Venerdì, 03 Luglio 2020
 

OLTREPÒ PAVESE – CANNETO PAVESE - “C’ERA UNA VOLTA UN BELLISSIMO CASTELLO…”

“C’era una volta un bellissimo castello…”: mai più adatto può risultare il più banale degli incipit fiabeschi per poter introdurre la storia del Castello di Montuè, nel Comune di Canneto Pavese, o meglio, delle sue macerie. La rocca, venne edificata probabilmente nel IX secolo e sopravvisse alle distruzioni e ai saccheggi piacentini avvenuti in Valversa nel 1216.

Dal XIII al XV secolo fu proprietà della famiglia guelfa dei Gabbi, signori di Monteacutello, questa successivamente ridotto in Montù de’ Gabbi (denominazione che mantenne fino al 1886, anno in cui il comune mutò il nome in Canneto Pavese). Ad essi successero, per un breve periodo i Beccaria. I Valperga, una delle più antiche e potenti famiglie del Piemonte, ne furono proprietari dalla metà del XV secolo al 1587, quanto i conti Gaspare e Antonio Valperga cedettero tutta la proprietà al signore Giovanni Antonio Candiani per la cifra di tredicimila scudi, interamente saldati nel 1593. Successivamente, nel 1647, ne divennero anche feudatari e mantennero tale privilegio fino alla fine del XVIII secolo, quando ad essi subentrarono i piacentini Rota-Candiani, che mantennero la proprietà fino alla demolizione. Il Castello di Montuè, nel 1818, vide come sua ospite Carolina d’Hannover, moglie dell’allora Principe del Galles e futuro Re di Inghilterra, Giorgio IV, il cui processo per adulterio fu uno degli scandali più rilevanti del XIX secolo.

Ai primi del Novecento la rocca presentava una struttura ettagonale, simile a quella appartenente al Castello di Zavattarello e alla Rocca de’ Giorgi. Vantava importanti rifiniture, sia esterne che interne, con due imponenti scale a chiocciola e, secondo la tradizione popolare, 365 finestre, una per ogni giorno dell’anno. Era un immobile totalmente conservato, che non mostrava segni di cedimento da dover far presagire l’imminente triste sorte. Nel 1925 le sorelle Vittoria e Romana Rota-Candiani stipularono un compromesso di vendita con l’Ing. Angelo Pollini di Pavia, il quale ottenne da subito il diritto di poter entrare nell’immediato possesso del castello, riservandosi di poter stipulare l’atto di vendita solamente in un secondo momento.

Immediatamente venne privato di tutti i mobili e gli ornamenti, che vennero venduti nonostante gli accordi prevedevano che il Castello dovesse essere preservato nella sua integrità. L’11 settembre 1925, l’Ing. Pollini chiese l’autorizzazione alla Sovraintendenza di poter effettuare una parziale demolizione interna per poter meglio consolidare la struttura, impegnandosi a non modificare esteriormente l’edificio. Ma questa fu tutta una farsa: ottenuta l’autorizzazione iniziarono veri e propri lavori di demolizione. La popolazione capì immediatamente i piani della nuova “proprietà” e cercò disperatamente di fermare lo scempio, firmando una petizione con la speranza di coinvolgere le autorità, le quali tacquero nella più totale indifferenza. Gli abitanti della frazione cercarono in lacrime di bloccare l’accesso degli operai incatenandosi al cancello, ma questo non bastò.

La struttura venne privata del tetto e lasciata alle intemperie invernali e, nella primavera successiva, iniziarono le operazioni di smantellamento dei muri esterni: tutto questo per ricavare materiale edile da rivendere per la costruzione di nuovi edifici. Solo l’anno successivo, nel 1926 il Podestà di Canneto chiese l’intervento della Soprintendenza, la quale ordinò l’interruzione dei lavori. Ma ormai era troppo tardi e del castello rimanevano solo poche mura esterne pericolanti.

Questo non fermò la furia demolitrice dell’Ing. Pollini, il quale chiese, nel 1927, l’abolizione del vincolo della Soprintendenza, per poter terminare la demolizione delle ultime macerie e disporre l’area alla vendita di qualche interessato. Ma la Soprintendenza confermò il vincolo, motivando la decisione con la seguente risposta: «Se il ricordo storico e le tradizioni paesane si compendieranno d’or innanzi in pochi ruderi anziché nel fabbricato che dai secoli era giunto sino ai nostri giorni, i cittadini di Canneto ne vorranno certo, consapevoli di quanto è accaduto, attribuire la cagione a Vossignoria».

