di Manuele Riccardi

In un Oltrepò vinicolo sempre più frammentato e stazionario c’è una piccola realtà di produttori che procede spedita con idee chiare e precise. Si tratta del Club del Buttafuoco Storico, consorzio nato il 7 febbraio 1996 per volontà di undici giovani agricoltori. La Zona Storica di produzione del Buttafuoco è situata ne “lo Sperone di Stradella”, territorio composto dai comuni di Broni, Canneto Pavese, Castana, Cigognola, Montescano, Stradella e Pietra de’ Giorgi delimitato a Ovest dal torrente Scuropasso, a Est dal torrente Versa.

A nome di questa realtà abbiamo intervistato Armando Colombi. Milanese di nascita, dopo essersi trasferito in Oltrepò ha iniziato a collaborare con il Consorzio Tutela Vini in diversi eventi nazionali. Dal 2013 è direttore del Club del Buttafuoco Storico. In questi anni si è impegnato parecchio non solo per la promozione di questo vino, ma anche di tutto il territorio oltrepadano.

Colombi, ad oggi quante sono le aziende consorziate al Club del Buttafuoco Storico? Quante etichette e quante bottiglie producete?

«Attualmente sono iscritte al Club quindici aziende, con sedici vigne. Ci sono cinque aziende in stand-by che dovrebbero entrare a gennaio, con la nuova annata. Alcune di queste hanno la vigna che è ancora oggetto di verifica, perché per fare il Buttafuoco Storico il vigneto deve avere una determinata storicità e qualità. Altre invece stanno cercando vigne storiche da poter acquistare in modo da potersi consoziare. Per questo motivo due anni fa abbiamo fatto una campagna cartellonistica con il fine di chiedere di poter affittare o vendere i vigneti, evitando di lasciarli in abbandono. Riguardo la produzione posso dire che potenzialmente, con la vendemmia 2019, le aziende consorziate producono complessivamente 70.000 bottiglie».

Il vostro Consorzio specificatamente di cosa si occupa?

«Il Consorzio Club del Buttafuoco storico è un’unione privata di aziende che si occupa di diverse cose: principalmente della promozione e della valorizzazione del marchio privato” Buttafuoco Storico”. Promovendo questo vino si pubblicizza anche il suo territorio di provenienza. Stiamo investendo parecchio in comunicazione per valorizzare i sette comuni di produzione del Buttafuoco Storico.

Facciamo anche altre attività, come per esempio l’accoglienza del turista con il nostro punto vendita consortile, dove riceviamo gli appassionati spiegandogli il territorio, non solo quello di produzione del Buttafuoco, ma di tutta la Valversa e l’Oltrepò in generale.

Ci occupiamo inoltre di aiutare le nostre aziende facendo incontri con i buyer e partecipando ad incoming, per facilitare l’inserimento del Buttafuoco Storico nel canale estero. Abbiamo anche una linea di prodotti vinificata direttamente dal nostro Club nata appositamente per poter inserire questo prodotto nelle enoteche più prestigiose e nei ristoranti stellati, in modo da averlo empre nella loro carta dei vini».

Nel 2015 avvenne lo strappo di alcune aziende vostre consorziate con il Consorzio di Tutela Vini Oltrepò. Quest’anno invece il Club è entrato a farne parte ma è notizia dei giorni scorsi che il Consorzio di Tutela non è riuscito ad ottenere l’Erga Omnes sulla tipologia Buttafuoco DOC. Ci può spiegare meglio?

«Diciamo che sulla stampa è stata fatta un po’ di confusione a riguardo ed è giusto fare chiarezza. Con la nascita della tipologia Buttafuoco DOC, nel 2010, viene sconvolto il calcolo dei numeri per l’assegnazione della tutela e dell’Erga Omnes. Bisogna precisare che il Consorzio di Tutela non ha mai avuto l’Erga Omens sulla DOC Buttafuoco ma solo la tutela, che è una cosa differente. Questa è stata persa con la fuoriuscita di alcune aziende nel 2015 ed ora è a capo di Regione Lombardia, la quale a sua volta la demanda per gli aspetti tecnico-pratici a Valoritalia. Il Consorzio di Tutela Vini Oltrepò Pavese per riottenere la tutela deve avere un determinato numero di aziende iscritte. Ottenuto ciò cercherà di ottenere anche l’Erga Omnes, che è un controllo a 360° sulla denominazione, anche sulle aziende non socie.

La notizia arrivata è che il Consorzio di Tutela ha avuto la conferma dal Ministero di avere i numeri per un controllo totale su tutte le denominazioni, escluso il Casteggio DOC e il Buttafuoco DOC. Precisamente su quest’ultima non ha ne tutela ne Erga Omnes, per una questione tecnica, ma stiamo lavorando tutti coesi per far si che almeno la tutela rientri in capo al Consorzio per poter agevolare lo sviluppo di questa denominazione.

Il 2019 è stato anche l’anno del cambiamento per l’Oltrepò vinicolo, con la nomina dei un nuovo direttore vini. Quali sono le vostre aspettative?

«Ho conosciuto Carlo Veronese circa una decina di anni fa, quando lavoravo come brand ambassador del Consorzio tutela Vini Oltrepò Pavese e giravo l’Italia nelle varie manifestazioni. Ha fatto uno splendido lavoro come direttore del Lugana e sono sicuro che anche qui riuscirà a fare altrettanto. Noi, come Club abbiamo un’ottima stima verso di lui e abbiamo una grande aspettativa per il territorio. Certamente ci sarà da lavorare su tutte le denominazioni».

Ultimamente il Club è molto presente con eventi su Milano: vi abbiamo visti impegnati alla Wine Week. Com’è andata?

«Partecipiamo a tantissimi eventi, sia sul territorio che fuori. Alcuni più eclatanti, tipo la Milano Wine Week , o altri su scala nazionale, con grande riscontro sulla stampa. Siamo impegnati ogni settimana nella promozione dei nostri prodotti, con attenzione sia per il consumatore finale che verso gli influencer e gli operatori del settore. Su Milano abbiamo tantissimo riscontro, perché è un prodotto che piace. Ma soprattutto perché il Buttafuoco è il grande vino di Milano: un rosso fermo strutturato che, come diceva Carlo Porta, “butta fuoco in bocca” e si abbina ai piatti milanesi. Stiamo cercando di comunicare che il Buttafuoco è tornato, perché si era un po’ perso.

Questo perché negli anni passati i ristoratori lombardi che facevano più tendenza avevano spostato l’attenzione sui rossi toscani e piemontesi. Con l’abbinamento territoriale si torna però a parlare di Buttafuoco a Milano. Prossimamente saremo al Merano Wine Festival, ma abbiamo altri eventi e incontri in agenda».

Avete avviato anche qualche programma di promozione all’estero?

«Certo, abbiamo avviato una campagna degustazioni in Florida attraverso un importatore americano, ma lavoriamo con l’estero già da diverso tempo. Siamo già presenti in diversi stati europei, soprattutto in Danimarca, Germania e Paesi Bassi, Stati Uniti e Canada. In Asia invece vendiamo in Cina e stiamo provando in Giappone».

Il mese scorso Gerry Scotti ha annunciato di voler ampliare la propria gamma di vini con l’introduzione di una Bonarda e di un Buttafuoco. Si tratterà di quello storico?

«Gerry Scotti, quando si è avvicinato all’Oltrepò Pavese nel 2016, è rimasto affascinato dal Buttafuoco Storico. Già allora era stato imbastito un progetto, in collaborazione con l’azienda F.lli Giorgi, che è stato portato avanti in sordina finché un mese fa è stato proprio lui ad annunciarlo alla stampa. A breve seguiranno ulteriori comunicazioni da parte sua».

