Lunedì, 01 Giugno 2020

OLTREPÒ PAVESE - RUINO - COLLI VERDI - SALDATORE IN CINA: «APPENA ATTERRATO MI MISURARONO LA TEMPERATURA, ERA SOLO IL 2009...»

Fabrizio Guerra, classe 1971, originario di Milano e residente in Oltrepò da quasi trent’anni, vive con la sua famiglia a Carmine di Ruino, nel comune di Colli Verdi. Saldatore da una vita, si è fatto le ossa nel campo della raccorderia tra le provincie di Pavia e Piacenza ed ha lavorato per Alied s.p.a, dal 2009 al 2016, presso la sede di Tianjin in Cina. Attualmente è capo reparto di saldatura presso Piana s.p.a di Stradella, gruppo O.M.R.

Riassumendo: da Milano all’Oltrepò e infine l’approdo in Cina. Immagino che sia stato traumatico il confronto tra il piccolo paese di Carmine e la città di Tianjin, che conta circa 15 mln di abitanti.

«Ho sempre lavorato tra la provincia di Pavia e Piacenza, dove il settore della raccorderia rappresenta una realtà economica importante, conosciuta a livello mondiale. Nel 2009 mi è stato offerto un incarico in qualità di responsabile del reparto di saldatura, raccorderia per centrali nucleari, presso lo stabilimento di Tianjin, megalopoli cinese a circa 200 km da Pechino. L’impatto? Appena atterrato all’aeroporto, la cosa che mi ha colpito di più è che mi hanno misurato la temperatura, era il 2009 e non c’era l’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19».

Il suo lavoro le ha dato modo di vistare altre città della Cina?

«Per motivi di lavoro ho visitato diverse centrali nucleari della costa per cui producevamo i tubi per il raffreddamento dei reattori, da Dalian, nel nord-est della Cina, a Nanning nel sud del paese e le grandi città. Mi ha colpito il fatto che la Cina che tutti conosciamo è quella delle grandi metropoli, come Shangai, Pechino ed Hong Kong, ma esiste una parte meno nota che è quella delle campagne e dei piccoli centri, dove la vita sembra essersi fermata a cinquant’anni fa».

Dal punto di vista lavorativo ha riscontrato degli ostacoli dovuti alle differenze culturali?

«Il più grande ostacolo è stato quello linguistico, fortunatamente la mia azienda mi ha affiancato una traduttrice con la quale nel tempo ho instaurato un rapporto di profonda amicizia. È un popolo educato, gentile e disciplinato. All’inizio non è stato semplice entrare in sintonia, le differenze culturali si sono fatte sentire, ma una volta settato il passo si è instaurato un rapporto di collaborazione e stima reciproca.

Le posso raccontare un aneddoto divertente, per capire come le abitudini altrui a volte ci appaiono incomprensibili. La prima volta che li ho visti in officina erano accovacciati a terra e stavano lavorando, allora ho pensato di costruire un piano d’appoggio, una sorta di tavolo, per rendergli il lavoro più agevole. Il giorno dopo erano accovacciati non più a terra, ma sul tavolo».

In questo periodo di emergenza sanitaria, a causa del Covid-19, cosa può dirci rispetto alla situazione ospedaliera, nel caso specifico, della città di Tianjin?

«Mi è capitato di recarmi in ospedale per ragioni più e meno gravi. La figura del medico di base non esiste e quindi per qualsiasi tipo di malessere si è costretti a recarsi al pronto soccorso, sempre molto affollato. Le strutture ospedaliere sono molte così da poter far fronte ad una popolazione che conta milioni di persone. Per gli stranieri l’assistenza sanitaria è a pagamento. Io personalmente non mi posso lamentare, mi hanno salvato la vita. Ho scritto all’ambasciata cinese per poter ringraziare l’equipe che mi ha permesso di tornare a casa dalla mia famiglia in seguito a un infarto, ma chiaramente per motivi di privacy questo non è stato possibile. Ho comunque scritto una lettera di ringraziamento all’ospedale di Tianjin».

Vista l’emergenza sanitaria ha avuto modo di contattare alcuni suoi ex colleghi che ancora lavorano e vivono in Cina?

«Dalle conversazioni è emerso che la popolazione fin da subito ha preso seriamente le restrizioni. La grave situazione ha visto l’attuazione di norme straordinarie, ma già dieci anni fa ricordo che la stragrande maggioranza della popolazione adottava precauzioni quali: la mascherina chirurgica e il servizio di consegna a domicilio era già largamente diffuso. Alcuni comportamenti facevano già parte della vita quotidiana, per noi italiani la storia è po’ diversa, soprattutto in Oltrepò non abbiamo mai necessitato di girare con la mascherina per via dell’inquinamento ambientale».

Saldatore da una vita, a che età ha mosso i primi passi nel mondo della saldatura?

«All’età di 16 anni ho iniziato con la carpenteria industriale, poi mi sono appassionato di saldatura all’età di 17 anni. A Milano ho fatto le mie prime esperienze, ma solo dopo essermi trasferito in Oltrepò ho avuto l’occasione di crescere professionalmente: corsi, produzione serbatoi, impianti di perforazione e raccorderia».

Cosa l’ha spinta a trasferirsi in Oltrepò?

«Mi sono trasferito a Carmine dopo aver conosciuto mia moglie Laura, alla quale devo tutto, e ora sono quasi trent’anni che vivo qui. Contrariamente a quanto si possa pensare, della città non mi sono mai mancate le comodità, mia moglie aveva un negozio di alimentari e quindi continuavo ad avere tutto il necessario sotto casa. È stato difficile riuscire a dormire i primi tempi, a causa del silenzio. Mi mancava il rumore della città, ma non tornerei mai indietro. Il panorama da casa è eccezionale, si può scorgere anche Milano se il tempo lo permette… e la raffineria di San Nazzaro (ride)».

Qual è la sua percezione a proposito dell’andamento del settore, in seguito ai rallentamenti e alle problematiche conseguenti l’emergenza sanitaria?

«Il settore sicuramente ha risentito dell’emergenza sanitaria, ma sono fiducioso perché nell’arco della mia carriera ho assistito a diversi alti e bassi. È anche vero che, da che ho memoria, non ho mai visto un crollo così significativo del prezzo al barile del petrolio. Parte della produzione delle aziende del settore è rappresentato dalla lavorazione di pezzi per gli impianti di estrazione petrolifera, che a cascata possono avere ripercussioni sul petrolchimico, su impianti di raffineria e oleodotti».

Quali sono le misure precauzionali che adottate durante una giornata lavorativa?

«Lo stabilimento dove lavoro ha una metratura molto importante, quindi è possibile mantenere la distanza di sicurezza prevista per legge. L’azienda ci ha fornito mascherine e guanti, c’è attenzione da parte di tutti e mi sento tutelato nello svolgere la mia mansione».

Vuole aggiungere qualcosa?

«Sono convinto che se noi italiani ci dimostreremo un popolo disciplinato come quello cinese usciremo presto dall’emergenza Covid-19”.

di Carlotta Nobile 

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