La cosa più sconvolgente di questa “tragedia storica” sta nel fatto che l’Ing. Pollini riuscì, grazie alle clausole stabilite dal compromesso, ad effettuare la demolizione del Castello di Montuè senza mai esserne il vero proprietario in quanto, non versando mai il saldo di L.10.000 alla famiglia Rota Candiani, non venne mai stipulato un contratto di vendita vero e proprio. Fu grazie questo escamotage che, dinanzi alla condanna del Pretore di Broni, riuscì a dimostrare di non essere il vero proprietario dell’immobile il quale, a catasto, risultava ancora delle sorelle Rota-Candiani.

Negli anni a seguire, durante lo smantellamento delle macerie, vennero rinvenuti due cannoni di difesa, nei quali erano impresse le frasi «Il difensore di Montuè de’ Gabbi sono io» e «Il furore del nemico sono io». Ancora oggi alcuni abitanti ricordano l’esistenza di un tunnel difensivo che collegava la rocca di Montuè con il fortilizio della Malpaga, situato secoli fa nelle imminenti vicinanze, anch’esso tutt’ora scomparso.

Ma cosa ne è stato del Castello di Montuè dopo la sua parziale demolizione degli anni ’20? Abbiamo intervistato l’attuale proprietario, il Dott. Michele Ciulla di Milano, il quale ci ha raccontato di alcuni vecchi progetti e nuove idee per ridare vita a questo sfortunato pezzo di storia oltrepadana.

Da quando la sua famiglia è proprietaria dei ruderi e delle pertinenze del Castello?

«Il castello, e le sue pertinenze, sono stati acquistati negli anni ’50 da mio padre, Ugo Ciulla, di professione medico, che lasciò la proprietà in uso agricolo alla famiglia di mia madre, Paolina Filighera, nativa di Pietra de’ Giorgi la quale, prima con il fratello Fausto e poi con il mio aiuto, ha gestito l’Azienda Agricola Castello di Montuè, un’azienda vitivinicola con attività agrituristica, al momento non in attività. Il cognome della famiglia di mia madre, Filighera, è di derivazione Longobarda: anche un comune in provincia di Pavia porta lo stesso nome. La proprietà, così come acquistata da mio padre, si presentava in ottime condizioni per quanto riguarda le pertinenze, tra cui casamenti coevi al castello, ma in condizioni già molto precarie per quanto riguarda il Castello in quanto, proprietari precedenti, avevano proceduto alla demolizione per ottenere materiali da costruzione che, secondo le informazioni, sono stati utilizzati per restaurare e ampliare il Teatro Fraschini di Pavia».

C’è o c’è stata una volontà da parte sua di voler recuperare quel che rimane del castello?

«Trattandosi di Ruderi del Castello, di cui ancora visibili una parte di cinta perimetrale e alcuni locali, ad uso stalle, ancora conservati con volte ad arco acuto, la volontà si scontra con la difficoltà di un progetto di recupero che avrebbe come obiettivo una vera e propria “ricostruzione”. Più praticabile la via del consolidamento per cui abbiamo contattato le Belle Arti».

La pubblica amministrazione ha mai manifestato qualche interesse a riguardo?

«Il Comune ha sempre manifestato interesse, ma trattandosi però di un piccolo paese, è difficile andare oltre con progetti più organici. Uno dei progetti che abbiamo portato avanti è stato quello relativo alla sentieristica, con placca di segnalazione del sentiero “Recoaro di Broni-Castello di Montuè”, ma si tratta di un progetto da valorizzare. Per quanto riguarda Provincia e Regione, interventi sono stati limitati, in pratica, al solo censimento delle strutture per la “valorizzazione del territorio.”».

Secondo Lei, un “Circuito dei castelli dell’Oltrepò” sarebbe utile per la riscoperta di questi luoghi storici?

«Personalmente punterei alla “sentieristica”, cioè alla costruzione e manutenzione di percorsi per il trekking che, unendo località collinari, possano portare anche alla valorizzazione del patrimonio storico-artistico dell’Oltrepò Pavese. Penso, ad esempio, ad una dorsale che, unendo i comuni di collina, possa costeggiare la via Emilia. Per questo sarebbe necessario lavorare con le amministrazioni su un progetto supportato da applicazione dedicata per smartphone con cui valorizzare i sentieri e geo-localizzare la posizione».

di Manuele Riccardi

 
 
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