Quali sono i prossimi progetti di cui vi state occupando?

«Abbiamo progetti a breve, medio e lungo termine, già a Natale abbiamo fatto due giornate in piazza di Regione Lombardia. A febbraio ci sarà il ventiquattresimo compleanno del Club, sempre a Milano, in cui avremo alcuni ospiti dello spettacolo.

Stiamo portando avanti un progetto di valorizzazione del territorio, cercando di valorizzare i sette comuni di produzione con un’immagine omogenea. A lungo termine faremo molti più eventi rispetto gli anni precedenti».

di Manuele Riccardi

Una ditta non troppo zelante e tempi burocratici più lunghi del previsto sono alla base delle condizioni non ottimali in cui versa il cimitero di Stradella, che è oggetto di alcuni lavori. A testimoniare l’importanza che il cimitero riveste nei programmi della nuova amministrazione è il fatto che sia stata istituita un’apposita delega, affidata al vicesindaco e assessore “alla partita” Dino Di Michele.

Di Michele, com’è attualmente la situazione del cimitero stradellino?

«Ho trovato sicuramente una situazione complessa quando ho iniziato il mio lavoro di vicesindaco.  La ditta che opera presso il cimitero ha vinto una gara di appalto lo scorso anno e ha quindi ancora davanti un anno e mezzo circa di pieno lavoro. Dico situazione complessa, perché il nostro cimitero è composto da più aree: quella antica, che è sotto il vincolo della Sovraintendenza, e quella  degli altri ampliamenti. Ho avuto delle difficoltà e ho dovuto agire con determinazione nei confronti della ditta affinché svolgesse il proprio lavoro contrattuale. Probabilmente la ditta era abituata ad essere un po’ meno pressata e non dava la risposta che invece noi auspichiamo per il nostro cimitero. Ci sono decisamente ampi spazi di miglioramento nella gestione e nella cura di questo luogo e questa amministrazione è fermamente decisa a migliorare, nella pulizia, nel verde, nella manutenzione ordinaria e straordinaria. Il fatto poi che questa amministrazione ci tenga particolarmente è anche dato dal fatto che mai prima d’ora era stata una delega precisa ad un Assessore proprio per il cimitero: questa è un’assunzione di responsabilità forte nei confronti dei cittadini».

Che lavori state facendo?

«è stato dato in appalto il lavoro che è iniziato negli ultimi giorni di ottobre, ma poi non subito attuato a causa del maltempo: il rifacimento delle facciate esterne del cimitero nuovo “Licalzi” (denominato così per l’architetto che l’ha progettato), perché c’erano dei ferri scoperti, scoppiati a causa della ruggine e delle intemperie e di una manutenzione ordinaria che non è stata fatta per troppo tempo. Questi lavori di rifacimento e tinteggiatura erano davvero necessari ormai. Poi sono state sostituite le lampade nei sotterranei, mettendo lampade a led in modo da dare più luminosità e maggior risparmio energetico. Infine, sono state sostituite delle lastre di marmo ammalorate che si erano deteriorate e distaccate: sono state cambiate nei giorni prima della festività dei Santi, perché i tempi della burocrazia non ci hanno permesso di svolgere questo lavoro prima. Il cimitero è un luogo sacro, deve essere curato, rispettato e onorato in ogni modo: ci vorrà sicuramente del tempo per vederlo come noi lo vorremmo, ma ci metteremo tutto il nostro impegno. Il cittadino deve tenere sempre a mente che i tempi burocratici sono molto lunghi, prima bisogna vedere se ci sono le risorse economiche, poi bisogna rispettare le procedure che ogni singolo appalto prevede. Io mi scuso con i cittadini se a volte non hanno la percezione immediata del nostro lavoro: oggi stiamo cominciando a vedere piccole grandi cose che abbiamo avviato a giugno quando ci siamo insediati e in futuro si vedranno i progetti che stiamo studiando adesso. Stiamo anche cercando di migliorare la comunicazione ai cittadini, ma abbiamo dovuto affrontare una fase di rodaggio dei primi mesi amministrativi».

Ad oggi, quindi, cosa può dire?

«Ci sono situazioni che in questo semestre sono già migliorate, non senza difficoltà. Però ribadisco che ci sono margini di miglioramento e noi saremo sempre attenti affinché tutto si svolga nel modo più corretto possibile. La ditta sicuramente deve capire che ci sono tempi nuovi e modalità nuove che riteniamo debbano affrontare».

Parliamo dei vivi. Lei ha anche la delega alla Cultura. Cosa state facendo come amministrazione in tal senso?

«Abbiamo avviato una serie di incontri, di rapporti con le istituzioni, con le associazioni e con i singoli al fine di creare dei tavoli che possano, in maniera sinergica, dare degli eventi qualificati e qualificanti della città e che possano attrarre. Con l’aiuto dell’esperienza del passato, che sicuramente non gettiamo via e che ci ha dato modo anche quest’anno di avviare la stagione teatrale, con l’aiuto di Pierangelo Lombardi, a cui va il nostro plauso per la massima disponibilità dimostrata: indipendentemente dai ruoli che oggi ricopriamo, si è dato anima e corpo per la stagione del Teatro e per la gestione dei rapporti con il Fraschini che gestirà il nostro teatro fino a fine stagione. All’inizio dell’anno nuovo dovremo poi fare le valutazioni per la prossima stagione teatrale, che certamente vogliamo che sia di alto livello come è sempre stata. Abbiamo poi un accordo, fatto dalla precedente amministrazione, con l’associazione Tetracordo per l’Accademia del Ridotto e la musica. Devo dire in generale che sono molto soddisfatto: c’è stato un aumento nel rinnovo degli abbonamenti e nelle prevendite del 7%. Posso però dire che è un dato che non ci deve fermare: vogliamo migliorare anche in questo aspetto. Poi naturalmente qualche difficoltà c’è…».

Per esempio?

«Per esempio nella ricerca di sponsor, che scarseggiano sempre. In questo contesto generale economico, la difficoltà maggiore è rappresentata proprio da questa scarsità: soggetti che negli anni passati sponsorizzavano molti eventi e la stagione teatrale non hanno più le risorse per fare quello che facevano o addirittura vengono a mancare totalmente. Facciamo quindi un appello: il territorio ha bisogno del nostro Teatro, che è sempre riuscito ad attrarre anche molte persone oltre i confini cittadini (e questo lo dicono i numeri) e questo porta sicuramente benessere e movimento anche economico alla nostra città. Questo spero che spinga a sostenere sempre e sempre di più il nostro Teatro».

Tornando alla cultura in generale, cosa state facendo?

«Abbiamo fatto numerose sponsorizzazioni e patrocini per presentazioni di libri, per giornate di divulgazione scientifica e culturale con più soggetti coinvolti, abbiamo continuato la collaborazione sempre proficua con il Lions Club…».

Secondo lei qual è il tratto che vi dovrà contraddistinguere, sotto l’aspetto culturale, nella vostra legislatura?

«Quello della sinergia tra tutti i soggetti, in collaborazione con l’assessorato alla promozione del territorio del mio collega Andrea Frustagli: ogni manifestazione che fino ad oggi abbiamo realizzato aveva all’interno eventi e momenti culturali. Vogliamo dare sempre un valore aggiunto ad ogni evento».

di Elisa Ajelli

Incassato ma non ancora digerito lo “strappo” di Pier Ezio Ghezzi, il PD vogherese cerca di riorganizzarsi. Il colpo è stato duro e l’ennesima spaccatura interna al centrosinistra rischia seriamente di compromettere la corsa a Palazzo Gounela prima ancora che la bagarre vera e propria cominci. Per la sezione locale del partito guidata dal segretario Alessandra Bazardi si prospetta un inverno lungo e pieno di nodi da sciogliere: primarie, alleanze, posizione (che a questo punto diventa determinante) dei 5 Stelle.

Bazardi, partiamo dall’addio di Ghezzi: lei se l’aspettava?

«È stata una mossa alla Renzi, ma da ex renziana dico che anche lui ha sbagliato i modi e i tempi. E ha deluso tanti. Sinceramente conoscendo Ghezzi non pensavo che avrebbe commesso un simile errore politico. Rompere con il partito a sette mesi dalle elezioni con queste motivazioni è come dire che vuoi correre da solo. Non vedo altre spiegazioni al momento… oltre al danno per la città».

Beh, che lui volesse restare protagonista lo aveva fatto capire in ogni modo…Può essere che si sia sentito in qualche modo messo da parte?

«Sgombriamo il campo dai dubbi. Pier Ezio Ghezzi è stato il nostro candidato nel 2015, io stessa ho iniziato il mio percorso politico con lui nella Lista Civica. Di questo lo ringrazio e lo ringrazierò sempre. Il PD lo ha sostenuto, si è schierato al suo fianco facendo un ricorso lungo, difficile e costoso e impegnandosi anche con i suoi rappresentanti provinciali, regionali e parlamentari affinché fosse data a lui e a coloro che erano scesi in campo con lui la possibilità di rigiocarsi la partita. Ricordo ancora la gioia di tutti quando arrivò la sentenza. Era la nostra rivincita, nel gennaio 2017 al riballottaggio abbiamo fatto una campagna elettorale fino all’ultimo voto! Penso che nessuno abbia mai messo in dubbio le capacità di Ghezzi, ma la politica è fatta di momenti. E di fasi. Alcuni dirigenti e compagni gli hanno solo consigliato di mettersi a disposizione di un progetto nuovo, di cui sarebbe stato sicuramente protagonista, ma, ciononostante, vista la determinazione di Ghezzi a ricandidarsi a sindaco e le ricostruzioni sulla stampa di presunte esclusioni, abbiamo redatto un regolamento aperto per le Primarie, che gli consentiva come iscritto PD di partecipare senza problemi. Diciamolo, abbiamo anche forzato un punto del regolamento regionale che cita che in caso di primarie di coalizione il candidato del PD deve essere uno solo, scelto in assemblea. E, siccome Ilaria Balduzzi aveva già dato la disponibilità, la commissione ha cercato di dare la massima agibilità a tutti. Un partito che ha l’ambizione di governare la città non può avere questa miopia politica ed escludere qualcuno burocraticamente».

Cosa cambia nel partito adesso? Le liste pro Ghezzi e i voti del Pd convergeranno oppure si paventa l’ennesima divisione nel centrosinistra che potrebbe togliervi speranza nella già difficile sfida al centrodestra?

«È innegabile che ci sia stata una frattura che va analizzata e valutata con molta obiettività e responsabilità. Il gesto di Ghezzi ha introdotto ancora una volta un elemento di confusione tra i nostri elettori e simpatizzanti. Il percorso ha bisogno di tempo per essere riavviato ma nel partito non cambia nulla, si lavora come prima. Il circolo si è compattato, questo sì, come il gruppo consiliare, le scissioni uniscono sempre chi resta. In questi casi subentra il senso di appartenenza a una comunità che si sente ferita.  Chi esce sbaglia sempre, perché le battaglie e le discussioni si fanno all’interno. 

Da dove ripartirete?

«Penso che si debba ripartire dai programmi e dall’obiettivo da raggiungere. Sarebbe sbagliato chiudersi e cristallizzarsi sulle posizioni personali, perché occorre lavorare a un progetto che abbia possibilità di gareggiare, a una coalizione ampia ma senza pregiudizi e schemi prefissati. Soprattutto servono i contenuti. Voghera ha bisogno di un grande sviluppo e rilancio sul piano economico sociale culturale e produttivo. Il vecchio modello di sviluppo va sostituito con quello di una smart city in grado di costruire un patto verde con il mondo del lavoro. Una green economy, una città innovativa e a misura di uomo. Una città sicura, aperta, inclusiva, che si basi sulla cittadinanza attiva, che pensi agli anziani, alle famiglie, a chi ha bisogno e alle future generazioni. Vogliamo partire proprio da questo, attraverso una grande iniziativa politica e programmatica che faremo a gennaio per mettere allo stesso tavolo le categorie, le associazioni, il mondo sindacale e i semplici cittadini che vorranno aderire. La fretta da alcuni reclamata non aiuta, ma siamo altrettanto consapevoli che si avvicina il tempo delle decisioni politiche e programmatiche conclusive».

La fretta non aiuterà, ma per Ghezzi si sta “perdendo tempo” e quello delle primarie si è rivelato un nodo cruciale nel determinare il suo abbandono. Alla fine si faranno o no? Nel 2014 si tennero già il 30 novembre e le elezioni non andarono bene…

«Lo dice lui e quindi è giusto? Per me in politica paragonare eventi di 5 anni prima è anacronistico. E comunque appunto nel 2014 le primarie furono fatte con largo anticipo e purtroppo non arrivammo nemmeno al ballottaggio. Se il motivo dell’abbandono fosse davvero il tempo o le primarie, significa che Ghezzi ha già deciso di correre da solo. Il PD non le ha mai annullate, come d’altra parte non era stata ancora ufficialmente fissata una data. Semplicemente, come accade spesso in politica e, a livello nazionale ne abbiamo avuto una eclatante prova quest’estate, quando si verificano condizioni nuove le situazioni cambiano in 24 ore. Quello che fino a ieri non era possibile lo diventa. Un avversario diventa alleato. Un ostacolo diventa un ponte».

è per questo che non sono ancora state fatte? Siete alla finestra?

«Davanti all’ipotesi di apertura della coalizione a LEU e 5 Stelle, il Pd cosa doveva fare, dire “no” perché non dobbiamo perdere tempo e dobbiamo fare subito le primarie? Senza verificare la possibilità di una convergenza di altre forze che avrebbero dato linfa e numeri al progetto? Io questa responsabilità con una città in mano da 20 anni alla destra non me la prendo. Se se la vuole prendere Ghezzi… lo dica alla gente. Ma è anche vero che io non voglio fare il candidato sindaco quindi per me è diverso. Vedo tutto in modo più oggettivo».

Quindi secondo lei quella di Ghezzi è stata una scelta dettata da egocentrismo?

«Ghezzi è una persona intelligente, un gran lavoratore, ma è stato sempre abituato a muoversi da solo, lo dimostra il fatto che ha dichiarato di aver già pronte due liste civiche mai condivise con il partito pur non sapendo ancora di essere lui il candidato sindaco. E troppo spesso ha preteso di dettare lui la linea. Quando si è in una comunità ci sono delle regole e ci si deve adeguare al gruppo».

Pochi giorni fa il deputato Cristian Romaniello ha detto che i 5 Stelle a Voghera non stanno valutando alleanze se non con liste civiche. Un “due di picche” che brucia?

«Quale due di picche? Con i 5 Stelle c’è stata da subito grande intesa sulla visione della città, sulla strategia e i programmi. E sul fatto che occorra proporre un progetto innovativo per Voghera che coinvolga una nuova classe dirigente con cui lavorare per i prossimi 10 anni al rinnovamento e rinascita del territorio. Il PD nazionale è al governo con i 5 Stelle e quindi il confronto anche in prospettiva più ampia oltre che per le amministrative è opportuno e doveroso. Il fatto che il Movimento abbia al momento un regolamento e un’organizzazione (che peraltro sta discutendo) con proprie regole non significa che il dialogo non prosegua. E credo che chi tifa per una vittoria del centrosinistra debba augurarsi che continui e si concretizzi».

Che ruolo avranno le liste come +Europa, Radicali o i Renziani di Italia Viva?

«Sono al momento piccole e nuove realtà che però vanno assolutamente integrate e coinvolte nella coalizione. Gruppi che stanno lavorando bene, con entusiasmo e che sono preziosissimi nell’ambito di una coalizione e campagna elettorale, ma devono anche avere la voglia di interfacciarsi con il partito che al momento detiene la maggioranza dei numeri e che per primo si mette in discussione per ampliare il campo. Ora occorre coinvolgere anche l’altra parte della sinistra, i 5 Stelle e tutto quel mondo di moderati, cattolici, mondo civico e di associazionismo che si riconosce nei nostri valori e non in quelli della destra sovranista».

Sperate di arrivare al ballottaggio e poi lavorare sulle alleanze?

«Sulle alleanze si è detto e scritto tanto. Se riusciremo a proporre un progetto che piace per i contenuti e che ci può portare numericamente a concorrere per il ballottaggio penseremo poi ad aggregare anche altri schieramenti. Sempre nel rispetto degli elettori che ci votano e dei programmi». 

Non teme che la presenza di troppe liste, seppure interne all’area di centrosinistra, possa finire per favorire una vittoria della destra già al primo turno?

«Certo, per questo dobbiamo unire e il Pd sta tentando di farlo disperatamente. La coalizione tra PD, Lista Civica Ghezzi, Italia Viva e Civica Voghera Più Libera rappresenta un inizio, ma occorre andare oltre il recinto. Se ci illudiamo di arrivare così al ballottaggio… Benché la situazione delle amministrative sia diversa da quella nazionale è innegabile che un centrodestra a traino Lega sia un avversario forte e scomodo. Proprio per questo la discussione va fatta prendendo in considerazione ogni aspetto e negoziando con le forze all’interno della coalizione la soluzione migliore senza porre paletti che potrebbero escludere a priori ogni dialogo con altre forze che non vogliono o possono stare alle nostre regole. Ora sta a noi decidere la strada da intraprendere e ognuno si assumerà le proprie responsabilità».

Chiudiamo su Asm. Condivide l’analisi fatta dal suo ex compagno di partito Ghezzi riguardo agli accordi tra Forza Italia e Lega in vista delle prossime elezioni? 

«La scorsa estate abbiamo proposto i nomi di due esperti per il nuovo C.d.A a 5 di Asm. Manager competenti che avrebbero potuto esercitare un ruolo di controllo e mettere a disposizione le competenze. Addirittura alcuni sostenevano che il PD avrebbe “portato a casa” un posto perché aveva fatto un accordo elettorale con Forza Italia. Questa era l’accusa di molti e, diciamolo, anche di qualcuno al nostro interno. Sappiamo tutti come è andata. Evidentemente gli accordi li hanno fatti altri».

di Christian Draghi

Nato nel 1975 sul modello del National Trust inglese con lo scopo di tutelare e far conoscere il patrimonio artistico, paesaggistico e culturale italiano, il FAI oggi è una realtà che nel tempo è cresciuta moltissimo senza mai perdere di vista le sue finalità. Il FAI possiede o ha contribuito a salvaguardare e valorizzare 64 beni sparsi su tutto il territorio nazionale visitati ogni anno da quasi un milione di persone e ,attraverso le sue campagne nazionali , si occupa di sensibilizzare i cittadini su temi di pubblico interesse come la salvaguardia dell’acqua, la tutela ambientale e il Progetto ALPE.

Nel tempo il FAI ha acquisito beni di vario tipo sparsi su tutto il territorio nazionale, dal monastero di Torba, primo bene FAI, al castello della Manta nel Marchesato di Saluzzo e poi ville signorili e residenze di prestigio, quali la Villa del Balbianello sul Lago di Como, che accolgono i visitatori in scenari meravigliosi. Non mancano beni di altro tipo, quali il Bosco di San Francesco ad Assisi e il Giardino pantesco a Pantelleria, fino all’orto sul Colle dell’Infinito a Recanati, di recentissima inaugurazione. Per quanto riguarda la struttura sul territorio, il Fai si avvale di una rete capillare di 19 Direzioni Regionali organizzate in 125 Delegazioni, 94 Gruppi FAI e 94 Gruppi FAI Giovani ai quali si aggiungono  due “Gruppi FAI ponte tra culture” composto da ragazzi di diversa nazionalità che, in occasioni particolari, svolgono visite guidate per un pubblico che parla la loro lingua.

Abbiamo incontrato la dott.ssa Valentina Berisonzi, Capo Gruppo Giovani all’interno di una delegazione del FAI Oltrepò Pavese che ha come Capo Delegazione la signora Romana Riccadonna.

Quando si è costituito il Gruppo Giovani Fai dell’Oltrepò Pavese?

«La delegazione FAI Oltrepò Pavese è nata nel 2011 con l’intento di valorizzare il territorio oltrepadano e ad oggi coordina un gruppo di circa 40 volontari compreso il gruppo FAI giovani che si è costituito qualche anno dopo in quanto una delle finalità del FAI è quella di rivolgersi a diversi target di utenza, dalle persone un po’ più mature che possono avere interessi più specifici ad un target  più giovane che ha bisogno di un certo tipo di esperienze culturali.

Il nostro gruppo giovani di volontari attivi attualmente è composto da 12 persone ma la delegazione è una realtà in continua espansione con una crescita costante di iscritti».

Quali sono le attività che proponete sul territorio?

«Nel tempo abbiamo diversificato le offerte culturali che proponiamo sia agli iscritti, che si sentono parte di un gruppo nella condivisione di un ideale comune, sia ai non iscritti che, con la loro partecipazione, sostengono comunque sempre più numerosi e interessati le nostre iniziative. Abbiamo le GIORNATE FAI di Primavera (terzo fine settimana del mese di marzo), organizzate dalla Delegazione al completo, e d’Autunno ( secondo fine settimana di ottobre), organizzate principalmente dal Gruppo Giovani.

Queste sono le due grandi occasioni orchestrate a livello nazionale per conoscere un evento FAI. In questi eventi apriamo al pubblico beni di solito chiusi o poco conosciuti quali borghi, castelli, residenze e giardini privati. Nel 2019, durante la Giornata FAI di Primavera, la nostra Delegazione ha aperto la Chiesa di Montalino, gioiello del romanico lombardo, la Chiesa di Portalbera, il Castello e la Chiesa di Arena Po e agli iscritti è stata offerta la possibilità di navigare su un tratto del fiume Po; durante la Giornata FAI d’Autunno appena vissuta, sono stati aperti al pubblico il Castello di Argine, dimora privata che per la prima volta ha concesso l’accesso, e la vicina Chiesa di Santa Maria Nascente con un successo di pubblico notevole.

1500 persone in gruppi di 20 hanno potuto effettuare la visita nei due giorni accompagnati dai nostri volontari.

Organizziamo poi viaggi di un solo giorno in località limitrofe , a settembre siamo stati a Cremona e a Ottobre a Vigevano sulle orme di Leonardo, o di più giorni con lo scopo di visitare uno o più luoghi FAI: a maggio siamo stati a San Gimignano a visitare il bene FAI  Casa e Torre Campatelli, ad Assisi per visitare Il bosco di San Francesco e a Recanati dove si stavano ultimando i lavori di sistemazione dell’Orto sul Colle dell’Infinito, ultimo bene FAI inaugurato alla presenza del Presidente della Repubblica. Effettuiamo visite presso atelier d’artista o residenze di prestigio, cerchiamo di valorizzare i beni architettonici dei talenti presenti sul territorio proponendo visite presso residenze private in cui siano presenti opere d’arte di pregio e presentando al pubblico artisti locali spesso sconosciuti. Un’altra attività interessante è il trekking urbano, una serie di passeggiate per tutti nella città di Voghera alla scoperta di palazzi e luoghi dal passato importante».

Come scegliete i luoghi da scoprire e valorizzare, ricevete anche proposte di apertura di dimore e castelli da parte dei proprietari?

«Il gruppo giovani non è mai indipendente dalla Delegazione FAI, ci può capitare di individuare e proporre un bene e quando capiamo che il bene può essere accessibile ci confrontiamo con la Delegazione per verificare innanzitutto che il bene possa essere adeguato ad accogliere molte persone, che possa essere in linea con le direttive FAI e con quella che è l’identità del nostro territorio. A volte i sindaci o i proprietari ci contattano per proporre un borgo o un bene e altre volte, confrontandoci con i partecipanti alle nostre manifestazioni,  riusciamo ad acquisire notizie su beni che potrebbero essere aperti al pubblico».

Quanti iscritti conta il FAI sul territorio nazionale e che cosa si può fare per sostenere le vostre iniziative?

«Il FAI si sostiene anche grazie ai contributi di quanti scelgono ogni anno di iscriversi per contribuire alla realizzazione delle sue iniziative. Oggi gli iscritti sono circa 190.900 sul territorio nazionale, di cui alcune centinaia in Oltrepò, e le loro adesioni non solo rendono possibili progetti di tutela del patrimonio culturale italiano, ma garantiscono anche agevolazioni particolari quali l’accesso gratuito a tutti i beni FAI e il diritto a sconti presso musei e teatri convenzionati. Proprio in Oltrepò, ad esempio, abbiamo appena siglato una convenzione in tal senso con il Teatro Carbonetti di Broni. Durante le occasioni culturali che proponiamo sul territorio il nostro compito è anche quello di far conoscere il FAI, quindi c’è chi può contribuire con un obolo oppure chi ci conosce e ci apprezza in quell’occasione e può decidere di iscriversi. Abbiamo diverse tipologie di tessere d’iscrizione, per il singolo utente a 39 euro, per i giovani a 20 euro, per le famiglie a 66 euro, per le coppie che possono essere composte anche da due amici, a 60 euro. L’iscrizione può essere effettuata anche online, attraverso il nostro sito».

Il gruppo FAI Giovani Oltrepò ha una sede a Voghera?

«Abbiamo una sede all’interno della Delegazione che è ubicata presso il Circolo  “Il Ritrovo” a Voghera dove ci incontriamo e organizziamo gli eventi di vario tipo. Abbiamo una pagina facebook: “Delegazione FAI Oltrepò Pavese” e “FAI Giovani Oltrepò Pavese” che utilizziamo per promuovere tutti i nostri progetti. Siamo sempre alla ricerca di altri volontari che affianchino l’operato della Delegazione aiutandoci a realizzare nuove iniziative che sempre più consentano ed estendano la conoscenza e la presenza del FAI sul territorio».

Fate opera di sensibilizzazione presso le scuole dell’Oltrepò Pavese?

«Il FAI ha un settore dedicato alla scuola. Le scolaresche possono accedere ai nostri beni ed è anche possibile iscrivere le classi al FAI ottenendo ingressi gratuiti o sconti importanti. Ci facciamo conoscere presso le scuole attraverso i dirigenti scolastici o tramite gli insegnanti iscritti. Durante le giornate FAI di Primavera e Autunno coinvolgiamo le scuole con gli apprendisti ciceroni, alunni soprattutto delle scuole medie che vengono preparati ad illustrare i luoghi di visita, con un buon riscontro ed interesse. Sono stati nostri partners il Liceo “Galilei “di Voghera e l’Istituto Comprensivo di Broni e Stradella. I ragazzi che partecipano si dimostrano sempre più interessati alle tematiche di valorizzazione e tutela del territorio e la forza che hanno i giovani nel coinvolgere i loro genitori ed amici nel farci conoscere è grandissima e molto importante per noi.».

Avete già un’idea sui progetti del prossimo anno sul territorio?

«I nostri progetti saranno sempre in sintonia con la Delegazione con la quale lavoriamo in sinergia. Non possiamo dare anticipazioni perché è una scelta del FAI quella di pubblicizzare l’evento specifico una quindicina di giorni prima, quindi vi rimandiamo per informazioni ai primi giorni del mese di Marzo per le Giornate FAI di Primavera in Oltrepò. Posso dire che, a livello nazionale, uno dei progetti che verrà maggiormente portato all’attenzione del pubblico è quello della valorizzazione delle aree montane, il “Progetto Alpe” con l’intento di tutelare quella che è la spina dorsale del nostro territorio».

di Gabriella Draghi

Il 13° Rally delle Marche, si é concluso con la vittoria di Christian Marchioro, in coppia con la moglie Silvia dall’Olmo sulla Skoda Fabia R5. Per il 36enne pilota padovano si tratta della seconda vittoria assoluta in carriera, un alloro conquistato con il cuore e con grande acume tattico.  La gara, che aveva registrato il record assoluto di iscritti dalla sua prima edizione con 123 iscritti è partita poi con 118 equipaggi, che hanno decisamente animato una grande giornata di sport di questa prima prova del Campionato Raceday Rally Terra e penultima del Trofeo Terra Rally Storici. Tra i protagonisti della gara marchigiana anche due equipaggi Oltrepadani, quello composto da Davide Nicelli, in coppia con Mattioda su Peugeot 208 impegnato nel Race Day e Mombelli-Leoncini su Ford Escort MK1 nello storico. Per Nicelli si é trattato di una gara test ed il 3° posto in R2 lo ha pienamente appagato, per lo più in vista dell’importante impegno tricolore il Tuscan Rewind di fine stagione dove si giocheranno il Trofeo Peugeot. «Aver ottenuto un ottimo risultato è stato importante più che altro per il morale dopo un “2 Valli” negativo – ha detto il pilota stradellino – Un terzo posto  che ci da la consapevolezza che al Tuscan sarà una gara durissima, ma che abbiamo le carte in regola per poter dire la nostra fino all’ultimo».  Nella gara “historic”, penultima prova del Trofeo Terra Rally Storici, in cui la vittoria é andata a Guggiari-Sordelli (Ford Escort MKII), per tre quarti di gara aveva comandato il cremonese cn licenza monegasca Mauro Sipsz, navigato dalla moglie Monica Bregoli, su Lancia Rally 037 con un vantaggio considerevole. Però, una penalità per un anticipo “pagato” al controllo orario che precedeva la quinta prova, lo ha relegato in retrovia, per cui gli è rimasta soltanto la soddisfazione di primeggiare nel 4° Raggruppamento. La seconda posizione assoluta, dietro a Guggiari, stata presa da Cesarini-Gabrielli (Ford Escort). Strepitoso il terzo posto assoluto e 2° di classe per gli oltrepadani Mombelli-Leoncini su Ford Escort MK-1, una vettura che paga ben una settantina di cavalli in meno nei confronti delle due che l’hanno preceduta. Per i portacolori di Paviarally, il terzo gradino del podio é un bel trampolino di lancio, verso l’ultima prova di campionato in programma a Montalcino per il Tuscan.

di Piero Ventura

Il complesso edificio era al centro del paese, dirimpetto alla strada che saliva la collina per approdare alla chiesetta del paese. Tra le due guerre, proprietaria e anima dell’osteria di Sant’Eusebio, era Ernesta Barbieri, figlia di Pasquale e di Adelaide, per tutti Ärnësta o R’nësta. Da giovane, una caduta in bicicletta, aveva compromesso il corretto uso e l’appiombo della gamba destra che era uscita dall’incidente e dalle premurose cure dell’ospedale di Voghera, con una vistosa arcuata malformazione che comprometteva l’incedere della donna rendendolo dondolante e caratteristico. Per il paesino, Cà d’Ärnësta, era bar, ristorante, albergo, commestibili, posto telefonico pubblico, sale e tabacchi, sala da ballo e, in qualche occasione, ambulatorio medico. Lei, eccezionale lavoratrice, oltre a tutte le attività ricordate, badava con amore ai due vecchietti di casa, svolgeva mille mansioni con il saltuario aiuto di giovani ragazze e, almeno una volta a settimana, si recava al mercato di Voghera per provvedere al rifornimento dei vari negozi di sua responsabilità. Trovava anche il tempo di favorire qualche compaesano privo di mezzi di trasporto, acquistando beni o medicine a Lui necessarie. Definiva quest’attività: “fa i cumisiòn”. Pur burbera e un poco pettegola, era una splendida persona: lavoratrice indefessa e disponibile con chiunque ne avesse necessità; si aggirava a destra e a manca del grande edificio che iniziava a levante con la bottega, con il cucinìno privato sul retro, proseguiva con i locali dell’osteria e, terminava ad ovest, con lo stanzone adibito a locale televisivo o a sala da ballo. Al piano superiore erano sistemate le camere per i clienti, spesso cacciatori; da qui il nome “Osteria dei Cacciatori”, sicuramente i frequentanti più affezionati e redditizi della locanda. Al piano inferiore erano dislocate cantine e magazzini. Adiacenti a questi due piccoli campetti per il gioco delle bocce. I campi erano due listarelle di terreno racchiuse tra poche assi sconnesse, terminanti  all’estremità con una robusta protezione in legno. Non erano propriamente ben curati: un rullo ed una raspa livellavano al meglio i fondi in sabbia proditoriamente attraversati dalla gigantesca radice di una grande robinia che rendeva una gradevole ombra ma, slivellando il terreno, comprometteva il fondo necessariamente liscio ed omogeneo per il regolare svolgimento del gioco.

Le bocce poi erano generalmente di legno e, l’uso e l’età, ne avevano compromesso la sfericità e la superficie ma tant’è, i tempi erano quelli, la possibilità di viaggiare quasi nulla e l’utenza paesana doveva gioco forza accontentarsi di quello che passava il convento o, per meglio dire, di quello che passava l’Ernesta. D’estate si giocava a bocce: la domenica pomeriggio, la sera tardi o di notte. Il guaio era che i due campi bocce erano illuminati da due piccole lampadine sospese ad un filo teso sopra di essi e, vuoi per l’estesa superficie da coprire, vuoi per la ridotta portata delle due lampadine, parlare di campi illuminati era una circonlocuzione eufemistica: si giocava in penombra neppure stabile, perché i due piattini portalampade erano soggetti a continue sollecitazioni e dondolii, dalle brezze serali estive, sollievo alla calura ma deleteri ad una corretta e stabile visuale. Alle ripetute lamentele dell’utenza, Ärnësta rispondeva invariabilmente con “i giög ä ièn cûlì, s’iv pia˘s nò, andì da un’altra pàrt”, i campi gioco sono questi, se non siete soddisfatti, andate altrove. In quegli anni lontani l’osteria era frequentata esclusivamente dagli uomini del paese, la domenica pomeriggio e in tarda serata al termine dei lavori e dopo una buona cena ristoratrice. Una capace stufa a legna prima e, in anni successivi, a carbone, troneggiava al centro della grande stanza che lungo la parete posta a est, presentava un bancone di legno con piano d’appoggio per la mescita di vino, liquori e qualche rara bibita. Spesso il tepore della stufa, la stanchezza del duro lavoro quotidiano o semplicemente l’abitudine, favorivano tiepidi sonnellini di qualche avventore che, poggiate le braccia su un tavolino appartato, profittava della tranquillità e della familiarità dell’ambiente: solo in caso di rumorose e persistenti russatine, il vicino dava di gomito ed il malcapitato si svegliava di soprassalto meravigliandosi delle risate degli astanti. Non era presente la macchinetta per il caffè espresso ed eventuali rade richieste di tale bevanda, venivano soddisfatte attivando il pentolino posto nell’adiacente cucinìno: la mistura liquida che ne usciva andava bevuta lentamente, anzi andava decantata per un po’ di tempo, al fine di evitare quantità impressionanti di granuli in sospensione che attenuavano il piacere degustativo.

L’alimentazione della stufa a carbone era compito esclusivo della padrona di casa che razionava la miscela di carbone e terra in modo da abbattere i costi del riscaldamento che, ad una cert’ora della notte, risultava scarso od assente. Generalmente gli avventori chiedevano gazzose, aranciate o birre, oppure grappe, marsala, vermut o cognac. Queste, con qualche altra strana bevanda quali il “millefiori o lo strega”, erano le abituali richieste dei frequentanti il ritrovo e le disponibilità dello stesso. Pochissimi chiedevano vino anche in ragione del fatto che quasi tutti ne producevano almeno per il consumo familiare. Un abituè di tale bevanda, da Lui usata sia come aperitivo che come digestivo, era tale Bianchi Fermo detto Bianchino: verso le diciotto pomeridiane scendeva a piedi da Ponticelli dove abitava e lavorava, sedeva davanti al bar e schiarendosi leggermente la gola, ordinava la “mésa”. Sì, ordinava una mezza bottiglia di vino rosso, non perché intendesse bere meno del solito, anzi, le “mése” a notte fonda erano diventate quattro o cinque, ma perché aveva verificato che in due mezze bottiglie, che costavano esattamente come una bottiglia, vi era un mezzo bicchiere di vino in più. Durante la settimana raramente pagava il conto ed Ernesta provvedeva ad annotare i progressivi importi su un quadernotto con la copertina nera e i bordi delle pagine rosso fuoco; il sabato a mezzodì veniva pagata la settimana di lavoro ed il pomeriggio Bianchino saldava il dovuto all’oste in gonnella.

Assistere alle ricostruzioni dei vari consumi serali a distanza di diversi giorni era un vero spasso: Ernesta esibiva il famoso libriccino nero e richiedeva il pagamento delle mezze bottiglie documentando il suo dire, l’avventore contestava il numero delle bottiglie segnate ricordando perfettamente i consumi serali; si accendevano animatissime discussioni durante le quali la signora lamentava che alcuno mettesse in dubbio la sua onestà e Bianchino dopo aver dato consigli sul posizionamento del citato quadernetto, ribadiva che il suo esposto era inferiore alle richieste. Le dispute duravano anche tutto il pomeriggio con minacce e toni molto accesi: un malcapitato giorno a fronte ad un’offesa non sopportabile di “ciucatè”, ubriacone, sussurrata in bottega a denti stretti dall’Ernesta, mentre serviva un altro avventore, il buon Fermo afferrò un grosso filetto di merluzzo sotto sale, in buona vista sul bancone del negozio, e lo scagliò violentemente in faccia alla poveretta. Minacce di denunce senza seguito, conclusero la malaugurata vicenda che però non permisero più al povero Fermo di bere a credito: se aveva i soldi Ernesta lo serviva senza proferir parola, in caso contrario il poveretto o attingeva a prestiti dagli amici o sopportava la sete. Ci vollero comunque diversi anni a che il triste episodio fosse dimenticato e tutto tornasse alla normalità. Gli avventori serali giungevano alla spicciolata e, a secondo la stagione, si sistemavano ai tavolinetti esterni o attorno alla grande stufa di casa. I giovani in maglietta e pantaloncini corti, gli uomini con pantaloni di fustagno pesante anche d’estate e l’immancabile cappello questo si invernale o estivo a seconda delle stagioni. D’inverno, giubbotti, maglioni di lana grezza, spesso confezionati da mamme o spose premurose, rarissimi cappotti e qualche giacchetta “paltò e marsinën”, sfoggiati solo in occasioni speciali. Si chiacchierava e si scambiavano opinioni le più diverse: sul tempo, sugli animali, su qualche malattia temuta e scongiurata e, almeno i più giovani, su qualche bella ragazza incontrata o sognata. Non si parlava quasi mai di politica: tra le due guerre era sconsigliabile se non proibito, successivamente, nessuno voleva andare a ricordi e ferite ancora troppo vive e dolorose nella carne di tutti. Non si parlava mai di calcio, raramente di ciclismo in occasione di corse o giri importanti: qui gli schieramenti erano ben delineati o coppiani o bartaliani.

Il bello è che spesso chi si avventurava in giudizi o apprezzamenti sui singoli corridori, non aveva mai visto una corsa ne dal vivo, ne tantomeno per televisione che, o non c’era ancora o non era alla portata delle scarne risorse disponibili. Un omone con voce baritonale, esternava il proprio amore per Coppi descrivendolo come una specie di moderno Ràmbo, grande e grosso con una forza spaventosa: le argute radiocronache di quei tempi avevano sollecita la sua fantasia e le imprese del fenomenale ciclista di Castellania avevano fuorviato il poveretto che, se per ventura si fosse trovato al cospetto dell’airone piemontese, con quelle lunghe gambe scarne, con quello sterno ipertrofico e quell’aria mite e spaurita, probabilmente avrebbe pianto dal dispiacere. Le fumose serate, allora tutti fumavano purtroppo anche in luoghi chiusi, iniziavano con qualche chiacchiera, proseguivano con una partita a tre sette o a briscola e si concludevano verso la mezzanotte ora di uscita dal locale. D’estate molti si soffermavano all’esterno sul piazzaletto, al buio ed al fresco, continuando a chiacchierare dei più vari argomenti. Era l’unico luogo di aggregazione di questi paesini minuscoli dove non esistevano altri locali o forme di svago, per giovani o meno giovani, era però luogo tranquillo dove la serenità del tempo che passava era raramente rotta da accadimenti insoliti e piacevoli: qualche serata danzante nel mitico salone d’Ärnësta o nel “baracön” realizzato sul terreno di Mòta e Carlino antistante l’osteria. In tempo di caccia il locale era frequentato da cacciatori liguri in Oltrepò per la loro passione venatoria; qualche serata era allietata da Paolo Braghieri, noto Pàul ciùc, simpaticissima “ligéra”, barbone, rigidamente in abiti militari grigioverdi, cortesissima e gentilissima persona a tassi alcolici normali, quando questi salivano trasferivano il buon Paul con il cuore e con la mente sul Monte Nero e sul Grappa, teatri delle sue lontane imprese militari. Misurava la stanza con passi cadenzati e dondolanti per ore, soffermandosi di tanto in tanto ad inveire convinto contro il “lupo tedesco”, suo personale ed acerrimo nemico. Tutti sorridevano alle sue filippiche militari limitandosi ad offrire un bicchiere di barbera all’anziano milite che interrompeva per un attimo il percorso di guerra, per poi riprenderlo con rinnovato vigore.

La signora Ernesta, incrollabile zitellona sino alla cinquantina ed oltre, decise, sul finire di quella rispettabile età, di convogliare a giuste nozze con un simpatico fornaciaio di Cornale, certo signor Rizzieri. La decisione venne accolta con sorpresa e curiosità dal paese che visse il momento col partecipazione e l’allegria che sempre segue avvenimenti di questo tipo: il buon “Risiéri” giunto a Sant’Eusebio novello principe consorte, presidiava taciturno l’osteria in assenza della moglie disdegnando i paesani, a suo dire, intriganti ed impiccioni ma, dopo alcune incomprensioni, tutto tornò alla normalità ed i due anziani sposini, condussero serenamente gli ultimi tribolati anni di vita. I preparativi delle nozze furono spassoso argomento a puntate nell’osteria, a sera inoltrata qualcuno chiedeva dei preparativi o degli inviti ad antichi fidanzati ed ecco lo spettacolo servito gratuitamente: la povera donna si infervorava a spiegare, a volte commuovendosi, a volte ridendo felice alle salaci battutacce degli interlocutori, sino a ricordare episodi piacevoli o meno del passato.

Una sera, a ridosso del matrimonio, fu convinta da Primo, ad indossare l’abito di nozze ed a sfoggiarlo davanti ai nottambuli mattacchioni. Dopo aver fintamente tergiversato schernendosi e sogghignando, la signorina risalì le scale di casa, si agghindò di tutto punto e, sfoggiando un cappello a tesa larghissima, si presentò ai clienti, che ridevano come matti, in abito da sposa color pesca. Solo Bianchino la rimirava di sottecchi senza ridere. L’anziana donna eccitata dal successo dell’improvvisato spettacolo, prese a passeggiare tra i tavolini  quasi a percorrere un’ideale passerella. “Non per dire” diceva convinta “ma pös mätäm a pari d’una fiulëta äd vent’àn”, posso paragonarmi ad una ragazza di vent’anni; Bianchi Fermo, sino ad allora silenzioso, a queste parole sbottò: “ät pë mätät  pari d’un rutàm: sit mòlan i ramê ät và in fàs me una bàla äd pàia” - puoi metterti alla pari di un rottame: se ti tolgono le varie fasce e cinture, ti sfasci come una balla di paglia -. A queste cattive parole Ernesta non prestò minimamente senso, con un’occhiataccia fulminò il malcapitato aggiungendo “ti tà˘s che tât nintènd nò, te nànca sposà!” - taci che non sei esperto in queste cose, non sei neppure coniugato. Continuò il defilé sino a che l’ultimo dei clienti tra il serio ed il faceto, ebbe a domandare notizie sulle stoffe, sulla necessità di portare un cappello a larga tesa in chiesa dove, o, non c’è il sole, sui giudizi dati dallo sposo o riservate previsioni sulla prima notte di nozze. Se Dio volle, verso mezzanotte, la povera donna risalì a fatica la ripida scala impedita dal lungo abito di nozze ma felice di aver esibito il vestito che da tanti, troppi anni,  aveva sognato. L’osteria era ritrovo, luogo ove trascorrere le ore del riposo chiacchierando amabilmente con gli amici, giocando a carte o a bocce o assistendo ad alcuni programmi televisivi dal magico apparecchio sistemato nel salone. Nei primi anni sessanta pochissimi disponevano di radio e tanto meno di televisori: trasmissioni come Lascia o raddoppia con Mike Bongiorno o Un, due e tre con Tognazzi e Vianello, erano seguitissime da uomini e qualche rara donna nel salone ad Ca D’Ärnësta davanti ad un gigantesco televisore che occupava lo spazio di un’utilitaria ma disponeva di uno schermo di una cinquantina di centimetri per lato. Le trasmissioni erano in bianco e nero ed erano seguite in religioso silenzio dagli astanti. L’arrivo furtivo nel buio dell’oste in gonnella, distraeva per pochi istanti i telespettatori che erano invitati dalla padrona di casa, che brandiva un enorme vassoio carico di ogni ben di Dio, a fare “una consumàsion”. Chi una bibita, chi un cioccolato o un torroncino, chi un pacchetto di caramelle di menta o una sottile fetta di panettone nella stagione invernale o un gelato preconfezionato d’estate, tutti si servivano dal vassoio retto a fatica dalla signora che non lasciava la sala se tutti, come diceva Lei, non avessero attinto alla sua famosa “basìla” o vassoio Prima di uscire tutti o quasi tutti, pagavano regolarmente il conto salutando soddisfatti e commentando la trasmissione della sera. Uomini semplici, regole dettate più dalla necessità che dalla volontà ma un vivere partecipato e sentito così lontano dall’atmosfera surreale e fredda degli attuali bar dove, sfoggio di maldicenze, discussioni furiose su argomenti vuoti e avulsi dalla realtà quotidiana, sfociano in prevaricazioni e prese in giro: la cattiveria allo stato puro fa a gara spesso prevalendo, con una becera ignoranza mascherata da qualche sgangherata citazione o da vuote parole nell’idioma di moda al momento.

Rimpiangere quella gente, quel modo di dividere un nulla che univa tutti o quel mondo pieno di speranze di un futuro migliore, è unico modo per sentire e rivivere momenti irripetibili che, gli anni ed un degrado galoppante, allontanano sempre più dalle nostre vite. Il buffo sta nel ritenere tutto questo progresso e non barbarie ma tant’è, crescendo diventiamo sempre più bravi a raccontare storielle a noi stessi prima che agli altri.

di Giuliano Cereghini 

Una gara di canto con le più belle melodie natalizie da tutto il mondo: così a Riva del Tempo, residenza assistenziale diretta da Alessandro Rizzi a Rivanazzano Terme, è stato festeggiato il Natale. Ad animare il pomeriggio di musica e giochi ci hanno pensato i volontari ed educatori di Croce Rossa Voghera e gruppo "La gioia di un sorriso" di Associazione Porana Eventi, con Nicoletta, Anna e tutto lo staff della struttura. "E' stato un momento di gioia che abbiamo condiviso con tutti gli ospiti, anche di Villa Eleonora, struttura a poche centinaia di metri di distanza che fa parte della stessa proprietà. La cosa bella è che i nostri nonni non vedono l'ora di fare festa tutti insieme, ricordando gli anni passati attraverso le canzoni di un tempo" commentano i volontari. Ad aggiudicarsi i primi premi sono stati Marisa con "Bianco Natale", Estella con "Astro del ciel", Roby con "Aggiungi un posto a tavola" ed Eliana con "We wish you a Merry Christmas". Al secondo posto Carla con "Oh happy Day", al terzo Pasquale con "Adeste Fideles". Non poteva mancare, oltre ad un assaggio di panettone, anche la rappresentazione della storia di Natale, oltre agli auguri inviati tramite dei video a tutti i parenti: una bella idea per raggiungere tutti, anche a chi, a parecchi chilometri di distanza, non ha potuto raggiungere Rivanazzano Terme.

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Nella sala consiliare del Comune di Varzi, comune dell’Oltrepò Pavese dove il Campionissimo vinse la sua prima corsa, dal 28 dicembre al 2 febbraio una rassegna patrocinata da Regione Lombardia e dedicata al mito a due ruote con le opere di Miguel Soro e alcuni cimeli dei musei del Ghisallo e di Alessandria Città delle Biciclette.  In arte Coppi è la rassegna che si è inaugurata oggi nella sala consiliare del Comune di Varzi per proseguire nel segno del successo di una mostra che si è appena chiusa in Regione Lombardia a Milano, promossa dall’assessorato all’autonomia e cultura. Al vernissage erano presenti fra gli altri l’onorevole Elena Lucchini, la giornalista scrittrice Mimma Caligaris  e il giornalista de La Gazzetta dello Sport Riccardo Crivelli. 
La rassegna di Varzi è una mostra che celebra il centenario di Fausto Coppi e sfocia nel 2020 del 60º anniversario della scomparsa del campionissimo. 

Il sindaco del Comune di Varzi, Giovanni Palli, ha voluto organizzare questo allestimento “In arte Coppi” esponendo una parte importante della produzione artistica del pittore spagnolo Miguel Soro che ha dedicato quasi 50 opere a Fausto Coppi “per sottolineare nel centenario di questo nostro mito il legame con Varzi, dove il Campionissimo vinse la sua prima corsa inaugurando così una carriera formidabile (7 maggio del 1939)”. “Per celebrare il Campionissimo - prosegue il presidente della Comunita’ Montana Giovanni Palli - non vogliamo solo parlare delle sue vittorie ma raccontare il valore di questo mito, che ha costruito il suo successo come campione e come uomo facendo fatica sulle nostre strade e facendo amare ancora oggi i nostri luoghi da sempre vocati al ciclismo e agli sport outdoor”. “Vogliamo che Coppi sia un esempio di coraggio e di umiltà che tanto può raccontare ancora ai nostri ragazzi se riusciremo ad emozionarli anche solo un quarto di quanto ha emozionato lui quando correva e passava in bicicletta sulle nostre strade ad allenarsi, proprio qui in queste valli”.

Per perseguire questo obiettivo, ovvero il coinvolgimento dei più giovani, il Comune di Varzi attraverso il suo assessore alla cultura Federica Lazzati e il Consiglio Comunale delle Ragazze e dei Ragazzi, appena fondato, ha deciso di organizzare un laboratorio con gli studenti delle scuole medie dell’istituto comprensivo P. Ferrari che si svolgerà il 14 gennaio 2020, a cui parteciperà il pittore Miguel Soro che realizzerà con i ragazzi un’opera live e vedrà la partecipazione dello scrittore Gino Cervi, autore di “Alfabeto Fausto Coppi” (Ediciclo editore) in un concerto molto speciale fra colori, immagini, ritagli di giornale e scrittura, perché la testimonianza del campionissimo possa davvero rimanere eterna attraverso le emozioni e la condivisione. 
Con le 10 opere di Miguel Soro sono in esposizione nella magnifica sala consiliare della malaspiniana sede comunale anche due pezzi da novanta come la bicicletta del garzone Coppi, proveniente dalla Collezione Chiapuzzo e prestata dal museo Acdb di Alessandria, e la maglia di campione del mondo di Fausto Coppi, conquistata a Lugano nel 1953, proveniente dal museo del ciclismo Madonna del Ghisallo di Magreglio insieme alla Bianchi 1947 del gregario di Fausto Coppi Bruno Pasquini (collezione Trevisan).

“Si sta chiudendo in questi giorni anche il centenario di Gianni Brera e questa mostra potrebbe avere come sottotitolo “ I Campionissimi “. Nati nello stesso anno, divisi da appena una settimana, sono stati il più grande sportivo e il più grande giornalista italiani di sempre, legati da un filo che passa tra le brume delle campagna tra il Tortonese e il Pavese fino a sublimarsi in vittorie leggendarie del ciclista e in racconti immortali del narratore” ha detto fra l’altro Riccardo Crivelli firma della Gazzetta dello Sport che fu diretta da Brera dopo il tour de France del 1949 fatto fa inviato. Praticamente Coppi con le sue imprese al Tour regalò al giornalista  la direzione della Rosea...

La mostra “in arte Coppi” inaugurata il 28 dicembre 2019 durerà fino al 2 febbraio 2020. Spazio sala consiliare Comune di Varzi. Ingresso gratuito. Orari venerdì s domenica 10/12, il sabato 10/12  16/18.

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